Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Emily, una ribelle tutta per sé

 

La Dickinson. Il suo mondo. Il suo silenzio
per ascoltare tutto il resto. Le sue poesie
e le sue parole appuntite come spilli. 
“Come fa la gente a vivere senza pensare?
Sono tanti nel mondo. Come fanno a vivere?” 

La Dickinson. Il suo mondo. Il suo silenzioper ascoltare tutto il resto. Le sue poesiee le sue parole appuntite come spilli. “Come fa la gente a vivere senza pensare?Sono tanti nel mondo. Come fanno a vivere?” 

 

Non gesti eclatanti, non vita straordinaria; vita di una ragazza della più colta e facoltosa borghesia americana; buone letture, buona educazione, ottimo profitto a scuola. Tutto sotto controllo. Apparentemente. Ma Emily Dickinson, famiglia originaria dello Yorkshire, classe 1830, segno zodiacale Sagittario, dunque per natura astrale votata alla curiosità e ad un misticismo panico, fin da bambina impara l’arte di ribellarsi, la disciplina anticonformista di non fare mai quello che fanno tutti. A cominciare dalla diserzione alle funzioni religiose.

Suo padre Edward è uno degli uomini più in vista di Amherst, New England, uomo di fede e uomo di politica. Dei suoi tre figli, Austin, il maschio, Emily e Lavinia, intuisce che è lei, la seconda, quella particolare. La toglie dalla scuola, che Emily frequenta volentieri, perché Edward sa, sente, capisce che quella figlia è diversa, prende tutto molto sul serio, ma su tutto sa gettare la rete della sua ironia, su tutto sa stilare giudizi incandescenti. Dickinson, padre padrone, tenero ma assente, le scrive dai suoi viaggi di non leggere troppo, di moderarsi. Perché troppe letture potrebbero “scuoterle la mente”. Emily è un fascio di nervi, uno scricciolo affettuoso e vibratile. Abbiamo poche immagini di lei, della sua vita domestica e di società, e la poetessa resta per i suoi lettori ancora oggi una donna portatrice di mistero. Come Saffo. Forse l’unica che si mostri e si lasci conoscere solo attraverso la sua opera poetica. Opera in sostanza incommentabile, perché ogni intervento critico, anche il più appropriato e approfondito, si arresta davanti all’enigma combinatorio delle parole.

Le poche immagini che abbiamo (ritratti rielaborati dal dagherrotipo) ce la mostrano ragazza negli anni ’50 dell’Ottocento. Apparentemente una giovane donna mansueta, pudica, modesta. Ma ad osservarli bene, quei ritratti, si resta come intimiditi. Lei ci guarda dritto negli occhi, senza paura, con uno sguardo di sfida, animato da una sottile aria provocatrice, ma leale e profondo. La sfida con se stessa e i propri limiti che costantemente affronta, nominando le cose, incenerendo i luoghi comuni, intessendo relazioni con uomini, donne, fiori, alberi, la Morte, Dio, che sono una continua ricerca di assoluto, fisica e metafisica, romantica e antiromantica.

Ma non c’è posto per il romanticismo alla Brönte nella testa e nel cuore di Emily; non rincorre il suo Heathcliff in lungo e in largo per le brughiere selvagge, non si tormenta per un amore perduto, è presente, vigile, attenta. I suoi occhi appuntiti come spilli sembrano dirci che non c’è posto nella sua vita per la banalità. Solo per scrivere. E per pensare. Confessa al suo primo incontro con uno degli uomini che “stregherà” e a cui umilmente darà la patente di suo maestro: “Come fa la gente a vivere senza pensare? Sono tanti nel mondo. Come fanno a vivere? Dove trovano la forza di vestirsi al mattino?”. E ancora: “Se leggo un libro e mi sento gelare tutto il corpo, tanto che neppure il futuro può scaldarmi, allora so che quella è poesia. Se provo la sensazione fisica che mi si stia spaccando il cervello, allora so che quella è poesia. Sono questi gli unici modi in cui la riconosco. Nessun altro”.

E poi, un ossessivo bisogno di inondare le cose, le persone che ama, con il suo affetto. Scrive Barbara Lanati nel suo La vita di Emily Dickinson, Feltrinelli, 1998: “È la sua vita che la obbliga a divorare i giorni, a ingoiare le immagini dei volti e degli sguardi delle persone cui è legata, per non perderli e perché si perderanno”.

Una particolare caratteristica che solo le grandi figure malinconiche – e lei lo è – possiedono: la sensazione di vivere un momento intenso con trasporto e nello stesso tempo con la lucida consapevolezza che quel momento lo si potrà solo ricordare, mai più vivere.

