Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

U.S.A. contra todos

Dopo l’ultimo capitolo della occupazione militare di Haiti, vale la pena ripercorrere almeno le recenti, fondamentali, tappe, della strategia statunitense per riprendere il controllo del “cortile di casa” latinoamericano. Ma c’è anche chi non ci sta e combatte, come i paesi aderenti all’ALBA.

La quarta flotta, le basi colombiane aperte agli Usa e ora la vera e propria invasione di Haiti con la scusa della missione umanitaria post-terremoto. Washington ha già da tempo preso le misure del cambiamento latinoamericano degli ultimi anni ed ha via via approntato rimedi nel tentativo di controllarlo e contenerlo. 

Più muscolari, come il ripristino della flotta che dal primo luglio del 2008 ha ricominciato ad incrociare il mar dei Caraibi. Più ambigue, come l’atteggiamento nei confronti del recente golpe honduregno: secondo alcune fonti preparato con l’assistenza dell’ambasciata Usa a Tegucigalpa ma poi ufficialmente respinto da Obama e comunque infine legittimato con il riconoscimento di Porfirio Lobo quale legittimo successore del deposto Manuel Zelaya. Più opportuniste, come il massiccio dispiegamento di forze militari a Port-au-Prince dopo il sisma che ha devastato Haiti lo scorso 12 gennaio. Washington non si è fatta sfuggire l’opportunità di stabilire una testa di ponte nel Caribe. A due passi da Cuba, di fronte alle coste del Venezuela di Hugo Chávez, del Salvador di Mauricio Funes, del Nicaragua di Daniel Ortega, dell’Honduras riconquistato alla destra conservatrice ma nella quale i movimenti sociali restano in fermento e mobilitati contro un golpe che non è certo finito con le elezioni del 29 novembre. Almeno 17 mila militari sono sbarcati ad Haiti, stabilendo una presenza sul territorio di quattro volte superiore a quella registrata, proporzionalmente, in Afghanistan. Militari che girano per la capitale haitiana in assetto di guerra, attrezzati come se stessero facendo un’incursione in territorio nemico e non una missione umanitaria. 

Quello di organizzatore degli aiuti al popolo colpito dal sisma sembrava essere il ruolo per il quale un Barack Obama in preoccupante calo di consensi si era autocandidato e autoeletto. A parole. La realtà sta nel fatto che con la scusa della missione umanitaria, peraltro sostenuta invece da altre istituzioni ed Ong estranee all’amministrazione Usa, Washington ha di fatto “conquistato” Haiti. E non è un termine volutamente forzato, visto che il 18 gennaio, sei giorni dopo il terremoto, il presidente haitiano Rene Preval, fino ad allora praticamente inesistente come il suo governo, ha sottoscritto un accordo con il quale ha ceduto il controllo del territorio agli Stati Uniti d’America. Chiedendo formalmente al governo statunitense di garantire la sicurezza, il presidente haitiano ha sottoscritto un comunicato congiunto nel quale è stata sancita in modo formale la legalità della presenza di militari nordamericani sull’isola e si sono autorizzate le truppe Usa al controllo del Paese per «la stabilità e la ricostruzione a lungo termine» di Haiti. Preval ha, in poche parole, abdicato in favore dell’amministrazione statunitense. 

Il terremoto ha permesso di “dare un’imbiancata” a quello che Washington ha fatto per anni: ingerirsi nelle questioni haitiane, occupando il Paese per 30 anni ai primi del ‘900 e favorendo e teleguidando rivolte e colpi di Stato fino ad oggi. Ora c’è il paravento della missione umanitaria nell’immediato e della ricostruzione nel futuro. La realtà è che gli Usa hanno conquistato una base importante per il controllo dell’area caraibica in un momento storico nel quale il vento bolivariano soffia sui Paesi che vi si affacciano. Lo hanno denunciato immediatamente Chávez, Ortega, Castro. I leader latinoamericani, una volta palesatasi l’imbarazzante entità delle forze militari Usa dispiegate ad Haiti, non anno esitato a parlare di «occupazione militare» sottolineando che i loro sforzi in favore di Haiti si sono concretizzati nell’invio di medici, cibo, acqua e medicinali, non di truppe da sbarco arrivate sul palazzo presidenziale come se stessero conquistando la sede del governo di Saddam Hussein. Un atteggiamento che ha infastidito non solo i diretti interessati, gli “inquilini” del Caribe e di tutta l’America Latina. 

