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Moleskine marzo 2010

Dal Ribelle Quotidiano

Quella che segue, nella pagine di Moleskine relative a marzo 2010, è una selezione di alcuni articoli pubblicati nella edizione quotidiana (on-line) de La Voce del Ribelle.

Sul web affrontiamo temi inerenti l’attualità, con incursioni brevi - e spesso anche dense - per offrire degli spunti di riflessione sugli avvenimenti quotidiani oltre agli approfondimenti che invece lasciamo alle pagine stampate del mensile.

Stampare parte di questi brevi articoli arricchisce, a nostro avviso, anche il mensile che avete tra le mani. 

Un giorno sarà, di fatto, memoria storica dei mesi passati. Da tenere sempre a mente, per “leggere” anche i fatti del giorno.

L’edizione quotidiana, grazie al sostegno degli abbonati che hanno deciso di aderirvi, sta crescendo rapidamente. Sia con contenuti scritti sia dal punto di vista multimediale, per esempio con la trasmissione Noi nel Mezzo, tutti i lunedì in diretta alle 16 e 30. Grazie a tutti. 

 

Stato, mafia e deduzioni 

Onestà intellettuale impone di usare cautela: solo chi ha la sfera di cristallo - o la verità in tasca... - può realmente dire con esattezza se ci siano state (e se ci siano tuttora) delle collusioni tra Stato e Mafia. Così come solo la Magistratura, e non è neanche sicuro, potrà dire se le gravissime parole di Ciancimino sono vere o meno, in merito all'accordo con la Mafia alla base della nascita e del successo di Forza Italia, immediatamente dopo Tangentopoli e quella che viene definita "stagione delle stragi".

Una cosa è certa però, anzi, molte cose sono già certe. È certo, ad esempio, che alcune supposizioni chiunque può farle. Anzi che ha il dovere di farle. E certa è anche la liceità di porsi alcune domande, per arrivare, appunto, a delle supposizioni.

Non ci esimeremo dal farle, dunque, poiché l'argomento naturalmente merita.

Ma ancora prima sono certe altre cose. È certo, ad esempio, che anche Andreotti abbia avuto delle frequentazioni mafiose. È scritto nei verbali, anche se per le stesse, Andreotti, non ha mai pagato. Non perché sia stato assolto dall'averle avute, quanto perché le accuse, in merito, sono cadute in prescrizione. Ciò non impedisce al divino Giulio di sedere ancora nel nostro Senato.

È certo poi che tanti politici, di ieri e di oggi, hanno avuto frequentazioni mafiose, è certo che molti di questi sono stati condannati, è certo che molti Comuni sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose. Sono certi inoltre appalti di stampo mafioso, così come sono certi tanti pentiti che parlano di collusioni tra Mafia e Stato.

Sopra ogni altra cosa, dunque, è lecito in materia nutrire legittimi dubbi.

Ognuno può trarre le conclusioni che crede, ma è certo altresì che ponendosi alcune domande, le conclusioni alle quali si può sinceramente arrivare, anche se solo a titolo, appunto, di supposizioni, non sono molto dissimili dalle parole di Ciancimino.

Perché come è possibile pensare che siano stati uccisi dei Magistrati proprio nel momento in cui si erano avvicinati alla politica nell'indagare su fatti di stampo mafioso, senza credere che qualcosa di vero ci sia?

Come è possibile che nel nostro Parlamento siedano tanti politici incriminati per crimini legati direttamente o indirettamente ad ambienti mafiosi senza farsi venire qualche dubbio? Come è possibile che il nostro Presidente del Consiglio, che appella Mangano (e sappiamo tutti chi era) quasi fosse un patriota, impegni la maggior parte del suo tempo a promulgare leggi e leggine per evitare di farsi processare e quindi non pensare che dei processi abbia paura eccome? Come è possibile che pur inasprendo - a quanto pare - la lotta alla Mafia, essa riesca ancora ad avere una influenza così estesa nel nostro Paese senza pensare poi che forse, tali inasprimenti, sono più sui numeri che nei fatti?

Sopra ogni altra cosa, come è possibile, in uno Stato che si proclama di diritto, che una azienda (che di questo si tratta) come la Mafia, riesca imperterrita a fare affari di così grande penetrazione e rilevanza economica senza avere la politica come appoggio, se non altro continuando a dare appalti ad aziende che puzzano di Mafia da almeno mille chilometri di distanza?

Fuori di metafora, la domanda più ovvia da rivolgersi, a questo punto, è la seguente: è possibile pensare che uno Stato come il nostro non abbia al suo interno, a livello politico, qualche tipo di collusione con la Mafia? 

Ciancimino o meno, già formularsi una domanda del genere, spiega tutto. 

 

V.L.M.

 

Abusivismo in Tangentopoli 

Tangentopoli, ovverosia città delle tangenti: secondo alcuni stiamo per tornare a quell’epoca, se non ci siamo già. Purtroppo è un’analisi ottimistica perché, proseguendo nell’allegoria della città, nella Prima Repubblica un “piano urbanistico” c’era, il denaro della corruzione passava per le segreterie dei partiti, che centralizzati com’erano, necessitavano di quel flusso di denaro per prosperare e mantenere mastodontiche macchine organizzative. Le risorse andavano razionalmente gestite, c’erano una logica e un metodo, non c’era spazio per cani sciolti. Certamente si creavano anche  fortune individuali da usarsi in prospettiva di latitanze dorate, ma era un marcio ordinato che serviva al sistema. 

Oggi il piano urbanistico è saltato: la corruzione non è più funzionale ai partiti, che hanno sistemato le cose per prelevare direttamente dalle tasche dei contribuenti il denaro necessario perla struttura, ma sono i partiti diventati funzionali a gruppi e cordate di tangentari che agiscono in maniera autonoma e scoordinata a meri fini privati. Il partito serve loro per raggiungere posizioni chiave e legittimare le loro richieste, non è più il contrario. 

È questo “abusivismo edilizio” a regnare incontrastato nella nuova città delle tangenti, che, senza più regole (criminali) né logica, rende la situazione ancor più perniciosa di allora. Il sistema dei partiti, delle grandi centrali organizzate di corruzione, usava, sì, il paese per mantenersi, ma ben sapeva che non poteva uccidere la gallina dalle uova d’oro. Adesso la situazione è radicalmente cambiata, non c’è più un sistema, nessuna mente a regolare i flussi di denaro sottratti alla nazione, tutto avviene a titolo personale, malgestito in piccoli gruppi, che spesso si intersecano secondo schemi che oltrepassano gli schieramenti. 

