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25 aprile. La verità

“E invece se c'è una differenza è che i Talebani hanno il sostegno di quasi tutto il loro popolo, mentre la Resistenza fu opera di poche migliaia di donne e di uomini coraggiosi, e il resto degli italiani, com'è loro costume, restava alla finestra in attesa di vedere chi vinceva la partita.”

 

Alla consueta orgia di retorica che, insieme a mai sopite divisioni, accompagna le celebrazioni del 25 aprile, il Presidente Giorgio Napolitano ha voluto aggiungere quest'anno, nel suo discorso alla Scala di Milano, "un tocco in più", come avrebbe detto Gianni Brera, sostenendo che le nostre "missioni di pace" all'estero sono una sorta di prosecuzione della lotta di Liberazione. È esattamente il contrario, almeno in Afghanistan. Qui gli occupanti siamo noi. Siamo noi, insieme ai nostri alleati, ad aver la parte dei nazisti, mentre ai Talebani spetta quella dei resistenti. E quando sento dire, come anche di recente dal molto commendevole esperto di cose militari Andrea Margelletti, ospite abituale di Bruno Vespa, che c'è una differenza etica fra gli uomini che uccidono all'ombra di una divisa, i soldati della Nato, e quelli che divisa non portano, vorrei replicare che in questo modo si butta a mare l'intera Resistenza italiana perché i partigiani non indossavano divise e praticavano, come i Talebani, il terrorismo (questo, e non altro, fu l'attentano di via Rasella che è all'origine della rappresaglia tedesca alle Fosse Ardeatine). Invece noi pretendiamo di celebrare la nostra Resistenza proprio nel momento stesso in cui neghiamo la legittimità di quella altrui. E invece se c'è una differenza è che i Talebani hanno il sostegno di quasi tutto il loro popolo, mentre la Resistenza fu opera di poche migliaia di donne e di uomini coraggiosi, e il resto degli italiani, com'è loro costume, restava alla finestra in attesa di vedere chi vinceva la partita. 

E il torto non della Resistenza, ma della sua asfissiante retorica che ci perseguita ormai da più di mezzo secolo, è di aver ingenerato il pericoloso e non innocente equivoco che l'Italia si sia riscattata in libertà dalla dittatura e dall'occupazione nazista in virtù della lotta partigiana e non grazie alle truppe angloamericane, marocchine, indiane e persino dei razzisti sudafricani.

Nell'ambito di quel grandioso e tragico evento che fu la seconda guerra mondiale, la Resistenza ebbe, dal punto di vista militare, un ruolo del tutto marginale che riscattò moralmente solo quei pochi che vi presero parte non, come si pretese poi e ancor più si pretende oggi, facilitati dalla lontananza degli avvenimenti, il popolo italiano che aveva aderito compatto al fascismo e anche all'abominio delle leggi razziali, che lo abbandonò quando cadde, ma stando ben alla larga da chi combatteva, dall'una e dall'altra parte, per poi scatenarsi, dopo il 25 aprile, nel più bestiale dei modi con lo scempio di piazzale Loreto (furono delle brave donne italiane a pisciare sui cadaveri quando erano ancora distesi a terra e fu una mano italiana, "pietosa" e pudica, a legare la gonna di Claretta Petacci con una cinghia perché non le si vedessero le pudenda quando fu impiccata con gli altri a testa in giù, come se l'oscenità fosse quella, la nudità di Claretta). Il 25 aprile gli italiani da tutti fascisti, o quasi, che erano stati si scoprirono di colpo tutti antifascisti. Ma erano rimasti gli stessi.

Questa è la verità della nostra Storia recente. La retorica è un'altra cosa. E la retorica, come avvertiva Alberto Savinio in un preveggente libretto del 1943, Sorte dell'Europa, «è un male endemico del nostro paese, è il male che inquina la nostra vita, la nostra politica, la nostra letteratura, e una delle cause principali, se non addirittura la principale, delle nostre sciagure».

E quel prezioso libretto, se dipendesse da me, lo farei distribuire nelle scuole al posto di tanti manuali di retorica della Resistenza e dell'Antifascismo. Savinio scriveva anche: «Il nostro territorio non siamo stati noi a liberarcelo ma altri ce lo hanno liberato, la nostra libertà di opinione non ce la siamo conquistata ma altri ce l'hanno data».

Io ho il massimo rispetto per i partigiani che si batterono e anche morirono per un'idea di libertà, ma non ho dovuto aspettare Violante per averne altrettanto per i ragazzi che, in nome di altri valori, l'onore e la lealtà, andarono a morire per Salò, ingannati e traditi da Mussolini che, dopo tanta retorica sulla "bella morte", fu pescato a fuggire travestito da soldato tedesco, secondo l'ignobile e collaudata tradizione dell'"armiamoci e partite" che è interna alla storia di viltà della classe dirigente italiana, dalla borghesia che si squaglia nelle retrovie, maledicendo i fanti-contadini che a Caporetto si erano stufati di immolarsi alla tattica omicida dell'"attacco frontale" del generale Cadorna (si leggano in proposito le memorabili pagine di Curzio Malaparte ne La rivolta dei santi maledetti), al Re e Badoglio che abbandonano Roma in balia dei tedeschi, a Toni Negri, ad Aldo Moro che dalla sua prigione scrive le lettere che scrive, ad Adriano Sofri, al comportamento tenuto, in prigione e fuori, da quasi tutti i ladri "eccellenti" di Tangentopoli, per concludere, per ora, col gradasso e decisionista Bettino Craxi che, al momento del dunque, scappa come un coniglio, per paura della galera, negando la legittimità delle Istituzioni di un Paese di cui pur era stato presidente del Consiglio, e quindi delegittimando così anche se stesso e però pretendendo di essere considerato esule, martire, eroe.

La retorica non è mai innocente. Quella della Resistenza ha consentito agli italiani di far finta di aver vinto una guerra che invece avevano perso e nel più ignominioso dei modi, e quindi di non fare i conti con se stessi fino in fondo, a differenza dei tedeschi e dei giapponesi.

Da questo voluto equivoco sono nati molti guai, molte "sciagure", per dirla ancora con Savinio, che hanno in seguito funestato la storia del nostro Paese. Dalla retorica della Resistenza nasce, attraverso il Cnl, la legittimazione della partitocrazia e della sua occupazione arbitraria dello Stato. Così è da lì che incuba la lunga stagione del "terrorismo rosso" di cui oggi si paventa, con la consueta, interessata, retorica, qualche colpo di coda.

 

Massimo Fini

Maggio 2010 - Anno 3 numero 20

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