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L'Avvocato del Diavolo


L’assolutismo dell’economia. 
Fu un certo Lewis Powell, e il suo
“manifesto”, a segnare la strategia,
in Usa e poi in tutto il mondo,
per rispondere a tante contestazioni
contro il modello, tra quelle esplose
oltreoceano negli anni Settanta.

L’assolutismo dell’economia. Fu un certo Lewis Powell, e il suo“manifesto”, a segnare la strategia,in Usa e poi in tutto il mondo,per rispondere a tante contestazionicontro il modello, tra quelle esploseoltreoceano negli anni Settanta.

 

Tutto cominciò con un avvocato. Anni fa uscì un film, di suo alquanto banalotto, in cui Al Pacino reinterpretava il mito faustiano impersonando un potente legale newyorkese sotto le cui rispettabili vesti si celava Satana: l’Avvocato del Diavolo, appunto. E noi dobbiamo ad uno sconosciuto principe del foro americano di quarant’anni fa la lunga scia di mistificazioni che hanno giustificato e puntellato il vero, demoniaco Potere in Occidente: l’assolutismo dell’economia. Ripartendo da lui, un signor nessuno ma così decisivo per le nostre disgrazie, si capisce meglio di come hanno conquistato il potere assoluto, invisibile e intoccabile, le banche centrali, i club di finanzieri, i grandi speculatori di Borsa, il Wto e le lobby internazionali.

 

La reazione

Lewis Powell difendeva molte grosse aziende statunitensi agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso. Non era uno di quegli azzeccagarbugli mostri di diritto ma digiuni di cultura: era anzi colto, e, cosa rara per un avvocato, sapeva scrivere in modo chiaro e lineare. Così, su richiesta della Camera di Commercio Usa, nel 1971 venne incaricato di stendere un memorandum. Evidentemente, i custodi dell’establishment economico di Washington volevano un parere pratico, non fumose elucubrazioni intellettuali. Gli imprenditori americani erano alle prese con un problema quanto mai assillante: in che modo reagire all’ondata di contestazione contro il sistema industrial-capitalista? Nel decennio precedente c’era stata una preoccupante escalation: i sindacati avevano alzato la cresta, si era imposta la lotta per i diritti civili, era scoppiata la rivolta dei neri con Luther King e Malcom X, si era affermata la rivoluzione sessuale, era nato il femminismo militante, dalle università era sorto un moto di rigetto giovanile per l’anacronistico autoritarismo dei costumi e della cultura (in Europa, in versione più rossa e politicizzata, produsse il ’68), il pacifismo dilagava avendo come bersaglio la dannata guerra in Vietnam, il giornalismo investigativo mordeva e bastonava, e in generale la perdita di fiducia nell’ordine costituito avanzava in una società corrotta e resa caotica dal boom. Coloro che del benessere erano i primi beneficiari e ingrassatori non potevano correre il rischio di vedersi insidiati e magari spodestati dai ribelli. E siccome erano comunque gente seria e dotata di cervello, prima si posero il pensiero di darsi un pensiero. Un vademecum, una bussola, una traccia, un minimo di guida per l’azione. Se si doveva sconfiggere delle idee, bisogna contrapporre loro altre idee. 

 

Il nemico

Così chiamarono Powell. Il quale non era certo il Marcuse di destra, ma tanto per cominciare ebbe un’intuizione geniale: la semplicità. Scrisse undici paginette in un linguaggio stringato e scarno, e in queste undici paginette fissò per sempre il vangelo del Potere, conosciuto come il Manifesto di Powell1 (Powell Manifesto, o Powell Memo). Il punto di partenza per la reazione - “È arrivata l’ora per il business americano di marciare contro coloro che lo vogliono distruggere” - è l’analisi del contesto di allora. C’era una “guerra ideologica contro il sistema delle imprese e i valori della società occidentale. È chiaro come il sole che le fondamenta stesse della nostra libertà sono sotto attacco massiccio”. Per lui o è bianco o è nero: “l’unica alternativa al sistema sono le dittature delle burocrazie socialiste o fasciste”. I nemici sono non tanto e non solo “la sinistra estrema, che è molto più numerosa, meglio finanziata e benaccetta di quanto non lo sia mai stata prima nella Storia”, quanto quegli “elementi perfettamente rispettabili, come le università, i media, gli intellettuali, gli artisti, e anche i politici”. Motivo di particolare ansia è rappresentato dalle giovani generazioni: “quasi la metà degli studenti è a favore della socializzazione delle industrie americane fondamentali”. 

