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Il sudanese dai piedi piccoli

Preghiere e lavoro. Una landa desertica trasformata

in cemento. Palazzi che cedono. Sogni

trasformati in incubi. Costruiti sul sangue

degli schiavi. Il nostro inviato in Arabia Saudita. 

Avrà avuto il 37, piedi piccoli su un corpo da gigante. Era appena tornato da Karthoum, dov’era andato al funerale del fratello, ma non sembrava particolarmente triste. Un ristorante italiano a Karthoum, diceva, sarebbe un grande affare, oggi il Sudan è il paese del futuro, delle grandi opportunità.

Ma nel frattempo era tornato a Riyadh, dove il business è già oggi, non si deve aspettare.

E Abdul, così si chiamava il sudanese dai piedi piccoli, lo sapeva bene, voleva diventare ricco e poi tornare in Sudan da signore.

Vip business development, così recitava il suo biglietto da visita, tipica qualifica di chi non ha qualifica, che in altri tempi e in altri luoghi si sarebbe definito faccendiere.

Ma in questo angolo di rigido mondo islamico i faccendieri proliferano, e ognuno di loro millanta conoscenze con qualche membro della enorme famiglia reale che controlla gran parte dei proventi derivanti dal petrolio. 

Coffee land si chiama il posto in cui Abdul ci convoca, in attesa che arrivi un fantomatico funzionario del governo che gestisce direttamente tutti gli investimenti legati all’energia.

Dopo un’ora arriva; voce hollywoodiana e sguardo attento chiede innanzitutto di capire come siamo finiti a quel tavolo, in questi posti ogni parola e ogni cosa deve essere capita, perché ogni parola e ogni cosa può creare problemi o portare ricchezza, anche se  non riesco  a capire l’utilità  della ricchezza per chi vive a Riyadh, città sterminata di cui nessuno conosce ormai il numero di abitanti.

La vita qui è scandita dalle preghiere e dal lavoro, come un enorme convento, dove invece che coltivare orti e preparare liquori di erbe, si costruiscono autostrade e palazzoni.

Autostrade che finiscono in altre autostrade che finiscono in altri grandi raccordi e così via in un girone infernale che ha trasformato questa desolata landa desertica in qualcosa secondo me di molto peggio e cioè una desolata landa di cemento, dove Abdul ingurgita un caffè doppio dietro l’altro, per mantenersi sveglio e forte come, dice lui,  un cammello sudanese.

Nella coffee land ovviamente, come in tutta l’Arabia Saudita, non vi è traccia di alcol, severamente vietato, pena l’incorrere nel terribile ente per la protezione delle virtù e il divieto del vizio che potrebbe comminare centinaia di frustate se non addirittura la morte per il consumo di bevande alcoliche.

Caffè arabico beve anche il governativo, che è sempre più sospettoso, alla ricerca di un suo ruolo in questo affare; forse percepisce il fatto che a me di questo, come di altri affari non interessa assolutamente niente e così dopo pochi minuti di reciproca finzione ci si saluta rimandando il tutto a successive email che tutti sanno benissimo  non verranno mai inviate, ne tantomeno scritte o pensate.

Ma c’è un altro affare che Abdulmoniem Al Gadal, nome completo del sudanese, cerca in extremis di arraffare: un suo contatto ha giù un enorme terreno e 130 milioni di euro sul conto pronti per realizzare un enorme stoccaggio di merci refrigerate e sta cercando un socio straniero che gli venda le attrezzature e la tecnologia; il funzionario italiano che mi accompagna in questo incontro, da buon funzionario della camera di commercio italo araba, chiede un progetto con qualche indicazione in più, ma qui progetti non si fanno, si deve scommettere sul sudanese dai piedi piccoli: prendere o lasciare.

E la scommessa su cui si sta muovendo questo paese è una scommessa con una posta in gioco molto alta, una posta che coinvolge non solo la capacità di questa monarchia assoluta di mantenersi al potere coniugando una modernità apparente con una società islamica rigida, ma coinvolge l’equilibrio di tutta la regione e di conseguenza del mondo intero.

L’Arabia Saudita è infatti il paese con le maggiori scorte di petrolio al mondo, e il suo stretto legame con gli Stati Uniti è qualcosa di veramente paradossale se visto da qua.

