Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Moleskine aprile 2010

 

Israele, Palestina, 

e autodeterminazione 

dei popoli

Sono contro Israele perché è uno Stato nato da un’usurpazione, senza alcun buon diritto che sia stato quello deciso a tavolino da Stati Uniti, Gran Bretagna e i loro alleati all’indomani della Seconda Guerra Mondiale.

Sono contro Israele perché il genocidio da loro subìto dai nazisti non poteva ammettere, come sinistro risarcimento, l’oppressione cinquantennale di un altro popolo, quello palestinese. 

Sono contro Israele perché ammiro la cultura e la storia degli Ebrei, e non sopporto di vederla infangata dalla politica d’occupazione perpetrata dagli Israeliani in quest’ultimo mezzo secolo. 

Sono contro Israele perché il sionismo realizzato è stato un abominio, e l’antisemitismo, questa peste stupida e maledetta, trae nuova linfa dagli errori e dagli orrori israeliani, non dalle legittime critiche ad essi. 

Sono contro Israele perché sto, per istinto e principio, dalla parte del perdente, cioè dei palestinesi. 

Sono contro Israele perché la Striscia di Gaza è un’enclave dall’autonomia larvata e sotto perenne ricatto, in libertà vigilata e non effettiva, e perché appena gli israeliani chiudono i valichi di confine la vita della popolazione diventa invivibile, Hamas o non Hamas.

Sono contro Israele perché i morti dell’una e dell’altra parte sono uguali, ma solo quando i palestinesi avranno un loro Stato non riterrò quelli provocati dai razzi Kassam più morti degli altri.

Sono contro Israele perché sto con Hamas, che ha regolarmente vinto le ultime, democratiche elezioni palestinesi e oggi governa com’è suo diritto, godendo di un ampio consenso popolare dovuto alle sue organizzazioni sociali, assistenziali e non solo al presunto “terrorismo”, che tale non è perché combattere per riprendersi la propria terra, da che mondo è mondo, si chiama legittima resistenza.

Sono contro Israele perché sono dalla parte di tutti coloro che non intendono piegarsi ai voleri del suo complice americano, gli Usa. 

Sono contro Israele perché dopo aver fatto carta straccia di tutte le risoluzioni Onu, essersi arrogata la prerogativa della bomba atomica, aver impunemente schiavizzato un popolo, non può pretendere che noi si creda alla favoletta dell’unica democrazia in Medioriente, povera e indifesa contro i cattivi arabi alle porte. 

Sono contro Israele perché non è per niente democratica la pretesa di far fuori dal consesso delle Nazioni Unite uno stato come l’Iran che ha la colpa, per bocca del suo capo di governo Ahmadinejad, di dire sciocchezze negazioniste sulla Shoah ma che non ha mai invaso, minacciato o bombardato nessun vicino come invece ha fatto Israele con l’Egitto, il Libano e la Giordania, e che ha tutto il diritto di farsi il proprio nucleare civile e, anche fosse, militare, circondato com’è da ogni parte dagli onnipresenti e prepotenti Americani (in Afghanistan, in Irak e nelle ex repubbliche sovietiche).

Sono contro Israele perché il conflitto con i palestinesi è fatto artatamente sopravvivere a se stesso per poter tenere in scacco politico e morale i “fratelli arabi”, alcuni dei quali (Egitto, Giordania) si sono venduti da un pezzo alla munificenza americana. 

Sono contro Israele perché, semplicemente, faccio il tifo per una libera e indipendente Palestina in nome dell’autodeterminazione dei popoli. 

 

A.M.

 

 

Perché la sinistra 

non può sconfiggere Berlusconi 

(e sarebbe comunque inutile)

L'italiano, in cuor suo, non vuole la democrazia. Non vuole essere considerato uguale agli altri italiani (che in molti casi detesta). L'italiano si sente migliore degli altri italiani. L'italiano vuole il privilegio. Vuole trombare con Belen. Inseguendo questo sogno, spende quello che ha al Superenalotto. Si va a vedere "Natale alle Bahamas". E vota Silvio. Secondo me è tutto estremamente semplice, schematico. Non servono tante parole. La sinistra utilizza troppe parole, poco chiare. Non è una questione di quantità del linguaggio ma di qualità del linguaggio. Qui abbiamo decine di milioni di persone che parlano il linguaggio delle soap opera. Non è questione di demonizzare Silvio Berlusconi. E' questione di educare tutti, sin da giovanissimi, ad una coscienza collettiva e ad un senso della nazione (semmai) per superare il concetto che il personaggio di Silvio Berlusconi esprime. Altrimenti verranno altri Berlusconi dopo Berlusconi e il paese gli andrà dietro nella stessa identica maniera. Per questo io dico che la sinistra sbaglia il linguaggio del messaggio e sbaglia il contenuto del messaggio. La sinistra non riesce a scrollarsi di dosso questa immagine di saccenza e presupponenza (D'Alema incarna questi due attributi in maniera mirabile). Non riesce a scendere sul piano del popolo. E' oramai una forza politica d'elite (si fa per dire) che si rivolge a gente mediamente troppo colta o a gente poco colta che tenta di emulare la gente colta. Eppoi questo arrogarsi sempre di essere dalla parte giusta è oggettivamente detestabile. Qui c'è un problema morale che pervade il paese. Ruolo della sinistra - in questi anni - dovrebbe essere quello di prenderne coscienza e traghettare il popolo verso un rifiuto collettivo dell'illegalità e non quello di dire "se buttiamo giù il demonio, poi tutto si sistemerà". E' un discorso degno di una piazza che urla "Dagli all'untore", e infatti Di Pietro prospera grazie ad una demagogia che preannuncia violenze da "resa dei conti". 

Mi pare quantomai evidente che, allo stato delle cose, passato Berlusconi, nulla si sistemerà. Anzi, potrebbe peggiorare. Quando qualcuno grida al complotto e c'è gente in Italia (ce n'è tanta) che crede che ci sia stato un complotto, questo vuole dire che qualcuno pensa che in Italia ci sia gente che ordisce complotti contro Silvio Berlusconi. Cioè che ci sia qualcuno che ordisce complotti contro il sogno di diventare ricchi e vivere bene. Cioè che in Italia ci sia una forza occulta, immensamente cattiva e comunista, triste come la steppa gelida, che vuole mantenere tutti in schiavitù, povertà e tristezza. 

E questo è il successo mediatico del linguaggio di Berlusconi. La semplicità. L'aver saputo rievocare Don Camillo e Peppone. Il bene, il male. Come in una soap opera. I buoni ed i cattivi. Eppoi c'è il coinvolgimento personale nella lotta contro il male. "Vieni anche tu in questa battaglia di libertà". TU. Cioè io, Berlusconi, uomo ricco e potente, mi abbasso al tuo livello e ti chiedo di venire con me, come se ti assumessi nella mia grande azienda della giustizia e della libertà. Come quando Belrusconi disse "Standa, la casa degli italiani". 

Standa è il prodromo di Forza Italia. Anche Forza Italia è "la casa degli italiani". Adesso Standa non esiste più. Faceva effettivamente cagare ed è fallita. Presto Forza Italia non esisterà più. Fa effettivamente cagare ed è destinata a fallire. Ma se non si comprende - nel linguaggio - la ragione di un successo, non lo si può sconfiggere. 

Il linguaggio di Berlusconi è quello degli spot pubblicitari americani. E gli spot pubblicitari americani sono una forma di guerra. Una guerra nata per distruggere gli avversari che producono e commercializzano nei supermercati un prodotto uguale a quello della tua azienda. Il linguaggio della pubblicità è il linguaggio della guerra. E' un linguaggio suadente, capace di dipingere una realtà parallela piacevole che - nella realtà - non esiste. E' una sorta di linguaggio lisergico, che induce "endorfine" di piacere in chi lo ascolta. E chi ascolta il linguaggio di uno spot pubblicitario è portato a pensare che, acquistando un dato prodotto, la sua vita cambierà in meglio. 

