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Dacci oggi la nostra meta

Quattro giovani sulla Via Francigena. 

Il romanzo di Enrico Brizzi diventa 

un album. La leggenda rock di Bern 

“il pellegrino dalle braccia d’inchiostro”

Un vero pellegrinaggio è un rito. Un rito di sottomissione. L’accettazione di una disciplina, e la sua consacrazione a Dio. Come un’offerta che si lascia sulla soglia di un tempio quando le porte sono ancora serrate. Non proprio, non ancora, una preghiera in cui ci si rivolge direttamente alla divinità: una sorta di respirazione preliminare che cerca di stabilizzare il corpo e la mente, il flusso del sangue e quello dei pensieri. Quello delle emozioni.

La Via Francigena è uno dei due grandi percorsi tracciati dalla cristianità in Europa. Andava da Canterbury a Roma. Attraversava la Francia e la Svizzera. Superava le Alpi attraverso il Passo del Gran San Bernardo, a 2473 metri di quota, per poi discendere fino alla Città Eterna. Fino alla Cattedrale di Pietro, dove il viaggio aveva termine e il rito era compiuto. Il peccatore aveva trasformato la confessione da parola in azione. Aveva srotolato un interminabile rosario di passi, su strade sconnesse e su sentieri impervi. Si era consegnato alla Provvidenza augurandosi di farcela contro i rischi e i disagi. I rischi incombenti. I disagi inevitabili. 

Oggi, di quella che fu la Via Francigena rimane ben poco: la memoria del tracciato, fissato nelle antiche mappe, e l’impegno di alcuni conventi ad accogliere i pellegrini. I quali, prima di partire, si saranno fatti rilasciare una carta che ne attesta lo status: la “credenziale” da timbrare alla fine di ogni tappa, ogni volta che sia possibile. Il documento che dice, che afferma, che quegli uomini in marcia non sono dei semplici viandanti che amano camminare nel cuore dell’Europa: essi si sono assunti un impegno. Per le ragioni più diverse, che forse loro stessi non comprendono appieno, hanno promesso di avanzare, a passo d’uomo, in una direzione prestabilita. Verso una meta prestabilita. Un impegno solenne, e al tempo stesso umile, che confida nella benedizione di Dio. 

 

Quattro ragazzi moderni...

Due sono partiti da Canterbury, e arriveranno a Roma. Due li hanno raggiunti a Losanna, e li lasceranno poco oltre il confine. Di tutti e quattro soltanto uno – il promotore del viaggio, colui che lo racconta – attribuisce a ciò che sta facendo un significato superiore. Un valore simbolico, se non proprio sacro. Le forze della Natura, o del Fato, gli sono state amiche e hanno permesso ai suoi due gemelli, nati prematuri pochi mesi prima, di avere il tempo necessario a rafforzarsi e a colmare lo svantaggio iniziale. I bimbi sono usciti dall’ospedale e ora sono a casa. Sani e salvi. A giocare e a sorridere. A piangere e a urlare. A vivere i primi scorci dell’esistenza là dove ogni bimbo ha il diritto di viverli: nell’abbraccio di una famiglia che gli vuole bene e che si prende cura di lui. 

Per gli altri tre, invece, è solo una vacanza insolita. Un trekking che per puro caso si snoda sulla falsariga di un itinerario celebre, tramandato dalla Storia e avvalorato dalla Chiesa. Una bella occasione di stare insieme e di fare, insieme, qualcosa che ne vale la pena. Qualcosa che esige un tributo di fatica, alleggerito ma non annullato dal piacere e dalla solidarietà dell’amicizia, e che però, a poco a poco, ti restituisce molta più forza di quella che consuma. Si va, si riprende ad andare a ogni nuovo giorno. Si spezza insieme lo stesso pane. Salato durante il cammino. Dolce a fine giornata. Delizioso nel ricordo. 

 

... e un pellegrino antico

Bernhard Hartmann ha una cinquantina d’anni. La sua testa è calva. La sua barba è bianca. Viaggia da solo, sorretto da un’intenzione precisa e definitiva, la cui chiave è nel suo nome. Nel suo nome di battesimo. Si impone a un neonato il nome di un santo e, così facendo, lo si pone sotto la sua protezione. Bernhard, Bernardo. San Bernardo. Il santo che ha dato il nome al passo che permette, lungo la Via Francigena, lungo la Santa Via Francigena, di valicare le Alpi. 

Bernhard (per gli amici Bern) incontra i quattro italiani davanti all’Abbazia di Saint Maurice d'Agaune. Loro sono davanti al portone chiuso e non riescono a entrare. Tirano il pomello di legno e non succede niente. Lo spingono e non succede niente. Strano: gli avevano detto che l’accesso era libero e consentito in qualsiasi momento. Provano a chiamare a gran voce qualche monaco che venga ad aprire. Ma i monaci non sentono. O hanno altro da fare. 

