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Giornali in estinzione? Forse, eppure...

L’Herald Tribune del 14 dicembre ha pubblicato, in prima pagina e sotto la sua testata “gloriosa” - quanto meno per i numeri legati alla diffusione e per la storia del colosso New York Times al quale è strettamente collegato - una inserzione pubblicitaria di una notissima marca di orologi. A tutta pagina. Sotto la testata, in prima, una pubblicità. E niente altro. Il medesimo giorno, in modo irrevocabile, in redazione abbiamo annullato il nostro abbonamento in corso.

In Italia, due quotidiani tra i più diffusi nel nostro Paese, ovvero Libero e Il Giornale, hanno pubblicato, alcune settimane addietro, e praticamente a intera pagina, la foto di Silvio Berlusconi sceso in piazza con il suo governo (un governo che scende in piazza è una novità). Un manifesto pubblicitario del quale non si ha memoria neanche ritornando al Ventennio.

Il giorno stesso abbiamo depennato i due quotidiani dalla mazzetta che giocoforza dobbiamo consultare per motivi redazionali.

Sono solo due esempi, anche se personali, che si collocano a margine di una crisi generalizzata dell’editoria e in particolare modo dei quotidiani tradizionali, ovvero su carta. Nel nostro Paese sono tenuti in vita da contributi pubblici, ovvero da soldi nostri. Per decisione diretta degli apparati politici, i quali di fatto decidono, discrezionalmente, a chi offrire i contributi e in quale misura. Senza tali contributi, tali giornali non vivrebbero. Né potrebbero avere la visibilità che hanno i vari direttori tronfi e phonati che dall’alto dell’elemosina di Stato a spese dei cittadini si reputano indispensabili al sedicente pluralismo e alla democrazia, oltre che in grado di distillare editoriali finissimi letti da qualche decina di persone. Si fa per dire, naturalmente. Senza tali contributi sarebbero disoccupati. E della maggior parte di questi nessuno sentirebbe la mancanza.

Nel mondo, le testate, anche storiche, che invece non accedono ai contributi pubblici per l’editoria, chiudono a decine dall'oggi al domani o operano tagli al personale di ogni tipo, riducono la foliazione e cercano di stringere accordi di ogni tipo, logistici, strategici, pubblicitari e operativi, per ridurre i costi e per riuscire a stare in piedi. 

A favore di chi non è dato sapere, considerando che il numero delle copie vendute, in tutto il mondo, è in calo costante. E da decenni.

 

I quotidiani di carta sono insomma destinati a fallire? O sono già di fatto falliti e si tengono in piedi con artifici poco ortodossi e che nulla hanno a che fare con il mondo dell'editoria e più in generale con il concetto originario al quale dovrebbero attenersi, ovvero informare?

Queste domande, insieme a quella che le contiene entrambe e che rilancia l'argomento - ovvero quali possano essere i sistemi per continuare a vendere copie (in ogni formato) al fine di "salvare" il mondo dell'editoria dei quotidiani in crisi - sono ormai sulla bocca della maggior parte degli addetti ai lavori. Solo che, a nostro avviso, si tratta di domande sbagliate, poiché mancano completamente l'obiettivo della riflessione.

 

Ma sono utili?

Per capire il problema e provare ad abbozzare qualche strategia, la domanda alla quale sarebbe più giusto e utile rispondere è la seguente: chi dovrebbe acquistare un quotidiano, oggi, e perché dovrebbe farlo? E ancora: ha senso tenere in vita questi quotidiani?

Naturalmente alla domanda si dovrebbe rispondere con un occhio anche al futuro, e non solo all'immediato, visto che continuando a basare tutto il ragionamento (come i più fanno) considerando il lettore tipo, e storico, del quotidiano comunemente analizzato, si sbaglia target, prendendo come riferimento una generazione che non è in grado di offrire spunti, in tal senso, per il futuro. 

E per ovvie e "naturali" ragioni.

Prendiamo come esempio, invece, un trentenne di oggi. Naturalmente un trentenne di una certa cultura e sensibilità, quanto meno un trentenne interessato, in senso generale, a essere informato. Un lettore, per intenderci, con interessi di un certo rilievo sull'attualità e con la volontà di utilizzare degli strumenti utili a informarsi.

Per tutti gli altri, ovvero la stragrande maggioranza, per tutti quelli che non leggono, non si informano, non sono interessati a capire, non vedono l'utilità di farsi una propria opinione sul mondo, c'è poco da dire e non valgono ai fini della nostra riflessione. Magari ne parleremo in altra circostanza.