Berlusconi ha avuto il merito (o demerito) di saper proporre se stesso come un prodotto, ed ha utilizzato questo linguaggio lisergico per produrre "endorfine" di piacere nel target degli elettori. Aver saputo utilizzare il linguaggio della guerra pubblicitaria americana applicato alla politica è stata una mossa strategicamente rivoluzionaria per il panorama comunicativo del nostro paese. Ma si è trattato comunque di un atto "di guerra", perché la pubblicità stessa sottende una forma di guerra. Una guerra che si sviluppa non tra popoli, ma tra aziende. Per questo Berlusconi ha portato il proprio movimento politico sul piano dell'azienda e non di un partito. Un'azienda è più dinamica e attenta al consumatore. Un'azienda è più efficiente di un partito, che nell'immagine collettiva è semplicemente un raggruppamento di odiose regole e pastoie burocratiche. Ecco quindi che Berlusconi incarna perfettamente la cultura, il linguaggio e le tecniche di guerra degli Stati Uniti. E per questo si rivela vincente. 

Noi abbiamo fatto entrare gli americani in Europa per salvarci dal nazismo. Li abbiamo chiamati noi, perché da soli - noi che vivevamo beatamente adagiati sui sofà dei caffè letterari - non riuscivamo a reagire a tanta sconvolgente barbarie assoluta. Per sconfiggere la barbarie assoluta - in effetti - servono barbari assoluti. Ed ecco che i barbari assoluti sono arrivati in Europa non per salvare le nostre eburnee chiappe, ma perché ci hanno intravisto un grosso business potenziale, nel quale battere sul tempo i competitor russi. Così hanno preso navi e aerei e si sono precipitati oltreoceano. E ci hanno portato l'unica cosa che - da barbari assoluti senza storia e senza cultura quali sono, dato che l'America per loro stessa ammissione è un meltin pot di popoli cioè una nazione che esiste ma solo un conglomerato di singolari ed individuali avidità - gli americani conoscono bene: lo spirito della frontiera. La colonizzazione fisica, l'assimilazione culturale e lo sfruttamento economico. Gli europei sono stati trattati esattamente come i nativi americani, che a loro volta sono stati opportunamente ribattezzati "indiani", cioè nemmeno americani. La vera natura morale degli americani è visibile attraverso il popolo alieno dei "Borg" nel serial Star Trek. Probabilmente gli autori di Star Trek - attraverso i Borg - volevano parlarci del pericolo comunista, ma involontariamente hanno tratteggiato le caratteristiche salienti della loro stessa società. Oggi noi non abbiamo un senso dello stato perché la cultura predominante è il sogno americano: arrivare dove ti sei prefisso di arrivare, senza riguardo per gli altri, senza scrupoli e senza incertezze morali. 

Chi compie questo processo catartico al contrario (in pratica una discesa agli inferi) nella società americana è comunque degno di stima per il solo fatto "di avercela fatta". Ed oggi, anche qui da noi, un simile manigoldo è un uomo degno di ricevere tutti gli onori. Tale uomo porta benessere, ricchezza e posti di lavoro, esattamente come nella concezione più becera che in certe località (anch'esse arretrate culturalmente) del Sud Italia si ha nei confronti della mafia. La teoria del "frigorifero pieno" ha trionfato su tremila anni di storia e di filosofia, e Berlusconi è una metastasi di questo tumore. Asportando una metastasi, purtroppo, non ho mai sentito di un malato di cancro giunto alla completa remissione del male.

 

G.C.

 

 

New Economy, 

vecchie strategie  

 

Esattamente dieci anni fa, il 10 marzo 2000, il listino del Nasdaq toccò il suo punto più alto, raggiungendo la quota straordinaria, e quasi incredibile, di 5.132 punti. Fu lo zenit di un’ascesa vertiginosa, che aveva portato i titoli tecnologici della cosiddetta “new economy” a moltiplicare a dismisura il proprio valore iniziale. La dinamica era quella classica delle bolle speculative, che più si espandono e più appaiono attraenti. Per un po’ di tempo guadagnano tutti, ed è come un sogno ad occhi aperti. Di colpo la festa finisce, ed è come un incubo dal quale non c’è modo di risvegliarsi. Un anno e mezzo dopo, nell’ottobre 2002, il Nasdaq completò la picchiata precipitando a 1.114 punti. Ieri, infine, la chiusura è stata di 2.341, ampiamente inferiore alla metà di quello che fu il record. 

Lunedì scorso, in uno dei suoi soliti, utilissimi articoli (che se portassero alle estreme conseguenze determinati spunti sarebbero ottimi non solo nelle premesse e in buona parte dello svolgimento ma anche nelle conclusioni) Federico Rampini ha riepilogato sulle pagine di Repubblica ciò che stava accadendo in quel momento e, soprattutto, ciò che è accaduto in seguito. Uno dei passaggi più interessanti, però, non riguarda direttamente quella vicenda, ma le politiche monetarie che accompagnarono dapprima la fase espansiva e poi, un paio d’anni dopo, quella recessiva. Scrive Rampini: “Tra la fine del 1999 e l’inizio del 2000 la Federal Reserve è costretta ad alzare i tassi d’interesse per ben sei volte, nel tentativo di tamponare gli eccessi di liquidità e la bolla speculativa creata dal denaro facile. Ma presto le azioni di risanamento della banca centrale saranno vanificate da altre emergenze: con l’11 settembre 2001 l’America è sotto la duplice minaccia di un attacco terroristico senza precedenti, insieme con una recessione. La Fed deve tornare a pompare liquidità nel sistema, facilitando così la nascita di una nuova bolla (al posto del Nasdaq, subentra il mercato immobiliare).” La ricostruzione, sorvolando sul richiamo di routine alla “minaccia di un attacco terroristico senza precedenti”, ha il pregio di ricordarci la rapidità con cui può mutare, in quest’ambito, la posizione delle Banche centrali. A seconda dei casi esse immettono liquidità, abbassando i tassi, oppure la tolgono, spingendoli verso l’alto. La versione ufficiale, o se si preferisce “tecnica”, è che così facendo adempiono a una fondamentale funzione di riequilibrio del sistema. Nelle fasi di forte crescita l’inflazione tende ad accelerare, e allora si cerca di frenarla rendendo meno facile l’accesso al credito, mentre nelle fasi di crescita ridotta, o addirittura di recessione, si procede al contrario. Ma c’è un’altra spiegazione, di cui non si parla mai. Questa funzione di riequilibrio, infatti, è più che altro simulata. Essa non ha affatto lo scopo di raggiungere un equilibrio vero e proprio – laddove per equilibrio si intenda una stabile armonia tra le diverse componenti economiche e sociali – ma quello di rendere meno evidenti le conseguenze degli squilibri che si producono. O meglio: che vengono inevitabilmente prodotti dall’iperliberismo in genere e dalle dinamiche speculative in particolare. Alzare e abbassare i tassi serve a creare delle “pause”, delle discontinuità più apparenti che sostanziali, all’interno di una strategia che è assolutamente univoca. E che mira a concentrare la massima forza economica e il massimo potere politico nelle mani di pochi a scapito di tutti gli altri. Il trucco, detto in estrema sintesi, è utilizzare una ricchezza convenzionale quale il denaro per conseguire trasferimenti di ricchezza reale, sotto forma di beni sia materiali che immateriali. Gli uni e gli altri, a loro volta, diventano i presupposti di un controllo tanto materiale quanto immateriale sulle persone. E quindi sui popoli. La domanda che ci si dovrebbe porre dopo ogni “crisi” è estremamente precisa: ne usciamo proiettati verso una maggiore equità, in senso sia patrimoniale che giuridico, o verso un incremento dell’ingiustizia? Sono questi, i parametri che andrebbero tenuti d’occhio. Gli indici di Borsa, e i tassi d’interesse, sono solo specchietti per le allodole, per far sembrare puramente economico, e per nulla deliberato, e in fin dei conti ineluttabile, un processo di asservimento collettivo che preferisce avanzare un po’ alla volta. Ma che non si ferma mai.   