La Dickinson, poi, ha la necessità, anzi l’urgenza di chiamare (e dunque di scrivere) i nomi con la maiuscola, il Terrore, il Cielo, il Merlo, la Farfalla, rendendoli superiormente astratti, sacri, biblici.

La madre, Emily Norcross, è forse una pioniera di quella che oggi viene definita sindrome da stanchezza cronica. È incapace di amare i suoi figli, di prendersi cura di loro. Molto presto, con la sua irriducibile intelligenza, la piccola Dickinson comprende che si tratta di disturbi psicosomatici, di cui anche lei stessa soffrirà. Abdica così al suo ruolo di figlia per curarla e accudirla. È lei a occuparsi della cucina, fa il pane, dirige la casa. Scrive: “Non ho mai avuto una madre. Ho la sensazione che una madre sia la persona da cui ci si precipita quando si è preoccupati”. Fa da madre a sua madre e tuttavia, anche quando è lontana dall’adolescenza, si definisce nelle lettere (che sono una specie di testo parallelo alle poesie, come lo fu lo Zibaldone per i Canti e le opere di Leopardi) una bambina. Vezzo? Nostalgia per l’infanzia? Arma di sottile seduzione? Forse, invece, il desiderio di essere una bambina eterna: Emily non si sposa, non fa figli, non compie nessun grand tour europeo, va in chiesa lo stretto necessario. Spesso neanche quello. “Io sono qui, a casa, ribelle” scrive una volta mentre il resto della famiglia è ad una importante cerimonia religiosa organizzata dallo straripante pater familias.

Il suo rapporto con Dio non conosce l’affidamento, ma la competizione, come davanti a qualcosa di grande che si vorrebbe capire, ma non facendosi piccola e umile, piuttosto illuminandolo della propria innata e consapevole luce.

“Sono tutti religiosi tranne me e tutte le mattine si rivolgono a un’Eclissi che chiamano Padre”. O anche: “Gli amici cercarono di farmi ragionare e mi dissero del pericolo a cui andavo incontro: il Santo Spirito di Dio se ne sarebbe addolorato. Capii il pericolo in cui mi trovavo e ne fui spaventata, ma me ne ero andata a vagabondare troppo lontano per poter fare ritorno…”.

Il suo sarà un confronto a due, tra sé e Dio, se ci saranno conti aperti dall’una e dall’altra parte saranno loro due a pareggiarli, da soli, lontano dalla Chiesa. Ma è la poesia a diventare per Emily l’unica grammatica, l’unico strumento che sa maneggiare con abilità, come una spada, l’intimo alfabeto che le consente di trovare il suo posto nel mondo, in quel mondo puritano degli Stati Uniti nella seconda metà del diciannovesimo secolo. Un mondo con il quale i contatti si faranno via via sempre meno frequenti.

Ecco una breve e fulminante poesia che ci racconta di lei. È la 135.

 

L’acqua la insegna la sete / La terra – gli oceani attraversati / La gioia – il dolore / La pace – la raccontano le battaglie / L’amore, i tumuli della memoria / Gli uccelli, la neve.

 

È l’impronta di ciò che non è o che non è più che ci dà la misura della pienezza. Sono il negativo e il positivo che scambiandosi definiscono un concetto, è il meno che dà il più, il nero che dà il bianco. E proprio di bianco, letteralmente, si veste Emily, e si mura in casa, nella bella casa di famiglia, e non si mostra più agli occhi del mondo.

Così ci dicono le testimonianze, che si vestì sempre di bianco e non uscì più di casa.

Un estremo gesto di ribellione. O piuttosto ancora una volta l’irrinunciabile scoperta che ormai il proprio io interiore era così ricco di sé, così dialogante e così pieno da non poter sopportare di convivere con inutili distrazioni? Emily Dickinson non è arrogante, non è snob, non “se la tira” diremmo oggi. È essenziale e assolutamente concentrata e la sua complessità viene distillata in una drastica semplicità, che non può obbedire alle leggi del mondo, non può andare a feste di beneficenza, né conversare amabilmente con giovani o attempati ammiratori.

La sua scelta, sebbene ci segnali un progressivo e radicale cambio di stile di vita, tuttavia non è una scelta di clausura fine a se stessa. Il mondo di Emily è un mondo in cui circolano gli affetti più diversi, in cui la Natura e le sue creature sono investiti da una stupefacente sacralità, in cui come per tutti i poeti veri, il piccolo è infinitamente grande, un mondo in cui però ogni traccia di “buonismo” è totalmente assente.

