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Ite Missa Est

Il vuoto lasciato dalla società riempito fatalmente dalla Chiesa (e dalle Chiese). Ma la trasformazione della stessa, e la perdita dei fedeli giorno per giorno, impone immediatamente una riflessione urgente: e dopo? Cosa succederà, a livello spirituale, quando anche la messa sarà finita?

L’ultimo sussulto della Chiesa cattolica è stato con probabilità il Concilio Vaticano II, aperto da papa Roncalli nel 1962 e chiuso da papa Montini nel 1965. Il documento sembrava rappresentare un aggiornamento della Chiesa a fronte della rivoluzione delle idee, anche religiose, che caratterizzava quel periodo storico e poneva in predicato non solo i dogmi e il rituale, ma le stesse finalità evangeliche. In sostanza, a petto della figura ieratica, distante dal popolo e politicamente discussa di papa Pacelli, la Chiesa poneva Giovanni XIII presentandolo più o meno come un prete bonaccione e sensibile ai corpi oltreché alle anime. Dunque un nuovo personaggio adattissimo al contenuto pauperistico del Concilio e alla semplificazione del culto, in grado di chiamare a sé soprattutto i giovani che sono il divenire della religione come di qualsivoglia partito. Il Concilio fu pertanto un atto contingente, in ossequio alla legge dell’alternanza di cui la Chiesa è maestra, che in realtà si rivelava per una avventurosa riqualificazione di alcuni aspetti formali, senza toccare presuntuosamente l’essenza della impalcatura metafisica. Infatti, se la Chiesa avesse voluto veramente attualizzarsi, avrebbe potuto – a esempio – decretare la prescrizione del peccato originale per manifesta vetustà, per carenza termini.  

La cronaca dice che il Vaticano II segnò al suo interno una vera battaglia tra i 2400 Padri conciliari, giunti da tutto il mondo e divisi sommariamente tra progressisti e conservatori – due Chiese da sempre in conflitto tra loro - con una schiera non trascurabile di preti soggettivamente perplessi. Tanto è vero che le decisioni portarono a uno scisma non trascurabile, rappresentato da Marcel Lefebvre e compagni, con tanto di scomunica, revocata da papa Ratzinger solo nel gennaio 2009, con qualche strascico reazionario che tutti conoscono.

Ma venendo al tempo attuale e al pontificato di Benedetto XVI, una corriva interpretazione del Tedesco e del suo operato, vorrebbe liquidare il papa regnante come tradizionalista tridentino - in merito alle propensioni per la messa in latino e per altri rituali, nonché per le sue dichiarazioni sull’umano comportamento - mentre le sue uscite in campo strettamente  morale sarebbero una chiusura alle libertà palesi o soltanto ventilate dal Concilio Vaticano II. La verità è invece più complessa e sottile. Il papa tedesco si è trovato a fare i conti con gli effetti pratici del documento, registrando un bilancio per niente positivo, a cominciare dalla affluenza alle chiese e ai sacramenti.

“...se la Chiesa avesse voluto veramente attualizzarsi, avrebbe potuto – a esempio – decretare la prescrizione del peccato originale per manifesta vetustà, per carenza termini.”

Cifre alla mano e a quasi cinquant’anni da papa Roncalli e Montini, cosa è avvenuto?

Sotto il profilo rituale la Messa è diventata uno show con chitarre e strumenti rock, si è imposto un banco da imbonitore al posto dell’altare con le reliquie, il celebrante guarda i fedeli e dà le spalle al Cristo, è andata in disuso la confessione auricolare, ci si stringe la mano senza aver litigato, e l’eucaristia viene servita alla mano, mentre  l’adozione della lingua patria toglie suggestione a un cerimoniale che, nonostante tutto questo secolarismo, si vorrebbe conservare misterico. Ecco che molti credenti abituati alla lettera della Messa in latino, al canto gregoriano e ai profumi dell’incenso, da queste chiese riformate sono stati disillusi quando non se ne sono allontanati, vedendo nel prete modernizzato in calzoni e maglietta solo un compagno di merenda e non più il consigliere spirituale. 

C’è poi la storia dei giovani che erano, come si è detto, uno degli obiettivi principali del Concilio. Però i giovani non sono cresciuti nel numero e nella specie, come dimostra la scarsità delle vocazioni che non coprono nemmeno le esigenze pratiche della Chiesa. L’adesione alle Messe da cantautore ha infatti  poco da coinvolgere nella fede. Dopo i Raduni della gioventù voluti dal papa mediatico Giovanni Paolo II, tolte le tende e finita la giostra, sul terreno è rimasta cartaccia, bottiglie di birra vuote e preservativi, come in tanti appuntamenti di musica folk.

Il Concilio Vaticano II conteneva tuttavia un messaggio sociale la cui radice - beninteso insieme a tante altre componenti spesso in contraddizione – si trova nell’evangelo. Qui il discorso si fa, però, più complicato. 

Non è vero che il documento avviato da papa Roncalli costituisse una novità in fatto di politica pauperistica della Chiesa. Semmai ne rappresentava una rinascenza in perfetta assonanza con l’esigenza dei tempi. La Chiesa, beninteso con alti e bassi, si è sempre occupata dei poveri, dei bisognosi, degli ammalati, in duemila anni di storia. 

I critici del Cristianesimo negano naturalmente la gratuità di questo interesse e in parte hanno ragione. 

Ma ciò che importa è la riflessione spaziale, cioè il vuoto sociale, nel quale si è inserita e si inserisce la Chiesa. Non si tratta di ingerenza vera e propria, come vorrebbe la radicalità di Pannella e Bonino, ma di occupazione di sedi effettivamente vaganti che, in quanto tali, restano alla portata del primo venuto.