La vacca non si pensa più a mungerla al meglio, la si sta uccidendo senza però neppure pensare a ottimizzarne la macellazione. Gli sprechi non sono solo nella gestione dello Stato, ma anche nella stessa gestione delle tangenti. Non siamo di nuovo a tangentopoli ma siamo di fronte ad una situazione ben peggiore che, grazie anche alla sua struttura parcellizzata, sarà molto più difficile far venire pienamente alla luce e stroncare.

 F.M.

 

Unità d’italia: dove? Festeggiare cosa? 

Ieri sul Corriere l’ineffabile Galli della Loggia, senza fornire uno straccio di argomento, metteva in guardia dalla critica al Risorgimento e all’Unità d’Italia in quanto tale. Sommo delitto, ma legittima offesa: dove sta scritto, chi l’ha deciso il divieto di discussione sull’unificazione di questo Stato raccogliticcio e privo di nerbo nazionale? L’editorialista delle cause vincenti per una volta si è fatto avvocato di una causa persa, quella del 150° anniversario che si celebrerà l’anno venturo, di cui lui, storico, in teoria dovrebbe occuparsi in mezzo a un variopinto comitato di garanti dalle competenze storiografiche alquanto discutibili (alcuni nomi: l’ubiquo Gianni Letta, il giurista Gustavo Zagrebelsky, la scrittrice Dacia Maraini, il filosofo Marcello Veneziani – successivamente dimessosi – il giornalista Pietrangelo Buttafuoco, il ballerino Roberto Bolle). In teoria, dicevamo, perché la cassa è vuota. A pensar bene di svuotarla è stato il ministro dell’economia Giulio Tremonti (per una volta: bravo!). Il budget messo a disposizione in origine per i 350 festeggiamenti sparsi per la penisola era assai cospicuo: ben 1 miliardo di euro. Già a metà 2009, Tremonti dichiarava che quel miliardo non c’era più. Nel settembre scorso il suo collega alla cultura, il poeta Sandro Bondi, presentava al Capo dello Stato, l’ex comunista internazionalista Giorgio Napolitano, il calendario ufficiale del rito: ridotto a misera cosa rispetto agli intenti iniziali. Il piano originario era un faraonico elenco di elargizioni che con la ricorrenza c’entravano poco, ma c’entravano molto con il consenso: 6 milioni per un museo dell’arte nuragica a Cagliari, 100 milioni per la nuova sede dell’Istat a Roma, 42 per i restauri di Palazzo d’Accursio a Bologna, 17 al Polo archeologico di Canosa di Puglia, 8 per i restauri dell’Istituto per le Relazioni con l’Oriente di Macerata, 8 per la nuova sede dell’Herbarium Mediterraneo a Palermo, 7 per il restauro dell’hotel del Parco del Valentino a Torino, persino 10 per i “nemici” storici del Centro studi della Mitteleuropa di Udine. Dopo le forbici tremontiane, sono rimaste in piedi solamente undici opere: 7 già iniziate, altre 4 da finanziare integralmente. Queste ultime vale la pena di elencarle: l’Auditorium del Maggio Fiorentino (100 milioni previsti), il Palazzo del Cinema a Venezia, il Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, l’Auditorium di Isernia (30 milioni previsti). Come si vede, il legame con la proclamazione del Regno d’Italia nell’anno di grazia 1861 resta opinabile. Ma tant’è: trattandosi dell’Italia, siamo di fronte ad una festa all’italiana. Dove si arraffa quel che si può sfruttando l’occasione propizia. 

E l’occasione è il mito dell’Unità. Ci provano, a inculcare l’idea di un’unanimità corale per un sentimento di Patria che non c’è, ma basta grattare un poco e si scorge subito la cartapesta. L’Italia è oggi qualcosa di definibile come “terra dei padri” (chè questo significa “patria”)? È nel qui e ora che si dovrebbe trovare quel collante immediato, naturale, comune, profondamente e diffusamente sentito che è il patriottismo. Un collante che negli Italiani non esiste. E non esiste per il semplice motivo che non possediamo un'immagine condivisa e rispettata del passato unitario. Per forza: l'unificazione risorgimentale è stata affare di sparute minoranze idealiste e soprattutto campo di manovra di una potenza regionale, il Piemonte dei Savoia, che ha fatto e disfatto tutto il possibile per mangiarsi lo Stivale. Plebisciti taroccati, repressioni contro i ribelli (fatti passare per "briganti"), centralismo schiacciasassi su una plurisecolare realtà di ricchi particolarismi, terra bruciata dell'economia meridionale a tutto vantaggio di quella lombardo-piemontese, negazione della questione sociale (differenza fra paese reale e paese legale) e della questione locale (le tradizioni politiche, civili e culturali pre-unitarie): fu una strage, voluta e programmata, di ciò che i popoli italici erano stati fino a quel momento.

Attenzione: fino ad allora, il senso patrio per quei popoli era dato non dalle conformazioni statali che nei secoli si succedettero caoticamente, magari sotto il tallone dello straniero (francese, spagnolo, austriaco, etc). Tranne eccezioni, come la Serenissima Repubblica di Venezia, i regni si erano creati e rimescolati sulla base di convenienze ed esigenze di pura realpolitik. Tuttavia resisteva rigoglioso un sostrato costituito dalle molto più solide e popolari usanze comunitarie, che solo la modernità e lo Stato unitario hanno in gran parte spazzato via in questi ultimi centocinquant’anni. Gl'italiani, in altre parole, non hanno mai avuto una patria intesa come identificazione di Stato, Nazione, Popolo. Né quando era un crogiolo di rissosi staterelli, né tanto meno quando venne inglobata come un carciofo nel regno sabaudo. Hanno sempre e solo avuto attaccamento per il proprio piccolo microcosmo di volta in volta municipale, regionale o altro. Da un punto di vista politico, insomma, non esistettero mai nemmeno le cosiddette piccole patrie. Se non per riconoscenza che le popolazioni davano agli Stati pre-risorgimentali in cambio della più o meno larga possibilità che essi lasciavano alla particolarità locali per sussistere e prosperare (in questo, e solo in questo senso, secondo noi, andrebbe recuperato e attualizzato il concetto di piccola patria). Ciò che rendeva italiani gl'Italiani prima del 1861 era il fatto che, giustamente, se ne stavano abbarbicati sulle proprie specificità difendendole gelosamente dall'ingerenza del potere statale di turno. L'italiano era tale per definizione perchè si sentiva un non-italiano. Era milanese, fiorentino, romano, genovese, salentino, sardo, siciliano. Ma italiano, no. E neppure asburgico, borbonico, papalino o devoto al reuccio sopra di lui. 

