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Moleskine maggio 2010

La forma è sostanza, anche nel linguaggio

(02/04/2010) Mercoledì 31 marzo, 49 senatori del Pd hanno indirizzato a Bersani una lettera collettiva per sollecitare una discussione approfondita sul voto delle Regionali e, quindi, sulla sconfitta del centrosinistra. Quello che colpisce, però, non è il contenuto. È il linguaggio con cui viene espresso. Basterebbe una sola frase, come ad esempio “ti poniamo l'esigenza di incontrarci subito per riflettere insieme”, per capire subito il principale difetto di chi scrive: l’incapacità di affrontare la realtà in modo diretto, arrivando dritti al cuore dei problemi e prendendo posizione in maniera limpida e inequivocabile. Ne basterebbe un frammento, addirittura: basterebbe quell’ampolloso “ti poniamo l’esigenza”, al posto di un sobrio, immediato, schietto “ti chiediamo”. 

Non si tratta di odiare qualsiasi forma di complessità, anche solo verbale, e di pretendere che tutto sia sempre alla portata di chiunque, ivi incluso il più somaro dei cittadini. La complessità è un diritto, quando è giustificata dalla natura dell’argomento su cui ci si sofferma. Ma questa non è affatto una vera complessità. È solo un formalismo superfluo. Un giro di parole inutile, di cui sarebbe interessante, e doveroso, chiedere il perché a chi ha deciso di usarlo. 

E non è certo uno scivolone isolato, del resto. Nella lettera c’è ben di peggio. “L’imborghesimento – scrivono i 49 dolenti, capitanati da Gian Piero Scanu – ci tenta in continuazione e arriva persino a coinvolgerci in scellerate trasversalità ammantate di riformismo. I nostri valori fondanti rischiano di vacillare sotto i colpi della sfiducia e di un neorelativismo che intossica le nostre coscienze per condurci verso la più colpevole accidia. Bisogna accedere a una nuova dimensione del nostro impegno politico che anche noi parlamentari spesso non esprimiamo con la necessaria efficacia. Serve un supplemento d’anima”.

Se il primo spezzone era deprecabile, ma tutto sommato di routine, quest’altro è persino imbarazzante. Non siamo più nell’ambito del discorsetto formale che evita sistematicamente di dire pane al pane e vino al vino. Qui siamo alla seduta pubblica di autocoscienza, in cui si sfiora (o si finge) il melodramma. Ah, quel terribile, e temibile, “imborghesimento che ci tenta in continuazione”. 

Uh, quei “colpi della sfiducia e di un neorelativismo che intossica le nostre coscienze per condurci verso la più colpevole accidia”. Sembra di sentire dei novizi che confessano al priore, un poco vergognandosi della propria debolezza, e un poco inorgogliendosi dei loro buoni propositi, le tentazioni diaboliche cui sono sottoposti E invece, ahinoi, si tratta di senatori della Repubblica. Non solo degli adulti dai quarant’anni in su; non solo dei politici esperti che, si suppone, sono approdati a Palazzo Madama dopo un lungo apprendistato in ruoli minori; ma addirittura, almeno in teoria, un’ampia rappresentanza di quanto di meglio 

può offrire il loro partito. 

Non è gente che è capitata lì per caso e che ora può azzerare le proprie responsabilità rammaricandosi delle difficoltà incontrate nello svolgere degnamente il proprio compito, dentro e fuori il Parlamento. Le loro lamentazioni, quand’anche sincere, sono totalmente fuori luogo: 

se non hanno i requisiti necessari a restare al loro posto, dalla saldezza morale alle qualità intellettuali che permettono di comprendere a fondo ciò che accade e di elaborare qualche buona idea sul da farsi, lo dicano chiaramente e una volta per tutte. Dopo di che, con un estremo sprazzo di coerenza, rassegnino le dimissioni e si levino di torno. 

Altro che quel ridicolo e melenso “serve un supplemento d’anima”.

 

F.Z.

 

Elezioni regionali 2010: se il paese affonda ed è colpa del PD (ma non solo)

E fu così che Berlusconi vinse. E vinse persino in Provincia dell'Aquila, dove il Pd fino a ieri ci garantiva che i terremotati erano pronti a fucilarlo. Alla luce del recente risultato delle elezioni regionali, mi pare evidente che, quando Silvio Berlusconi dichiara alla stampa di essere pronto a sconfiggere il cancro in tre anni non lo fa perché è un idiota che dovrebbe essere internato in manicomio. Lo fa perché è estremamente intelligente. Lo fa perché, dopo aver ridotto il paese ad un branco di inetti barbari senza cultura, una poltigliosa marmaglia da vendere a tranci nei banchi frigo di qualche supermercato, oggi Berlusconi non presenta più programmi politici articolati ma si limita a proporre una serie di spot pubblicitari che poco hanno a che fare con la realtà ma che invece strizzano l'occhio alle fantasie ed ai sogni degli italiani. Sconfiggere il cancro è come vincere al superenalotto. E vendere sogni paga sempre. Berlusconi, a ben vedere, garantisce agli italiani un ultimo, estremo lusso: quello di coltivare un'illusione. La colpa di tutto questo, sia ben chiaro, non è di Berlusconi, ma del Pd. In Italia, il progetto di distruzione culturale è passato in questi ultimi 20 anni principalmente attraverso la televisione, avallato quando addirittura non concepito dagli esimi autori tv in quota sinistra (da Boncompagni e Costanzo fino all'ultimo dei collaboratori ai testi Rai).

Programmi come la Domenica In di Boncompagni o la Buona Domenica di Costanzo per innumerevoli stagioni hanno tracciato la strada dell'abbrutimento catodico, della distruzione di ogni velleità culturale, dell'appiattimento estetico, letterario, musicale, politico, mediatico. Il risultato è che, anche ai giorni nostri, nella marea di proposte a peso culturale zero che governano i palinsesti, anche quei programmi che vengono definiti "baluardi del libero pensiero in tv" come Parla con me o Che tempo che fa non costituiscono affatto una risposta a base di interviste e di satira intelligente, ma solo una forma di carboneria triste. Eppoi perché mai tali trasmissioni dovrebbero rappresentare i baluardi del libero pensiero? Se si applicasse il ragionamento del Pd, allora dovrebbe essere considerato un programma di libero pensiero anche il TG4! Mi domando (evidentemente gran parte degli italiani si domanda) perché mai il pensiero del Pd dovrebbe essere considerato libero mentre quello del Pdl no? Sono entrambi pensieri di partito, quindi pensieri non liberi per eccellenza. E la lottizzazione dei pensieri televisivi è sempre sempre sempre esistita. Ragionamenti differenti da questa constatazione poggiano su basi oggettivamente inascoltabili. Perché mai il pensiero di una parte dovrebbe essere ritenuto culturalmente migliore di quello di un'altra parte? Non siamo forse in democrazia? E la chiave della democrazia non dovrebbe poggiare - in teoria - proprio sull'ingranaggio della pari dignità di opinione?