Per invertire la pericolosa china che stava prendendo la Storia, i businessman dovevano “organizzarsi, pianificare nel lungo termine, essere disciplinate per un periodo illimitato, essere finanziate con uno sforzo unificato”. Imparando innanzitutto dagli avversari, dalle “lezioni messe in pratica dal mondo dei lavoratori, cioè che il potere politico è indispensabile, che deve essere coltivato con assiduità, e usato in modo aggressivo se necessario, senza imbarazzo”. 

Di qui discende, se vogliamo, il sistematico meccanismo di influenza e controllo sulla politica da parte dei potentati industriali e finanziari che, al riparo dai clamori mediatici, di fatto reggono le sorti del mondo.

 

Educazione…

E la ricetta con cui ci sono riusciti la fornisce, dettagliatamente, il nostro avvocato delle cause vincenti. Anzitutto, espugnare le università, considerate alla stregua di covi di sedizione controculturale. Occorreva formare una propria schiera di professori allineati e fedeli, “docenti che credono fermamente nel sistema delle imprese”. In particolare nelle materie economiche, dove “dobbiamo godere di un rapporto particolare con le facoltà”. 

Se ora vi ricordo la Scuola di Chicago, il monetarismo e il neo-liberismo consacrato a dogma negli anni ’80 di Reagan e della Tatcher, vi viene in mente qualcosa? Superfluo sottolineare, poi, come in America gli atenei siano vere e proprie aziende, dove il libero mercato non è solo un concetto ma una prassi che irreggimenta la ricerca nei canali e negli standard imposti dalle imprese. 

Da noi, per fortuna, ancora non siamo arrivati ai campus managerializzati, ma i soldi pubblici per la cultura sono sempre meno e il trend, seppur con grandi resistenze, segue l’esempio d’oltreoceano. 

 

… e televisione

Secondo e centrale campo di manovra: i media e la televisione, il Grande Fratello realizzato. Powell è lapidario: “Le televisioni dovranno essere monitorate costantemente nello stesso modo indicato per i libri di testo universitari. Questo va applicato agli approfondimenti Tv, che spesso contengono le critiche più insidiose al sistema del business. Ogni possibile mezzo va impiegato… per promuoverci attraverso questi media”. 

Non secondarie sono le riviste popolari, dove “vi dovrà essere un costante afflusso di nostri articoli” poiché “esiste un’opportunità di educare il pubblico” solo che “oggi non si trovano pubblicazioni attraenti fatte da noi”. Il panorama delineato è quello poi puntualmente verificatosi: l’invasività del messaggio fondamentale sul quale si basa il sistema – la fede cieca nel Consumo come unica possibile way of life – si propaga in ogni anfratto sociale e viene instillato in ogni individuo tramite l’industria dell’intrattenimento e dell’informazione. 

Dal magazine patinato al talkshow politico, dal quotidiano generalista al rotocalco di gossip, senza tralasciare l’editoria libraria e, naturalmente, la pubblicità. 

 

Libertà?

Powell impartisce infine una sorta di manuale all’insegna di un “atteggiamento più aggressivo” delle élites nella battaglia per il consenso. Presupposto senza il quale non si va da nessuna parte, scrive, è costituito da “un sostegno finanziario da parte delle corporations molto superiore di quanto abbiano mai fatto finora”. 

I finanziamenti non devono mancare mai, insomma. Gli agenti prezzolati del sistema dovranno ricevere assegni “allo stesso livello dei più noti businessmen e professori universitari”. 

L’idea-cardine della reazione dovrà inglobare l’ideale astratto di Libertà (freedom) nella più concreta libertà economica individuale: “La minaccia al sistema delle imprese non è solo un problema economico. È anche una minaccia alla libertà individuale”. Meno tasse, meno Stato e meno regole che intralcino l’accumulazione dei profitti: questo, in sostanza, doveva essere la formula del futuro per Lewis. E così è stato. In nome dell’unico dio: il Mercato.

 

Alessio Mannino

 

Note:

1 Testo originale leggibile a questo link: orihttp://www.reclaimdemocracy.org/corporate_accountability/powell_memo_lewis.html

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Moleskine maggio 2010