Bisognerebbe prendere atto in primo luogo che tale localismo allergico all'amor di qualsiasi autorità è rimasto - anche se oggi, inquinato alle midolla, si mischia con l'individualismo consumistico tipico dell'Occidente moderno, demolitore di ogni tradizione e memoria, e perciò di ogni rispetto patrio. E in secondo luogo che esso, fatto di campanili, piane, valli e al massimo regioni linguistiche (dialettali), è l'autentica ricchezza dell'espressione geografica chiamata Italia. D'Azeglio ha perso: gl'Italiani non si sono mai fatti. Quale Unità… 

A.M.

 

Si scrive “tecnici”, si legge “banchieri”

Tremonti attacca il sistema bancario internazionale, secondo copione, e Draghi lo difende, in maniera altrettanto prevedibile. Nell’ultimo botta e risposta tra i due, arrivato a latere del G7 che si è appena concluso a Iqualit, remota località del Canada settentrionale non lontana dal Circolo polare artico, non c’è nulla di nuovo. I due “avvocati” hanno tenuto fede ai rispettivi ruoli, difendendo gli interessi dei rispettivi “clienti”. Il ministro dell’Economia tira acqua al mulino della politica, e ribadisce che spetta ai governi definire le nuove norme della finanza mondiale. Il governatore di Bankitalia replica che quelle modifiche devono essere raggiunte con il concorso di tutti i soggetti coinvolti. Formalmente è accomodante, al punto che in via preliminare precisa che non c’è «nessuna polemica». Nella sostanza è lapidario, visto che quello che aggiunge suona come un’affermazione irrefutabile. Come il più logico e indiscutibile dei principi: «tutti partecipano all’elaborazione delle regole, politici e tecnici».

A prima vista, se non si è sufficientemente smaliziati, può sembrare una precisazione all’insegna del buon senso, intonata com’è al consueto ritornello delle riforme “condivise”. O quanto meno del confronto con le parti sociali, per restare in ambito economico. In realtà le parole di Draghi nascondono al loro interno una mistificazione più sottile. E più insidiosa. Parlare di tecnici, infatti, significa utilizzare un termine capzioso, che mira a suggerire un’idea di oggettività. I tecnici come elementi “super partes”, che formulano i propri giudizi sulla base di nient’altro che non sia la loro competenza, di rango fatalmente superiore a quella di chiunque altro. I tecnici che aiutano i politici a comprendere l’effettiva natura dei problemi sui quali essi, forti del mandato popolare, si accingono a intervenire. I tecnici, per sintetizzare, che trasformano la politica in scienza. L’astrazione in concretezza. Le aspirazioni confuse in decisioni pratiche. E praticabili, essendo state plasmate in modo tale da poter coesistere con le condizioni generali su cui si andranno a innestare.

La frase di Draghi va riscritta, se la si vuole capire correttamente. E una volta che la si sia riscritta suona così: «tutti partecipano all’elaborazione delle regole, politici e banchieri». Un messaggio che è stato espresso sommessamente, quasi en passant, ma che vale un monito: il potere bancario non acconsentirà a nessuna modifica che non sia stata concordata in via preventiva. Se si tratta solo di gettare un po’ di fumo negli occhi dell’opinione pubblica, facendo vedere che si è posto un freno a certi abusi del passato, trovare un accordo sarà non solo possibile ma addirittura consigliabile. Dare nuova credibilità al sistema è interesse anche delle banche. Ma che nessuno si sogni – ammesso e non concesso che dietro le alzate di scudi di Obama e di Tremonti vi sia qualcosa di più di una pantomima, o di una lotta intestina alla finanza internazionale – di andare oltre. Non saranno coloro i quali stanno vincendo la partita, a permettere che il casinò chiuda anzitempo. 

F.Z. 

 

Il balletto di Tremonti e Draghi

Giulio Tremonti e Mario Draghi, i bibì e bibò della finanza italiana. Nella vulgata sono rappresentati come irriducibili avversari, sostenitori di due vie opposte per risolvere la crisi economica: il primo fautore di una sorta di neo-keynesismo, più Stato e più controllo pubblico su banche e industrie; il secondo guardiano dell’ortodossia monetarista, con le banche centrali a tenere la politica subalterna ai loro piani partoriti nelle segrete stanze. Poi, di punto in bianco, in nome del santino falso e bugiardo dell’«interesse nazionale», il ministro dell’economia Giulio si fa sponsor del  governatore di Bankitalia Mario come candidato presidenza della Banca Centrale Europea. E allora andiamo alla lavagna e rinfreschiamoci la memoria sulle biografie di questi due nemici per caso, ma amici e complici per dovere di casta. 

Draghi, allievo del professor Caffè, nel 1976 ottiene il dottorato presso il Mit di Boston con Franco Modigliani. Una brillante carriera accademica consacrata nel 1984, ancora giovanissimo per gli standard gerontocratici dell’ambiente, con la nomina a direttore esecutivo della Banca Mondiale. Nel 1991 diventa direttore generale del ministero del Tesoro. Nel giugno del '92 è uno dei partecipanti alla famosa riunione sul panfilo Britannia al largo di Civitavecchia, quando il gotha di Wall Street e della City londinese s'incontrò con i vertici dell'industria e delle banche di Stato italiane per ordire la fine dei campioni nazionali, dati in pasto al mercato internazionale. Presente anche l’allora governatore della Banca d’Italia Ciampi, in quell’occasione ignorata dagli annali ufficiali furono decisi i termini della svendita di mezzo Paese, altrimenti nota come privatizzazione di Iri, Enel, Eni, Ina, Telecom, Credito Italiano, delle industrie siderurgiche e agro-alimentari statali ecc. Complice il filantropo Soros che speculò sulla lira facendoci uscire dallo Sme, la stampa alimentò una campagna martellante per incutere il timore nel popolo italiano di “non entrare in Europa". Condizione essenziale per entrarvi era infatti diminuire l'enorme debito pubblico italiano, e per fare questo il metodo veniva dato per obbligato: vendere massicciamente tutto il comparto industriale di Stato. Draghi fu l’architetto dei grandi saldi: nel 1993 viene messo a capo del Comitato Privatizzazioni. Le dismissioni fecero diminuire il debito pubblico di una quota irrisoria, dal 125% al 110% del Pil. Nel 2000 Ciampi, divenuto Presidente della Repubblica, lo nomina Cavaliere di Gran Croce. E nel 2002, sempre per meriti sul campo, la Goldman Sachs lo accoglie fra le sue file come vicepresidente per l'Europa. Oggi, l’uomo di fiducia della banca che più ha lucrato sulla crisi mondiale ce lo ritroviamo a presiedere l’istituto di via Nazionale. Domani, potrebbe manovrare l’intera politica monetaria europea. 