F.Z. 

 

È l’ora di abolire la Borsa

 

Perché non abolire la Borsa? Se c’è un luogo dove l’essenza del profitto, la speculazione fine a se stessa, diventa scopo totalizzante e pratica barbarica è proprio lì, in quella bolgia infernale di listini, vendite, titoli, crolli, salite, fortune gigantesche e vite distrutte in pochi minuti, quando non in qualche secondo. Se le banche sono le chiese moderne, le borse sono i templi dove l’oscura economia degli swap e dei derivati e di tutte le diavolerie finanziarie succhia il sangue a quella, fatta di sacrificio e sudore, basata sul lavoro di milioni di schiavi salariati. Fino all’Ottocento queste istituzioni di fatto sovranazionali, capaci di mettere in ginocchio interi paesi, non esistevano. Eppure prima di allora l’umanità ha vissuto benissimo, anzi sicuramente meglio. L’ultimo cataclisma finanziario, quanto a effetti secondo solo a quello del 1929, sta lì a dimostrarlo. Tutta la razza predona dei banchieri e degli speculatori di borsa, forsennatamente intenti a guadagnare denaro dal denaro, hanno dato vita a una gigantesca bolla che, dopo essere cresciuta all’inverosimile, è finita nel modo in cui finiscono tutte le bolle: è scoppiata. Accecati dai miraggi della finanza facile e abituati da tempo a scherzare coi debiti, i risparmiatori hanno abboccato a quelle scommesse folli che sono i derivati. Derivati che i banchieri, veri grassatori di professione, sapevano benissimo essere spazzatura all’ennesima potenza. Ma cosa volete che gliene importasse a loro, che sono la vera casta di intoccabili, grazie alla “licenza di uccidere” (leggi: escogitare forme speculative) concessa dai complici seduti al Congresso americano. Tutto, ovvio, in nome di quella panzana del “libero mercato”. Mentre la realtà un’altra: la finanza tiene per le palle la politica. Anche in Italia. Politici camerieri delle banche, diceva Pound. E aveva ragione. 

Ora, il capitalismo dipende dal credito. E il credito è un mondo che fa capo solo ai suoi signori: i banchieri. I quali controllano gli istituti centrali (Banca d’Italia, Banca Centrale Europea, Federal Reserve e così via), che perciò non sono pubblici, come comunemente si crede. Sono privati. Ecco allora che quando oggi la Bce stampa moneta per immettere liquidità, quella moneta non è dello Stato, ma dei grandi gruppi bancari proprietari delle banche centrali. Non solo: ma viene venduta allo Stato caricata di un interesse deciso da Trichet, Draghi e compagnia brutta. Alla faccia del “primato della politica” e della “democrazia”. E non è finita: costringono lo Stato, cioè noi cittadini, a coprire gli spaventosi buchi di cui loro sono i primi responsabili. Detto chiaro: il pubblico è ostaggio del sistema privato bancario grazie all’illegale “indipendenza” di Bankitalia e consorelle, che macinano profitti stellari non rischiando assolutamente nulla perché hanno il potere supremo di creare moneta. Se non si prende coscienza di  questo “lato oscuro” - che dovrebbe farci tutti rabbrividire quando mettiamo piede in una banca - non si capisce nulla. C’è ancora qualcuno che non capisce perché l’economia “reale”, fondata sulla laboriosità e l’ingegno di imprenditori veri, che hanno rischiato partendo dal niente, è stata squassata dal ciclone dell’alta finanza. Il fatto è che quegli imprenditori, semplicemente, non esistono più. Quello che contraddistingueva l’uomo d’impresa, una volta, era il rischio. Se investiva male il capitale, il padroncino ci rimetteva di suo. Oggi ci rimette i soldi dei risparmiatori, visto che vive di continui prestiti bancari. Ma siccome la maggioranza delle banche fa capo a grandi gruppi (Unicredit, Intesa San Paolo, Mediobanca, eccetera), i quali sono proprietari dell’istituto di credito nazionale, i conti per loro tornano sempre: ricattando lo Stato, possono esigere da esso il pagamento dei loro disastri. Il che fa aumentare ancora il debito pubblico. 

I signori della finanza non pagano mai, quindi. A pagare sono i soliti fessi: i cittadini. E due volte. Primo perché, tramite gli interventi straordinari dei governi, devono sborsare i miliardi necessari a tamponare le insolvenze e i crack delle banche fallite; e secondo, perché devono affrontare la disoccupazione, l’inflazione e la polverizzazione dei propri risparmi. Se ai comuni mortali mancano i soldi per il mutuo, non vedono abbassarsi il proprio rating né viene in loro soccorso lo Stato amorevole e prodigo: gli viene messa all’asta la casa. I cittadini, infatti, non hanno alcuna influenza decisiva sull’autorità che li governa, perché non controllano il mercato. A dominarlo e a drogarlo è la finanza. I tempi sono maturi per mettere in discussione un modello di sviluppo che si è dimostrato irrazionale, antieconomico (sì, proprio così) e di rapina. Sarebbe ora di prendere in considerazione l’idea di decrescere, invece di affannarsi dietro la paranoia della crescita economica a tutti i costi. Perché prima o poi i costi si pagano, e salati. Si potrebbe iniziare con l’abolire la Borsa, quindi. Così questi venditori di carta straccia dovranno finalmente cercarsi un lavoro. Un lavoro vero, intendo. In alternativa alla galera, che si meriterebbero a vita. 

 

A.M. 

 

Dissidenza giustificata  

 

Lo era già da prima, beninteso, ma a questo punto diventa sacrosanta. Parliamo di dissidenza. Non esiste più un motivo che sia uno per il quale ogni cittadino di questo Paese debba continuare a rispettare imperterrito le regole di uno Stato che non le rispetta a partire dal suo primo cittadino. Non torneremo sul punto - già affrontato ieri da Zamboni e Mannino come si conviene - ma sulla portata morale ed etica del fatto in sé.

E sia chiaro, il punto non è tanto una dissidenza dal punto di vista del rispetto della legge e delle regole - vi sono più, in questo paese, leggi e regole certe? - quanto dal punto di vista morale ed etico. Ciò a cui stiamo assitendo in Italia è ancora e sempre di più un tutti contro tutti. Ove soprattutto, una parte di questi "tutti" - in questo caso la "casta" - si appropria di leggi, Costituzione e norme per fare il proprio porco comodo. Il resto del parco buoi si adegui. Ovvero si scanni al suo interno.

E non è neanche delle leggi stesse, di chi le fa, le applica quando serve e le stravolge alla bisogna - ovvero del sistema - che importa più di tanto. Lo sappiamo, il sistema non si cambia cambiando le persone che ne fanno parte, ma si cambia cambiando il sistema stesso. Il punto qui è più intimo, personale. Viscerale. Pur non condividendo nulla del sistema politico attualmente in vigore, non democratico, dispotico e aberrante sotto una vasta serie di punti di vista,a questo si deve richiedere - si deve pretendere - se non altro, di rispettare le regole che lo stesso sistema si dà. Nel momento in cui anche questo rispetto viene meno - e in modo evidentissimo come negli ultimi tempi di leggi ad personam, per gruppo, per interesse - non si capisce il motivo per il quale si debba dare una legittimità anche solo di facciata a chi travolge tutto. Non si capisce perché il singolo cittadino debba rispettare leggi, regole e consuetudini di vivere comune nel momento in cui la classe politica ed economica del paese nel quale vive non lo fa.

Ora, delle elezioni Regionali non ci importava nulla prima, e non ci importerà nulla nell'andare ad analizzare i risultati del voto dopo. Eccetto per un particolare, che offre l'esatto termometro della situazione, ovvero la percentuale di chi avrà votato e quella di chi, invece, avrà mandato affanculo questa farsa.

