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L'indovino di Trivandrum e la grande scatola

Viaggio in India, “quella che esporta i suoi 

migliori cervelli nelle università americane 

e che tuttavia non legge solo i listini di borsa,

legge ancora le stelle.” Sarà in grado di vedere

il fondo del buco nero dell’universo dove stanno finendo gli scarti del nostro modello di sviluppo?

 

I nuovi grandi mercati, sintetizzati soprattutto nella  ormai nota Cindia (Cina-India), enorme massa di nuovi consumatori, due miliardi e mezzo di cinesi e indiani ormai avviati a consumare come, se non più, della vecchia Europa, sono dai più visti come grande opportunità per rilanciare la nostra asfittica economia, che vi identifica la possibilità di ottenere una proroga sui debiti sociali e ambientali che ha contratto con il mondo.
E come sempre sono poche le voci che cercano di guardare oltre questo approccio.
Sono voci sempre più isolate, nonostante i temi riguardanti la responsabilità sociale del business siano ormai oggetto di quotidiane conferenze e di corsi accademici nella maggior parte delle facoltà di economia. Ma proprio qui sta il punto.
Arrivare in piena notte all’aeroporto di Trivandrum, nell’estremo sud dell’India, mi conferma queste sensazioni; una folla vociante e dagli occhi allegri aspetta il ritorno degli emigrati, la maggior parte dei quali torna per un breve periodo dai paesi del golfo persico, da quelle città disumane come Dubai, Doha, Abu Dhabi … dove queste masse di schiavi del nuovo millennio costruiscono i grattacieli, puliscono i pavimenti degli alberghi, guidano i taxi, in poche parole fan sì che questi paesi/città possano presentarsi al mondo come nuove capitali.
Si è visto recentemente, ad esempio a Dubai, come queste nuove capitali abbiano fondamenta di sabbia, e anche nel caso queste fondamenta galleggino sul petrolio, non si può non intravedere in questi modelli qualcosa di profondamente insostenibile da un punto di vista ambientale.
E l’insostenibilità ambientale non può non avere ripercussioni sulla sostenibilità sociale e economica; eppure anche qui, in questa calda notte tropicale indiana, si aspettano gli emigranti con ammirazione, vedendo in loro il successo, testimoniato dalle scarpe, così innaturali in una parte del mondo dove la temperatura non scende mai sotto i 20 gradi, ma che hanno sostituito i sandali artigianali che da secoli gli indiani indossavano. Scarpe pesanti, che fanno barcollare questi ragazzotti non abituati a camminare chiusi in involucri di gomma, spesso con rialzi di 4 o 5 centimetri. Gli hanno detto che è la moda occidentale, che indossandole saranno più felici, potranno tornare nelle loro vecchie baracche e nei loro piccoli villaggi da vincitori. 

 

 

“...valigie di cartone contenenti frullatori elettrici, forni

a microonde, televisioni iper moderne e scaldabagni, prodotti “opulenti” dei quali la maggior parte di coloro che li attendono fuori dall’aeroporto

non ne conosceva nemmeno

l’esistenza e soprattutto

non ne sentiva il bisogno....”

 

