Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Baustelle. Pace, non indifferenza

 

Primo passo: il fastidio per la vacuità

contemporanea. Secondo passo: 

una critica articolata all’Occidente.

Terzo passo: la speranza nel misticismo 

 

Gli aneddoti migliori sembrano inventati, ed è questa la loro forza. È che per una volta la realtà si è innalzata al rango dell’invenzione artistica, eliminando il superfluo e trattenendo soltanto l’essenza. I fatti sono realmente accaduti, ma si sono rivestiti di un valore simbolico. O di una predestinazione. O di entrambi.

Francesco Bianconi, il leader dei Baustelle, racconta che l’ispirazione per il nome del nuovo album gli è arrivata per caso. Stava curiosando nelle vetrine di una libreria esoterica di Montepulciano, la cittadina toscana in cui è nato il 25 maggio 1973 e in cui abita tuttora, ed è rimasto colpito da un titolo di cui ignorava l’esistenza: “I mistici dell’Occidente”, opera di Elémire Zolla edita originariamente da Garzanti nel 1963 e poi ripubblicata prima da Rizzoli e infine, in due volumi, da Adelphi.

Lì per lì si è limitato a pensare che «sarebbe stato perfetto per un disco di Battiato». Poi ha comprato il testo e si è messo a leggerlo, rimanendone profondamente impressionato. Profondamente coinvolto.

Nelle esperienze di cui si parlava c’era il senso di un sapere che non alloggiava (allignava) nel cervello ma che risiedeva (risuonava) nell’anima. Una percezione che andava al di là dell’ordinario e che tendeva a trascendere l’individualità. Superando l’egoismo che insegue ogni sorta di gratificazioni. Sgretolando l’egocentrismo che pretende di far ruotare tutto – tutto questo universo immenso che ci circonda – intorno al puntino infinitesimale, e instabile, e inattendibile, dell’Io soggettivo. Per Francesco è stata una rivelazione. Elémire Zolla srotolava una mappa intricata per un verso e nitida per l’altro, che non si riferiva a un singolo viaggio, affascinante e sporadico, ma a un lunghissimo e variegato susseguirsi di esplorazioni diverse. 

Lo stesso mare (lo stesso oceano) solcato da più rotte. La stessa montagna (la stessa catena montuosa) affrontata da diverse angolazioni. Percorsi che dischiudevano una prospettiva assai più vasta e rinfrancante di quella (di quelle) che già conosceva. Qualcosa che dava finalmente una risposta al senso di alienazione per la realtà in cui viviamo. O almeno, se non ancora una risposta compiuta, una direzione in cui cercarla. Un modo diverso di guardare alla vita. Di attraversarla. Di lasciarsene attraversare. 

«Lungi dal volere fare il predicatore e dal suggerire a qualcuno di diventare mistico, per misticismo intendo una metafora, un invito a guardare oltre, perché viviamo in una società in cui si pensa sempre più ai bene materiali. È un invito a pensare che ci possano essere altre realtà possibili, altre verità, altri valori. Il mistico disprezza la realtà nel senso di dis-prezzare, deprezzare, darle meno importanza e pensare sopratutto che non sia l’unica realtà possibile». 

Quello che ancora non sapeva, allora, è che Elémire Zolla, l’autore del libro che tanto lo aveva colpito, nonché di numerose altre opere sulla ricerca spirituale nelle diverse epoche, e nelle più diverse aree geografiche e culturali, aveva vissuto gli ultimi dieci anni della sua vita proprio a Montepulciano, dov’era morto il 29 maggio 2002. 

 

Il fattore “band”

Pop. Ovvero accessibile a tutti. Attraente al colpo d’occhio. Originale quanto basta a non essere noioso. Ma non così insolito da risultare estraneo e da interrompere il flusso – il flusso quieto e rassicurante ammannito dai media, e in particolare dai grandi network radiofonici – in cui la maggioranza del pubblico è ben lieta di sguazzare, come in una vasca non molto grande ma a suo modo confortevole, e in cui la massima variazione possibile è il getto stuzzicante e meccanico dell’idromassaggio.