Dall'analisi di questa dipende molto. Perché delle due l'una: o a votare andranno in pochissimi, convinti finalmente di quanto diciamo da tempo - ovvero che siamo sudditi anche nel momento stesso in cui ci si chiede di andare a votare - oppure a votare andranno impunemente in molti, e allora la speranza di una dissidenza diffusa, come servirebbe, crollerà immancabilmente. E ci si dovrà organizzare, a livello personale o di piccole comunità, per reagire e resistere il più possibile a questa sodomizzazione di massa alla quale il nostro Stato di fatto ci sottopone. E sarà ora di vedere - praticamente - come.

 

V.L.M.

 

 

Di Iraq si parla a casaccio (come sempre) 

 

Del risultato elettorale della tornata recente in Iraq importa fino a un certo punto, come sempre, quando elezioni "libere" si svolgono all'interno di Stati occupati militarmente (sempre più spesso, da forze Usa). Di come ne parlano i media, invece, è bene ternersi aggiornati. Se non altro per ribadire - ove ce ne fosse bisogno - alcuni punti da non dimenticare, malgrado siano passati anni dal "peccato originale" sul quale si sono costruite poi le elezioni odierne.

SkyTg24 di Domenica scorsa, parlava di tali elezioni come di un evento fondamentale per dare "stabilità al paese". Vi è infatti bisogno - proseguiva - che a vincere le elezioni sia una governo "moderato" e vicino alla democrazia - made in Usa, n.d.r. - esportata con la forza proprio in Iraq. Ma ancora, l'importanza di tale risultato è decisiva per veriricare quali "industrie siano disponibili a investire nella ricostruzione del paese".

Attenzione, la parola chiave, in questo caso, è "disponibili". Bisognerebbe verificare insomma quali possano essere le industrie disponibili a investire in Iraq. Ebbene, fuor di metafora, le industrie che vogliono ricostruire in Iraq non sono solo "disponibili", ma stanno facendosi una guerra spietata - diplomatica, stavolta - per continuare ad accaparrarsi appalti per la ricostruzione del paese che il proprio governo di appartenenza, ovvero gli Usa, ha sistematicamente distrutto mediante l'invasione dell'epoca e in atto ancora oggi.

Non dimentichiamo mai, per nessun motivo, la pietosa scena di Colin Powell che, in sede di Unione Europea, mostrava delle ampolline di armi chimiche a pretesto imprescindibile per l'invasione. Armi chimiche che - innanzi tutto fornite dagli stessi americani a Saddam Hussein quando faceva loro comodo - non sono mai state trovate perché ormai usate e finite. Non dimentichiamole mai quelle immagini perché la faccia di Powell e le sue parole erano e sono l'esatta dimensione della menzogna pura con la quale le truppe americane e i loro alleati sono sbarcati in Iraq per distruggerlo e per permettere poi la corsa all'oro delle aziende nella successiva "indispensabile" ricostruzione. Si tratta di una tra le manipolazioni moderne più evidenti, anche se molti appaiono averla dimenticata. Tanto che oggi, appunto, in un comune telegiornale, ma anche altrove e in modo particolare sulla totalità dei media allineati, si evita accuratamente di ricordare l'incipit del tutto.

La motivazione imperialista ed economicista con la quale gli Stati Uniti si sono lanciati alla conquista del Medio Oriente, e in questo caso dell'Iraq, è la somma unica e principale, a favore delle aziende che vi sono impegnate, per la quale l'amministrazione Bush prima e quella del Nobel per la Pace Obama adesso ha ucciso e uccide milioni di civili e di militari e ha coinvolto l'Europa nel pantano iracheno. È evidente che le aziende "disponibili" per iniziare a mettere in pratica appalti milionari aspettino un governo adatto alla bisogna, ovvero un governo fantoccio espressione degli interessi Usa. Ed è altresì evidente che i civili iracheni che vogliono il proprio paese libero dall'invasore militare, etico ed economico, si battano affinché a tale pacificazione non si arrivi. Si chiamano partigiani, resistenti. Che contro l'esercito più potente e tecnologico del mondo possono usare solo i propri corpi e atti terroristici, come tutti i combattenti di gruppi resistenti, da sempre, fanno.

Forse solo noi italiani, al momento, non ci batteremmo in questo modo nel momento in cui venissimo attaccati con falsi pretesti da un esercito straniero, ci venisse imposto un governo di loro piacimento, e ci invadessero con truppe e aziende per fare i propri interessi. Oppure la cosa è già accaduta e non ce ne rendiamo conto?                

V.L.M.

 

Genocidio armeno: la parola impronunciabile  

 

23 a 22, non è un risultato sportivo della domenica, ma è lo storico risultato del voto con cui la Commissione Affari Esteri della Camera dei rappresentanti USA ha stabilito che il genocidio degli armeni è un genocidio. Storico perché fino ad oggi la politica statunitense nei confronti del primo genocidio “scientifico” della storia, quello che ha aperto la porta agli altri, primo fra tutti la shoà, è sempre stata negazionista, accettando di fatto la tesi turca per la quale il sistematico massacro di un milione e mezzo di armeni fosse solo effetto di episodi legati alla prima guerra mondiale. 

Per gli USA la tragedia armena è sempre stata sacrificata sull’altare dei rapporti strategici ed economici con la Turchia, mai era stato ufficialmente pronunciato il termine “genocidio” per il genocidio armeno, neppure dall'osannato Obama. Per questo in Armenia il voto della Commissione è stato accolto con enorme soddisfazione: un primo passo da parte della prima potenza del mondo, quella che si erge a paladina di tutte le libertà, specie ora che c’è il Nobel per la Pace in "casa", verso il riconoscimento ufficiale di una verità storica, evento che potrebbe allinearla alle maggiori democrazie. 

Allineamento che sembra ancora di là da venire, vista anche la vergognosa attitudine dell’amministrazione Obama che, tramite Hillary Clinton, ha chiesto di non votare  la risoluzione, peraltro neppure vincolante, per la quale ci si dovrebbe riferire nelle occasioni ufficiali al genocidio armeno col termine “genocidio”, fin qui tabù per tutti i Presidenti USA. Gli eccellenti rapporti con la Turchia, che gli Stati Uniti pretenderebbero in Europa, non possono venire turbati da un dettaglio come il genocidio di un milione e mezzo di armeni. 

Anche la risicatissima maggioranza con cui la risoluzione è passata deve far meditare: un solo voto. La pressione esercitata sui membri del Congresso da parte dell’amministrazione Obama è stata veramente notevole: gli interessi economici statunitensi nella regione sono ingenti, ma neppure la più cinica realpolitik può arrivare a giustificare la negazione di un evento così ignobile come un genocidio. Genocidio il cui riconoscimento ufficiale dovrebbe, invece, essere condizione pregiudiziale, necessaria ma non sufficiente, anche a qualsiasi prosecuzione delle trattative per l’adesione della Turchia all’Unione Europea, nonché incidere fortemente nei rapporti con questa nazione, così come accade per le esternazioni iraniane sull’olocausto. Un genocidio è un genocidio, non possono essere applicati due pesi e due misure, né le dichiarazioni su certi temi essere valutate a seconda degli interessi economici in ballo. 

Naturalmente la Turchia ha richiamato l’ambasciatore ed a fianco delle abituali dichiarazioni negazioniste si è anche lasciata andare a minacce, neppure troppo velate.  I primi a poter cadere rischiano di essere i protocolli di “normalizzazione dei rapporti” fra la Turchia e l’Armenia, giovane repubblica in cui un’antica nazione finalmente può riconoscersi. Protocolli che peraltro sono invisi, non a torto, a buona parte della popolazione armena. La Turchia anziché indignarsi dovrebbe scusarsi con gli armeni e indennizzare chi subì il grave torto del Metz Yghern,

il grande male, nome col quale gli armeni chiamano la loro Shoà, che fu di questa l’impunita anticipazione. Quello che invece continua ad accadere è rischiare fino a tre anni di prigione, o peggio, se in Turchia ci si azzarda ad adombrare che un genocidio ci fu.  

Oggi una risoluzione del Congresso c’è, per quanto non vincolante, e il 24 aprile, data in cui si ricorda l’inizio delle persecuzioni del 1915, è vicino: riuscirà Obama a pronunciare la parola tabù? Riuscirà a dire “genocidio” o ancora una volta la giustizia e la verità finiranno sacrificate sull’altare della ragion di stato? 

