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2 milioni di euro. Al giorno

 

Queste le nostre spese militari.
Afghanistan in testa.
E poi Libano, Balcani, Africa, Cipro,
Malta, Mediterraneo, Egitto, India
e Pakistan, Iraq, Israele, Hebron, Gaza,
EAU, Georgia. È il modo migliore
di spendere il denaro pubblico?

Queste le nostre spese militari.Afghanistan in testa.E poi Libano, Balcani, Africa, Cipro,Malta, Mediterraneo, Egitto, Indiae Pakistan, Iraq, Israele, Hebron, Gaza,EAU, Georgia. È il modo miglioredi spendere il denaro pubblico?

 

1,8 milioni di euro all’anno. Per tre. È il costo degli ospedali di Emergency in Afghanistan. Tre strutture dotate di standard occidentali, un centinaio di posti letto, una TAC (a Kabul), foresterie per i parenti dei pazienti, personale altamente qualificato e volontario. 

26 ore. Quelle che servono al nostro esercito in Afghanistan per costare 1,8 milioni di euro. 26 ore contro un anno. 753 milioni contro 5,4.

Per parlare di guerra partiamo da qui. Partiamo dalle cifre ufficiali del Ministero della Difesa, secondo la rielaborazione di Valerio Briani dell’Istituto Affari Internazionali e Filippo Barone di Annozero.

Nel 2006 la spesa italiana per funzione di difesa era di 12,1 miliardi di euro. Nel 2010 è salita a 14,3 miliardi di euro, con un incremento del 18%.

Lo stesso governo che taglia risorse indispensabili al sostegno del lavoro, alla ripresa dalla crisi, al finanziamento della scuola e della ricerca, stanzia 814 milioni di euro per l’ammodernamento della armi terrestri, per sostenere un impegno militare che alcuni costituzionalisti ritengono in contrasto con l’articolo 11 della nostra Costituzione - e giova riproporlo prima che venga, chissà, riformato: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Il finanziamento per missioni all’estero è passato da 1,4 miliardi di euro del 2009 a 1,5 miliardi di euro del 2010, secondo la proiezione per il 2010 dell’Istituto Affari internazionali. Un incremento del 7%.

Per il primo semestre 2010 sono 706 milioni di euro, così distribuiti:

- Afghanistan, 308 milioni di euro (51 milioni al mese) per 3.150 soldati, 750 mezzi terrestri (tra carri armati, blindati, camion e ruspe) e 30 velivoli (4 caccia-bombardieri, 8 elicotteri da attacco, 4 da sostegno al combattimento, 10 da trasporto truppe e 4 droni);

- Libano, 140 milioni per 2.080;

- Balcani, 84. Non ve lo ricordavate, vero, che abbiamo ancora i soldati nei Balcani? Sono 2.190 in Bosnia, Kosovo, Albania;

- Africa (Marocco, Sudan, Repubblica Democratica del Congo) 32 milioni per 12 effettivi. Poi 227 unità in Somalia, contro i pirati.

E 32 milioni di euro per 665 uomini fra Cipro, Malta, Mar Mediterraneo, Egitto, confine fra India e Pakistan, Iraq, Israele, Hebron, Gaza, EAU, Georgia.

110 milioni di “costi comuni”.

La sola missione in Afghanistan è passata dai 320 milioni di euro di costi totali nel 2006 ai 753 presunti finali del 2010, calcolati prevedendo il raddoppio dei 308 milioni stanziati fino a giugno e aggiungendone 137 per il contingente di altri 1.000 uomini promesso dal Ministero. Fanno due milioni di euro al giorno.

Tanto per fare un raffronto indimenticabile, la finanziaria 2010 fissa a 326 i finanziamenti totali per la Cooperazione Internazionale: il valore più basso dal 1996, denunciano le associazioni di volontariato. 