Ma prendendo come riferimento quello che potrebbe essere il lettore tipo di un prodotto informativo quotidiano, la (nostra) risposta è fin troppo semplice, e la indichiamo subito ancora prima di spiegarne la logica: la quasi totalità dei quotidiani di carta in circolazione è inutile, irrilevante e affatto interessante. Difficilmente è e sarà acquistata. Dunque, nelle forme attuali, è destinata a morire (o a vivere unicamente di contributi).

 

Internet, certo. Ma non solo.

Chiariamoci subito, molto dipende da Internet, con l’ormai noto fenomeno di cannibalismo (a discapito della carta) inerente le notizie disponibili a tutti e subito e a costo zero (sul fatto delle notizie a costo zero, e della loro utilità, torneremo presto). Ma dobbiamo essere altrettanto chiari su un altro punto: moltissimo dipende dalla natura stessa dei quotidiani generalisti di oggi.

Dal punto di vista della immediatezza dell'informazione non c'è molto da dire: le notizie lette oggi sono già vecchie e conosciute ieri attraverso internet, la televisione e la radio, quasi nello stesso momento nel quale sono accadute. E se televisione soprattutto - ma anche radio, in qualche caso - devono per forza di cose, cioè di tempo e spazio, essere poco approfonditi, sul web è invece facile trovare ogni cosa in merito all'evento che è accaduto, e anche in modo approfondito, senza problemi di spazio per testi, foto, filmati, contributi audio e commenti. Su siti tradizionali di tipologia mainstream, posseduti e redatti dai grandi gruppi editoriali, o su siti di altra informazione, dove si trovano notizie che non hanno rilievo in altre parti, e con commenti il più delle volte decisamente utili a vedere le cose da una altra angolazione. Fuori da quella imposta, per intenderci. E dunque utile, se non altro a riflettere.

Dal punto di vista dell'approfondimento, poi, un quotidiano è insoddisfacente, per spazio e taglio stesso dell'articolo tipo: molto più utile un settimanale o un mensile, o un saggio su un argomento dato. Un tema, per essere compreso, non può essere trattato a slogan. Deve essere spiegato. Anzi prima raccontato a dovere, e dunque analizzato. Il che implica tempo e spazio. Cosa che le redazioni (e le tipografie) dei quotidiani non hanno.

Dal punto di vista culturale, inoltre, un quotidiano cartaceo generalista, oggi, è avvilente, asfittico e provinciale. Centrato su poche grandi industrie del settore (sic) che sono in grado di far parlare di sé nelle pagine culturali e degli spettacoli (sic), chi abbia interessi nel campo della cultura non è certamente su un supporto di questo tipo che può trovare soddisfazione. Le terze pagine sono affidate, nella maggior parte dei casi, a tromboni ormai del tutto anestetizzati alla realtà. Con contratti di collaborazione che vengono confermati di anno in anno in virtù di accordi, e favori, che nulla hanno a che vedere con la capacità e l'utilità degli stessi di esprimersi. Non è un caso, peraltro, che la Terza Pagina non sia affatto posta nello spazio che le sarebbe proprio, ma relegata a centro giornale, quando non oltre, tra un servizio di gossip e uno di sport. Paradigma del nostro tempo e del ruolo e dello spazio che viene dato alla cultura. Del resto, se la cultura è questa - cioè quella che viene comunicata dai giornali cartacei a grande tiratura - la cosa non è poi così sorprendente.

I giornali generalisti, insomma, nella maggior parte dei casi non sono utili neanche a far riflettere e pensare. In altri casi fanno riflettere e pensare unicamente all'interno di una griglia interpretativa data, e scontata, che chi invece ha già aperto gli occhi (e molto grazie al web) su altre possibilità, trova deludente e irrilevante.

Dal punto di vista della confezione generale poi, ci vuole ormai del fegato, anzi dello stomaco, per digerire intere pagine pubblicitarie in presenza sempre più massiccia, quando non anche le vomitevoli pagine di pubbliredazionale: ovvero quelle pagine che, per impaginazione e taglio dei pezzi, possono sembrare a prima vista prodotte con un criterio giornalistico mentre si tratta in realtà di inserzioni pubblicitarie a pagamento. Mascherate, per giunta. Casi tipici, le pagine che parlano di motori, moda e novità in merito a prodotti di vario tipo. Si tratta di uno dei punti più bassi del giornalismo, se ancora così si può chiamare. Per il quale, peraltro, si dovrebbe trovare ancora in giro qualcuno disposto a versare un euro, o più, al giorno. 