Il signore che ci ritroviamo a sovrintendere il ministero dell’Economia, dal canto suo, è un ragazzo cresciuto all'ombra del ministro socialista Reviglio, un ragioniere di Sondrio che dalle colonne del Manifesto ai fondi sul Corriere della Sera passò nelle liste di Segni nel '93-'94 per poi salire sul carro del vincitore a trentadue denti (Berlusconi, disprezzato fino a un giorno prima). E’ stato il teorico e pratico della "finanza creativa", il maestro di condoni e scudi fiscali. Adesso si fa passare come il Robin Hood (tax) che si scaglia contro banchieri e petrolieri. E’ uno dei papabili a succedere a sua maestà Silvio. Crede di farci fessi con la storiella del "mercatismo", presunto figlio degenere del liberismo. Predica il motto fascista "Dio, Patria, Famiglia". Tre valori, giusti o sbagliati non è il caso di approfondire qui, rasi al suolo proprio dal capitalismo e dai suoi sottoprodotti e sottomarche. Invoca il ritorno a Keynes e all'intervento dello Stato nell'economia, spacciando dosi di debito pubblico tramite i bond che portano il suo nome, quando fino a ieri era assertore della supremazia del privato sul pubblico (vi ricordate la svendita di immobili statali, le famose "cartolarizzazioni"?). Pur di stare a galla, in trent'anni di carriera politica e pubblicistica ha sposato ogni ideologia e il suo contrario: da socialista è diventato liberale, poi si è trasfigurato in liberista berlusconiano, ha poi abbracciato il colbertismo immaginario per finire neo-statalista a tutto tondo, con tunica di crociato e erre moscia da insopportabile saccente. Perché Tremonti sa. Sa tutto. Sa del signoraggio, sa dell'immonda ingiustizia che va sotto il nome di dittatura finanziaria. Come fiscalista era presente anche lui sul Britannia. E ora, questo voltagabbana impunito cambia di nuovo idea e appoggia il compare-rivale Draghi. Lui, nei suoi libri, parla di paura, parla di speranza, parla di profitto ancorato alla giustizia sociale. Parla per ingannare. Parla per tacere tutte le cose che sa. E che non vuole cambiare. Pena la fine del vero potere, quello che accomuna lui, Draghi e l’intera oligarchia politico-affaristica: il potere del denaro unico dio.  

A.M.

 

Idv: era tutto un bluff?   

Non ci hanno colpito, del congresso dell’Italia dei Valori, la sconfitta del duro e puro De Magistris, la consacrazione della svolta istituzionale decisa da Di Pietro, la conferma dell’alleanza strategica col Pd, e nemmeno le parole forti usate da Gioacchino Genchi, l’intercettatore, contro il regime berlusconiano. Era una recita già scritta, in un partito con un padre-padrone e per giunta in finale di chiusura delle candidature per le regionali di fine marzo. A farci riflettere, invece, è stata l’inconsistenza ideale, una volta si sarebbe detto “ideologica”, della formazione dipietrista. Ebbene, qual è l’ideologia dell’IdV? In base alle parole del sui leader, essa si riduce unicamente ai «valori della Costituzione». Siamo di fronte, perciò, ad un partito che non ha nessuna aspirazione ad alcun cambiamento profondo, ma al contrario come scopo programmatico persegue la difesa dell’esistente ordine costituito messo nero su bianco dalla Carta del ’48. Una forza apertamente conservatrice e ostinatamente costituzionale, come si vede. Di qui il legalitarismo come bandiera e l’antiberlusconismo come ragione di vita. Ma l’ex pm di Mani Pulite, che stupido non è, vuole superare questa condizione di minorità politica proiettando nel futuro il proprio esercito di transfughi di destra e sinistra elaborando qualcosa di più del costituzionalismo in chiave anti-Silvio. Il problema è che questo “qualcosa” non c’è, e non può esserci. Per il semplice fatto che la Costituzione non ammette di essere radicalmente cambiata, e soprattutto per un altro, decisivo fatto: i presupposti perché ciò avvenga, ossia un rigetto di massa verso una democrazia di facciata ostaggio di oligarchie politiche, affaristiche, finanziarie, non sono neanche immaginabili, quanto meno per ora. 

L’Italia dei Valori è il guardiano di valori che, sebbene disattesi nella realtà, la coprono e di fatto la puntellano convogliando il malcontento in un’azione difensiva, anziché offensiva, alternativa, di ribellione. È lo sceriffo che combatte una guerra, persa in partenza finché a comandare saranno i signori delle banche e degli affari, per il primato della legge. Ora, finché la legge è questa e tutti vi siamo sottoposti, un minimo di decenza impone di farla rispettare a coloro i quali, in linea di principio, dovrebbero esserne i primi custodi, cioè i politici, e in secondo grado a chi dovrebbe osservarla più di tutti, cioè coloro che hanno più mezzi per aggirarla: i poteri forti. Ecco il senso, ad esempio, dell’appello in difesa della Carta scritto dal direttore politico di questo giornale e da Marco Travaglio. Ma non ci si aspetti un passo oltre a questo, dalle truppe di Di Pietro. Un mio amico e collega, anche lui convinto sostenitore del Manifesto dell’Antimodernità di Massimo Fini, spiegandomi i motivi per cui ha accettato l’offerta di De Magistris di candidarsi come indipendente nelle liste dell’IdV alla regionali, mi ha detto: «Lo faccio per due ragioni: primo, 

per utilizzare la tribuna elettorale come podio di diffusione delle idee antimoderne, per quel che potrò fare; e secondo, per sfogarmi un po’ e, nel caso venissi eletto, fare il guastatore». Ecco: messa così, un’opposizione interna al sistema ha un senso. 

