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Grillo, Di Pietro e il pensiero che non c'è

I tanti limiti, puramente dottrinari, della deriva
politica di quei movimenti di risentimento
che non riescono a uscire da quel recinto in cui
si dannano, puntellandolo anziché abbatterlo.

Cercasi disperatamente idea forte: et voilà il cartello affisso sulla testa degli italiani con un qualche residuo senso della dignità. Quella minoranza che si rende perfettamente conto della putrefazione morale, dell’indifferenza, della vigliaccheria in cui vive alla giornata la maggioranza dei furbi e dei fessi. Quei pochi ma sempre più numerosi scontenti a cui prudono l’intelletto e le mani, smaniosi di “fare qualcosa”. Quelli che covano in corpo un sano impulso a ribellarsi. Cittadini desiderosi di tornare ad essere tali che al dunque scelgono due strade: o l’immobilismo, compensato da un frenetico ticchettìo casalingo sui siti di controinformazione; oppure il concentrarsi contro uno specifico male della modernità (la globalizzazione, l’inquinamento, lo strapotere bancario) e arruolarsi in uno degli innumerevoli movimenti “no-qualcosa” sparsi lungo lo Stivale per non darla vinta alla bugia livellatrice dello Sviluppo. 

 

Indignazione a getto continuo

C’è una persona che nell’ultimo scorcio di anni ha riassunto in sé questo malessere facendolo esplodere sulla Rete, unica frontiera rimasta sostanzialmente libera dalla polizia del pensiero unico: Beppe Grillo. I suoi monologhi nei tendoni gremiti di gente pagante per farsi due risate intelligenti sono diventati post incendiari, j’accuse quotidiani che dal suo seguitissimo blog inchiodano la disinformatija profusa dai media ufficiali, svelandone tutto il servilismo e l’autocensura. Beppegrillo.it è la punta di diamante di un antisistema d’opinione che sfrutta la libertà e l’economicità di internet per fare il controcanto all’establishment politico e giornalistico. E il che è bene, s’intende. I vari Travaglio, Gomez e Corrias, i Giulietto Chiesa e il suo Megachip, le Randazzo, i Blondet, i Ricca, i Comedonchisciotte, Luogocomune e Disinformazione sono i nomi e le sigle più note di questo vasto arcipelago di guastatori dell’agorà mediatica. 
C’è però anche chi li chiama “professionisti dell’indignazione”. Intenti a lucrare onori, gloria e quattrini dall’industria della denuncia, facendo credere che basti non perdersi un’invettiva web contro lo scandalo del momento per avere la sensazione di essere “presente” nella lotta alle ingiustizie e mettersi così la coscienza a posto. È l’accusa, ad esempio, che l’ex inviato della trasmissione Report, Paolo Barnard, muove ai “paladini dell’antisistema”1, secondo lui colpevoli di atrofizzare il bisogno di cambiamento dell’uomo comune ingolfandolo di libri, inchieste, dvd e articoli a tambur battente. Una gran cassa oziosa e controproducente per Barnard, che invece vorrebbe vedere informazione capillare sul territorio e riconquista da parte del singolo cittadino a farsi da sé la propria idea della società, togliendone la delega a pochi pifferai magici. 
Indubbiamente, questa dell’individuo indignato e impotente è una realtà.  Abbeverarsi a fonti che divulgano ma non quagliano, è un esercizio frustrante. Ma ci sono due contro-obiezioni. La prima è che tutto ciò che smaschera, demistifica, destabilizza crea l’humus fertile per allargare le maglie della sfiducia. Ciascuno con una visuale differente e con un livello di analisi più o meno profondo, Grillo e simili sono agenti della sfiducia, la sana sfiducia che spiana la strada al nuovo. È vento che soffia sul fuoco, e il fuoco va alimentato affinché non si spenga. Siamo in guerra contro un nemico inafferrabile e insidioso, il mito, sapientemente fatto introiettare fin da piccoli, che non esiste miglior modello di vita e miglior organizzazione politica all’infuori di questi a cui offriamo ogni giorno le terga.