 

F.M.

 

Sindrome di Aventinismo: altro che voto utile o meno

 

Anche fra i nostri lettori, gente smaliziata e con uno sviluppatissimo senso critico, ogni qual volta si tocca il tasto elezioni emerge la tentazione di parteciparvi. È la paura dell’Aventino e il frustrante senso di inazione che la accompagna ad atterrire i ribelli consapevoli o potenziali, e a condurli sulla strada del “meno peggio” (semplificando: la democrazia è un sistema di mafie, ma Di Pietro combatte all’interno facendo la parte del Falcone o Borsellino, perciò lo voto, ad esempio). 

Questo giornale ha sempre sostenuto, a ragione, che la guerra da vincere è di lungo periodo, e riguarda la salutare disgregazione dei luoghi comuni e dei dogmi indimostrati alla base del ricatto “democratico” (o dentro o fuori il recinto partitocratico, e se vuoi restare fuori sei nulla, un paria, una voce nel deserto). Quella che facciamo qui è battaglia culturale, e ha l’ambizione – almeno questa lasciatecela – di preparare il terreno al crollo di domani, pur lontano che sia. Non è, la nostra, attesa messianica e inconcludente perché nel frattempo non stiamo con le mani in mano, e diffondiamo la sana sfiducia contro l’obbligo di fiducia mascherato da senso civico e amor di patria. I mezzi di cui disponiamo non sono le batterie mediatiche dell’anticonformismo molto conformista di chi il sistema, invece di abbatterlo, vorrebbe solo conquistarlo per sé. Ma ciò che facciamo va fatto prima di tutto per non dichiararci colpevoli di fronte al tribunale della nostra coscienza, che è il giudice che ci interessa sopra ogni altro. 

Ribadito il concetto fondamentale, vediamo tuttavia di ragionare sull’obiezione di “aventinismo”. Non è un argomento privo di valore. Il bisogno di azione è comprensibile e va assecondato, in chi ha in corpo una meritatissima indignazione per la melma che ci sommerge. Il cosiddetto “popolo viola” che dalla sterile protesta internettara passa alla piazza (quella vera), i grillini che corrono alle amministrative per dare sfogo politico alle denunce di Beppe Grillo, i dipietristi in buona fede che sventolano la bandiera della legalità sono persone che pur di agire e marcare la propria diversità dal berlusconismo imperante (e darsi così un’identità) non vedono i limiti, enormi, del contentarsene. Che poi si riassume in uno, tragico: evitare di costruire, faticosamente come ogni sforzo di evoluzione richiede, un pensiero al di là dello scandalo contingente e del Berlusconi ormai declinante. È il recupero della fucina intellettuale, palestra indispensabile per allenare ai rivolgimenti futuri, quella che manca drammaticamente agli innocui guastatori della pseudo-democrazia. Non è necessariamente una colpa: è anzitutto incapacità storica, culturale, umana. Alcuni, ideologicamente allineati alla facciata liberaldemocratica, non vogliono spezzare l’incantesimo. Molti, più semplicemente, non ce la fanno, non ci riescono, non sono pronti. 

L’astensionismo come scelta resta la via moralmente più giusta. Su questo non ci sono dubbi. Ieri il direttore di questo giornale poneva la questione di come organizzare la resistenza a questo Stato che, non rispettando più le leggi e i presupposti su cui è fondato, autorizza anche noi a non farlo. Personalmente, e veniamo alla famosa “alternativa del qui e ora”, suggeriamo a tutti un’opzione che se non è guerra, è guerriglia: il boicottaggio quotidiano, nei modi e nelle forme che ognuno sceglie, della tirannide di Roma. Siamo schiavi, no? Allora ogni giorno, sistematicamente, metodicamente, come fosse un dovere verso sé stessi prima che per la comunità, mettiamo i bastoni fra le ruote alla macchina dell’oppressione. Ciascuno secondo le proprie possibilità. Così il malcontento monterà e si propagherà dal basso e quando l’auto-implosione metterà in crisi l’Impero, il concime della ribellione avrà fatto crescere tanti congiurati pronti all’azione. Quella decisiva. Non quella per installare i pannelli solari, imbalsamarci con la Costituzione o seppellire Silvio.  

 

A.M. 

 

Cambiamenti climatici, onde anomale e commenti a sproposito  

Che cambiamenti climatici siano in atto e che le attività umane incidano su questi è dato abbastanza pacifico. Può essere messo in discussione in che misura vi incida l’uomo, se sia prevalente l’influenza dei gas serra o quella dell’attività solare. Ci si può scontrare su quali saranno gli scenari prossimi venturi e quanto siano prossimi, ma non si può diventare dei fanatici del cambiamento climatico ed imputare sempre ad esso fenomeni che rientrano nella normalità, anche se è una normalità “estrema”. 

È il caso di molti commenti a s-proposito della tragedia che ha coinvolto la nave da crociera Louis Majesty, che si possono trovare a margine degli articoli presenti in diversi siti dell’informazione ufficiale. L’onda “anomala” di, pare, 8 metri che ha squassato la nave, viene da molti imputata ai cambiamenti climatici che stanno sconvolgendo il globo per colpa dell’uomo. Stiamo veramente esagerando, sono affermazioni ottusamente fanatiche come queste che danno armi ai detrattori delle teorie sui gas serra: quell’onda è si “anomala”, ma è un termine tecnico da intendersi come onda più alta delle altre all’interno di una “ordinaria” burrasca. Soprattutto, poi, nulla ha a che vedere col termine tsunami da alcuni evocato a sproposito. 

L’onda “anomala” non è un’anomalia in condizioni di mare come quelle in cui si è venuta a trovare la nave da crociera. Queste, anzi, si presentano con regolarità in condizioni di mare estreme come quelle in cui si è trovata la Louis Majesty. Secondo alcune testimonianze il vento soffiava a forza dieci della Scala Beaufort (48-55 nodi equivalenti a 88-102 Kmh) evento che scatena un mare da incubo, una tempesta decisamente violenta, ma non così eccezionale per quel tratto di mare specifico, come chiunque si occupi di mare e barche, ben conosce. 

Non c’è bisogno di scomodare l’apocalisse climatica prossima ventura per spiegare l’evento, bastano cognizioni di base di meteorologia marina e un po’ di competenza nautica. Quel tratto di mare era considerato dalla marineria inglese dei tempi d’oro della vela come uno dei peggiori del mondo, non solo del Mediterraneo, e prima della rivoluzione industriale non si può parlare di gas serra. Tempeste di quell’intensità sono moneta corrente in quel tratto di mare, dalle bocche del Rodano alle Baleari quando soffia il Mistral il mare diventa un incubo per il marinaio fin dai tempi dei romani. Non c’è bisogno di tirare fuori la scelleratezza dell’uomo nei confronti della natura per spiegare un’onda di 8 metri da quelle parti: è, sì, un’onda anomala, ma non è un’anomalia, ribadiamo. 

L’anomalia semmai è che un’onda di quel genere possa avere effetti così devastanti su una nave di quelle dimensioni: le responsabilità, infatti, sono altre. Se era il caso di puntare su Genova anziché su Barcellona, ad esempio, dove la nave ha attaccato dopo il dramma, sarà oggetto di indagine, ma anche fosse stata un’opzione sbagliata resta il fatto che un’onda così non può invadere i ponti di una nave di quelle dimensioni. 

