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L'Aquila anno primo

“A questo punto, con le casette

già inaugurate a favor di telecamera,

la ricostruzione al governo non interessa più”.

Primi bilanci di un operato 

a dir poco scandaloso

della Protezione Civile. 

Una inchiesta sul campo,

tra la gente ancora per strada

e le macerie che sono ancora lì. 

“È successo tutto in un attimo. Siamo entrati ed ho sentito persone urlare, le ho viste piangere, correre, allargare le braccia: L’Aquila è nostra. Di questo avevo paura: di vivere quell’emozione forte in una piazza che non c’è più, dentro una città che non c’è più. Al suo posto palazzi puntellati, macerie, immondizia, segnali stradali divelti. Tutto fermo, tutto freddo. Montagne di macerie che coprono la vista dei vicoli adiacenti, mischiate con immondizia di ogni genere. 

L’Aquila è nostra, gridavamo. 

Un grido che ci si è soffocato in gola alla vista di ciò che ci hanno impedito di vedere prima: la paura è cresciuta. La paura di non aver fatto abbastanza come cittadina, di non aver forzato prima quelle transenne, di non aver avuto il coraggio di avvicinarmi a quel malato grave, gravissimo e che nessuno sta accudendo. Nessuno. 

Ho dovuto commettere un reato per vedere quello scempio, per far vedere all’Italia intera come sta L’Aquila. 

Trasmissioni televisive precedenti, in diretta da Piazza Palazzo, con luci e bambini, i nostri amministratori, e non una parola su quello che le luci dei riflettori nascondevano. Perché, chi avremmo disturbato, il sonno di chi? Le risate di chi? Un mio amico per cercare di far comprendere ai non aquilani cosa è L’Aquila adesso, ha scritto: “Firenze devastata da un sisma di 6.3°. S. Maria Novella, Palazzo Vecchio e Palazzo Pitti sventrati e abbandonati da dieci mesi. Il centro storico, distrutto, resterà chiuso sine die. Poco male: sarà sostituito da decine di “new towns” modernissime con le fogne che scaricano nell'Arno. Metà dei cittadini ancora senza casa, negli alberghi dell'Argentario e della Versilia. La TV esalta il miracolo fiorentino”.

 

Se fosse successo a Firenze?

“...devastata da un sisma di 6.3°. 

S. Maria Novella, Palazzo Vecchio e Palazzo Pitti sventrati e abbandonati da dieci mesi. Il centro storico, distrutto, resterà chiuso sine die. Poco male: sarà sostituito da decine di “new towns” modernissime con le fogne che scaricano nell'Arno. 

Metà dei cittadini ancora senza casa, negli alberghi dell'Argentario 

e della Versilia. 

La TV esalta il miracolo fiorentino”. 


Cosa avremmo pensato?

Sono aquilana. So che Firenze, così come Venezia, Roma, sono simboli che sicuramente avrebbero richiamato l'attenzione del mondo intero molto di più dell'Aquila. Ma ora che tutto questo sta capitando alla mia città, ai miei cittadini, a me, ai miei figli, sento che è ingiusto. 

Umanamente ingiusto. 

Perché chi vive in una città d'arte ha un rapporto con il centro storico strettissimo. 

L'arte ti entra nell'anima, anche se non lo sai, anche se non vengono i turisti. 

Perdere il centro è perdere l'anima”

Giusi Pitari detta Prof, prorettrice dell’Università dell’Aquila, racconta così la prima volta del popolo delle carriole. È la signora con il caschetto da cantiere e il megafono che tutte le domeniche guida la protesta degli aquilani in centro storico. “Prima del terremoto – ricorda – ero riservatissima. Non avrei mai pensato di ritrovarmi a concedere centinaia di interviste. Ma la gente deve capire, e per capire deve sapere. E se non capisce noi andiamo avanti lo stesso”.

Aveva una casa grande e piena di luce nel centro storico della città. Classificata E, da abbattere. Ora vive con i due figli nella new town di Cese di Preturo. Per capire cosa è L’Aquila a un anno dal terremoto, perfino io che dal 7 aprile non me ne sono mai completamente andata, devo venire una domenica mattina a vedere con i miei occhi il popolo delle carriole. Gli anziani in fila che passano il secchiello vuoto agli universitari di venti anni e lo riprendono, alla fine del giro, pieno di calcinacci, dopo aver forzato l’accesso a un centro ancora quasi interamente interdetto agli abitanti. Le macerie ovunque – 4 milioni e mezzo di tonnellate di macerie.  Gli operai, ancora impegnati solo nella messa in sicurezza.  I palazzi antichi che si deteriorano di settimana in settimana. Quelli non troppo danneggiati, dove si potrebbe rientrare presto e non si può, perché mancano le linee guida per iniziare i lavori di recupero. 

E gli aquilani che crescono in numero e rabbia, domenica dopo domenica. E lavorano, lavorano, portano via quintali di macerie differenziate alla volta. Gli amministratori parlano, e loro intanto liberano le piazze. Se le riprendono.