La prima impressione che si ha dall’ascolto dei Baustelle è questa. È che si tratti dell’ennesimo gruppo in cerca di successo. La musica è gradevole. I suoni sono brillanti. Le parole si intrecciano rapide e sinuose, adattandosi al ritmo fino a sprofondarvi e raccontando per frammenti, per flash, per impressioni che, se non si presta la dovuta attenzione a mettere insieme i diversi pezzi e a ricollegare ciascuna parte alle altre, trasmettono più suggestioni che idee. Più stimoli sparsi che conclusioni precise. E del resto è la stessa natura di band, che specialmente qui in Italia significa spostare l’accento sulla musica a scapito dei testi, a contribuire all’equivoco. 

Se fosse stato davvero Battiato a intitolare un suo album “I mistici dell’Occidente”, come fantasticava Bianconi davanti alla vetrina della libreria esoterica di Montepulciano, sarebbe stato ovvio che il richiamo a Elémire Zolla non aveva nulla di superficiale. Nel caso dei Baustelle, invece, bisogna spiegarlo e rispiegarlo. E non è neanche detto che basti. 

 

Capire per cambiare

All’inizio è sempre così. C’è una sensazione confusa di disagio che induce a fare un passo indietro e a farsi delle domande. Le cause rimangono sconosciute – e ancora più ignoti gli eventuali rimedi – ma intanto si comincia a capire che quella frustrazione non dipende affatto da uno stato d’animo momentaneo. Il problema è persistente. Anzi, è costante. Come un inquinamento dell’aria che rende difficile respirare. Come un eccesso di umidità che entra nelle ossa e che fiacca le forze, in attesa di fare danni peggiori. 

 

“Pop. Ovvero accessibile a tutti. Attraente al colpo d’occhio. Originale quanto basta
a non essere noioso. Ma non così insolito da risultare estraneo
e da interrompere il flusso...”

“Pop. Ovvero accessibile a tutti. Attraente al colpo d’occhio. Originale quanto bastaa non essere noioso. Ma non così insolito da risultare estraneoe da interrompere il flusso...”

 

Poi, se si è abbastanza forti da non abbattersi, e abbastanza intelligenti da trasformare le impressioni in analisi, e i reperti in indizi, e gli indizi in prove, si fa un passo avanti decisivo. Si comprende che quel disagio è tutt’altro che un difetto. Al contrario: è il segnale d’allarme di un organismo sano, o non troppo malato, di fronte a un ambiente malsano. Non è che siamo noi a essere inadatti alla realtà. È la realtà che è inadatta a noi. A noi in quanto esseri umani che aspirano a qualcosa di meglio dei modelli correnti. Dei modelli dominanti. 

Dice Bianconi: «Anche da atei, da laici, ci si scopre a pensare a come ci si è invischiati in un mondo che vola ormai bassissimo in termini di logiche culturali, di consumo, di spettacolo. Tante profezie, da quelle di Guy Debord a quelle di Pasolini, si sono purtroppo avverate, eppure tutti sguazziamo in cose assai brutte senza apparire granché toccati... un qualunquismo automatico che rende più difficile capire quanto si sia messi male.»

Finora le sue canzoni avevano parlato di questo. Del contrasto fra una sensibilità non omologata e le innumerevoli pressioni della società contemporanea. Di una società in cui, come affermava rassegnata la studentessa protagonista di “A vita bassa”, contenuta nell’album “La malavita” che uscì nel 2005 e che segnò il loro passaggio dalle etichette indipendenti a una major come la Warner, «la personalità se la può concedere solo una piccola élite, il cantante, l’attore, eccetera eccetera», mentre l’antidoto per chi affonda nell’anonimato si riduce alla «scritta Calvin Klein, alla firma D&G, tatuata sugli slip, sopra la vita dei jeans». 

Il nuovo album va oltre. Nel brano che porta lo stesso titolo dell’intera raccolta, “I mistici dell’Occidente”, la contromossa è esplicita. Ed è attiva. O persino aggressiva. «Saremo santi disprezzando la realtà, e questo mucchio di coglioni sparirà, e né bellezza o copertina servirà, che siamo niente, siamo solo cecità, pesci avvelenati in mezzo al mare, questo il presidente non lo sa». Il presidente è Berlusconi, com’è ovvio. E al tempo stesso non è solo lui, com’è giusto. Più che essere la causa del degrado politico e sociale, secondo la vulgata di chi vorrebbe accantonarlo per (ri)prenderne il posto, ne è la macroscopica conseguenza. «A me che tendenzialmente sono anarchico – dice Bianconi – pare che una figura di quel tipo finisce per esserci, sempre».

C’è misticismo e misticismo. E questo, evidentemente, non mira all’estasi ma alla consapevolezza.  

 

Federico Zamboni

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