Siamo invece, e infatti, di fronte a navi che sono sempre meno navi e sempre più villaggi vacanze di lusso itineranti sull’acqua. Si trascurano sempre più le loro qualità nautiche a vantaggio del confort di bordo (a mare calmo, però), dimenticando che il mare non è un placido stagno. Se confrontiamo, anche in maniera superficiale, le attuali navi da crociera con quei gioielli della cantieristica che erano la Raffaello e la Michelangelo, vediamo come questa della Louis Majesty poteva essere considerata quasi una tragedia annunciata. Viene da domandarsi cosa sarebbe accaduto se questa nave avesse dovuto confrontarsi con un’onda anomala come quella che colpì, causando anche vittime, la Michelangelo nel 1966. Un muro d’acqua che superava ampiamente i 18 metri e che piegò come burro acciai di 5 cm, altro che panoramiche vetrate. La Michelangelo, però, era fatta per il mare e progettata anche per onde come quelle, presenti in Atlantico ancor prima che si sapesse dei cambiamenti climatici.

F.M. 

 

Minzolini

non è il problema  

 

Minzolini andrebbe radiato dall'Ordine dei Giornalisti. Se l'Ordine ha ancora un senso. La notizia è nota: in una edizione del Tg1, per ben due volte, è stata data la notizia dell'assoluzione di Mills in merito alla corruzione (di cui Berlusconi sarebbe il corruttore).

La notizia è falsa. Perché Mills è stato prescritto, non assolto, che è cosa un tantino - e in modo dirimente - diversa. Ma non è questo il punto. Il fatto che un telegiornale possa dare una notizia non confermata, o riferita male, è aspetto relativo alla sciatteria e alla incapacità del giornalista, e del direttore che è responsabile della testata.

Il punto è che la notizia della prescrizione di Mills non solo ha fatto il giro di molti giornali e agenzie di stampa per la ovvia importanza, ma che si tratti di una notizia la cui comunicazione corretta è essenziale nella percezione pubblica di quanto accaduto.

Il direttore responsabile della più importante testata giornalistica del nostro Paese, testata pubblica, peraltro, ha pertanto commesso un errore imperdonabile. Errore da dimissioni, per intenderci, se non proprio da intervento dell'Odg.

Eppure il punto non è neanche questo. E a nulla vale la raccolta di firme sui vari Facebook e Repubblica per stigmatizzare il comportamento di Minzolini. Per essere chiari, tali raccolte di firme, pur suscitate da uno sdegno comprensibile e giusto, come al solito, quando manca una riflessione più profonda, non colgono l'obiettivo principale. Chiedere la rimozione di Minzolini non serve a nulla, se poi allo stesso succederà un altro giornalista nominato dalla stessa politica che ha messo Minzolini in quel posto.

Il punto non è la rimozione di Minzolini: è ovvio che una nomina politica per un giornalista è, per ciò stesso, il rovesciamento totale della professione. È ovvio che oggi, dove la professione appare finita sul serio tranne che in piccoli e piccolissimi casi, i giornalisti che dirigono le testate più importanti siano espressioni di chi tali testate possiede. Si tratti di cordate e lobbies economiche o politiche, ammesso e non concesso che tra le due cose vi sia differenza.

È ovvio che la nomina a direttore del Tg1 avviene solo ed esclusivamente su chiamata di parte politica del nostro Paese, ovvero la maggioranza, e che tale nomina venga fatta solo ed esclusivamente nell'interesse della maggioranza stessa che l'ha compiuta. Il giornalista nominato da poteri economici e politici non è il "cane da guardia" come professione vuole. Ma diventa il "cane da lecco" del salotto stesso che gli ha permesso e concesso tale posizione. 

Ratio corretta vorrebbe che la nomina a direttore del telegiornale di un servizio pubblico di tutti, proprio perché "di tutti", venisse invece fatta in modo del tutto avulso da meccanismi politici. Non sarebbe male farla attraverso referendum. Perché la carica che il direttore del TG1 ricopre è fondamentale. È alla base stessa della nostra democrazia. Che infatti non c'è. 

Il punto non è dunque Minzolini sì o no. Il punto è che un servizio pubblico ridotto in questo modo è un servizio fatiscente. E varrebbe la pena oscurarlo. Almeno dalla propria dieta mediatica quotidiana. Ma di questo parleremo diffusamente nell'edizione mensile de La voce del Ribelle.

Per ora, aspettiamo con ansia il prossimo bollettino di rinnovo del canone Rai... 

V.L.M.

 

Che bell’assolo, Mauro Pagani! Il lucidissimo intervento sulla droga dell’ex PFM ad Annozero  

 

A quanto pare ci voleva un musicista di estrazione rock, per tornare a dire in televisione, e per di più in una trasmissione di prima serata con ottime percentuali di ascolto, che il degrado morale della nostra società non ha nulla di casuale. Ma che, al contrario, è l’esito inevitabile di una lunga serie di vizi intrinseci, che si possono benissimo condensare nei due elementi chiave del liberismo: la mercificazione di qualsiasi cosa e la ricerca incessante del massimo profitto. Il resto, dai grandi scandali politici ed economici al dilagare della droga, viene solo di conseguenza. 

Il musicista in questione è Mauro Pagani, divenuto celebre all’inizio degli anni Settanta come membro della Premiata Forneria Marconi (successivamente PFM, così da facilitare il tentativo di penetrazione all’interno del mercato di lingua inglese) e artefice nel 1984, insieme a Fabrizio De André, di un capolavoro come “Creuza de mä”. La trasmissione è Annozero, che per una volta si affranca dal solito schema a fazioni rigidamente contrapposte – col puntuale corredo di battibecchi risaputi e inconcludenti – e opta per una discussione senza ruoli predeterminati, come dovrebbe avvenire sempre tra persone competenti e intellettualmente oneste. A fare da punto di partenza c’è “l’affaire Morgan”: le sue dichiarazioni sulla cocaina come antidepressivo preferibile agli psicofarmaci e il vespaio che ne è seguito, per poi sfociare nella sua esclusione dal Festival di Sanremo. Giustamente, però, il vero filo conduttore va ben al di là del fatto (del fatterello) specifico e affronta il problema della crescente diffusione della droga tra i giovani. Da cosa dipende? Cosa si deve fare? 

Tra gli altri ospiti ci sono Stefano Bonaga e Antonio Scurati, i quali dicono entrambi delle cose intelligenti. Bonaga ricorda che in qualsiasi società c’è una tensione irrisolta tra il bisogno collettivo di regole e il bisogno individuale di libertà. Scurati sottolinea che è la mancanza di cultura a desertificare le vite dei giovani e a spingerli verso il più ottuso nichilismo. Ma è Pagani ad alzare definitivamente il tiro. «Noi – dice – stiamo offrendo un esempio orribile. Siamo una società in crisi, con una classe politica non rispettabile. Quando io ero giovane, “politico” era una parola nobile. Voleva dire la qualità della vita. Oggi è un insulto. Se non vogliamo che [i ragazzi] si droghino dobbiamo essere credibili, affidabili, onesti, sinceri, eccetera eccetera.» Dopo di che, e con altrettanta chiarezza, illustra il circolo vizioso che si è determinato riducendo la musica a prodotto di consumo. Primo, la maggior parte delle persone non sa suonare e, quindi, non padroneggia la musica come linguaggio, restando priva di uno strumento espressivo che è particolarmente adatto all’emotività e all’’irrazionale; secondo, l’istupidimento perseguito dai media rende sempre più rara l’acquisizione di quelli che «una volta si chiamavano “mezzi critici» e che permettevano di «difenderci dai condizionamenti di massa»; terzo, «noi facciamo coincidere la nostra volontà di esprimerci e la volontà di esprimersi dei ragazzi con quello che l’industria produce, che è la merce. (...) L’industria è diventata così autoreferenziale che ha costruito un sistema che passa attraverso un setaccio coi buchi rettangolari da cui passano solo gli oggetti rettangolari». Esemplare. E infatti lo stesso Santoro arriva a dire che «mai ho sentito un discorso più organico, qua dentro». Ma anche allarmante: perché, con tutta la stima per Mauro Pagani, c’è qualcosa di abnorme se per riuscire ad ascoltare questo tipo di analisi bisogna aspettare uno che di lavoro fa tutt’altro mestiere che il politico o il sociologo. Evidentemente, per come è congegnata la “Santa Alleanza” tra cultura e potere, i cosiddetti professionisti dell’uno e dell’altro ambito sono del tutto incapaci, vuoi per mancanza di acume, vuoi per eccesso di servilismo, di forzare i limiti del pensiero unico. I soli ancora in grado di farlo sono gli outsider, che non dovendo preoccuparsi di fare carriera possono arrivare dritti al cuore del problema; e che però, proprio in quanto outsider, sono destinati ad apparire solo di tanto in tanto. Se lo chieda anche Santoro, allora: non è meglio fare qualche puntata in meno sugli scandali del Palazzo e qualcuna in più sui presupposti aberranti del sistema? E non è meglio evitare personaggi come Barbara Palombelli o Alba Parietti, se si vuole ragionare sul serio?  