Ma un senso eretico, dal momento che questo mio amico dovrà vedersela con gli equilibri col Pd (che producono l’appoggio di un indagato come De Luca in Campania), e ancora di più con la sordità di un partito che dall’orecchio della rivolta contro questo modello di sviluppo e di vita non ci sente, perché l’orecchio per sentire non ce l’ha. Fuor di metafora: pensando esclusivamente a montare la guardia allo status quo legale (cosa, ripetiamo, giusta perché terra terra, perché ci fa ribollire il sangue passare per fessi in un’Italia eternamente dei furbi), i dipietristi non vengono sfiorati dal pensiero tremendo che sia tutto sbagliato, tutto da rifare.   

A.M. 

 

Gli scontri di Milano. E gli inganni del melting pot

Egiziani contro peruviani. Nordafricani contro sudamericani. La chiave per capire gli scontri di sabato scorso a Milano è qui: nel ruolo determinante giocato dall’appartenenza etnica delle persone coinvolte, non tanto nell’episodio iniziale della rissa e dell’omicidio quanto nelle violenze che hanno seguito la morte del 19enne egiziano. 

Nel gran parlare di immigrazione, infatti, ciò che di solito si evita di affrontare è il problema dell’integrazione non già dei singoli individui ma dei gruppi etnici cui essi appartengono. L’ipotesi comunemente accettata, fin quasi a diventare un dogma, è che l’amalgama (il famigerato “melting pot” statunitense) sia un approdo inevitabile. O presto o tardi, i diversi gruppi troveranno un punto di equilibrio. Volenti o nolenti impareranno a convivere. A capirsi l’un l’altro. O a sopportarsi, quanto meno. La loro coesistenza all’interno del medesimo territorio smetterà di essere un’equazione dalle troppe incognite, in cui la minima variazione di un singolo elemento può cambiare completamente il risultato finale, e diventerà un’operazione sociale come tutte le altre: non importa che vi siano armonia ed equità; basta che il disagio, e l’aggressività che ne deriva, restino sotto il livello di guardia. O che non esplodano se non in modo occasionale, come attacchi di febbre che, per quanto intensi, sono destinati a esaurirsi nel volgere di pochi giorni. Con “l’aiuto”, magari, del rimedio prediletto dalle questure: polizia in assetto antisommossa e arresti di massa. Repressione a tappeto, l’equivalente di un antibiotico a largo spettro. Ci saranno delle controindicazioni, anche gravi, ma non si può (non si vuole) fare diversamente.     

Chi governa le società occidentali, in senso economico prima ancora che politico, continua a scommettere su questo. Sulla forza travolgente della seduzione materialista. Sulla convinzione che qualsiasi persona e qualsiasi popolo non siano in grado di resistere alle lusinghe del consumismo, una volta che le abbiano conosciute e sperimentate. Dietro tutte le chiacchiere solidaristiche e umanitarie, l’essenza del progetto di integrazione sull’asse Usa/Ue è il superamento dei legami identitari preesistenti. La logica individualistica che dissolve gli aspetti culturali delle appartenenze originarie e le ridefinisce in base ai valori universali (globali) della ricchezza e del potere. Non sei un egiziano, o un peruviano, o chissà che altro. Sei un consumatore in ascesa. Più ti muovi da solo e più sei libero di accelerare la tua scalata alle posizioni più alte. Alle posizioni più vantaggiose.  

Ma la teoria, come sempre, è molto più semplice della realtà. Per potersi dispiegare appieno, infatti, la perversa fascinazione del liberismo ha bisogno di elevati livelli di crescita economica, quand’anche simulati per mezzo delle bolle speculative che gonfiano artificiosamente le disponibilità finanziarie e consentono, perciò, di aumentare a dismisura il credito al consumo. Nei momenti di crisi, come quello che stiamo vivendo e che assai difficilmente verrà superato in via definitiva riportandoci agli standard precedenti, le attrattive della competizione esasperata escono fatalmente ridimensionate. Le persone in difficoltà tendono a riconsiderare le proprie scelte, fino a rivalutare l’importanza dei vincoli famigliari e per estensione, laddove non siano stati recisi in via definitiva, di quelli etnici.

Presi in se stessi gli scontri di Milano sono solo un avvenimento di cronaca che si è risolto nel giro di poche ore, ma possono servire a ricordarci qualcosa di importante:  che la differenza fondamentale tra noi italiani e gli immigrati, specie se extracomunitari, è nel fatto che noi siamo molto più avanti di loro sulla strada (o sulla china) della deriva individualista. Se e quando le tensioni sociali si acuiranno, diventando una vera e propria lotta per la sopravvivenza, chi è ancora capace di fare gruppo rinsalderà i vincoli con chi gli appare più vicino e affine. Egiziani con egiziani. Peruviani con peruviani. E gli italiani, totalmente disabituati a pensarsi come popolo e a perseguire un bene comune, chissà.  

F.Z.  

 

Nucleare avanti a colpi di governo 

Il nucleare va avanti. Anche se gli italiani hanno detto di no. Il 10 febbraio scorso, anche se la notizia è passata in secondo piano considerato il risalto dato dai media alla questione Bertolaso, il governo ha approvato il decreto per la scelta dei siti dove costruire le centrali.

In regime di perdita della democrazia, come lo sono tutte le democrazie rappresentative, la delega in bianco, senza possibilità di revoca, che gli elettori danno al governo che vanno ad eleggere, ha prodotto dunque l'ennesima scempiaggine nei confronti del popolo sovrano.

In merito al nucleare ci sono alcuni punti di ordine pratico da chiarire, oltre a quello esistenziale, ovvio, secondo il quale un mondo che sta distruggendo il pianeta con i suoi consumi non è in grado di operare un cambiamento di rotta, rispetto allo sviluppo insostenibile nel quale si crogiola, e invece di trovare un sistema per ridurre i consumi mette a punto, mediante la tecnologia, dei sistemi in grado di fare più danni di quanti ne risolvano. Ma questo è discorso ampio. Gli altri punti pratici sono invece molto semplici da capire, a patto che si voglia farlo.

Il primo punto è relativo al fatto che il nucleare non è una tecnologia compiuta. L'intero processo produttivo crea delle scorie che ancora oggi non si sa come eliminare. Il che significa che si accumulano, e che prima o poi, pertanto, non avremo più il posto per stivare. Cosa nuova con sistema vecchio, dunque. Con ulteriori aggravanti.

Il secondo punto è infatti che queste scorie sono dannosissime, non si tratta di polvere da poter nascondere sotto al tappeto, ammesso che questa pratica possa essere accettata senza battere ciglio. Si tratta di scorie che vanno sapute conservare per non renderle dannose, e sappiamo in Italia quanto siamo bravi a trattare cose delicate.