Escono tutti assieme dall’aeroporto, con le loro valigie di cartone contenenti frullatori elettrici, forni a microonde, televisioni iper moderne e scaldabagni, prodotti “opulenti” dei quali la maggior parte di coloro che li attendono fuori dall’aeroporto non ne conosceva nemmeno l’esistenza e soprattutto non ne sentiva il bisogno. 
Ma i reali bisogni e i desideri autentici sono i principali nemici dell’economia globalizzata, che vede nel consumatore tradizionale, colui in altre parole che non vuole altro che vivere mantenedo il suo abituale stile di vita, un pericolo letale per la propria sopravvivenza e quindi crea i bisogni, trasformando prodotti inutili in oggetti di un  desiderio che puntualmente non potranno soddisfare, spingendo quindi a ulteriori e nuovi acquisti in una infernale e perversa corsa caratterizzata dall’inganno costante, elemento questo che rappresenta  parte integrante del modello e un sintomo di salute del sistema.
E dall’inganno come  colonna sonora permanente  della nostra epoca discende tutto il resto; siamo ingannati dalla politica, dall’informazione e ovviamente dalle grandi corporation che governano ormai l’economia mondiale.
Sono ormai così evidenti gli inganni che sembra strano doverli esplicitare, ma non è mai inutile sottolinearne alcuni  clamorosi. La raccolta differenziata, panacea di tutti i problemi legati alla bulimia di rifiuti che ci ha travolto, mostra tutti i suoi limiti, ma nessuno ne parla. 
Le vetrerie non ritirano più il vetro, le cartiere la carta e così via eppure si  continua a decantarne le virtù, quando anche un bambino capisce che dividere lo spreco non è sufficiente se non se ne riduce l’afflusso a monte, unico modo per ridurre anche i costi dello smaltimento e del riciclo, oltre che ovviamente per ridurre l’impronta ecologica.
E di fronte a queste mistificazioni mi turba meno vedere le strade, le spiagge, i prati, i boschi e i corsi d’acqua dell’India costellati di rifiuti che periodicamente vengono bruciati, a volte in piccoli fuochi ai bordi delle strade, a volte, in un artigianale inceneritore che non è altro che una grande scatola in cui vengono gettati i rifiuti raccolti nelle zone più ricche o negli alberghi sulla costa.
Serviranno cinquanta anni, mi dicono, per modificare l’atteggiamento comune di gettare i rifiuti per strada, come da sempre si faceva con le bucce di banana o gli scarti quotidiani di vite povere ma più semplici  e in armonia, come la cultura indiana impone, con la natura. 
Oggi questa armonia si è rotta anche qui, nonostante i templi induisti e gli innumerevoli culti di questo paese lo rendano ancora più umano, nel senso di un uomo non  solo economico, come lo è sempre stato fino a  duecento anni fa in occidente e fino a pochi decenni fa in India. 
Continuare mettendo al centro di tutto l’economia sarà comunque presto un ricordo del passato visto che tutti gli avvertimenti che sono stati dati non sono serviti a niente. In India l’economia non ha ancora digerito tutto il resto, il lato irrazionale della vita, la fede, la magia sono ancora parte della vita e ancora oggi, seppur in modo sempre meno invasivo, andare da un indovino assomiglia molto a una visita dal medico.
Ci si rivolge all’indovino quando si deve iniziare una nuova impresa, una nuova relazione o cambiare casa. Poco importa se l’indovino sia o meno un ciarlatano, ciò che importa è ascoltare l’irrazionale che domina le nostre vite, nonostante la nostra società lo neghi. 
E così l’indovino svolge il ruolo che nelle nostre ricche città svolgeva una volta il prete e che oggi, dietro pesanti fatture, svolge l’analista, che cerca di applicare modelli scientifici a qualcosa che la scienza, fortunatamente, non riuscirà mai a comprendere e a codificare. 
Chissà cosa devono  chiedere quei due indiani di mezza età che, confabulando in malayalam, la lingua del Kerala, una delle ventidue lingue registrate in India, aspettano il loro turno, in questa piccola e dignitosa abitazione a due passi dal tempio indu di Trivandrum, che sull’insegna indica Dharmacakra, che in sanscrito significa legge universale.  
L’orologio che portano li codifica, fanno parte della nuova India, quella che cresce al ritmo del 8% annuo, quella che esporta i suoi migliori cervelli nelle università americane e che tuttavia non legge solo i listini di borsa, legge ancora le stelle.
Probabilmente si adatta bene anche a loro un proverbio arabo che dice: mio padre si muoveva su un  cammello, io mi muovo in automobile, i miei  figlio in aereo, i loro figli si muoveranno su un cammello.
È così: nelle fasi iniziali dello sviluppo economico, quando la tecnologia sostituisce le fatiche fisiche, che hanno accompagnato generazioni intere, si è come inebriati dal nuovo mondo, le speranze e la fiducia nel futuro caratterizzano intere classi sociali; fiumi puzzolenti, fumi maleodoranti, rifiuti ovunque non contano se confrontati alle fatiche precedenti.
Ci vuole tempo per capire che le scarpe, scomode e alla moda, le automobili luccicanti e le merci fino ad allora sconosciute e irraggiungibili hanno un costo sociale enorme, rompono l’equilibrio tra le persone e con l’ambiente.
La grande scatola che raccoglie gli scarti della modernità diventa così sempre più grande, come un buco nero dell’universo; chissà se l’indovino sarà in grado di vederne il fondo. 

 

Francesco Bertolini

 

 

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