 

F.Z.

 

 

TAV: saccheggio

alla collettività

 

Siccome il ritornello sempre uguale dell’Alta Velocità “necessaria allo sviluppo” dobbiamo cuccarcelo una settimana sì e una no, vediamo di fare chiarezza sul meccanismo diabolico che invece di portare sviluppo, cioè quattrini, alla collettività, glieli saccheggia da vent’anni nell’indifferenza generale. Ideatrice della maxi-operazione Tav fra gli ultimi anni ’80 e i primi ’90 fu un’allegra combriccola di manager e politici tutti di lì a poco affogati nell’inchiesta Mani Pulite: l’allora ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino, autore dell’architettura finanziaria; Lorenzo Necci, ex presidente Enimont a capo delle Ferrovie; Pierfrancesco Pacini Battaglia, faccendiere sodale di Necci, al centro di un giro miliardario di mazzette alla Guardia di Finanza. Sono loro a creare la Tav Spa nel 1991, strombazzata come una società prevalentemente privata quando invece altro non era che una controllata pubblica, dato che la maggioranza era detenuta da Fs e istituti di diritto pubblico e il 60% del finanziamento era coperto dallo Stato. Il sistema da loro congegnato è quello dei “general contractor”, concessionari scelti in base a “trattativa privata”, cioè senza una gara trasparente. Il meccanismo di concessione si basa su un trucco: i concessionari hanno tutti i poteri di committenti pubblici – progettazione, eventuali espropriazioni di terreni privati, direzione lavori – ma non la gestione dell’opera. Ossia non devono badare a come reperire le risorse per coprire le spese. Tanto, paga Pantalone. Cioè lo Stato. Nel mazzo dei fortunati concessionari, dietro ai tre colossi Iri, Eni e Fiat c’è una schiera numerosa e affamata di gruppi industriali legati fra loro in tutti i grandi business delle costruzioni, come il Ponte sullo Stretto e le basi americane: dalle imprese del defunto Marcellino Gavio (Itinera, Impregilo) alle cooperative rosse (CCC, CMC), dalla Pizzarotti al gruppo Caltagirone, da Maltauro alla Astaldi, solo per fare i nomi più grossi. Un arcipelago vastissimo di interessi economici che si aggiudicano i 26 mila miliardi di lire di giro d’affari (stima ufficiale del 1991), spartendoseli tramite 7 consorzi. A garantire la mega-speculazione per lo Stato era il professor Romano Prodi, fino al 1989 presidente dell’Iri, carica che occuperà di nuovo nel 1993. Si succedono i governi, e nessuno fa una piega di fronte al disastro finanziario di una Tav malnata. Amato, Ciampi, Berlusconi e il “garante” Prodi: tutti a coprire il costo spaventoso per la collettività che cresce di anno in anno, come un tumore. Il sottosegretario Visco ha quantificato in 13 miliardi di euro il debito solo per il periodo dal 2002 al 2005. Procedendo a spanne e per difetto, si può calcolare in oltre 100 miliardi di euro i soldi pubblici polverizzati dal 1991 a oggi. Polverizzati perché tratte pronte si contano sulle dita di una mano, e la linea più importante, il cosiddetto “Corridoio 5” che dovrebbe attraversare l’intero Nord Italia, vede ultimata soltanto una tratta, la Torino-Novara. E sono passati vent’anni. Venti lunghi anni di fumo negli occhi della gente, a cui viene fatta bere la balla della Tav come opera imprescindibile. Ora e sempre, viva i No Tav! 

 

A.M.

 

Pensione al bamboccione di professione fuoricorso?  

 

Che i nostri bamboccioni si ritrovino a dover tirare avanti con le pensioni di famiglia è un dato di fatto. Chi poi le paghi queste pensioni è più dibattuto. Di certo il giovane disoccupato non può farlo, ma in qualche caso, bisogna ammetterlo, per fortuna c’è qualche immigrato che lavora perché è su costui che fa affidamento il tribunale di Napoli per trovare i fondi su cui fondare le sue sentenze...

Se da una parte è giusto che un genitore aiuti un figlio, che cerca la sua strada, in difficoltà, non è ammissibile che un pensionato, anche se con una buona pensione di 2.500€, ne debba versare 1800€ per mantenere due figlie che di mestiere fanno le fuoricorso. 

Non si può costringere un uomo a dedicare gran parte della sua pensione per mantenere “agli studi” una donna di 26 al terzo anno fuori corso di Giurisprudenza ed una di 30 fuori corso di 6 anni a sociologia. Questo senza dimenticare quanto costano anche a noi tutti le due “studentesse” di lungo “fuoricorso”. Nulla di più diseducativo, esempio peggiore non poteva essere dato. 

È giusto difendere i bamboccioni dalle bordate di Brunetta: la situazione per loro non è facile, e ad onor del merito i più si danno da fare per trovare un lavoro e spesso si adattano ad occupazioni che poco hanno a che vedere con la loro formazione accademica e si piegano, anche, alle indegne prassi del lavoro nero. Nessuna comprensione, di contro, dovrebbe esserci per quelli che nulla fanno, questi sì che dovrebbero essere espulsi da casa con decreto, e invece il Tribunale li premia con 1800€ al mese, sulle spalle di un uomo che, lui sì, ha lavorato per tutta la vita. 

Non si può pretendere che un giovane che si è impegnato nelle aule universitarie accetti qualsivoglia lavoro, si può accettare che un giovane, che abbia scelto vie difficili, magari nel mondo della creatività, venga aiutato dalla famiglia. Ma chi non vuole (difficile credere che non riesca a laurearsi nelle nostre università) può tranquillamente, e doverosamente, essere avviato ad un lavoro qualsiasi, magari a fianco degli immigrati, così da contribuire alla pensione dei suoi famigliari diventando anche lui una “risorsa per il paese”, anziché essere un peso per lo stesso, nonostante il Tribunale di Napoli. 

 

F.M.

 

Stronzate

in “Libertiamo”  

 

Il fustigatore degli stronzi non riesce a desimersi dal dire stronzate ed al convegno “Liberiamo” della “Destra mulino bianco” è riuscito a spararne un paio, e nemmeno piccole. 

La prima rientra nella fissa finiana (Fini GF, beninteso) filoextracomunitaria “senza se e senza ma”: gli extracomunitari finiranno per pagarci le pensioni, rincarando la dose con un "sono loro che pagano le pensioni dei nostri nonni". Ammesso e, soprattutto non concesso, che sia vero, va notato che gli immigrati pagano le pensioni con cui i nonni mantengono i nipoti disoccupati. Quei nipoti che passano per bamboccioni, ma che non possono abbandonare casa perché un lavoro in regola adeguatamente retribuito, col quale pagare le pensioni dei nonni, non lo trovano. Non c’è bisogno di extracomunitari per pagare le pensioni, c’è bisogno di posti lavoro e imprenditori veri in questo paese, e non solo per i giovani. Ci fossero abbastanza posti di lavoro in regola i nostri giovani sarebbero ampiamente sufficienti per pagare le pensioni, che poi è fattore secondario rispetto al diritto costituzionale dei giovani, e non solo, di poter condurre una onesta e dignitosa vita grazie al lavoro prestato. 

Ahimé, però, se nei paesi extracomunitari sono “migranti” i lavoratori, da noi sono migranti le imprese che delocalizzano risparmiando, va detto a loro onore, quei degradanti viaggi della speranza ai poveri migranti. Almeno questo speriamo Fini lo apprezzi. 