Si è fatta una guerra per esportare la democrazia e ci si è alleati con il più rigido regime al mondo, dove la parola democrazia non ha alcun senso; si usano le donne afghane come giustificazione per lo sterminio dei talebani e di decine di migliaia di civili di quel disgraziato paese, e si è alleati di un paese in cui le donne non esistono, non hanno alcun diritto, se non quello di vagare come fantasmi nei pochi mall affacciati sempre su queste superstrade trafficatissime. 

Indossano l’abaya, la tunica nera  delle musulmane più osservanti e hanno il capo coperto da burqa integrali  o da niqab, che consente  una piccola fessura per gli occhi e osservandole mi torna alla mente l’antica leggenda che fa risalire a Tamerlano e alla sua moglie fedifraga l’origine del burqua, quando, per nascondere i segni indelebili di un bacio focoso dell’amante, prima la moglie e poi lo stesso Tamerlano tornato dalla guerra e scoperto il tradimento,  lo imposero a tutte le donne del regno che aveva Samarcanda come capitale. Ma Tamerlano e il fascino delle leggende dell’Asia Centrale sembrano così lontani in questi squallidi centri commerciali dove le donne hanno dei piani a loro riservati  e sognano le griffe internazionali presenti in questi centri, che qui fanno affari d’oro e che in Occidente parlano del ruolo sociale dell’impresa. I soldi non han colore, così come la politica che ormai ne è figlia.

È la real politik si dice, è vero, è sempre stato così, ma mai come in questa fase storica l’opinione pubblica è presa in giro, soprattutto perché i più grandi crimini che si compiono in quest’epoca vengono commessi con motivazioni umanitarie, di rispetto dei diritti delle donne, di rispetto del lavoro. 

Ma in questa città, dove cellulari ricoperti da brillanti vengono esisbiti come trofei dalle donne fantasma e suonano in continuazione, questi concetti sembrano non essere mai esistiti.

Le donne non hanno diritti e i lavoratori sono considerati merce da scambiarsi come un telefonino.

Basta vederli, su queste impalcature dall’equilibrio precario, senza nessuna protezione, mentre cotruiscono l’ennesimo palazzone che sarà poi occupato dall’azienda dei telefoni o da qualche filiale di multinazionale americana.

Vengono dal Pakistan, dall’India, dal Bangladesh e anche tra i disperati esiste una gerarchia; in fondo alla lista ci sono i Bengalesi, pagati 80 euro al mese per rischiare la vita su travi pericolanti o per arrostirsi ai 50 gradi estivi mentre asfaltano le nuove strade, che lasciano negli svincoli tristi spazi verdi che diventano anch’essi grigi, perché gli impianti di irrigazione non riescono a contrastare la sabbia che spira dal deserto che stringe la città. Questi svincoli verdi dovrebbero ricordare che Riyadh è il plurale di rawda e significa giardini,  nome che assume un tono strano nel traffico di suv e macchinoni americani.

Il costo quasi nullo della benzina contribuisce ulteriormente all’uso della macchina per qualunque spostamento anche perché ad oggi Riyadh non ha nessun tipo di trasporto pubblico; ancora una volta in questa come in altre parti del mondo che si modernizzano velocemente il primo obiettivo è costruire strade e palazzi, crescere, in un delirio del fare che può portare solo disastri.  