Dal punto di vista politico, infine, - o meglio dell'informazione (propaganda) politica - il fatto di essere sottoposti a resoconti e interviste programmate per conoscere la dichiarazione di tale politico o sotto politico o capo corrente dell'area di riferimento di turno - questo sono le pagine di politica oggi - non è certo un buon motivo per andare in edicola. Basta la televisione, ammesso che alla cosa si sia ancora interessati. Il che contempla naturalmente la riflessione sulla disaffezione generale all’argomento politico, sullo scollamento diffuso tra politica e cittadino e più ampiamente sui modi in cui la maggior parte dei giornali affronta il settore.

Inutile stupirsi: se la maggior parte dell’editoria dei quotidiani del nostro Paese dipende dalle scelte dei governi, ovvero vive se i governi pagano loro i conti, è evidente che tali giornali non possano che essere filo-governativi o, nella migliore delle ipotesi, fedeli resoconti di quanto avviene a palazzo. Altro che cani da guardia. Si tratta ormai di cani da compagnia.

 

Perché comprarlo?

Bisogna essere dunque veramente superficiali oggi, per acquistare un quotidiano che pubblica notizie che già si conoscono, editoriali inutili, approfondimenti inconsistenti, pagine culturali all'interno di un recinto ben definito con impaginazioni annegate all'interno di inserzioni pubblicitarie tradizionali e occulte. 

E la cosa ha avuto uno scadimento generale complessivo. Una discesa di qualità costante e senza freni. È evidente: se togli la cultura, l’aria alle analisi libere, la capacità e la volontà di raccontare cose interessanti e anneghi il tutto nel trash e nella pubblicità, saranno forse oroscopi, previsioni del tempo o necrologi a far decidere una persona ad andare in edicola a comperare una copia?

Il discorso è chiaro: visto che si tratta di imprese commerciali, i finti editori che pubblicano quotidiani sono stati costretti ad abbassare il livello generale dei contenuti, al fine di vendere un maggior numero di copie e dunque spazi pubblicitari a maggior costo, e pertanto dovendo andare a pescare in una massa con scarsa cultura (gossip di vario tipo, spettacolo, e notizie schock che poi si rivelano delle bufale sono lì per questo, e molto spesso anche sulle prime pagine). Lì si trovano i grandi numeri, considerando che la nostra società spinge verso un livellamento verso il basso dal punto di vista culturale e intellettivo. 

Non solo. Nel momento in cui i quotidiani sono stati poi invasi dalla pubblicità, sono scaduti ulteriormente. 

E oggi che il nostro sistema di sviluppo è in crisi, e non ci sono più i numeri pubblicitari di un tempo, si verifica anche un altro aspetto: i lettori di un quotidiano sono sempre meno, perché la spinta verso il basso, alla non cultura e all'omologazione, ovvero al nichilismo della coscienza, sta facendo di fatto estinguere chi pure fino a un certo punto faceva parte di una massa critica che un quotidiano lo comperava. Spingendo ogni giorno di più verso il basso, alla fine si arriva talmente raso terra che nessuno più alza il naso per vedere cosa succede.

Il risultato è quello di produrre e tentare di vendere quotidiani inutili e di qualità scadente, in crisi economica, con la pubblicità in fuga e dunque senza più nessun pubblico al quale essere venduti.

 

 

Il “lettore” orfano

Beninteso, il discorso è stato centrato sui giornali generalisti, mentre per quanto attiene quelli locali, quelli di opinione e queli fortemente caratterizzati - in pratica quelli che soddisfano l’esigenza di una comunità che si raccoglie anche attorno alla loro lettura - il discorso è diverso.

La prossima analisi si sposterà dunque necessariamente su altri campi, sebbene i supporti disponibili rimangano sempre la carta e internet (e le sue varie estensioni).

Perché ciò che abbiamo detto non significa che il giornale sia morto. Significa che è giusto che debba morire questo tipo di giornalismo e di giornale. 

L’elemento fondamentale, e di speranza, è infine un altro: chi ancora oggi potrebbe essere un lettore di quotidiani, e parliamo anche di quotidiani cartacei, non trova, di fatto, un giornale che valga la pena di essere acquistato e letto. Ma non significa che non aspiri a informarsi, a trovare un supporto sul quale trovare informazione, cultura, approfondimenti e riflessioni.

Ma di questo aspetto, dell'Ultimo dei Mohicani, ovvero il lettore del quotidiano che non c'è, parleremo prossimamente.  

 

Valerio Lo Monaco

Il 40% se ne fotte

Avere ragione è solo l'inizio