Questo è il grande equivoco dal quale la sinistra non riesce e probabilmente non vuole liberarsi. Predicare la democrazia e la diversità, paventando in ogni occasione un sistema mono-culturale. Se potessi un giorno parlare vis a vis con Santoro gli direi che i sorrisetti ironici (alquanto altezzosi, quindi dalemiani) e gli accostamenti al duce non si addicono ad un giornalista di razza, e nemmeno ad un uomo intelligente, e soprattutto non spostano affatto voti, anzi, al contrario, rafforzano la convinzione della necessità di votare Polverini in chi si è già bevuto la barzelletta sul possibile ritorno di Stalin. Caro Santoro...parliamone!, dico io. Ma parliamone - per una volta - partendo da una base di onestà intellettuale. Raiperunanotte è stato un programma poco edificante in assoluto, indubbiamente controproducente per la campagna elettorale della sinistra. Magari giusto nelle intenzioni, forse (forse) persino necessario, ma raccapricciante nei modi e nel linguaggio. Raiperunanotte, visto dal ceto culturale mediobasso, è sembrato la fiera delle belve feroci (e affamate) in gabbia, pronte - se finalmente liberate - a divorare tutto e tutti. La violenza di giullari avvelenati come Luttazzi che dice "sono otto anni che sogno di farlo" e subito dopo monologa per mezz'ora su mestruazioni e minuziosa descrizione di rapporti anali accostati alla figura di Berlusconi (pur sempre il Presidente del Consiglio) non può ottenere una reazione in termini di dignità culturale, ma - al contrario - terrorizza lo spettatore TV benpensante (intontito da 20 anni di Beautiful). Viene cioè da pensare che, tutto sommato, sia davvero un bene che a Luttazzi sia stato impedito di parlare per otto anni se le conseguenze dell'averlo liberato sono trenta minuti interamente dedicati alla minuziosa descrizione di un rapporto anale, corredata da un gergo degno di un giornaletto pornografico. Sempre a Raiperunanotte ho ascoltato ospiti altolocati fare discorsi abominevoli come ad esempio "...non possiamo permettere che metà Italia creda nelle parole di Berlusconi, dobbiamo intervenire...". "...Intervenire"? Intervenire in che senso? Forse il popolo della sinistra è intenzionato ad aprire una rete di centri di rieducazione culturale in tutta Italia? Ma non diciamo sciocchezze! Qualcuno (magari Santoro, visto che era il padrone di casa?) avrebbe dovuto redarguire con durezza questi interventi! Affermazioni del genere, più che un progetto culturale alternativo al nulla di Berlusconi, possono suonare al massimo come un anelito di pulizia etnico-ideologica a lungo covato nel buio dell'opposizione: in pratica una manifestazione di furia revanchista. Demonizzare Berlusconi equivale a santificarlo per l'altra metà (più qualche voto) d'Italia. È una strategia perdente, punto e basta. Punto e basta. Santoro dovrebbe riconsiderare il suo modo di fare televisione non per tutelare il governo Berlusconi ma per il bene della sinistra. Berlusconi martirizzato giova solo a Berlusconi.

Un'immagine da gruppo che si prepara allo scontro violento (se non altro nel linguaggio), che pensa ad una sorta di guerra civile contro il popolo degli idioti che si ostinano a votare centrodestra, non può essere assecondata. Occorre vincere con lo stile della parola. Agitando una penna stilografica e non brandendo un machete. E ancora. Nei giorni antecedenti al voto regionale ho sentito molti ragazzi di sinistra scandire lo slogan "Rivoluzione perpetua". Eppure "Rivoluzione perpetua", detto da ragazzi di sinistra - oggi come ieri - evoca fantasmi di brigatismi alle orecchie del sessantenne ex democristiano. E questo è un paese la cui età media è elevatissima: è una nazione di anziani. Nanni Moretti, uno degli idoli di sinistra caduti in disgrazia e bruciati dal famelico istinto antiberlusconiano il quale divora ogni possibile discorso alternativo interno al pensiero progressista, diceva "Le parole sono importanti". La sinistra non sa utilizzare il linguaggio corretto. È troppo debole o troppo violenta.

La sinistra, al contrario, dovrebbe ripartire dal fare e non dal contestare: un po' quello che sta facendo Vendola in Puglia. Ma - a riprova del fatto che il Pd non vuole vincere - considera Vendola un originale frocetto istrionico. È una sinistra ridicola, diciamocelo. Una sinistra che merita di essere schiacciata da un qualche dittatore populista. Una sinistra che predica l'integrazione ma che in realtà è xenofoba. Una sinistra che predica l'eutanasia e l'aborto ma che in realtà si tiene stretta la quota di elettori cattolici. Una sinistra che solleva polveroni per la scarsa attenzione ai giovani ma che nella stanza dei bottoni custodisce gelosamente il feretro di D'Alema. Una sinistra che grida "Allarme dittatura!" eppoi grazie a Santoro trasmette a reti (internet, per ora) 

unificate tre ore e passa di MinCulPop, durante le quali passano messaggi aberranti ed alienati, per voce dall'alieno Morgan.