 

Azione sul campo

La seconda obiezione ci porta dritto all’altra faccia della medaglia: l’azione. Grazie a internet non siamo mai stati così ricchi di informazione critica, con un clic sul computer si aprono enciclopedie di sapere e di protesta. Eppure tutto scorre e resta così com’è. E noi, ancorché ribollenti di sdegno, in fin dei conti siamo tutti intenti a sbrigare le nostre faccende: fine dell’impegno. Eppur qualcosa si muove. La nostra penisola è costellata di volonterosi attivisti che si battono per un problema preciso (gli ambientalisti, ad esempio) o per una battaglia-cardine (la decrescita, il signoraggio) o è disseminata di ribelli, i più agguerriti e intrisi di spirito comunitario, che lottano per l’autonomia (gli indipendentisti sardi, siciliani, veneti, friulani, ecc) o che fronteggiano la grande opera piombata dall’alto con la resistenza di popolo. Questi ultimi sono i centossessanta magnifici “No” riuniti nel Patto di Mutuo Soccorso2, il coordinamento dei movimenti locali a difesa del territorio «contro le grandi opere inutili e contro lo scempio delle risorse ambientali ed economiche»: No Tav, No Dal Molin, No Ponte sullo Stretto, No Scorie, No Mose, No Discariche, No Rigassificatori, No Inceneritori e via di questo passo, di rivolta in rivolta. È soprattutto a questi ultimi che si deve guardare, a queste sentinelle del no che è un sì: sì alle piccole patrie e alla dignità della vita. Perché sono la prima, grezza e informe base di una nuova coscienza libera dalla gabbia della destra e della sinistra. Perché, indignati come sono, agiscono, scendono in strada e si riprendono la piazza, luogo principe della democrazia. Sono vivi, per dio. E fanno circolare il sangue non solo nel cervello, ma là dove ce n’è più disperatamente bisogno: nei muscoli, nelle braccia, nelle gambe. 

 

Limiti del grillismo

Il movimentismo dei cento comuni e dei mille borghi d’Italia è benedetto. Così come è benemerita la spinta a riappropriarsi della politica, messa in campo da Grillo con le liste civiche ispirate al suo blog e innestata sui suoi meetup attivi un po’ dappertutto. È il bisogno di democrazia dal basso – ovvero l’unica e vera democrazia. Ma, caro Beppe, se prendiamo il tuo programma3 a cui si ispirano i candidati del MoVimento a 5 Stelle per le regionali di fine marzo, leggiamo dell’acqua pubblica, del verde urbano, della mobilità ecosostenibile, del risparmio energetico, della connessione gratuita, di “rifiuti zero”, di favorire le produzioni locali e del telelavoro. Molto di condivisibile (il primato del pubblico, l’ottica di decrescita, l’attenzione all’ambiente) e qualcosa no. Lavorare attaccati al pc di casa, per dire, incatena il poveraccio alla macchina, quando lo scopo finale dovrebbe essere liberarsi della macchina. Ma è pur vero che qui si sta parlando di punti programmatici per delle elezioni regionali, non di una palingenesi sociale. E allora ok, incoraggiamo i giovani grillini che, scusate il berlusconismo, scendono in campo. Sono per lo più ragazzotti acerbi che del “nemico” (i partiti e il clientelismo locale) sanno poco o nulla. Si faranno le ossa, ma Grillo e la potente Casaleggio Associati che lo consiglia dovrebbero sapere che molti di loro se le sono rotte già alle amministrative del 2008, quando la loro impreparazione ha dovuto fronteggiare i mastini della partitocrazia. Classico esempio di come l’azione senza il pensiero non porti da nessuna parte. Tanto è vero che poi Grillo, scegliendo di non scegliere l’opposizione radicale a questo sistema, resta d’un botto deluso da Antonio Di Pietro che si allea – questa volta “strategicamente” – col repellente Partito Democratico e accetta candidature rivoltanti come quella dell’inquisito De Luca in Campania. Da Travaglio, che è un liberaldemocratico tutto d’un pezzo, possiamo aspettarci la sfuriata sul solo peccato di lesa legalità. Ma da Grillo che se la prende, a ragione, coi partiti in quanto tali e che dice chiaro e tondo che la nostra non è una democrazia, inseguire ancora un certo collateralismo con l’Italia dei Valori conferma che il salto d’immaginazione, lui, non l’ha fatto. Non è che poi ci voglia molto: finché la baracca parlamentarista starà in piedi, ogni reale opposizione rimarrà tagliata fuori. È il totem delle elezioni in mano ai partiti-mafie a renderla impossibile, poiché ad ogni voto scatta l’obbligo a-morale di parteciparvi. Con questo non vogliamo dire che fra i grillini così come fra i dipietristi  non vi siano persone di tutto rispetto, anzi. Sono forse il meglio che c’è nel recinto partitocratico. Ma sempre dentro quel recinto operano e si dannano, puntellandolo anziché abbatterlo.