Il terzo punto è che il nucleare, rischiosissimo nella gestione stessa del suo processo produttivo - e sappiamo in Italia quanto sono brave, le aziende che normalmente vincono appalti alle "cose" pubbliche, a non far succedere incidenti (lo immaginate un impianto in mano alla Impregilo, ad esempio?) - è una tecnologia che anche i paesi più avanzati che la hanno adottata da decenni stanno dismettendo. Pericolosità e dubbia efficacia i motivi principali.

L'interpretazione è dunque tutta legata alla economia. Cioè alle aziende che si "aggiudicheranno" (come se vi fosse la speranza di poter assistere a delle vere gare) gli appalti per la costruzione, la manutenzione, lo stoccaggio dei materiali radioattivi e, da ultimo, la commecializzazione dell'energia prodotta.

Questi sono gli attori che beneficeranno delle scelte del governo. Il prezzo di tale scelta, sarà invece pagato da tutti noi. Non solo in moneta sonante, ma in possibilità di incidenti nucleari e tumori. E questo è il regalo che il governo "democraticamente" eletto da buona parte di chi è andato a votare, fa a tutti gli italiani.

Vi saranno dibattiti televisivi e sulla carta stampata, dove tenteranno di spiegarci i motivi di tale scelta, dove tenteranno di nascondere, con cavilli burocratici, il fatto di aver preso una decisione opposta a quella presa da tutti gli italiani nel referendum dell'epoca. Ore e ore, pagine e pagine, per diffondere nell'opinione pubblica il verbo di una ineluttabilità della cosa. Vi saranno scontri di piazza, non per difendere un diritto comune, ma per preservare la propria zona dall'installazione delle centrali nucleari (l'esercito è pronto), eppure per evitare di farsi trascinare nel vortice di queste mistificazioni, basterà tenere a mente il principio unico per il quale il governo ha preso questa decisione: la speculazione delle aziende alle quali verranno concessi gli appalti. Cioè gli amici degli amici. Il prezzo lo pagheremo con la nostra vita.

V.L.M.

 

Io sto con l’Iran 

Io sto con l’Iran. Checché ne dica il Giornale berlusconiano, che pur di gettare fango elettorale sostiene che “i comunisti” stanno dalla parte di Ahmadinejad e Khamenei. E nonostante i pudori da verginelle democratiche di ex comunisti e sinistrati dall’anima candida, come l’insopportabile Furio Colombo del Fatto. Il sottoscritto non è comunista, non è di sinistra, e soprattutto non ritiene che la democrazia così come la conosciamo in Occidente, questa parodia ben orchestrata, sia un dogma universale. 

Perché, al fondo degli alti lai contro l’atomica persiana, c’è solo questo: l’arrogante pretesa delle potenze occidentali di imporre la propria volontà e, in prospettiva, il proprio sistema politico e sociale ad un’Iran che non si piega. Ora, lasciamo pure stare che il regime degli ayatollah in questi anni s’è messo docilmente a disposizione degli ispettori Onu, ovviamente ribellandosi quando i loro mandanti – Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia – volevano farne il pretesto per mettere in discussione il sacrosanto diritto alla riservatezza in materia di ricerche d’interesse nazionale (perché nessuno va a ficcare il naso nei laboratori e nelle centrali americane o inglesi?). E sorvoliamo, a voler esser buoni, sull’ostinato pregiudizio per cui è vietato dar credito al governo di Teheran quando afferma di voler proseguire il processo di arricchimento dell’uranio a fini civili, allo scopo di diversificare le proprie fonti d’energia (un paese avrà o no il diritto di farlo senza dover chiedere il permesso agli americani e ai loro servi?). Dice Berlusconi in ginocchio alla Knesset, ripetendo a pappagallo le tesi di Washington che da Bush a Obama hanno cambiato solo il tono della protervia: Ahmadinejad, come Hitler con gli ebrei, vuole la scomparsa di Israele. Non solo, ma l’Iran è uno stato intollerante e fanatico e la bomba khomeinista è una minaccia per quel piccolo paradiso della civiltà, tutto fiori e bontà, che è appunto Israele. Ma le farneticazioni del ducetto iraniano quanto pesano, a confronto del possesso del nucleare, questo sì militare, in mano agli israeliani? Cosa sono, a confronto dei crimini perpetrati da quei santi dell’esercito sionista nella Striscia di Gaza durante l’operazione “Piombo fuso”? Perché si dovrebbe avere più paura della propaganda a uso interno di Ahmadinejad che non della sessantennale politica di occupazione, segregazione e schiavismo di Tel Aviv sui palestinesi? Dice di nuovo il perbenista di turno: ma in Iran comanda un dispotismo che reprime il dissenso. E qui casca l’asino: il vero motivo, a conti fatti, è che non si tollera, nel tollerante Occidente, che i cittadini dell’antica Persia si governino in piena autonomia dai nostri interessi (en passant, i primi partner commerciali siamo noi e la Germania) e adottino un modello di società diverso dal nostro. E che si mettano addirittura, questi screanzati, a farsi una politica energetica indipendente. Che poi, a dirla tutta, accerchiato com’è dagli americani installati in Afghanistan, in Irak e persino, con basi sparpagliate qua e là, nelle ex repubbliche asiatiche sovietiche, con Israele che ha missili nucleari pronti al lancio, l’Iran avrebbe tutte le ragioni per costituire un proprio deterrente atomico. Cosa dovrebbe fare, harakiri per compiacere l’illimitata sete imperiale degli yankee? È questa vergognosa bilancia rotta che segna sempre due pesi e due misure a farci istintivamente schierare coi “cattivi” iraniani. E poi c’è un altro fatto, più importante: dobbiamo smetterla di credere che la nostra supposta democrazia sia il miglior governo possibile. La rivoluzione islamica di Khomeini avversava sia il comunismo che il capitalismo perché entrambi atei e inconciliabili con l’Islam sciita. I suoi figli e nipoti, in grande maggioranza poiché gli studenti ribelli della capitale sono una minoranza occidentalizzata e strumentalizzata da un’opposizione legata alle multinazionali estere (si veda la biografia di Mousavi), vi tengono fede e non intendono cedere la propria sovranità. Sono cocciuti nel voler farsi da sé una propria storia, senza interferenze e ricatti. È la loro storia, beninteso, non la nostra. Chi scrive è un democratico perché, qui da noi, una democrazia autentica dovrebbe garantire il singolo uomo libero. Ma è proprio perché mi ritengo tale che non mi sogno di volerne esportare la versione spuria e delinquenziale di cui siamo sudditi. Per giunta puntando contro la pistola di un’altra possibile, devastante guerra. 

