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Il film: V 45° per ribelle

“Parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse, è difficile essere liberi quando ti vendono e ti comprano al mercato”

V per ribelle, V a 45° come il motore delle Harley Davidson di Easy Rider. Dennis Hopper e Peter Fonda, forse il mito assoluto del cinema ribelle a partire dal rock di “Born to be wild” che accompagna le due moto durante i titoli di testa nei grandi spazi statunitensi. America ribelle, esiste un’America ribelle anche negli USA, una sfaccettatura che si può amare per quanto si possano detestare gli Yankee. Non esistono solo gli Usa ufficiali, infatti, del demoniaco Bush e di sant’Obama. Non esistono solo gli Usa della sottocultura manageriale o da ghetto che diventa marketing: sono esistiti anche gli USA di Melville, Poe, Steinbeck, Eliot, Pund e Kerouak, e nella scia di quest’ultimo si inserisce Easy Rider.

Siamo di fronte a un film “on the road” nella più classica tradizione del cinema e della letteratura ribelle americani. La libertà dei grandi spazi dove tutto è possibile, dove la meta è solo una scusa per il viaggio, come l’Itaca di Kavafis. Una cavalcata attraverso la società americana di allora, ma simbolicamente valido anche oggi, in sella a un Harley, l’archetipo della moto da fuga dalle convenzioni. Moto che se per molti oggi è divenuta modaiola, per altri è ancora un modo per cavalcare in libertà. Gli Harleysti veri sono una categoria a parte, ma al contrario di tanti altri gruppi di tendenza che nascono e muoiono, non ce n’è uno uguale a un altro e sono qui per restare, come le loro moto.

La libertà che trasuda dal film ha la capacità di non fermarsi a livello concettuale, intellettuale, ma dà una sensazione quasi fisica, complici forse i bivacchi a bordo strada e gli orizzonti infiniti delle strade statunitensi. Sembra quasi di sentirlo il vento nei capelli, che negli USA non hanno ancora negato ai biker.

Fonda e Hopper: due cavalieri moderni. Il mito della frontiera vissuto cavalcando l’acciaio, il rombo che sostituisce il nitrito, senza perdere però la capacità di essere in linea con la tradizione. Sono due “borderline”, ma sanno rispettare chi “vive coltivando la terra” quando si tratta del “farmer” pieno di figli perché ha sposato una donna cattolica. Diverso è il loro atteggiamento verso i “figli dei fiori”, che sono piuttosto figli della città che hanno mitizzato la terra senza capirla. Questi vagheggiano età dell’acquario e utopiche vite comunitarie, ma hanno dimenticato che la terra è bassa quando la lavori e pesante quando sei morto.

Mondo moderno in rivolta contro se stesso. I motel li rifiutano, troppo strani, mentre l’ospitalità che offre loro il farmer conservatore e il loro modo di mostrare riconoscenza hanno qualcosa dei miti Omerici, della grecità preclassica. E questo nonostante venga, anche, dimostrato pregando, prima del pranzo, il dio di Abramo, cui sia il farmer che la moglie sono devoti. Altro invece è il loro atteggiamento verso le ritualità senza spessore degli hippy che, giustamente, non riescono a prendere sul serio.

“Non hanno paura di voi, hanno paura di ciò che rappresentate”

“Quello che voi rappresentate

per loro è la libertà”

“E che c’è di male nella libertà,

la libertà è tutto”

Nel film ribelle anni 70 non poteva certo mancare il rapporto positivo con la droga. Positivo non solo perché a favore delle sostanze psicotrope, ma proprio nel rapportarsi con esse, ben diverso dai vuoti riti post sessantottini o dalle false trascendenze da rave party. Altro mito che viene fuori prepotente è quello dell’amore libero, perché di amore si trattava, contro tutte le convenzioni che oggi sono riuscite ad imbrigliarlo in sesso libero e, soprattutto, mercantile, vissuto fra escort e sesso fast food. Quello che loro vivono è amore, anche se dura una sola notte. Possiede poesia, più simile all’unione gandharva che a una scopata post discoteca, non è trasgressione da Lucignolo: la loro è manifestazione di libertà. Nel film anche il casino di New Orleans, città francese dove esiste il carnevale, zona affrancata dal puritanesimo e dove si può bere per strada, ha qualcosa di religioso. È più Chiesa - come tale è arredato - che bordello, ma è meno bordello di molte chiese. Il riferimento alla Prostituzione Sacra della mezzaluna fertile prima che mettesse il velo sarebbe, però, eccessivo: altro livello di cultura e poi il film il legame col cristianesimo non riesce a spezzarlo, non riesce ad affrancarsi fino in fondo dalla morale cristiana e puritana.