In questo affollato mondo gli uomini interlocutori, le amiche, i fratelli, la cognata, vengono amati spasmodicamente, ma il tempo che rimane è il tempo della scrittura, dunque del ricordo. È il tempo per ascoltare le parole della sua anima in perenne domanda, che si interroga su tutto, dal pettirosso a Dio. E che se trova risposte le trova nella scrittura poetica. E la sua anima si nutre anche di una fittissima corrispondenza – sono più di cento le lettere fin qui pubblicate – e la loro importanza non riveste affatto carattere accessorio, ma è fondamentale per mettere insieme i tasselli di una personalità così deflagrante e tuttavia incastonata nell’ossimoro della riservatezza.

Oltre alle poesie, le lettere (citiamo l’edizione di Einaudi per gli Struzzi) sono per il suo pubblico un libro molto amato, e costituiscono un percorso affascinante attraverso il quale la poetessa ci dà il permesso di conoscerla e di amarla, e nello stesso tempo le sue lettere servono a noi per confrontarci con noi stessi. Perché siamo realmente incuriositi e stimolati dalla sua esigente essenza.

Circola una saettante energia nelle sue lettere, nelle parole che sceglie per comunicare dei ricordi condivisi che ricostruisce, nell’ironia e nel sarcasmo con i quali si diverte a giudicare o a stigmatizzare eventi che riguardano la sua famiglia.

L’epistolario è percorso da un’umanità appassionata e coinvolgente alla quale seppur da lettori e non da destinatari è difficile sottrarsi.

A Thomas W. Higginson:

“Caro amico, nella mia vita non ho avuto un Re e da sola non riesco a darmi delle regole. Quando provo ad  organizzarmi, il poco di forza che ho esplode e mi lascia nuda e bruciata. Mi pare che mi abbia definita “Imprevedibile”. Mi aiuterà a migliorare?”.

A Sara Tuckermann, gennaio 1879:

“La tua venuta è sintomo d’estate. I sintomi sono meglio della malattia”.

La lettera 86 a sua cognata Susan Gilbert Dickinson (1880 circa), cui era legata da un sentimento non lontano da un coinvolgimento erotico:

“Non è possibile fare a brandelli una magia e poi aggiustarla come si fa con un cappotto”.

E ancora, all’uomo forse più importante della sua vita, Otis P. Lord, che frequentò di persona pochissime volte:

“La notte è il mio giorno preferito. Mi piace così tanto il silenzio. Il silenzio, non l’interruzione del suono. [Come fanno] quelli che tutto il giorno non fanno altro che parlare di niente, scambiandolo per brio? Ti perdono”.

Sono lettere che a distanza di tempo dovrebbero farci sorridere, “scafati” dal progresso, e invece ci mettono il cuore e la mente in uno stato di benefica tensione, ci costringono a pescare nella nostra intelligenza. Hanno la prerogativa delle nostre email, diventate rituale quotidiano verso il quale abbiamo sviluppato dipendenza, come per una benzodiazepina: la simultaneità, la velocità, il dialogo serrato. 

Ma le lettere di Emily Dickinson hanno in più qualcosa che il nostro uso della posta elettronica ha invece fiaccato: l’energia inalterabile e viva del momento in cui sono state scritte, e prima di essere scritte, pensate.

Se ci capitasse di entrare in una vecchia casa abbandonata e trovassimo un asse del pavimento spostato, e lì sotto un mucchio di lettere dimenticate, cosa faremmo? Sicuramente ci metteremmo a leggerle, divorati dalla curiosità. E scopriremmo che le parole sono ancora lì, nuove. 

Arrivano dal passato che si fa presente, sono ben scelte, solenni, anche nel racconto quotidiano, come se per scrivere una lettera ci si fosse messi il vestito più bello. Perché la lettera possa trasportare nel tempo e nello spazio quello che crediamo sia il nostro io migliore, il più vero. E il più profondo…

Questo è stata Emily Dickinson, esile ragazza dagli “occhi del colore dello cherry avanzato dal fondo del bicchiere degli ospiti” (*).Superiore intelligenza, sincerità intellettuale, misticismo senza esaltazione. Una ribelle “vittoriana”, che terminò la sua vita chiusa in una stanza tutta per sé, ma aperta all’ascolto dell’intero universo.

 

Francesca Gatto

 

(*) autodescrizione in una lettera a Thomas W. Higginson, che non la conosceva ancora.

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