Se la scuola funziona malamente nella didattica e per niente sulla vigilanza dei giovani esposti alla droga, ecco che sopperisce la Chiesa con le proprie organizzazioni, dal livello elementare alle università intestate a Maria Santissima Assunta. 

Se la società non provvede a sufficienza in termini di assistenza ai bisognosi, c’è la carità cristiano cattolica che prende il posto della caritas di impianto pagano o filosofico che è bene più antica. Se lo Stato non aiuta le madri nubili e i figli abbandonati, la Chiesa è spinta a mantenere in piedi una serie di iniziative pratiche conosciute come Opere Pie. Se lo Stato non cura in prima persona il problema delle tossicodipendenze, i preti si fanno artefici di Comunità intese al recupero di chi è caduto nella rete. Se nessuno si cura in modo fattuale delle prostitute dell’Est e del Sud, schiavizzate dalle organizzazioni mafiose, ecco i preti di questa frontiera che scendono dal pulpito alla strada, tentando un salvataggio che non è solo morale. 

Questa lista potrebbe continuare, a dimostrazione di una carenza dello Stato che presenta una complicanza non da poco. 

Lo Stato laico non solo permette che i propri spazi vengano occupati dalle imprese e dallo spirito religioso – perché le opere della Chiesa procedono sempre con il crocefisso e spesso con declinazioni ricattatorie: mangi dopo aver recitato le preghiere, ti vesto ma è gradita la tua presenza alle funzioni - ma finanzia in parte le organizzazioni confessionali, sottolineando in questo modo le proprie mancanze sociali e attivando al contempo, in alcuni casi come quello della scuola, una sorta di concorrenza sleale.

 

“...ciò che importa è la riflessione
spaziale, cioè il vuoto sociale,
nel quale si è inserita
e si inserisce la Chiesa.”

“...ciò che importa è la riflessionespaziale, cioè il vuoto sociale,nel quale si è inseritae si inserisce la Chiesa.”

 

Insomma un pasticcio, una commistione di vecchia data come insegna la storia, che nel mondo a noi più vicino era stata più volte ben delineata da Filippo Turati nei primi anni del XX secolo. Turati era un ideologo socialista e non un pragmatico dalle mani lunghe come Bettino Craxi. E sull’argomento Turati tra l’altro scriveva: “Finché la Chiesa provvederà a una folla di funzioni morali e materiali necessarie, alle quali la società laica non provvede, la Chiesa sarà, e sarà giustamente, invincibile.”

Ovviamente, le parole di Turati sulla invincibilità della Chiesa risultano datate e non corrispondono alla realtà, ma gli spazi liberi occupati dalla Chiesa sono invece attuali e il nostro Stato moderno, autoprofessatosi laico e liberale, risulta al contrario vincolato e complice di organizzazioni religiose in cui si presume, ancora prima del benessere e del diritto, il senso di una assurda  responsabilità ancestrale con relativo peccato.

Girando ora lo sguardo nel tentativo di coprire la distanza che ci separa dall’orizzonte, senza varcarne il confine per non invadere il campo dei profeti, c’è da dire che il Concilio Vaticano II è stato dopotutto un fallimento – come mostra di aver capito papa Ratzinger – perché ha segnato una chenosi, ovvero un abbassamento, del Cristo teologico in favore del Gesù utilitaristico.

Non è affatto vero che l’umanità di Gesù rappresenti un modello esclusivo. Al suo posto i preti operai avrebbero potuto mettere il Mahatma Gandhi e magari Nelson Mandela. Esclusivo, per chi vuole crederlo, è il ruolo di Gesù come figliolanza di Dio. Pertanto risultano perlomeno dubbie le religiosità postconciliari di alcune iniziative e non sorprende che in una conferenza tenuta da un Padre Comboniano – Jeans e camicia in stile hawaiano – in una chiesa romana intestata a san Bellarmino, tanto relatore abbia riferito della costruzione di cessi per i baraccati delle banlieue di Nairobi, a opera sua e dei fratelli missionari. Un furto in materia di una possibile religione politica e religione civile del Kenya e un furto ai relativi tempi storici. Cessi e neanche una parola sul Cristo. 

Inoltre, e sempre per negazione,  non è affatto vero che la Messa in volgare ha fatto capire ai fedeli che non conoscono il latino ciò che in quello spazio si compie. Altrimenti non avrebbe senso la locuzione che il presbitero pronuncia nel punto cruciale: “Mistero della fede”. Il problema non è capire ma credere. 

E in tema religioso, nonostante la tomistica, è più facile credere quando non si ragiona, non si conosce. A chi  giova sostituire Ecce agnus Dei, ecce qui tollis peccata mundi, con parole in chiaro, quando la formula segue la nota trasformazione materiale del pane e del vino nel corpo e nel sangue del Cristo? 

In quel momento il celebrante cattolico diventa un mistagogo al pari dei suoi predecessori che iniziavano ai Misteri di Eleusi. Non convengono le semplificazioni, anzi sono controproducenti, per un rito dal quale non è stato espunto il miracolo, la magia. 

Forse Ratzinger ha capito che “andate, la Messa è finita”, potrebbe palesare una verità forse incipiente: non la mera fine della cerimonia, ma, con la chenosi del rito che somiglia troppo a uno svuotamento del sacro, la fine della Chiesa. 

Meglio, molto meglio la Messa in latino, da “introibo” a “ite missa est”, come una specie di festa con le candele fumose, i canti classici e i solenni suoni d’organo, valida anche per chi è, suo malgrado, agnostico. 

Una Messa che dopotutto serve a coprire, sia pure per un’ora, il silenzio di  essere al mondo.

 

Fulvio Castelli

2 milioni di euro. Al giorno

L'Avvocato del Diavolo