Il 20 luglio 2009, commentando i tagli al Terzo settore, il segretario generale di Intersos Nino Sergi scriveva: “Negli ultimi anni si ravvisa un consistente spazio dato alle “cooperazione” gestita direttamente dai militari all’estero, che per sua natura ha un carattere primariamente strumentale e funzionale ella strategie militare piuttosto che umanitario e volto allo sviluppo locale…. La crescente e disorganica presenza militare anche in attività umanitarie sta inquinando lo spazio umanitario, quello da sempre basato sui principi di umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, non discriminazione che, per essere riconosciuto come tale dalla popolazione e quindi rispettato e tutelato, deve rimanere chiaramente riconoscibili, senza contaminazioni e strumentalizzazioni di alcun tipo”.

 

Invece

Ora che si è concluso con la liberazione dei tre ostaggi, del sequestro dei volontari di Emergency Matteo Dell’Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani si parlerà sempre meno. Ma nelle ore immediatamente successive a quell’incredibile, mai motivato arresto, Gino Strada aveva rilasciato una dichiarazione tanto pesante quanto verosimile: strutture ospedaliere come quella di Emergency a Lashkar Gar sono di ostacolo alla logica militare del contingente internazionale in Afghanistan. 

Per tante ragioni. 

La prima; curano tutti senza preferenze. Cioè, non avendo un nemico, non lo lasciano morire. Secondo uno come Edwark Luttwak,  l’Uomo dal Cinismo d’Acciaio Spacciato per Superiore RealPolitik, questo alimenta la guerra, perché i militanti guariti tornano a combattere. E i bambini curati possono diventare combattenti. 

Se gli italiani di Emergency fossero patrioti sinceramente contrari al terrorismo, li lascerebbero invece crepare massacrati dalle bombe intelligenti che, in mancanza di testimoni e di giornalisti indipendenti, potrebbero anche rilassarsi e fare qualche stupidata, tipo nuclearizzare villaggi senza doversi scusare per le perdite civili. E qui mi sono spinta oltre, a una sintesi brutale delle esternazioni del ministro della Difesa Ignazio La Russa.

La seconda ragione è che Ong come Emergency testimoniano l’andamento fallimentare di questa guerra. Dopo nove anni, il contingente internazionale di cui anche l’Italia, nell’assenza totale di un dibattito nazionale sul rinnovo della missione, fa parte, si trova in un pantano apparentemente senza uscita. 

Secondo il rapporto Unicef 2009, l’Afghanistan è il secondo paese al mondo per mortalità infantile.  Nel marzo di questo anno gli attacchi ai civili sono aumentati rispetto allo stesso periodo del 2009.  Gli anni di vita media di un afgano sono 44, contro i 46 del rapporto 2006.

Solo agli Stati Uniti la guerra all’Afghanistan è costata, finora, 740 miliardi di dollari. 

In sintesi, quel conflitto non ha portato a quella stabilizzazione dell’area che era, insieme alla cattura di Bin Laden, il suo scopo principale. Al contrario, le tensioni interetniche si sono acuite, il territorio frammentato, le attività economiche polverizzate, con l’eccezione della sempre più fiorente coltivazione dell’oppio. I diritti civili ridotti alla parvenza di libertà del voto democratico. I talebani non sono stati sconfitti, anzi controllano la maggioranza del territorio alle porte di Kabul.

Quanto all’impegno italiano, la favola del peacekeeping sarebbe ridicola se qualcuno, in Italia, ancora si facesse la domanda. Perpetuiamo un impegno oneroso dal punto di vista economico senza sapere quasi nulla di quella guerra. 

È sullo sfondo, e nessun dibattito serio si chiede se abbia un senso, se ne valga la pena, se non sarebbe meglio investire quella somma, o la sua metà, o un suo quinto, in attività di cooperazione, potenziando quel lavoro di sostegno alla popolazione e costruzione di alternative economiche che, come ha suggerito il comando statunitense annunciando il cambio di strategia, pare ora l’unica via praticabile per portare a casa qualcosa di diverso da un ragazzo in una bara. 

 

Lucrezia Carlini

Banche e buoi dei paesi tuoi

Ite Missa Est