 

Di Pietro conservatore

Ecco perché ci sembra di dover dire che il grande limite dell’esercito mediatico simboleggiato da Grillo è involontario, storico, umano: l’assenza di idee forti e alternative a tutto questo sistema di vita. E idee forti non ce n’è perché a mancare sono gli uomini. Gli uomini veri: forti e animati da ideali, con la passione per il senso ultimo delle cose. Di qui il fatto che di azione se ne veda poca, o rimanga circoscritta alle questioni locali e settoriali. Per forza: le fa difetto una direttrice di pensiero, un retroterra culturale (un’ideologia, si sarebbe detto una volta). Non c’è una visione del mondo realmente alternativa. Non c’è una prospettiva a lungo termine. Sia chiaro: non siamo nostalgici degli “ismi” otto-novecenteschi. Ma ci manca, e tanto, la nobiltà di aspirazioni che solo obbiettivi più importanti delle nostre piccole, misere esistenze, possono infondere. Prendiamo ancora l’IdV dell’ex pm di Mani Pulite. Qual è l’ideologia dell’IdV? In base alle parole del suo leader, essa si riduce ai «valori della Costituzione». Siamo di fronte, perciò, ad un partito che non ha nessuna aspirazione ad alcun cambiamento profondo, ma al contrario come scopo programmatico persegue la difesa dell’esistente ordine costituito messo nero su bianco dalla Carta del ’48. Una forza apertamente conservatrice e ostinatamente costituzionale, come si vede. Di qui il legalitarismo come bandiera e l’antiberlusconismo come ragione di vita. L’Italia dei Valori è il guardiano di valori che, sebbene disattesi nella realtà, di fatto la tengono artificialmente in vita convogliando il malcontento in un’azione difensiva, anziché offensiva, alternativa, di ribellione.  È lo sceriffo che combatte una guerra, persa in partenza finché a comandare saranno i signori delle banche e degli affari, per il primato della legge. Ora, finché la legge è questa e tutti vi siamo sottoposti, un minimo di decenza impone di farla rispettare a coloro i quali, in linea di principio, dovrebbero esserne i primi custodi, cioè i politici, e in secondo grado a chi dovrebbe osservarla più di tutti, cioè coloro che hanno più mezzi per aggirarla: i poteri forti. Ecco il senso, ad esempio, dell’appello in difesa della Carta scritto dal direttore politico di questo giornale e da Marco Travaglio. Ma non ci si aspetti un passo oltre a questo, dalle truppe di Di Pietro. Un mio amico e collega giornalista, anche lui convinto sostenitore del Manifesto dell’Antimodernità di Massimo Fini, spiegandomi i motivi per cui ha accettato l’offerta di De Magistris di candidarsi come indipendente nelle liste dell’IdV alla regionali, mi ha detto: «Lo faccio per due ragioni: primo, per utilizzare la tribuna elettorale come podio di diffusione delle idee antimoderne, per quel che potrò fare; e secondo, per sfogarmi un po’ e, nel caso venissi eletto, fare il guastatore». Ecco: messa così, un’opposizione interna al sistema ha un senso. Ma un senso eretico, dal momento che questo mio amico dovrà vedersela con gli equilibri col Pd, e ancora di più con la sordità di un partito che dall’orecchio della rivolta contro questo modello di sviluppo e di vita non ci sente, perché l’orecchio per sentire non ce l’ha. Fuor di metafora: pensando esclusivamente a montare la guardia allo status quo legale (cosa, ripetiamo, giusta perché terra terra, perché ci fa ribollire il sangue passare per fessi in un’Italia eternamente dei furbi), i dipietristi non vengono sfiorati dal pensiero tremendo che sia tutto sbagliato, tutto da rifare. L’uomo della strada s’informa, s’arrabbia, manifesta, s’impegna, firma referendum, sottoscrive appelli e se gli rompono le scatole sotto casa può persino affrontare gli sbirri, ma alla fine della fiera resta un uomo che non si ribella – perché non sa più pensare. 

 

Alessio Mannino
Note:
1) Paolo Barnard, “L’informazione e la deriva dei nuovi paladini dell’antisistema”, http://www.paolobarnard.info/info.php
2) http://www.pattomutuosoccorso.org
3) http://www.beppegrillo.it/listeciviche

 

Moleskine marzo 2010

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