La Francia, la cui pulsione alla “grandeur” permette ancora di non prostrarsi del tutto alle prepotenze statunitensi, non ha infatti tollerato – scatenando una feroce polemica – che i cargo di Médecins Sans Frontières venissero respinti dall’aeroporto della capitale haitiana, controllato dagli Usa. E Mosca, con l’ormai consolidata arte diplomatica dell’era Putin-Medvedev, senza fare nomi né accuse dirette ha però sollevato dubbi sull’effettiva necessità di una tanto massiccia presenza militare. Una magra consolazione, comunque, visto che le proteste non hanno suscitato nessuna condanna da parte dell’Onu, che pure guidava ad Haiti una missione di stabilizzazione, la Minustah, le cui forze sono state anch’esse, come la popolazione, colpite dal terremoto. Se un coordinamento doveva esserci era quello delle Nazioni Unite, storicamente deputate per questo genere di operazioni e responsabilità. La massiccia militarizzazione statunitense tuttavia, oltre che ad occupare Haiti è servita, ancora una volta, a ridimensionare il ruolo di una Onu già da tempo ridotta a stampella degli Usa: tirata in ballo quando appoggia le loro politiche e quelle dei loro alleati, puntualmente ignorata quando cerca di svolgere il ruolo super partes che le dovrebbe spettare. Quel che resta sono i quasi 20mila militari statunitensi impiegati nell’isola che fu Hispaniola: a guardia dei resti del palazzo presidenziale, delle banche, dei quartieri “ricchi” rimasti in piedi – quasi a fare ulteriore sfregio alla moltitudine di poveri e affamati che già prima del terremoto affliggeva Haiti. E soprattutto a guardia dei Caraibi. 

 

Grandi manovre yankee

Ma questo è solo l’ultimo capitolo di una strategia che da qualche tempo rappresenta la risposta statunitense al dilagare nel continente latinoamericano di partiti, movimenti e governi decisi ad affrancare il continente dall’influenza straniera rappresentata in primis da Washington e a seguire dalle multinazionali ad essa legate. Un passato che aveva fatto dell’America Latina il banco di prova delle tendenze iperliberiste della scuola di Chicago e di tutto ciò che ne conseguiva in termini sociali.  Tra la fine dell’amministrazione Bush e il primo anno di quella del democratico Obama, le manovre statunitensi si sono servite prima di tutto del ripristino della quarta flotta. Un gesto in perfetto stile repubblicano, una dimostrazione di potenza militare. 

La quarta flotta incrocia nel Caribe, è direttamente subordinata al Comando Sud degli Stati Uniti (United States Southern Command) che oltre a questo nuovo strumento di controllo poteva già contare sulle basi di Guantanamo a Cuba, Comalapa in El Salvador, quelle di Aruba e Curacao (olandesi, ma gli Usa possono utilizzarle), Panama e Soto Cano in Honduras - sede della Joint Task Force Bravo, la forza di pronto intervento per l’area caraibica composta stabilmente da 550 militari e un centinaio circa di contractor statunitensi. Quest’ultima base ci riporta direttamente ai fatti accaduti negli ultimi mesi a Tegucigalpa. 

Nel 2008 il presidente Manuel Zelaya aveva chiesto a Washington di ridiscutere la loro presenza nel Paese manifestando la volontà di trasformare la base utilizzata dalla Task Force Bravo nella località Palmerola in un aeroporto civile vista la situazione di rischio presentata dallo scalo Tocontín. Una cosa che «non si fa dalla notte alla mattina» ebbe modo di commentare John Negroponte, un personaggio dal curriculum ben noto e dai bui trascorsi latinoamericani: fu ambasciatore proprio in Honduras ai tempi in cui gli squadroni della morte armati e addestrati dagli Usa sconfinavano nel vicino El Salvador per dare la caccia ai sandinisti. Era il giugno del 2008, e in qualità di sottosegretario di Stato Negroponte stava effettuando un giro dell’America centrale. Ebbe degli incontri con Zelaya, ma non solo. Si riunì anche con la presidentessa della Corte Suprema de Justicia, Vilma Morales, e con il presidente del Parlamento Roberto Micheletti. 