Dov'è IL BELLO che la sinistra vorrebbe contrapporre a tutto IL BRUTTO della destra? Forse nell'assistere al penoso relitto umano di Morgan drogato e delirante che per mezz'ora biascica frasi ubriache senza soggetto ne predicato verbale? Questa sarebbe la visione del futuro per i nostri figli, questo l'effetto della ritrovata libertà, della ritrovata democrazia, della ritrovata tolleranza, del ritrovato piacere della conoscenza, del rinascimento culturale di una nazione, la vera alternativa morale e intellettuale, il luminoso futuro che la 

sinistra ci vuole prospettare? La specularità del televisivo progressista rispetto a quello di Berlusconi è - a ben vedere - terrificante. Ma torniamo alle elezioni. Nel kaos-liste venutosi a creare, per perdere nel Lazio contro la Polverini (titolo di studio: ragioniere) occorreva essere assolutamente, completamente, incontrovertibilmente inetti. Ebbene, al Pd sono assolutamente, completamente, incontrovertibilmente inetti. E non è nemmeno questione di dare la colpa agli astensionisti, le ragioni di una battaglia politica stavolta c'erano tutte.

E se da sinistra si continuerà a gridare alla dittatura, io continuerò a rispondere che la dittatura viene perché non c'è un progetto alternativo alla barbarie. Immigrati clandestini che si autocertificano? Questa la strategia della sinistra italiana in quattro lustri? E la questione del precariato? E le case per le giovani coppie? E le fabbriche in dismissione? E i sindacati immobili? Se la cultura che la sinistra ci vuole proporre in alternativa a Berlusconi è rappresentata da Daria Bignardi...Pfui! Che Emanuele Filiberto parli piuttosto a reti unificate. Che Pupo ci dica che libri dobbiamo leggere. Questo paese è al tramonto. Santi, poeti e navigatori si mettano l'animo in pace. Ha vinto il Grande Fratello.

A meno che... A meno che qualcuno - magari persino da sinistra - non si metta davvero a  costruire una cultura "buona", che la smetta di sbandierare superiorità morale e che sia veramente alternativa al nulla capitalistico/consumistico. Urge cioè ri-costruire un progetto a lungo termine: una sorta di piano Marshall del sapere. Partendo dalla televisione, perché nella civiltà multimediale è la televisione a dettare i tempi ed i modi della democrazia, e chi sostiene il contrario è meglio che si ritiri a vita privata sulla cima di un albero, come un moderno Barone Rampante.

Gli adolescenti, che crescono davanti alla competizione squadrista e fascista di "Amici di Maria De Filippi" non possono imparare nulla sulla democrazia. Il Pd perde perché è avvitato da vent'anni sullo scontro personale contro un uomo, Silvio Berlusconi, del quale non possiederà mai il carisma ne il magnetismo. Io lo so che quest'analisi del voto passerà assolutamente inascoltata. Anche questa volta, lungi dal fare un minimo di autocritica, il Pd ha già trovato un capro espiatorio esterno: quei bastardi che si sono astenuti dal voto. Ebbene, cari signori della cultura progressista, sappiate che - oggi come oggi - chi non vota è persino orgoglioso del proprio astensionismo. L'astensionismo contribuirebbe alla vittoria di Berlusconi ed alla morte della democrazia? Non è vero affatto. Questa è una cazzata dettata dal fatto che il Pd perde per l'ennesima volta e deve trovare una giustificazione alla propria incapacità.

Urge ricordare che, da che mondo è mondo, l'astensionismo è un fenomeno che colpisce il centrodestra. Se l'astensionismo arriva a colpire il pur sempre ideologizzato centrosinistra diventa solo l'ennesimo segnale del fallimento della politica progressista. E inoltre: perché mai votare una nullità come Bersani dovrebbe rappresentare un segnale positivo per la nazione? Un segnale di cambiamento? In che senso?  Un piccolo suggerimento disinteressato (giusto due parole davvero da intendersi come possibile punto di partenza per tentare un'inversione di rotta): che D'Alema metta da parte i sorrisetti di sufficienza, incassi il cospicuo assegno pensionistico che gli spetta, prenda con sé tutti i compagni più cari, si rechi a Gallipoli, s'imbarchi sul suo yacht e prenda il largo. E che resti a largo. Le leggi ad personam saranno pure un crimine. Ma rifiutarsi di accettare 

un fallimento politico-culturale che viene perpetrato e si rinnova puntualmente da oltre vent'anni è addirittura abominevole.  

G.C.

 

Meno male che l’FMI c’è

(e ci spiega cosa fare)

(01/04/2010)  La chiamano “missione annuale”, ma il termine più giusto è ispezione. Ispezione contabile. O meglio: amministrativa. Il Fondo Monetario Internazionale viene qui in Italia ed esamina lo stato dei nostri conti pubblici, per vedere se ci stiamo attenendo alle sue idee (alle sue preferenze) in tema di gestione di bilancio. Siamo stati abbastanza oculati? Siamo nelle condizioni di ricevere un prestito? Siamo, ancora, dei clienti ai quali si possono prestare dei soldi senza timore che facciamo la fine della Grecia o, dio non voglia, dell’Argentina del 2000, che arrivò addirittura a dichiarare ufficialmente il default, ovverosia l’insolvenza nei confronti dei creditori internazionali?

L’FMI ci scandaglia per benino e alla fine, bontà sua, ci fa sapere come siamo andati. Qui ve la siete cavata discretamente, qui potete migliorare, qui lasciate a desiderare e dovete impegnarvi di più. Un fervorino in piena regola. Un diktat appena appena attenuato dalla mancanza di un vero e proprio legame di subordinazione politica. Anche se poi, come ben sappiamo (vedi il numero 7 del mensile, uscito nell’aprile 2009), quello stesso legame che non può esistere formalmente esiste invece, eccome, di fatto. Dietro il vincolo finanziario si cela un condizionamento di assai più ampia portata. Al posto della sovranità tradizionale, ed esplicita, c’è lo strapotere moderno, e subdolo, e invincibile, del denaro. 

Ma torniamo all’oggi. Secondo l’FMI il Governo è da lodare in quanto “con le sue politiche ha dato la giusta risposta alla crisi, resistendo alle pressioni per ampie misure di stimolo della spesa pubblica, contenendo il deficit pubblico e prendendo pronte misure per stendere una rete di sicurezza sul sistema finanziario”. In altre parole, Berlusconi & Co. hanno fatto bene a tenere stretti i cordoni della borsa e, però, a puntellare le banche. Detto in maniera ancora più sintetica, il popolo può aspettare, le banche no. Lo Stato ideale, nell’ottica dell’FMI, è quello che si preoccupa innanzitutto dei conti pubblici, a prescindere da come vive la sua cittadinanza. Quello che è abbastanza bisognoso di capitali esterni da indebitarsi, e da accettare le condizioni imposte da chi gli fa credito, ma non così povero da mettere a repentaglio la restituzione del debito. O, ancora meglio, solo degli interessi maturati via via, così che il rapporto di dipendenza si protragga all’infinito. 

