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Ah, che bella libertà

Che la libertà sia uno dei più grandi mali in cui l'uomo possa incorrere è fuori di dubbio. Un po' come la cultura. Mano a mano che vai avanti, ogni volta ne sai sempre di più. E più ne sai, meno ne vuoi sapere. Ma è così. Aneliamo a conoscere e a conoscere in libertà e poi ci stupiamo se non ci va di fare nulla, se nessuno più ci dice cosa dobbiamo fare ci sentiamo persi, o nella peggiore delle ipotesi facciamo minchiate.

Ogni anno il 25 si festeggia la nostra liberazione. Da allora siamo liberi di essere incatenati dagli Stati Uniti, esuli in patria, militarizzati a ogni angolo di strada, in guerra con mondi dei quali non ce ne frega nulla e liberissimi di incolonnarci tutte le domeniche in automobile a fare la fila per entrare in un centro commerciale. E a vagare come zombi, in tantissimi, tutti rigorosamente soli tra la folla, a tenere le dita incrociate sperando che la finanziaria di turno ci conceda il favore di prestarci soldi a tassi usurai per soffocarci alle rate per i prossimi cinque anni per comperare un televisione da 60 pollici (un pollice a rata) grazie al quale scopriremo cosa ci andranno a inculcare di comperare liberamente la domenica successiva.

Come se non bastasse siamo liberi di ascoltare Napolitano & Co, che ogni 25 aprile che manda Iddio ci ricordano i valori della Resistenza. E se per caso ce li dovessimo dimenticare, tra crisi di governo, beni primari che aumentano, maggioranze e opposizioni che fanno a gara per vedere chi arriva primo a ventilare nuove, periodiche e perenni elezioni anticipate, ci pensa l'ANPI, che a crisi naturali (per motivi demografici) di soldi - visto che la generazione partigiana è ormai in partenza - non pensa meglio che sbandierare ai quattro venti che la maggior parte dei suoi iscritti sono tra venti e trentacinque anni. Ovvero nessuno che abbia mai fatto la Resistenza né tanto meno una quindicina dei giorni degli Anni di Piombo. 

Tutti col fazzoletto rosso attorno al collo, manco a sperare uno sbarco di Anzio postumo, senza rendersi conto che il Comintern è un pezzo che se lo sono venduto al mercato, e che sulle bancarelle, come pesce fresco (o congelato) ci hanno messo in vendita proprio i partigiani. I figli dei partigiani, i nipoti e più in generale, visto le cambiali che lo Zio Sam ci ha fatto firmare all'epoca, tutte le generazioni future disponibili almeno fino a che i ghiacci non si scioglieranno del tutto e poi altro che Siberia e armata rossa.

Ora, dopo aver festeggiato il 25 aprile, ci sentiamo tutti molto più liberi vero? Di non fare un cazzo, naturalmente. 

Steppenwolf

Ribellione sui mari

Il Veleno del Ribelle - maggio 2010