Ancora: abbiamo detto ammesso, ma abbiamo anche detto non concesso. Non concesso perché: dove sono tutti questi posti di lavoro regolari e con contributi INPS pagati che permettono all’immigrato di pagare le pensioni dei nonni? Dove sono? Non possiamo credere che i nostri bamboccioni non vogliano partecipare a questa cuccagna di lavori retribuiti il giusto e con contributi previdenziali. Non sarà forse che l’immigrato viene indegnamente sfruttato, visto il suo stato di grande bisogno, per valorizzare il mercato del lavoro nero, e nero non nel senso di “abbronzato”. Forma occupazionale che, come dovrebbe essere noto anche a Fini, di contributi all’INPS non ne versa. Non è che questi “migranti” vengono, invece, usati per ricattare la forza lavoro tutta in un indegno gioco al ribasso salariale? Ma queste cose vagliele a spiegare all’alfiere della destra mulino bianco. 

La seconda stronzata è la geniale rivelazione che il Presidente della Camera ha voluto condividere con le masse: la flessibilità sta diventando sfruttamento legalizzato. “Sta diventando”, viene da sperare che Fini sia in malafede altrimenti verrebbe da dubitare della sua integrità neuronale: si accorge solo ora che la flessibilità in Italia è nata per quello. Non solo: non riesce neppure a far quadrare la facile relazione che grazie all’interpretazione italiana della flessibilità i nostri giovani non sono in grado di pagare le magre pensioni dei nonni. 

Queste improvvise esternazioni spingono però ad una considerazione: vista la preoccupazione della “casta” sul tema, non è che siamo messi così male tanto che anche le pensioni dei parlamentari sono a rischio?

 

F.M.

 

Complotto contro l'Euro  

 

Gli hedge fund colpiscono ancora, questa volta contro l’euro. A dare la notizia di un vero e proprio complotto ordito dagli stessi speculatori che hanno affossato la Lehman Brothers scatenando il crack mondiale non è un fogliaccio sovversivo ma il Wall Street Journal. Il quotidiano portavoce dei grassatori di borsa ha infatti rivelato che lo scorso 8 febbraio si sono ritrovati a cena Aaron Cowen (Sac Capital Advisor), Donald Morgan (Brigade Capital Management) e l’immarcescibile George Soros, il finanziere che nel ’92 mise al tappeto la lira, costringendo questa a uscire dal sistema monetario europeo e consentendo a lui di guadagnare in poche settimane la bellezza un miliardo di euro. I tre, stando al Wsj, avrebbero concordato un’azione per far scendere il valore dell’euro, troppo forte rispetto al dollaro ed esposto alle conseguenze del default greco. Il più chiacchierone, come al solito, è il filantropo Soros, che s’è lasciato scappare la verità: se la Grecia non riuscirà a mettere a posto i suoi conti, «l’euro salterà». Pare che a sostenere il piano di killeraggio non possano mancare Goldman Sachs, Jp Morgan e il resto della cricca bancaria che ha fatto profitti d’oro sulle macerie della crisi, e che ora fornirebbero ai tre nuovi prodotti finanziari per avviare le scommesse contro la valuta europea. Non solo non è cambiato niente rispetto a tre anni fa. Ma questi sciacalli che giocano a risiko con l’economia degli stati ce lo fanno pure sapere tramite i loro organi di stampa. È la sfrontatezza di un potere invisibile che non teme la visibilità, perché inattaccabile, invitto, più forte di prima. E poi ci vengono a parlare di Obama che “punisce” i colpevoli del disastro. La forca, ci vorrebbe, per questi assassini seriali che uccidono le vite di milioni di persone fra una cena e l’altra. Maledetti.

 

A.M.

 

Compagni contro

 

Che le passioni politiche possano portare a degenerazioni violente è un dato di fatto, si potrebbe anzi tranquillamente affermare che esiste un livello di violenza fisiologico, specie nella politica a livello giovanile.  Sarà pure deprecabile ma le condanne morali non cambiano la realtà dei fatti. È così da sempre, l’importante è evitare che degeneri e  “si alzi il livello dello scontro”. Oggi siamo lontani dai livelli degli anni 70, ma l’impressione è che ci sia chi soffi sul fuoco per mettere i giovani gli uni contro gli altri in nome di vecchie bandiere ormai dimesse. Il solito vecchio sistema dei referenti politici istituzionali per distrarre i giovani, in primo luogo, e il paese, se necessario, dai loro traffici e incapacità a risolvere i problemi reali. 

Allo stato attuale non siamo di fronte a fenomeni preoccupanti, però quanto accaduto a Tor Vergata di recente merita una riflessione: un “compagno” è stato pestato dai “compagni” perché invece della violenza sosteneva la via del confronto dialettico coi “fasci”.

Non vogliamo entrare troppo nel dettaglio dei fatti, né a considerazione sugli ideali di fondo dei camerati di  “Blocco studentesco”, anche se il convegno che ha visto l’irruzione violenta dei Collettivi di sinistra vedeva la partecipazione della Onlus “Popoli” che da tempo si batte, ma sul serio e sul terreno, per i diritti dei Karen oppressi dal governo Birmano, che è una causa alla quale siamo pienamente solidali. 

Forse sarà stato proprio questo ad irritare alcuni collettivi: la presenza di gruppi che operano sul campo per popoli dimenticati invece di limitarsi alle solite tirate retoriche sulla Palestina o, quando va bene, sul Tibet. Avevamo già avuto modo di segnale il vizio di alcuni settori sedicenti democratici che si dichiarano per il dialogo, soprattutto col il “diverso da sé”, ma che quando si trovano di fronte a chi è realmente diverso assumono atteggiamenti di netta chiusura, quando non di violenza. A Tor Vergata costoro hanno, però, passato il segno arrivando a colpire non solo il “nemico”, ma uno studente della loro parte politica che, in coerenza col suo credo politico, voleva non diciamo dialogare, ma, semplicemente, confrontarsi democraticamente nell’ambito di un convegno regolarmente autorizzato. 

L’opporsi alla soluzione violenta per impedire il convegno deve essere stata però giudicata antidemocratica e allo studente, anch’egli esponente dei collettivi di Tor Vergata, sono state applicate quindi violenza e intimidazione. Con scarso successo, avendo questi coraggiosamente denunciato pubblicamente l’accaduto. 

 

Forse anche per questo la manifestazione “antifascista” del 25 scorso è stata un fiasco, facendo registrare un positivo ulteriore scollamento fra lo popolazione studentesche e certe frange ottusamente fanatiche. 

Il fenomeno sembra non essere più solo di incoerenza ideologica, ma pare evidenziare un terrore del confronto, di poter scoprire punti di contatto col nemico - sui Karen dovrebbero esserci ad esempio - e che le linee di demarcazione fra schieramenti devono profondamente essere ripensate trovandosi quindi a dover uscire dal protettivo abbraccio delle parole d’ordine e del pensiero precostituito.

 

Questa tendenza sembra essere in espansione: la propaganda politica, a tutti i livelli, non ultimo il Riaperunanotte di Santoro, non è più tesa alla persuasione, ma alla radicalizzazione del consenso. Sempre più spesso si cerca di convincere chi è già convinto, cercando in fondo di convincere soprattutto sé stessi, evitando il confronto forse anche perché questo porterebbe al dovere ammettere il fallimento sostanziale dei movimenti politici di questo paese. Sarebbe inaccettabile per le elite di potere, e gli slogan sono una via più facile dello spirito critico. Ormai, ed è un successo per il potere, non si giudica più la validità di un indagine, di una denuncia, ma la si valuta a seconda della parte da cui proviene o contro chi è diretta e la si bolla come aggressione o provocazione, in modo da non perdere certezze in un epoca che ne offre sempre meno, ma che proprio per meriterebbe che tutto fosse rimesso in discussione.

 

F.M.

 

L'Aquila anno primo

Barack Obama. L'uomo dei miracoli ha fatto flop