Ingrati. Viziati. Il governo vi ha assistito, nutrito, curato, e poi, in tempi record, vi ha ricostruito le case, case vere, ampie, calde, confortevoli, antisismiche e sicure. E a voi non basta. Volete tornare nelle vostre case da ricchi, le vostre case nel centro, nei palazzi antichi, e volete tornarci subito – ma c’è stato un terremoto terribile, non è colpa del governo, non è colpa di nessuno. I vostri amici finiti sotto le macerie sono stati sfortunati, voi siete vivi. Perché non dite grazie e non vi accontentate? 

“Perché siamo aquilani, mica coglioni” . Marco Morante è un giovane architetto aquilano. Fa parte di uno dei molti comitati che, già pochi giorni dopo il terremoto del 6 aprile scorso, hanno tentato di difendere il territorio della città dai rischi dell’efficientismo a favor di telecamere. La prima volta che si sono scontrati con Guido Bertolaso è stato il 4 maggio, a un’assemblea in cui la Protezione Civile aveva accettato di incontrare i cittadini. Non eravamo lì, quindi non potremmo giurarci: ma secondo Morante, Bertolaso esordì più o meno così: “Sono qui per ascoltarvi, ma tanto farò di testa mia”. 

“Una premessa incoraggiante – ironizza Marco. - Del resto, avevamo capito che il destino urbanistico della città non sarebbe stato discusso con i cittadini già quando, ancora nella prima fase dei soccorsi, Berlusconi aveva annunciato la costruzione di 19 new town al posto degli insediamenti storici, rimandando la vera RICOSTRUZIONE a data da destinarsi.”. 

A un anno dal sisma, Marco e i suoi colleghi hanno almeno la soddisfazione di aver previsto quello che sarebbe successo. E quello che è successo, cosa è L’Aquila oggi e come è stato gestito il post-terremoto, bisogna ricordarlo con precisione, perché alla stragrande maggioranza degli italiani è stato fatto credere che il governo dei miracoli avesse colpito ancora.   

Ecco come e dove sono sistemati gli sfollati aquilani a un anno dal sisma, secondo l’unica fonte ufficiale: la Protezione Civile.

13.408 sono nei 19 agglomerati del progetto C.A.S.E. Cosa significa? Che la strategia del fare ha sistemato meno di un terzo di chi ne aveva bisogno, al costo di circa 880 milioni di euro.

Il resto della popolazione è qui: 4.295 nei 45 M.A.P. i moduli abitativi provvisori, cioè le casette di legno, in 28 comuni. Di questi, 1.710 sono nel comune dell’Aquila.  Poi ci sono 7.332 persone “assistite”. 5.336 ancora negli alberghi, fra L’Aquila, la costa e le altre regioni. 926 in due caserme. 1.070 in affitto sulla costa.

Gli abitanti dell’Aquila erano circa 70.000. Dove sono gli altri? 

Qualcuno è rientrato nella propria casa, poco o niente danneggiata. Altri stanno iniziando i lavori. La stragrande maggioranza è invece in “sistemazione autonoma”, cioè a casa di amici, in camper, in condivisione, su un divano, e riceve un contributo di 200 euro al mese a persona.

Paghi tutto tu. Fino a quando? Finché la gente non potrà rientrare nelle proprie proprietà: le case classificate come A, B o C a seconda dell’entità dei danni subiti. A questo ritmo, ci vorranno anni. E, soprattutto, a questo punto, con tante casette già inaugurate a favor di telecamera, la ricostruzione al governo non interessa più. Dal 1 febbraio 2010 la patata bollente è passata agli amministratori locali: il Presidente della Regione Chiodi e il Sindaco Cialente. Che però, per ricostruire, non ha più un euro.

C’era un’alternativa? I tecnici aquilani l’hanno proposta fin dall’inizio. Sono stati completamente ignorati. Ecco l’idea: montare, in poco tempo e con un esborso molto minore, dei moduli impilabili e removibili. Trasferirvi la popolazione e utilizzare i fondi risparmiati per avviare rapidamente e contemporaneamente la sistemazione delle case poco danneggiate e la ricostruzione del centro storico. A un anno dal terremoto, assicurano, la città sarebbe tornata a vivere, le attività economiche ripartite, il centro parzialmente riaperto. Ottimisti o velleitari? Chi lo sa. Di certo, in Umbria, dove dopo il terremoto del 1997 si è seguito questo modello, container e ricostruzione, entro un anno circa i centri storici dei paesi colpiti, compresa Assisi, erano riaperti. In Umbria ci sono state meno vittime e meno danni, obietta qualcuno. È vero. Ma resta valida la domanda: perché si è preferita la scelta delle New Town? La costruzione invece della ricostruzione?

Tento una risposta: perché ricostruire costa, richiede anni e non assicura un ritorno politico sicuro. Costruire, invece, e in regime di emergenza, conviene e rende in termini economici, mediatici e di consenso politico. In tutti i sensi.