A fronte di una ripresa assai problematica, quindi, ecco arrivare la raccomandazione a “ridurre il fardello del debito pubblico e attuare le riforme strutturali mirate ad aumentare il potenziale di crescita dell’economia italiana”. E quali sarebbero, queste importanti, urgenti, taumaturgiche “riforme strutturali”? Guarda caso, tra l’altro, “anticipare alcuni parametri, soprattutto sull’età pensionabile, in modo da equilibrare le differenze evidenziate rispetto agli altri Paesi”. Come sempre: ridimensionare il welfare, in attesa di ridurlo, o di rimuoverlo, del tutto. Chi ce la fa bene, chi non ce la fa se la prenda con se stesso.  

Tremonti si inchina: «Noi condividiamo totalmente l’analisi fatta sull’impatto della crisi sull’economia italiana. Apprezziamo alcune valutazioni positive su come il governo ha gestito la crisi e accogliamo la sfida sulle riforme strutturali. Chiediamo al Fondo monetario un contributo di consulenza per i nostri programmi.»

Ah, ecco: dateci ulteriori ordini, Signori (e Padroni) di Washington. Li eseguiremo scrupolosamente. Li eseguiremo fedelmente. E vi diremo anche grazie, prima, durante e dopo. 

 

F.Z.

 

Il vero epurato, appunto

(29/03/2010) Pensate quello che volete sullo show anti-censura di Santoro della settimana scorsa, ma Daniele Luttazzi, il redivivo, solitario e iconoclasta Luttazzi, è un genio. Il suo quarto d’ora di satira nel guazzabuglio di figure antiberlusconiane di una serata il cui vero vincitore è l’italiano che s’informa sul web (è stata la più seguita diretta online in Italia), è stato uno scampolo di intelligenza allo stato puro. 

Intelligere: leggere in profondità. L’etimo chiarisce alla perfezione cosa può fare un artista molto meglio di un politico, un giornalista o un filosofo: farci capire l’essenza di una cosa. Nell’arte, attraverso il gioco delle metafore. Luttazzi ha spiattellato davanti al nostro senso critico la natura profonda della passività, complice e servile, dell’Italietta di regime con un’immagine icastica e immediata: provare piacere nel farsi sodomizzare. Con arguzia psicanalitica, l’esiliato dalla tv su editto del capo-azienda brianzolo ha reso col rito liberatorio della risata la femminea voglia del mediocre di essere usato, piegato, ingannato, danneggiato e trasformato in vacca da sfruttare. La voglia di essere vittime dell’egoismo altrui. 

Ma ha fatto altro e di meglio. Ha spazzato via l’ipocrisia sull’amore e su tutto quanto il viscidume del rispetto reciproco e, citando i classici latini e greci (quanto avremmo bisogno tutti di ripassarli!), ha elogiato il legittimo odio: “Odiare i mascalzoni è nobile, e chi lo fa rende giustizia agli onesti”. L’odio è un sentimento al pari dell’amore. È naturale e necessario. È inestirpabile, anzi utile se incanalato e governato. È indispensabile alla creatività perché dal conflitto nascono le urgenze emotive più forti. È sommamente etico perché, come ricorda Luttazzi, prorompe nell’animo di fronte a infamie e ignominie. L’odio è vita, se unito all’amore di sé e di ciò in cui si crede. L’odio può persino far ridere. Daniele, grazie di esistere. 

 

A.M. 

 

Stroncone: fuori dal mondo. Per fortuna

Stroncone è un comune, un borgo umbro che si erge strategicamente su di una collina alta 451 metri, a 9 chilometri da Terni. 

Si notano subito le antiche mura con sfogatoi e riprese che nascondono i camminamenti di ronda. E più che bertesche, svettano da tante pietre le “casetorri”, ovvero dimore abitate da gente semplice e non solo da soldataglie, che avvertono l’osservatore di essere in presenza di un centro munito, di una vedetta che fu sempre dalla parte della Chiesa, nella storia patria geneticamente regolata dalle fazioni. Varcate le mura, il borgo conserva interamente l’impianto medioevale con strade strette, abitazioni in pietra come i portali, un antico pozzo, le scalinate, le chiese romanico provinciali, gli archi che dividono i caseggiati più austeri. 

Si potrebbe dire che sono medioevali anche gli abitanti di Stroncone, se la loro presenza fosse in qualche modo riscontrabile alle finestre, entrando oppure uscendo da una chiesa, passando da una piazzetta a un percorso ancora da scoprire. Ma in un pomeriggio domenicale non vi sono turisti e si incontrano pochi stronconesi, come se i residenti fossero schivi e riservati. C’è da credere che le 4.143 anime registrate in un censimento del 1961 siano rimaste più o meno tali se non diminuite. Sembra quasi che il borgo continui a difendersi da qualcuno o da qualcosa e questa suggestione è avvalorata dai vicoli che si vedono qui, improvvisamente a taglio della via principale. Strettoie valutabili poco più di un metro e degradanti per scalini, che un tempo lasciavano il passo a un solo assalitore per volta. Posizioni quindi facili per interdire la forza estranea, per conservare l’esistente che infatti esiste ancora.

Le auto sono poche o niente, a Stroncone. E per questo non stona una moto Norton con sidecar, posteggiata in un canto. Forse degli anni Trenta o Quaranta del secolo che si è spento, è nera come il carrozzino, monocilindrica 500, alzavalvole, anticipo a mano, cambio separato e trasmissione primaria a catena, primizia del comando velocità a pedale.

Ma Stroncone riserva altre sorprese, una meraviglia che fa a pugni con qualunque abitudine turistica. Si tratta di una qualità se non introvabile sempre più rara. 

A Stroncone non si vedono sedicenti boutique con indumenti alla moda, non vi sono botteghe con artigianato locale, non si pubblicizzano prodotti tipici della zona, non c’è ombra di rigattiere o antiquario, non ci sono bancarelle con cianfrusaglie di vario genere, non ci sono bar moderni con i cornetti appena sfornati e, almeno la domenica pomeriggio, non c’è mercato. Infine, ci sono forse due posti dove si può mangiare qualcosa. Però ci vuole pazienza e anche l’occhio esperto per saperli trovare.