Anni 70: una stagione di rinnovamento è libertà, di grandi possibilità che ancora pesano sulle coscienze di una generazione che ha fallito ed ha incanalato quel fallimento, che non ha metabolizzato, nelle ritualità e nelle catene del conformismo Liberal.  Hanno solo imposto l’altra faccia della medaglia del reazionario da Bible Belt. Non hanno tolto i comuni paraocchi di una mentalità puritana che teme la messa in discussione e il non riconoscimento delle regole imposte. Tutti sono sempre con i tutori dell’ordine, e anche se non sono odiosi come quelli del film saranno sempre tutori dell’ordine costituito, mai della Legge. Di ottusi e reazionari che temono il diverso le nostre due Harley ne incontrano parecchi, anzi troppi. Sono questi il frutto di una società americana ripiegata su se stessa che temeva l’ondata di libertà che la stava per travolgere, ma che temeva ancor di più il dover pensare con la propria testa. Che sapeva di non essere libera, ma che non sopportava il sentirselo dire e, soprattutto, il vederselo dimostrare. 

“Non dire mai a nessuno
che non è libero...”
“Parlano e riparlano di questa famosa libertà individuale,
ma quando vedono un individuo veramente libero hanno paura”

Nulla di peggio per chi non è libero, ma pretende di esserlo, il dover fronteggiare l’amara realtà della sua schiavitù a canoni e  regole “democratici” che di libertà non hanno nulla. Ancor di più lo è oggi per coloro che si vogliono “trasgressivi”: perché il considerarsi trasgressivi implicitamente significa il riconoscimento della regola che si viola e il piacere non deriva dalla libertà, ma dalla violazione. 

Allora come oggi nulla disturba più chi sa godere della libertà e non del peccato, anche perché questo sottintende che non si riconosce il peccato come tale, che si rifiutano sia quelle regole sia quelle autorità senza le quali i più sarebbero dispersi. 

Sia poi questa autorità un dittatore dichiarato, un pastore supremo o il politicamente corretto della sinistra cachemire e della destra mulino bianco, poco cambia e il ribelle le ignora.

La brutta fine è scontata per i nostri eroi e per chi si unisce a loro: hanno sfidato i benpensanti, anche se verrebbe più da usare l’Orwelliano termine pensabenisti.  Nonostante la loro non sia stata una sfida sfrontata e provocatoria, nonostante fosse solo un vivi e lascia vivere devono pagarla scomparendo dalla società: il loro esempio sarebbe pernicioso. Il volere essere lasciati vivere è inaccettabile per un gregge che vuole pascere tranquillo e saldo secondo canoni che permettono di non pensare e di non responsabilizzarsi. 

Colui il quale dimostra con il suo modo di vivere che possa esistere una valida alternativa al conformismo era - ed è - un nemico da abbattere, meglio se vilmente nella notte oppure con due fucilate a tradimento lungo la sua strada.

Nella seconda modalità almeno c’è il morire come si è vissuti: con gli stivali addosso e l’Harley in fiamme come una pira funebre. È, però, sempre morire, è  comunque essere sopraffatti dalla schiavo, insomma è sconfitta. La sconfitta, fine inevitabile per ogni ribellismo generico e individualista fine a se stesso. 

Il ribelle, se vuole sopravvivere, se vuole poter vivere libero, deve evolversi, se non in rivoluzionario, almeno in rivoltoso e strutturare la sua azione, se non per imporre la libertà ai servi, almeno per poterla vivere lui. 

 

Ferdinando Menconi

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