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Si avvicina l'ora del sangue

Fan tenerezza e pena il "popolo della sinistra" e "il popolo della destra" che seguono con grande trepidazione le scaramucce pre elettorali dei partiti e poi, a seconda del risultato, l'uno scende in piazza a festeggiare, ballando, cantando, saltando, agitandosi, senza rendersi conto che col voto è andato a legittimare, per l'ennesima volta, un regime che lo ha reso suddito e che la sua unica scelta è stata quella di indicare da quale oligarchia preferisce essere comandato, schiacciato, umiliato, e che se avesse vinto la formazione contrapposta non sarebbe stato diverso.

Questa finzione dell'alternanza (una delle tante "fictio" su cui si basa la democrazia rappresentativa, un sistema, come io ho scritto altre volte, assai ingegnoso, per metterlo nel culo alla gente, e soprattutto alla povera gente, col suo consenso) è particolarmente evidente in un sistema bipolare o bipartitico, soprattutto oggi, in una società senza più classi, composta da un quasi indifferenziato ceto medio, e dove, dopo la caduta del comunismo, tutti i partiti o poli che dir si voglia, a parte qualche eccezione senza rilievo, hanno abbracciato quel libero mercato che, insieme al modello di sviluppo industrial-finanziario, è il meccanismo reale che detta le condizioni della nostra esistenza, gli stili, i ritmi, la velocità parossistica della nostra vita, e di cui la democrazia, su cui si fondano le illusioni di quei due "popoli", è solo l'involucro legittimante, la carta più o meno luccicante che ricopre la caramella avvelenata. 

In mancanza di vere alternative questo enorme ceto medio si divide fra destra e sinistra con la stessa razionalità con cui si tifa Roma invece che Lazio, Milan o Inter, Sampdoria o Genoa, per cui quando il "popolo della sinistra" (o della destra) festeggia una vittoria i vantaggi che ne trae sono puramente immaginari o, nella migliore delle ipotesi, sentimentali, come son quelli del tifoso, mentre i ricavi reali vanno non a quegli spettatori illusi ma a chi sta giocando la partita del potere. 

Ad ogni tornata elettorale c'è un solo sconfitto sicuro, che non è la fazione che l'ha perduta, ma proprio quel popolo festante, insieme a quell'altro che è rimasto a casa a masticare amaro per le stesse irragionevoli ragioni per cui il primo è sceso in piazza. Vinca il Milan o l'Inter, la Roma o la Lazio, è sempre lo spettatore a pagare lo spettacolo. Quanto ai giocatori, ai vincenti andrà sicuramente la parte più consistente del bottino, ma anche ai perdenti non mancheranno  premi di consolazione. 

Fra le oligarchie politiche esiste infatti, checché ne strillino in contrario, un tacito patto per non portare il gioco alle estreme conseguenze. Non conviene a nessuno. C'è tutta la vasta area del sottogoverno e del parastato che consente di ritagliare le giuste prebende per i perdenti, garantendosi così che alla tornata successiva, a parti invertite, sia ricambiato il favore. Per quanto in competizione per il potere le oligarchie sono unite da un interesse comune che prevale su tutti gli altri: l'interesse di classe. 

Quella politica, con i suoi adentellati nella Pubblica amministrazione e nell'imprenditoria malavitosa, è in pratica l'unica classe rimasta su piazza. Presa nel suo complesso la nomenklatura, non è molto diversa da quella sovietica, e il suo obiettivo primario è l'autoconservazione e il mantenimento del potere e dei vantaggi e dei privilegi che vi sono connessi. E il nemico mortale di un oligarca non è tanto un altro oligarca, col quale si può sempre trovare un accordo se non addirittura mettersi insieme per combinare certi loschi affari bipartisan, come abbiamo potuto ben vedere, grazie alle indagini della Magistratura, dal 1992 ai giorni nostri. Perché si fa parte della stessa classe, si partecipa allo stesso gioco, ci si sbertuccia di giorno davanti agli schermi della Tv e si va a cena la sera, strizzandosi l'occhio, quasi increduli per aver fatto il colpo alla Ruota della Fortuna, e irridendo, come faceva il sindaco di Milano Pillitteri mentre incassava le tangenti, a «quei pirla che non hanno capito come va il mondo». 

Il nemico è proprio il popolo di cui va vampirizzato il consenso e il denaro, ma che va tenuto a bada e a debita distanza sugli arcana del potere democratico perché continui a credere, o almeno a fingere di credere, al gioco. Scrive apertis verbis un liberale doc, l'americano John Hertz: «Più una organizzazione è democratica "sulla carta", cioè "per legge" o nei suoi intenti, più gli strateghi che sono nelle posizioni chiave ritengono necessario asserire il loro peso, la loro influenza e la loro "indispensabilità", al fine di difendersi dal controllo popolare».

Le democrazie sono, storicamente e statisticamente, i regimi più corrotti. Poiché i partiti hanno bisogno del consenso se lo comprano. Con le ruberie, con le tangenti, con gli affari illegali, con il clientelismo, con le affiliazioni mafiose. I sostenitori della democrazia affermano che ciò è fisiologico, è il prezzo da pagare alla libertà. Ma in Italia la corruzione negli ultimi trent'anni ha superato ogni tollerabile fisiologia ed è diventata patologia. Anche perché non si vergogna più di se stessa, agisce con la massima spudoratezza e protervia, non ha nemmeno quell'ipocrisia, che come dice La Roche Focauld, «è il pedaggio che il vizio paga alla virtù». In questo senso l'Italia, Paese da sempre laboratorio (qui, con i mercanti fiorentini e piacentini, è nata la Modernità, qui si affermò il fascismo padre di ogni totalitarismo novecentesco), è estremamente interessante. Perché con la sua corruzione proterva, esibita, impudente e imprudente smaschera la vera natura delle democrazie, anche di quelle che la occultano più abilmente.

Noi italiani subiamo questo sistema da più di mezzo secolo, pecore da tosare, asini attaccati al basto da far trottare finché schiattino, irrisi, derisi, vilipesi mentre siamo noi, come i contadini dell' ancient régime a sostenere, col nostro lavoro, il peso della Nazione.

Io credo che l'epoca delle parole sia finita. Ne abbiamo usate tante, inutilmente. Ed è ovvio che sia così, perché la democrazia è un sistema basato sulle parole e le parole in malafede prevarranno sempre sulle altre. Così è stato per quasi sessant'anni con un'accelerazione esponenziale nell'ultimo quarto di secolo. Le democrazie, così sensibili oggi alla violenza, che è il tabù dei tabù, sono nate su bagni di sangue (e al loro esterno continuano a spargere sangue come se fosse un loro esclusivo diritto: vedi Serbia, vedi Iraq, vedi Afghanistan e, se non china la testa su un suo diritto indiscutibile, quello di crearsi, col nucleare civile, un'alternativa energetica, presto anche l'Iran). È venuta l'ora che siano ripagate con la stessa moneta.

 

Massimo Fini

Marzo 2010 - Anno 3 Numero 18

Il Web. E il nulla.