Insomma Stroncone è un’isola solitaria nel mare della omogeneizzazione e dei consumi. Stroncone non si vende. Qui è lecito portare via solo il tempo che trasuda dai muri, insieme a visioni soggettive di una vita più semplice, con le brocche sul capo delle ragazze e gli asini col basto e i bigonci, oppure di una vita più lontana, con uomini in armatura o in calze di seta variopinta, donne, anzi madonne, con il copricapo a cono, proprio l’hennin delle fate.

Stroncone non è adatto – bisognerebbe dire vietato, interdetto - al turista moderno che conosciamo, ai gruppi chiassosi. Sembra invece conservato apposta per i viandanti che rispettano i luoghi e non massacrano il silenzio. Per i nomadi votati alla cultura. Quei pochi itineranti solitari che ancora ci sono. 

Stroncone sarebbe piaciuto a Goethe, a Stendhal per non dire di Heine. Gente che non cercava fatui souvenir nelle botteghe. Amava l’Italia.     

L.C.

 

La (giusta) battaglia per la legalità non basta. Ecco i perché.

(09/04/2010) È fin troppo facile, intuitivo ancora prima che logico, sostenere che è indispensabile - in ogni momento - compiere una battaglia vigile e all'ultimo sangue in favore della legalità. Anche per un autentico ribelle, per chi si sente a disagio in questo che viene definito come "migliore dei mondi possibili", è giusto pretendere che chi detta le regole (la politica) sia poi il primo a rispettarle. Soprattutto in questo momento storico e sociale, dove tra gli altri nel nostro Paese abbiamo attori politici che definire poco edificanti è un eufemismo, la lotta culturale, mediatica e di azione sociale diventa indispensabile, in tal senso. Non è un caso che anche Marco Travaglio e Massimo Fini abbiano firmato insieme, tanti mesi addietro e ancora prima che nascesse Il Fatto Quotidiano, un "appello a difesa della Costituzione e contro il regime". Tale battaglia è sacrosanta. 

Eppure si sente l'esigenza di andare oltre. La si sente, in modo molto più diffuso di quanto possa apparire coscientemente, ogni volta in cui ci alziamo la mattina e ci infiliamo nel traffico di città invivibili per raggiungere il posto di lavoro (chi ancora lo ha) rimanere attaccati a un terminale per otto o più ore al giorno, il più delle volte per uno stipendio che è appena in grado (quando lo è) di lasciare sopravvivere e infine, tramortiti da alienazione e stanchezza - e assoluta mancanza di emozione nel fare qualsiasi cosa - il massimo che si può fare con le energie e lo straccio di motivazione rimasta a fine giornata, è lasciarsi andare a una sorta di coma visivo-vegetativo su un divano, a guardare la spazzatura in televisione, fino al giorno successivo. Dove si ricomincia da capo. Uniche soddisfazioni (ipnotiche) se così si possono chiamare, quelle di fare shopping in un tempio del consumismo sterile il fine settimana. 

Questa almeno la vita diffusa dalla maggior parte delle persone del nostro Paese. 

Non basta. Non può bastare. Non deve bastare.

Il disagio acutissimo che si avverte non può essere rimosso solo vincendo la battaglia per la legalità. Beninteso, in una Italia più corretta e più giusta si vivrebbe meglio. Lasciare sparire dagli orizzonti e dai ricordi i personaggi politici dell'ultimo trentennio farebbe certamente sopportare meglio la propria condizione. Ma è di questa che ci si deve occupare. È su questa che si deve riflettere, ben oltre, dunque, il fattore del rispetto delle regole (che in un mondo normale non si dovrebbe pretendere attraverso la lotta, ma dovrebbe essere concesso di diritto). Il punto è dunque esistenziale. Perché in un Paese a un certo punto finalmente legalizzato e nel rispetto delle regole, è poi nella vita, nel suo insieme e nelle motivazioni più profonde a viverla che si "gioca", di fatto, il senso della propria esistenza. 

Ed è proprio il disagio generale della situazione alienata attuale che ci spinge a fare una battaglia culturale ben oltre quella legale che fanno (bene) diversi altri. Ciò a cui ci ribelliamo non è insomma solo Berlusconi o la sua sedicente opposizione. 

Non solo almeno. Noi ci ribelliamo a questo modello di sviluppo che ci ha distrutto culturalmente, che ci dissangua il presente nell'attesa inutile di un futuro fosco, che ci deprime nello spirito vitale, che ci aliena dalle cose che veramente hanno un senso, che mette nella materia e nell'economia - con le sue storture, le sue guerre, i suoi illeciti e lo sfruttamento della terra e dei suoi abitanti - il punto principale di esistenza. Ecco perché serve altro. Ecco perché incidere culturalmente, cercando di fare riflettere sulla questione esistenziale, sull'abominio del dettame lavora-consuma-crepa centriamo tutto il nostro lavoro quotidiano. 

È inutile far rispettare i limiti di velocità in autostrada, e magari cercare di trasformare tutte le vetture in circolazione dalla propulsione a benzina a quella elettrica (pagando il tutto in 72 comode rate mensili...) se poi ci ritroveremo comunque incolonnati a veder passare il tempo al di fuori del finestrino.

V.L.M.

 

 

Leghismo, federalismo, localismo

e italie separate (in una)

(09/04/2010) Il divario fra Italia settentrionale e meridionale è una questione vecchia come l’unità del cui centocinquantesimo anniversario dovremo sorbirci l’ampollosa retorica di qui a tutto il 2011. La manifestazione dei sindaci lombardi svoltasi ieri a Milano (con l’eccezione proprio del primo cittadino milanese Letizia Moratti), iniziativa di marca leghista contro un governo il cui azionista forte è la Lega, costituisce l’ultimo sussulto della differenza economica, sociale e anche culturale fra Nord e Sud. Lassù enti locali generalmente in buona salute quando non straripanti di quattrini, che chiedono di allentare i cordoni della borsa stretti dal Patto di Stabilità – una servitù di derivazione europea – mentre giù in basso un tessuto amministrativo che riflette una società che va avanti grazie all’economia in nero, all’infiltrazione criminale, al clientelismo diffuso e all’assistenzialismo statale. Nelle regioni padane vogliono meno Stato, in quelle del Mezzogiorno, se non ci fosse lo Stato, Regioni Province e Comuni dichiarerebbero fallimento domani mattina. 