Le crepe non tardano ad arrivare, Dubai ne è l’esempio: Burj Dubai, il più alto grattacielo del mondo inaugurato il 4 gennaio scorso non tiene; crepe sono emerse al 124esimo dei 160 piani del grattacielo. La torre è stata chiusa per "problemi tecnici", ha spiegato Emaar Properties, il colosso immobiliare che sta dietro l'ambizioso progetto, colosso che ha costruito mezzo golfo persico. Il sorriso dello sceicco Mohammed al Maktum, padrone di Dubai,  ha perso un po’ di smalto ultimamente. Le onnipresenti gru si sono prese una pausa nel panorama, come ferme nel tempo. Ci sono innumerevoli edifici fermi a metà, all’apparenza abbandonati, così come le migliaia di auto non pagate e lasciate in aeroporto con le chiavi dentro da chi è fuggito dal paradiso che si sta trasformando in inferno. Nelle costruzioni più scintillanti, come l’enorme hotel Atlantis, un gigantesco castello rosa, edificato in 1000 giorni ad un costo di più di un miliardo di euro su un isola artificiale costruita ad hoc, l’acqua piovana filtra dal soffitto e le tegole si staccano dal tetto. Questa terra da favola è stata costruita su un sogno e adesso comincia a diventare un incubo. Ora che la folle esplosione dei cantieri si è fermata ed il vento sta girando, i segreti di Dubai stanno lentamente emergendo, segreti di una città costruita da zero nell’arco di pochi decenni selvaggi di macro-credito e di uccisione dell’ecosistema, di soprusi e di schiavitù e che non potrà  far altro che concludere la sua folle corsa con uno schianto. Ma nonostante le avvisaglie che Dubai sta dando, nessuno sembra farci caso. Il Kingdome Tower di Riyadh, edificio avveniristico e simbolo della città,  con il suo ristorante al settantasettesimo piano, segue quella direzione, anche se va detto che Riyadh non ha ancora puntato a una crescita verso l’alto, non ha ancora la skyline definita; le tute blu impolverate lavorano soprattutto alla costruzione di brutti palazzoni. 

Grande mercato per le costruzioni questo; il cemento è ovunque, dai posti di blocco davanti agli alberghi o lungo le strade per paura delle autobombe alle barriere lungo le grandi arterie di traffico o per segnalare cambiamenti nella circolazione;  i blocchi di cemento sono pesantissimi, ma qui nessuno si preoccupa di chi li deve spostare. Riyadh oggi, così come già Dubai, Abu Dhabi, Doha e tutte le città del Golfo ieri, cresce sul sangue degli schiavi, arrivati qui per sostenere le loro povere famiglie in Bangladesh o nel sud dell’India e ritrovatisi poi in trappola, con il passaporto sequestrato dai loro datori di lavoro, il quotidiano rischio della vita e stipendi poco più alti di quelli che avevano in patria. È così che nascono le nuove grandi opportunità economiche.     

Li vedi al mattino, a far colazione al Marriott o allo Sheraton, sono americani soprattutto, con le loro valigiette e i loro computer, con progetti di nuove infrastrutture e nuove costruzioni. Invece di finanziare studi e ricerche sui nuovi mercati sarebbe interessante capire l’intensità di vite spremute e poi gettate  per queste opere; ma nessun ministero occidentale, nessuna università, nessuna azienda finanzierà mai uno studio di questo tipo e così quelle valigiette e quei computer,  reali armi di distruzione di massa del nostro tempo, mantengono i loro macabri segreti. 

Sono rasati come solo gli americani sanno essere, spesso grassi come solo gli americani sanno essere e convinti della loro missione: costruire, qui c’è così tanto da fare! I sauditi hanno i soldi e comprano il lavoro così come qualunque altra merce, visto che loro di lavorare non ne hanno la benché minima voglia, lavorano solo nel settore pubblico, ingrassando pletore di inefficienti funzionari e ingrassando loro stessi, gonfiati da un miscuglio di fast food americani e dolci arabi. L’Arabia Saudita è il Paese in cui più di un quarto della popolazione soffre di  diabete di origine alimentare e fa sorridere sapere che il  Governo avrebbe avvertito la popolazione che il consumo di locuste non dovrebbe essere considerato un’adeguata terapia contro il diabete e invita a non mangiare gli insetti in quanto potenzialmente contaminati dai veleni impiegati nei programmi di eradicazione. 

I miei pochi giorni  a Riyadh son terminati,  ritorno all’aeroporto per imbarcarmi sul volo per il Cairo; mi trovo di fronte a una lunghissima fila fuori dallo scalo, ma per uno strano gioco del destino che fa sì che a volte lo straniero sia visto come un nemico e altre volte come un ospite, mi trovo quasi senza rendermene conto, in pochi minuti, seguendo le indicazioni degli addetti all’aeroporto, al check in e al controllo passaporti. Il gate è il 14 e nella porta a fianco è indicato il volo per Peshawar; mi sembra di essere in una scuola coranica, i pachistani tornano a casa con i loro carichi di speranze e con gli occhi stanchi. Osservo i loro piedi, hanno sandali e scarpe pesanti, non ci sono scarpe da ginnastica occidentali, e non vi sono piedi piccoli come quelli di Abdul, il sudanese. 

 

Francesco Bertolini

  francesco.bertolini@unibocconi.it 

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