Angelo Venti è un giornalista freelance silenzioso e serissimo che il 7 aprile è arrivato all’Aquila, si è sistemato in una capanna di legno senza elettricità né acqua calda e ed è rimasto lì per 5 mesi. Poi è passato da casa a cambiarsi. 

Sul giornale online Site.it, in un articolo che, il 2 dicembre 2009, diceva già tutto, ricostruisce così l’operato della Protezione Civile nel post terremoto: “Subito dopo la scossa del 6 aprile il Dipartimento esautora gli enti locali dei loro poteri, disarticola le forze dell’ordine nelle loro funzioni e - dopo averlo spopolato di gran parte dei suoi abitanti - militarizza il territorio. Contemporaneamente, la Protezione civile avvia il Progetto CASE e assegna appalti per centinaia di milioni di euro per la costruzione di 4.700 nuovi alloggi. Lo fa senza coinvolgere gli enti locali e in deroga a tutto: leggi urbanistiche, Piani regolatori, Piani paesistici e - soprattutto - alla legge sugli appalti.

Lo fa utilizzando due poteri che gli vengono concessi in nome dell’emergenza: il Potere di Ordinanza, cioè scrivendosi le leggi da sola, e il Potere di di Deroga, cioè eludere le altre leggi vigenti. Soprattutto può farlo senza passaggi parlamentari e senza controlli, nemmeno della Corte dei Conti. Un sistema di poteri straordinari fuori da ogni controllo che - se non viene maneggiato con cura o se viene posto nelle mani sbagliate - può portare a esiti imprevedibili e produrre il disastro.

Un caso emblematico, dicevamo, è quello del Progetto C.A.S.E. Il Dipartimento elabora il progetto e dispone il bando di gara a cui - per la sua stessa natura e per i tempi stretti di realizzazione - possono rispondere solo poche ditte. 

Contemporaneamente con apposita ordinanza il Dipartimento aumenta le opere subappaltabili dal 30% fino al 50% dei lavori: il risultato pratico e che così la metà dei finanziamenti vengono assegnati senza alcuna gara, per affidamento diretto.

A denunciare le prime presenze sospette nei cantieri sono articoli di stampa e scatta così l’allarme sul rischio infiltrazioni ma, di fatto, non si forniscono alle forze dell’ordine gli strumenti di controllo per le verifiche delle ditte impegnate nei cantieri e quelli previsti nel decreto non vengono resi operativi. 

Le “Linee guida” indicate dal “Comitato di coordinamento per l’alta sorveglianza delle grandi opere“ e persino l’allaccio telematico della prefettura alle Banche dati del CED non arrivano o arrivano con forte ritardo. Strumenti fondamentali quali la “Anagrafe informatica di elenchi di fornitori e prestatori di servizi non soggetti a rischio di inquinamento mafioso” - cui dovrebbero rivolgersi gli esecutori dei lavori oggetto del decreto Abruzzo - non viene ancora creata e nemmeno viene emanato il decreto per la Tracciabilità dei flussi finanziari. Inoltre, non si conosce ancora la composizione e nemmeno se è operativa la “Sezione specializzata” localizzata in Prefettura. E poi ancora: non risulta ancora emanato nemmeno il decreto che renderebbe operativi altri strumenti di contrasto, quali il Gicer, cioè il Gruppo interforze centrale per l’emergenza e ricostruzione.

[…] Le forze dell’ordine, malgrado i pochi mezzi a disposizione, si mettono  comunque al lavoro ed eseguono una serie di accessi direttamente nei cantieri  per le verifiche: accertano così la presenza di almeno 132 imprese al lavoro con posizione irregolare. […] A questo punto, direte voi, la Protezione civile, cosa fa? Prende provvedimenti contro le ditte per subappalto non autorizzato? No, ricorre ancora una volta al potere di ordinanza e di deroga e con il gioco ancora in corso cambia le regole.

A metà novembre, con l’Ordinanza n. 3820, nell’art 2 inserisce il comma 2. Con una mossa maldestra il Dipartimento elimina - retroattivamente - il reato di subappalto non autorizzato”.

Per inchieste come questa, Angelo Venti ha ottenuto il prestigioso premio giornalistico Premiolino, e naturalmente non ne aveva mai sentito parlare. Intanto, sul sistema gelatinoso intorno e dentro la Protezione civile sono uscite pagine e pagine di ordinanze, che la Procura dell’Aquila ha acquisito. 

Per responsabilità nel crollo della Casa dello Studente e del Convitto nazionale sono state rinviate a giudizio 17 persone, con l’accusa di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni. Ma l’approvazione del cosiddetto “processo breve” rischia di spazzare via la speranza di giustizia dei parenti delle 11 vittime.

Le macerie? Le macerie, in Italia, sono ovunque. 

 

Lucrezia Carlini

L'indovino di Trivandrum e la grande scatola

Moleskine aprile 2010