Ora, a parte la mancanza di serietà degli amministratori del Carroccio che protestano contro Roma dove i loro ministri e parlamentari ratificano quegli stessi tagli, aiutini e strette finanziarie incriminate, le diversità locali pullulanti nelle penisola ci sembrano, dopo un secolo e mezzo di tentativi falliti perché artificiosi e artificiali, irrisolvibili nella prospettiva dell’uniformità a qualsiasi costo. La via federale sognata da Cattaneo nell’Ottocento è l’unica strada auspicabile se si vuole liberarne le energie dall’ottusità centralista. Energie che sono floride anche al Sud, e il gigantesco sommerso ne è la prova provata. L’ostacolo è di tipo ideologico: non si vuole ammettere che Napoli, Cosenza o Bari debbano sottostare a regimi istituzionali e ordinamenti fiscali totalmente diversi da quelli di Torino o Venezia. E si dà per scontato che le sperequazioni di reddito siano da compensare per far restare al traino del Nord le più povere zone meridionali. Ma perché mai, di grazia, il tenore di vita, e quindi le tasse e i servizi, devono essere per forza uguali dappertutto? Per quale motivo, poniamo, se vivo in uno splendido, minuscolo paesino come Erice in Sicilia, dove l’auto la prendo giusto se voglio fare una commissione a Palermo, devo pompare soldi pubblici come in una delle pulviscolari cittadine della (ahimè) “metropoli diffusa veneta”? Non pretendo di affrontare e chiudere il problema federale in queste poche righe, ma a mio avviso il nocciolo sta tutto qui: nel ritrovare le ragioni della diversità. Della particolarità. Dell’unicità, se vogliamo dirla tutta. Nel tanto bistrattato Medioevo, una complessa ma saggia legislazione di diritti particolari, mirati, territoriali (per non parlare di quelli corporativi, etnici, ecc) garantiva ad ogni luogo una sua propria condizione di autogoverno, a patto rispettasse l’autorità superiore del monarca di turno. Con le dovute proporzioni, è ad un modello il più possibile localistico, vorrei dire libertario, che bisognerebbe guardare per ridare all’Italia la conformazione politica che le è più adatta: quella di essere tante Italie contemporaneamente in una. Ma noi ci tocca discutere dell’araba fenice leghista, quel federalismo messianico e cadregaro che sta sempre per arrivare e non arriva mai. Il leghismo non è – non è più – il campione del federalismo: ne è il profittatore e il becchino.

 

A.M.

 

Putin e Katyn

(09/04/2010) La commemorazione dei 70 anni dall’eccidio di Katyn fatta da Putin congiuntamente al premier polacco Tusk è un evento di grande portata e le ammissioni ufficiali del premier russo, bisogna ammettere, rendono onore al pur discusso personaggio. 

L’eccidio di Katyn, quello del film di Wayda, che nelle nostre sale passò in un lampo perché era meglio tenere sotterrata la storia (ma che è passato alla televisione russa) dove circa 15.000 ufficiali polacchi vennero giustiziati con un colpo alla nuca era già stato ammesso dai tempi di Gorbaciov, anche se parzialmente ritrattato nel 2005, ma questa volta è stato invitato anche il premier polacco sui luoghi della strage, un dettaglio che ha una non secondaria importanza. 

L’importanza è che si va oltre il coraggio di un’opera di revisione storica verso la verità dei fatti: con la presenza del rappresentante delle vittime si cerca di ricostruire anche una memoria storica condivisa. Putin la offre partendo anche da una condivisione del dolore di entrambi i popoli come vittime di Stalin, ma con la contestuale ammissione russa che Katyn fu un crimine inaccettabile, un crimine negato lungamente anche in Italia perché ai tempi del “Migliore” l’unica versione possibile era quella sovietica. 

I rapporti fra Russia e Polonia sono comunque destinati a restare tesi, la storia ha tracciato un solco profondo a separare queste due nazioni, prima e dopo Katyn, e anche le, comprensibili,  scelte atlantiche dei polacchi non aiutano.  Un passo importante, però, è stato mosso e, inaspettatamente, proprio dall’orco Putin. Resteranno naturalmente polemiche sul fatto se Katyn sia “solo” un crimine di guerra o un genocidio, come vorrebbero i polacchi. In effetti siamo sul crinale di questo crimine se l’uccisione degli ufficiali polacchi non è certo sistematica volontà di estinguere un popolo, quel popolo, però, fu decapitato della sua classe dirigente e ne permise l’arretramento dei confini di centinaia di chilometri, anche se recuperati ad ovest a discapito dei tedeschi. Ma questa è un’altra oscura storia della seconda guerra mondiale. Una cosa ha ben capito e messo in chiaro il Premier russo: la vergogna, per un popolo e i suoi capi, è negli eccidi in sé, non nel riconoscerli e scusarsi ufficialmente di fronte alle vittime e al mondo. Il saperlo fare rende, anzi, onore a una nazione: il 24 Aprile in cui si ricorda il Metz Yeghern è vicino: Erdogan saprà essere all’altezza di Putin e, riconoscendo questa verità, ammettere, finalmente, il genocidio del popolo armeno? Speriamo ci riesca almeno Obama. 

F.M. 

 

Le ipocrisie sul sedicente "disarmo" nucleare

(07/04/2010) Quali sono le circostanze estreme? E soprattutto, chi decide, in base a quale criterio, secondo quale interesse (e di chi?) quando tali circostanze sono estreme? 

Il nuovo "documento sulla strategia difensiva" - sul concetto di "difesa" ci sarebbe già da scrivere una biblioteca intera - dell'Amministrazione Obama, è un concentrato di ipocrisia e vacuità. Soprattutto, è l'ennesima dimostrazione di come si facciano passare come pregni di buon senso e a beneficio di tutti quelli che sono invece soli ed esclusivi interessi personali. 