Un anno dopo, la Morales avrebbe firmato il documento che destituiva Manuel Zelaya e Micheletti sarebbe diventato il “nuovo” presidente honduregno: era il golpe del 28 giugno 2009. Ma Zelaya non aveva solamente osato proporre il ritiro degli statunitensi dalla base di Palmerola, aveva anche aderito all’Alba, l’Alianza bolivariana para los pueblos de nuestra América, lo strumento di integrazione creato su spinta di Hugo Chávez e basato sui principi del socialismo del XX secolo. Organizzazione alla quale aderisce anche l’Ecuador di Rafael Correa che l’anno scorso ha deciso di non rinnovare la concessione – in scadenza al settembre del 2009 - per l’uso da parte delle forze Usa della base di Manta, altra installazione strategica per il Comando Sud. A quel punto rischiare di perdere anche Soto Cano era impensabile. E in un momento storico nel quale tutto ciò pareva  “fuori tempo massimo” Tegucigalpa è stato il banco di prova per una nuova strategia golpista che ha creato un pericoloso precedente per il Continente. 

 

I cari, vecchi golpe

A differenziare il governo Bush e quello Obama c’è infatti l’uso e la gestione dei colpi di Stato: se si confrontano le reazioni statunitensi al rovesciamento di Zelaya con l’atteggiamento tenuto ai tempi del tentato golpe contro Chávez in Venezuela, nel 2002, si comprendono le differenze di approccio tra le amministrazioni repubblicane e quelle democratiche. Nel caso venezuelano Bush riconobbe immediatamente il presidente golpista (fortunatamente per poco) Carmona Estanga. Mentre Obama ha immediatamente preso le distanze dai golpisti honduregni pur specificando, a scanso di equivoci, di non condividere l’orientamento politico di Zelaya. Ma di fronte alle strategie dilatorie con le quali il golpista Micheletti intendeva chiaramente prendere tempo per arrivare alle elezioni di novembre, Washington non ha mosso un dito, delegando la mediazione della crisi al presidente del Costa Rica, Oscar Arias, certo politicamente più vicino alla destra conservatrice dei golpisti che alle istanze bolivariane sposate da Zelaya. 

Il risultato è stato un accordo cavilloso, quello di San José, che ha permesso ai golpisti di arrivare alle elezioni e far votare – in un clima di repressione e intimidazione per gli oppositori – un conservatore come Porfirio Lobo. 

A quel punto Washington ha dato la sua benedizione a queste “elezioni democratiche” riconoscendo per prima il nuovo mandatario honduregno. Insomma una perfetta operazione di maquillage che sta già dando i suoi frutti, con l’Ue pronta a ristabilire i contatti economici con Tegucigalpa e l’Osa – che aveva espulso l’Honduras dopo il golpe – sul punto di avviare le pratiche per la riammissione. Nemmeno a dirlo, il primo Paese latinoamericano a riconoscere Porfirio Lobo è stato la Colombia. Bogotà è un’altra pedina fondamentale del Risiko che Washington sta giocando nell’ex cortile di casa. Sempre con la nuova amministrazione democratica, meno propensa a mostrare i muscoli ma forse più subdola della precedente, è arrivato infatti l’accordo con la Colombia per l’utilizzo militare di sette basi del Paese latinoamericano. Il governo di Álvaro Uribe, ansioso di vedere finalmente approvato il Tlc con Washington, peraltro un cappio che Bogotà si sta stringendo volontariamente al collo, ha aperto le sue basi ad almeno 1400 soldati e 800 civili-contractors statunitensi, tutti col beneficio dell’immunità diplomatica. 

Il motivo ufficiale è la solita lotta alla droga. Il fallimento del Plan Colombia avrebbe dovuto insegnare qualcosa al governo Uribe: il traffico di stupefacenti verso gli Usa non si è mai interrotto né è diminuita la produzione. Forse perché il vero scopo, anche del Plan Colombia, era un altro: cercare di annientare la guerriglia delle Farc, accusate all’uopo di essere a capo del narcotraffico ma in realtà un pericolo per i governi di destra amici degli Usa. Non è un caso che Chávez prima e Morales poi abbiano cacciato la Dea, l’agenzia statunitense per la lotta al narcotraffico, da Venezuela e Bolivia accusandola di essere in realtà un’agenzia di spionaggio e sovversione ai danni dei loro governi. Álvaro Uribe dal canto suo non vede nulla di strano nel concedere a Washington l’uso di ben sette basi estendendo a militari e personale civile statunitense l’impunità in genere riservata ai soli diplomatici. Per la cronaca: Mauricio Funes, da poco eletto presidente di El Salvador tra le fila del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional, il movimento che negli anni ’80 lottò contro la dittatura, poche settimane fa ha tenuto a precisare che non aderirà mai all’Alba.  

Alessia Lai

Il sudanese dai piedi piccoli

Moleskine marzo 2010