Bei democratici, quelli che pretendono che lo diventino tutti, e a tutti i costi.  

A.M. 

 

A chi sono in mano gli Stati 

A nostro avviso non è stato dato il giusto risalto alle dichiarazioni del premier greco Papandreou, giorni addietro, in pieno dibattito sugli aiuti richiesti dalla Grecia per superare il momento di terribile crisi e stato della economia nazionale in cui si trova.

Beninteso, l'argomento deve essere affrontato sotto diversi punti di vista, perché porta con sé la possibilità di molteplici riflessioni sulla natura del debito, sugli eventuali aiuti della Unione Europea e sui sacrifici che dovranno (o tentare di) fare i cittadini della Grecia.

Affronteremo l'argomento diffusamente sulle pagine del mensile, dunque. Qui ci preme tornare su un aspetto in particolare, ovvero l'allarme dato da Papandreou un merito a speculazioni che grandi attori internazionali stanno facendo sullo stato della Grecia. Perché l'argomento può essere facilmente mutuato anche dal nostro paese. 

Allora brevemente, come si conviene a questo contatto quotidiano, e in parole semplici, cerchiamo di centrare questo (parziale) punto. 

La Grecia ha un debito pubblico altissimo, e un rapporto deficit pil catastrofico. È inoltre a forte possibilità di default statale (cosa che chi ancora non crede che uno Stato possa fallire deve farsi entrare in testa a martellate, se è necessario). 

Ora, cosa succede quando uno Stato è a rischio default? Nessuno compera i titoli di stato emessi dal tale paese. A meno che, e questo è il caso, non si promettano interessi da capogiro, come appunto la Grecia, che sta tentando di piazzare i propri titoli con interessi molto alti.

Fin qui nulla di strano, o meglio, nulla di nuovo, perché di strano, irresponsabile e insostenibile, già di per sé la cosa lo è.

Ma a questo punto si inserisce un altro discorso, strettamente collegato con l'allarme di Papandreou. Ovvero il ritorno dei Cds, ovvero i Credit Default Swap di cui abbiamo sentito parlare molto, visto che è uno di quei prodotti finanziari che hanno contribuito fortemente alla crisi scoppiata nel 2008 e che sortiranno ancora effetti nefasti per il futuro.

Cosa sono? Brevemente: una sorta di polizza assicurativa. Si vendono per assicurare cosa? Il rischio di insolvenza, per diverse cose. In questo caso, dei titoli di Stato. Chi li compra? Chi vuole speculare. Un soggetto terzo, rispetto all'emittente del titolo e chi ha comperato il titolo, assume il rischio, dietro lauto pagamento da parte dell'emittente, dell'eventuale insolvenza dell'emittente stesso. Se la quotazione su tale bond sale, significa che il premio della polizza è più caro e dunque che il mercato - attenzione: il mercato - prezza un maggiore rischio di insolvenza. Se lo Stato (in questo caso) va in default, chi ha comperato tali titoli verrà pagato dai Cds. 

Ora, il mercato, per verificare e prezzare la tenuta di uno Stato, si basa proprio sul prezzo dei Cds (dunque ben oltre il mero interesse che uno Stato sovrano sceglie di dare a chi acquista i suoi titoli).

Che significa? Che con i Cds si può fare speculazione. Ovvero si può acquistarli oggi a un prezzo, quindi scommettere che lo Stato implicato vada sempre peggio, e quindi rivenderli a un prezzo maggiore, generando profitto, a qualcun altro che si assumerà il rischio (o potrà rivenderli a sua volta). Se le condizioni dello Stato peggioreranno chi li avrà comprati a suo tempo li rivenderà a un prezzo più alto e potrà guadagnarci. Ovviamente fregandosene altamente delle condizioni dello Stato in questione, e della situazione dei cittadini di tale Stato.

Lo Stato non è affatto sovrano, insomma, ma in preda ai flussi di mercato. Capito il punto?

Per concludere (per ora): chi sono i più grandi attori attivi sui Cds? Esattamente le grandi Banche - in primis Jp Morgan, Bank of America, Goldman Sachs, Morgan Stanley e Citigroup. Ovvero le Banche salvate dalla bancarotta da interventi statali, che ora, noncuranti di quanto successo, per il 96% del totale operano esattamente su questo tipo di speculazioni.

Ultima riflessione rapida: detto questo, quanto vale un governo di un Paese, per esempio quello greco, visto che in realtà lo Stato è in mano al mercato? E ancora (la cosa riguarda anche noi) quanto valgono milioni di dibattiti televisivi per ascoltare le campagne elettorali di personaggi che poi in molti andranno a votate per non incidere sul nulla?

V.L.M.

 

Coppa America: fine della poesia della vela 

Trentatreesima Coppa America: mancano solo gli occhialini 3D per vedere dei puffi blu alti quattro metri che cazzano le vele. Invece neppure quello: per cazzare le vele su questi ordigni mossi dal vento basta premere un pulsante. Fatica, sudore e bestemmie appartengono al passato. La poesia della più antica competizione sportiva del mondo, già fortemente debilitata, ha subito, forse, il colpo di grazia.

Qualcuno potrà obiettare che è un visione retrograda, che Oracle e Alinghi sono il massimo della tecnologia che solchi le onde. Balle: la vela è una tecnologia obsoleta fin dai tempi del vapore. Se si vuole modernità sul mare c’è il campionato di motonautica off shore. Basta un buon motore per essere più avanzati: va anche contro vento, anzi addirittura si muove in assenza di vento. Vento, insomma: se non è in un range ristrettissimo le barche non regatano, perché questa ipertecnologia con un refolo di vento in più e un onda che non metterebbe in difficoltà l’ultimo diportista della domenica va in pezzi. Tecnologia sul mare, invece, dovrebbe anche essere solidità. No, non è alta tecnologia, infatti, ma si tratta solo di seghe progettuali uscite da una lunga battaglia legale che, di tribunale in tribunale, potrebbe uccidere la Coppa America, come ha già ucciso la poesia del vento. Eppure la Coppa America era riuscita col suo fascino a rendere leggenda perfino figure come Lipton, Bic e Gardini. Nell’ordine bustine di the, penne biro e la madre di tutte le tangenti. Ma le loro barche erano altre: il mito amato del Leone di Venezia e la bellezza suprema di Shamrock. Barche vere, mosse dal vento e dal sudore degli uomini, non tecnologia obsoleta d’avanguardia e pulsantiere per Nerd della nautica. Meglio ignorare questa trentatreesima Coppa e passare oltre, sperando che la numero 34 possa riportare la competizione dell’alveo di una tradizione che è, sì, sempre stata un giocattolo per ricchi, ma ricchi amanti del mare che si mettevano in gioco in una regata di boa in boa, non imprenditori che gestiscono un business di tribunale in tribunale. 