Il documento, presentato ieri sera, è un memorandum per una definizione di una nuova strategia (nucleare) divulgato 48 ore prima della firma, a Praga, del nuovo trattato Start Usa-Russia, ovvero tra in presidenti Obama e Medvedev sul disarmo, e a una settimana dalla conferenza sulla non proliferazione di Washington, alla quale parteciperanno 50 Paesi. Prima delle riflessioni necessarie vediamo alcuni punti di questo documento. La Presidenza Usa fa sapere che il tema principale del Nuclear Posture Review - questo il nome - è che gli "Stati Uniti faranno ricorso a ordigni nucleari solo in circostanze estreme", e ancora, "solo per difendere l'interesse vitale degli Usa o dei suoi alleati o dei suoi partner". Infine, il terrorismo nucleare resta comunque, per il governo Usa, "il pericolo più grande e immediato". Già qui si devono necessariamente aprire alcune parentesi, nelle quali chiunque può mettere il contenuto che crede, ma i punti di partenza sono i seguenti: oltre a quello citato in apertura, ovvero capire il merito delle "circostanze estreme", c'è il punto legato al fatto che gli Usa hanno confermato che potrebbero usare tali ordigni, quindi il fatto che lo farebbero per difendere i propri interessi vitali e quelli dei suoi partner e quindi, infine, la definizione (univoca) di "terrorismo". Conseguentemente, non si capisce il motivo per il quale, un Paese (un qualsiasi Paese) che ritenesse estreme delle circostanze molto diverse da quelle che potrebbe ritenere gli Stati Uniti, che non fosse, per propria scelta, un partner Usa e che abbia una definizione diversa in merito al "terrorismo" rispetto a quella che gli Usa stessi hanno, non dovrebbe cercare con tutte le proprie forze di dotarsi, a propria volta, di un armamento nucleare. E, ovviamente, a scopo difensivo. Chi non cercherebbe di difendersi di fronte al Paese più influente del mondo, dotato dell'arma più potente del mondo, che per di più dichiara senza mezzi termini che potrebbe usare tale arma? Di più, e in modo chiarificatore: per quanto riguarda la Russia, la presidenza Usa fa sapere che vuole perseguire con Mosca delle intese per la riduzione delle armi nucleari, e questo anche ben oltre l'accordo che firmeranno a Praga. Ora, al di là della efficacia di accordi del genere - efficacia sulla quale la storia ci ha dato già ampia dimostrazione - si prevede la riduzione del 25% delle armi nucleari dispiegate. Come dire, in una eventuale disputa di strada nella quale si affrontano due bande di teppisti: invece di minacciare una rissa in venti contro venti energumeni, facciamo che cinque per uno li mettiamo in panchina, mentre gli altri, nel caso, potranno pure affrontarsi tra loro. Fuori di metafora, il discorso sugli armamenti nucleari è - oltre alla ovvia pericolosità generale della cosa, che riguarda tutti - di una semplicità disarmante: non vi è un solo motivo che sia uno per il quale - oggi, stanti così le cose - un Paese libero e sovrano, qualunque esso sia, non debba dotarsi, se lo crede necessario, di tale arma. Soprattutto nel momento in cui altri Paesi la detengono e guarda caso sono gli stessi Paesi che vogliono impedire ad altri di dotarsene. 

Tutto il resto, la dichiarazione dell'Amministrazione Obama, il Nuclear Posture Review e l'incontro imminente a Praga - per non parlare di questa ridicola definizione di "disarmo" - è e resta uno specchio per le allodole. Ma vedrete, sugli altri media si parlerà solo di questo con i classici toni trionfalistici che riguardano ogni sorriso di Obama.

 

V.L.M.

 

Tranquillo, nonno,

che c’è l’orsetto-cyborg

(08/04/2010) Le sembianze sono quelle di un comune orsetto di peluche, e nemmeno dei più belli. A prima vista sembra solo questo: un pupazzo come ce ne sono chissà quanti nelle camerette dei bambini. Stavolta, però, l’apparenza inganna. Sotto quell’aspetto così ordinario, e innocuo, si cela una raffinata, e insidiosa, tecnologia informatica. Nel naso dell’orsetto, infatti, si cela una telecamera collegata a un computer. La telecamera serve a riprendere le espressioni facciali della persona che si trova davanti alla “simpatica” bestiola in formato giocattolo; il computer elabora le immagini e, a seconda dello stato d’animo che esse rivelano, seleziona una risposta appropriata, scelta tra le 300 possibili. 

L’obiettivo, rivendicato con orgoglio dai ricercatori della casa costruttrice, la giapponese Fujitsu, è assicurare (e vendere) un surrogato di compagnia a chi non ne ha a disposizione nessun’altra. Innanzitutto i più vecchi, gli anziani relegati in una casa di cura o comunque privi di un contesto familiare, ma all’occorrenza anche i più giovani, i figli abbandonati a se stessi da genitori troppo indaffarati per occuparsene come dovrebbero. Come sottolineano i suoi artefici, «questo orsetto può diventare uno di famiglia e rappresenta un aiuto concreto per le persone in difficoltà. Per questo abbiamo cercato di programmare i suoi gesti all’insegna della spontaneità e della naturalezza».

Il paradosso è evidente. La programmazione è l’esatto opposto della “spontaneità” e della “naturalezza”, e tra le due dimensioni non ci dovrebbe essere la benché minima commistione. La benché minima confusione. L’idea di supplire con una macchina a dei bisogni prettamente umani è inaccettabile e ributtante, e andrebbe rifiutata con estrema fermezza anche nelle sue applicazioni più modeste, come il ricorso alle voci sintetiche che ti ringraziano per aver fatto questo o quello. O che, come al casello dell’autostrada, ti salutano col loro standardizzato e superfluo “arrivederci”. Ormai lo si dà per scontato, ma è un altro di quei casi in cui l’assuefazione è solo un’aggravante. Ce l’hanno ammannito e ci siamo abituati. 

Abbiamo smesso di chiederci se abbia un senso oppure no. E quasi quasi ci dispiacerebbe, se accendendo il pc o il cellulare non comparisse la fatidica scritta che ci dà il bentornato. Bentornato, Federico. Bentornato, Valerio. Bentornato, Ferdinando. Bentornata, Sara. 

Oh, no. Vaffanculo, Hp. Vaffanculo, Nokia. 

Vaffanculo, Orsetto-Fujitsu. 

 

F.Z. 

 

Ah, se avessero

invitato Massimo Fini...