Bern appare all’improvviso, dall’altra parte della strada. Quando si avvicina vedono che le sue braccia, che sporgono fuori dalle maniche rimboccate fino al gomito, sono completamente tatuate,. «Benvenuti, amici», dice subito, in italiano, mentre li raggiunge. Quindi allunga una mano sul pomello e, senza pensarci un attimo, lo fa ruotare, sbloccando la serratura. 

 

Una è la direzione

A Bernhard sembra ovvio: sono tutti e cinque pellegrini che vanno verso l’Italia, ed è naturale che proseguano insieme. Ai ragazzi non sembra ovvio per niente. Non sono pellegrini, certo non nel senso che intende Bern, e preferiscono starsene per i fatti loro. Una cena insieme? Benissimo. Una birra ogni tanto? Nessun problema. Ma tutto il tempo, dalla mattina alla sera, e magari anche la notte, no davvero. Non solo per la differenza di età, e di indole, e di nazionalità. Anche, soprattutto, perché già la prima sera, all’abbazia, il tedesco ha avuto uno scatto di nervi inaspettato e assai poco comprensibile. Il priore si è sbagliato e lo ha chiamato Bertrand. Lui si è inalberato. «Non mi chiamo Bertrand! Mi chiamo Bernhard!». Ha picchiato il palmo sul tavolo. Ha scandito le lettere del suo nome. Ha fatto lo spelling. Come se quell’errore fosse un insulto. Un arbitrio consumato ai suoi danni, poco importa se per leggerezza o per altro, che lo privava, sia pure per un attimo, del proprio nome. E quindi della sua identità. E quindi, quel che è peggio, della protezione del santo cui era stato affidato col sacramento del battesimo. 

Un brutto momento. Un segnale d’allarme. Ed è ancora nulla, rispetto a quello che è accaduto in seguito. Il cameriere della birreria era un giovane omosessuale fin troppo disinvolto. Prima ha toccato il culo a uno dei ragazzi. Per scherzo. Poi ha detto qualcosa che a Bernhard non è piaciuto. E allora lui, il pellegrino bonario e irascibile con la faccia di un frate e le braccia piene di tatuaggi come un Hell’s Angel, lo ha afferrato alla cintura e scaraventato a terra. Poi lo ha riempito di calci. E quando è intervenuto il proprietario del locale, menando colpi all’impazzata con un “millwall brick” – un fascio di fogli di giornale arrotolati così stretti da diventare quasi una spranga, una tipica arma degli ultras inglesi – non ha esitato a spaccargli in testa un portacenere. 

«In galera – ha detto prima di aggredire il cameriere gay – finiscono per mangiarseli tutti a colazione, i “biscottini” come questo».

Per i ragazzi italiani è il punto di non ritorno. O almeno così credono, mentre si allontanano di gran carriera per eclissarsi prima che arrivi la polizia e arresti anche loro, insieme a quel pazzo integralista di Bern. 

 

Dal libro all’album

Il romanzo è uscito nel 2007. L’abbinamento alla musica è arrivato quasi subito: non solo un “reading” con un accompagnamento sonoro ma un amalgama vero e proprio, che si è affinato (completato) fino a diventare un album che comprende undici brani e che supera i 46 minuti. Un album che si può scaricare gratuitamente dal sito di Enrico Brizzi. Una piccola, ma riuscita, e coinvolgente, “opera rock”, che riduce di molto lo sviluppo narrativo del libro ma che ne cattura ugualmente lo spirito e, forse, ne accresce addirittura il fascino. La sintesi aumenta la suggestione. Il non sapere come andrà a finire la storia, che anche senza aver letto l’originale appare chiaramente in attesa di sviluppi, spiana la strada alla fantasia. Brizzi recita in modo così coinvolgente da far quasi sembrare che canti. Il gruppo genovese dei “Numero6” lo sostiene con un’intensa pulsazione rock. 

Nel pezzo di chiusura, “Le promesse che facciamo in viaggio”, i cinque si ricongiungono ancora una volta, come se la loro volontà si dovesse inchinare al destino. E allora ricominciano «a salire insieme, in fila indiana, come quattro figli e il padre fuori di testa che non si ricordavano di avere». Così stanno le cose: a cinquant’anni, e oltre, le sconfitte dell’esistenza diventano più evidenti; ma è chiaro che sono iniziate a maturare molto tempo prima, quando la giovinezza aveva ancora buon gioco a nascondere la verità dietro i mille veli delle possibilità inesplorate e delle ipotesi sul futuro. Il vecchio pellegrino Bern è venuto a indicare ai ragazzi che non potranno restare semplici viandanti all’infinito: o prima o dopo le passeggiate e i trekking devono darsi mete più impegnative. Camminare sulla terra, ma in direzione del Cielo.  

 

Federico Zamboni

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