F.M.

 

Insulti in lattina 

Italia-Inghilterra 12 a 17 al Flaminio, un’occasione storica mancata di poco, ma è altro l’argomento: è l’insulto che il popolo del rugby ha dovuto mandar giù. 

Intorno allo stadio e nelle circoscrizioni “sensibili” è stata vietata la vendita di lattine e bottiglie, come fosse in programma una partita di calcio. Ma i tifosi di rugby sono altra gente, amanti del loro sport prima che della squadra, che tifano per una colossale sbronza collettiva, da consumarsi insieme ai supporter avversari, in una grande festa che viene comunemente chiamata “terzo tempo”. Naturalmente non è stata vietata la vendita di alcolici, fuori e dentro lo stadio, allora sì che si sarebbero rischiati gli scontri, e gestire un branco di tifosi di rugby, sobri peraltro, sarebbe stato un compito al limite, se non al di sopra, delle possibilità delle forze dell’ordine. 

La festa è stata salvata, migliaia di allegri ubriaconi si sono incontrati intorno allo stadio, in barba ai rigurgiti proibizionisti così di moda fra le frange più moralistiche della politica, quelle che osteggiano la musica e ci vogliono tutti a casa alle 2 di notte, ed hanno colorato la città nonostante la sconfitta ed un arbitraggio su cui si recriminava sottovoce e con vergogna, per non essere confusi col popolo dell’Olimpico. 

L’offesa però è rimasta, niente bottiglie o lattine, e un pizzico di amarezza l’ha lasciato. Per fortuna le forze dell’ordine hanno gestito con intelligenza e i banchetti autogestiti di tifoserie tradizionali, come gli “All Bluff”, dove non c’è commercio, ma ognuno porta del suo e riceve dall’altro, sono stati lasciati in pace. Chi l’ha pagata sono stati quei pochi ambulanti abusivi, che hanno visto le loro lattine sequestrate, e quelli regolari inadeguatamente riforniti di bicchieri di plastica.

Un dubbio però sorge: che non fosse per ordine pubblico. Il Peroni Village ha così visto scomparire ogni concorrenza fuori dallo stadio, mentre dentro le lattine Peroni c’erano. All’inizio svuotate in regolamentari bicchieri di plastica dai “bibitari” del Flaminio, ma poi servite in lattina come gli spalti si sono gremiti. Se è per ordine pubblico le lattine sulle gradinate non devono proprio apparire, altrimenti è mera ipocrisia ed è lecito pensare che gli ipocriti abbiano secondi fini. 

Sappiano comunque gli amministratori: le lattine vuote fanno poca strada e che un tifoso di rugby, qualunque cosa accada, mai e poi mai lancerebbe una lattina piena, a meno che non sia di Coca Cola. 

F.M.

 

L'IMBUCATA

Marrazzo torna in pista (e in tv?) 

Va a trans, chiede al papa di intercedere per il perdono divino e dopo scarsi due mesi dal "fattaccio" si fa immortalare nella cornice di una ritrovata armonia familiare. Eppure aveva "giurato" ( oops, non fatemi essere blasfema) di non poterne più di essere sotto le luci dei riflettori.

Pietro Marazzo, ex presidente della Regione Lazio, travolto dallo scandalo trans, è un prisma dalle mille sfaccettature.

Eccolo qui, sorridente, vestito con eleganza casual, un bel quadretto quello di Marazzo & consorte fotografati sul più noto giornale di gossip. Lasciato alle spalle il severo ritiro tra le spesse mura dell'abbazia di Montecassino l'ex conduttore televisivo di “Mi manda RaiTre” ( in attesa di reintegro) si è abbandonato alle gioie di una gita fuoriporta nel centro storico di Riano, nell’alto Lazio, con la moglie Roberta Serdoz.

Il suo pentimento, dicevo, è stato tale che non gli bastava l'assoluzione dai suoi peccati carnali di un qualunque sacerdote ma ha chiesto addirittura quella di Benedetto XVII, scrivendo di suo pugno una lettera al Papa. Ad ora non sappiamo se l'ulteriore perdono papale l'abbia ottenuto o meno e la coscienza gli sia ritornata pura e candida.  

La sua faccia è più di bronzo di quella dei bronzi di Riace (e per vederla non bisogna munirsi di biglietto). 

Adesso, consentitemi una riflessione: nel nostro Bel Paese che assomiglia sempre più a un Jurassic Park, come si scivola in una situazione scabrosa immediatamente si diventa personaggi da copertina: un anno addietro a chi interessava in quale ristorante andasse Marazzo con la mogliettina?  

Così fan tutti, da Lapo Elkann a Fabrizio Corona, passando per il poco reale Vittorio Emanuele di Savoia. Se un comune mortale cade nella merda, lì resta e tutti gli si allontanano per il tanfo che emana. Quelli invece appena noti alle cronache politico/mondane rinascono a nuova vita. Come la Fenice che risuscita dalle sue ceneri. Quando si diventa icona mediatica il "capitale sociale" così accumulato può essere spendibile in qualsiasi circostanza: dal rilancio politico a un'ascesa mondana. Per Marazzo, in attesa di una nuova stagione politica, resta aperta per il momento la porta dei salotti televisivi e della buona società capitolina.

Altro caso analogo che fa riflettere è quello di Abdel Fami Marzouk, reduce dalla tragedia di Erba (dove furono massacrati la moglie, il figlio, la suocera e una vicina di casa) e da qualche condanna di spaccio di droga: ha iniziato una nuova vita di personaggio pubblico, invitato ai talk show e paparazzato sulle riviste di gossip in bella compagnia. Gioca ora il ruolo del bel tenebroso, ora dell'immigrato perseguitato.

'Avanti il prossimo, gli lascio il posto  mio'....cantava il sempreverde Cocciante.  

Januaria Piromallo 

bellaedannata.splinder.com

U.S.A. contra todos

Grillo, Di Pietro e il pensiero che non c'è