(13/04/2010) Basta poco, in televisione, per far saltare il banco. Ecco perché il Presidente del Consiglio si affanna tanto per cercare di farle chiudere, trasmissioni di un certo tipo. Ecco, soprattutto, perché l'ingresso negli studi televisivi dove si realizzano e mandano in onda alcune trasmissioni sono blindati, o quasi, a chi potenzialmente è in grado di farlo saltare davvero, il banco. (Vedi Massimo Fini e il suo Cyrano, di alcuni anni addietro, dopo che con un contratto firmato e la prima puntata pronta per essere mandata in onda, arrivò il niet da Viale Mazzini e la trasmissione venne oscurata ancora prima di iniziare). 

Finché tutto si svolge all'interno di una griglia di interpretazioni possibili stabilite non ci sono problemi. Finte opposizioni, posizioni apparentemente speculari su ogni tema, e invece profondamente appartenenti allo stesso solco, un conduttore capace e un vignettista nel finale. Tutto liscio. Audience alto e pubblicità in ingresso e il gioco è fatto. Ma basta una opinione davvero diversa, non diciamo proprio del tutto fuori dagli schemi, ma certamente sul "limite del pensabile" - cioè sul limite di quello che si vuole sia pensabile - che iniziano a saltare i nervi. Che la trasmissione inizia, sul serio, a prendere la piega che dovrebbe avere, ovvero quella informativa.

Basta un Gino Strada e la sua domanda "chi sono i veri terroristi?" per far saltare i nervi a La Russa, per ridurre al silenzio, praticamente, Concita De Gregorio e Antonio Di Pietro, per tirare fuori tutta la crudezza del pensiero rozzo quanto ridicolo di Edward Luttwak, persino per far calare un velo d'ombra, televisivamente, sullo stesso Marco Travaglio che in tutte le altre puntate rappresenta invece il momento di massimo interesse della trasmissione di Santoro.

Parliamo di Annozero di ieri sera, ed è superfluo entrare nel merito dei temi, degli scontri avvenuti e delle polemiche che troverete oggi su tutti gli altri quotidiani. Il punto è stato la presenza, "obbligata" dai fatti recenti di Emergency, di Gino Strada, che molto semplicemente, con un linguaggio finalmente vicino alla comprensione di tutti, è riuscito a esprimere (pur limitandosi, considerato il momento delicato che vede ancora tre "suoi" italiani nelle mani non si sa bene di chi, per cosa e dove) una opinione impresentabile: cosa ci stiamo a fare lì? Beninteso, non siamo tra le schiere dei pacifisti senza sé e senza ma - che dal punto di vista prettamente politico esprimono una idea ridicola, quasi un capriccio da adolescente - ma, questo sì, siamo tra quelli ai quali manca il poter assistere a un dibattito serio, che in televisione non è mai stato fatto, sullo stato delle cose in Afghanistan. 

Il caso è esemplare, per dimostrare in modo inequivocabile come si possa - come si debba - poter affrontare qualsiasi tema. Come sia possibile, con sole due frasi che escono dal seminario del politicamente corretto e accettato, accendere un dibattito che sia degno di questo nome. Il caso è esemplare per capire, infine, il vero motivo per il quale in tutti - tutti - i talk show televisivi non vengano mai - mai - invitati giornalisti, intellettuali, studiosi e in senso lato persone che davvero possano presentare delle opinioni di un certo calibro. Che davvero possano far saltare il banco.  

Sarebbe utile alla comprensione di tutti per i vari fenomeni di attualità. Sarebbe controproducente, invece, per chi non è, di fatto, in grado di argomentare nei confronti di opinioni davvero degne di questo nome. Come ieri sera. Ed è il motivo per il quale, per una presenza di Gino Strada, di una opinione non conforme e sui limiti del "pensabile", avremo di contro altre centinaia di puntate con politicanti di bassa lega, soubrette e giornalisti embedded. Come di consueto. 

Ogni tanto, però, negli interstizi qualcosa si trova, come abbiamo visto. Per trovare il resto, larga parte del resto - ma lo sappiamo tutti - i mezzi di informazione da frequentare sono invece altri.

V.L.M.

 

Presidenzialismo?

È "stato nominato".

(14/04/2010) Bravi italiani. Stando almeno ai sondaggi che avrebbe sul tavolo il capo del governo Berlusconi, la maggioranza di loro non gradisce l’ultimo coniglio uscito dal suo cappello, il presidenzialismo. Secondo Nando Pagnoncelli (Ipsos), «è il ricordo del fascismo che produce questa ritrosia». Semmai, il desiderio comune è, dice la Ghisleri di Euromedia Research, che «chi viene eletto governi secondo il programma presentato alle elezioni», ossia che venga «accorciata la filiera decisionale». Insomma, da una parte è forte l’atavica diffidenza per l’uomo forte, istituzionalmente inteso. Una paura retaggio del Ventennio e prodotta da una sessantennale educazione alla ripugnanza per tutto ciò che sa anche lontanamente di dittatura (e non importa se il modello unico obbligatorio di democrazia universale, gli Usa, è da sempre gerarchizzato con un presidente-monarca dai poteri amplissimi). Dall’altra si è stufi, spesso non a torto, delle lungaggini, i traccheggiamenti, i satrapismi e le manovre dilatorie che, coi suoi rituali autoreferenziali, la partitocrazia produce a danno della vita quotidiana dei cittadini. 

Ciò che va rilevato con piacere, una volta tanto, è che la vulgata efficientista, secondo cui governare un popolo equivarrebbe a pilotare una macchina-azienda, si scontra con l’altolà degli italiani che nel loro profondo, evidentemente, non se la sentono di farne un alibi per concentrare il potere in una sola persona. Possiamo solo immaginare con timore cosa ne verrebbe fuori. Con le elezioni - momento sommo di un sistema in mano a partiti e potentati finanziari – ostaggio della televisione, il voto diretto per un presidente-padrone diventerebbe una nomination in stile Grande Fratello. Le differenze ideali e programmatiche un optional, il marketing consacrato definitivamente a religione politica. Esattamente come già avviene da mezzo secolo almeno negli Stati Uniti, da quel famoso match televisivo Kennedy-Nixon. Senza contare, ma bisogna contarlo, il quasi-monopolio dell’etere da parte dell’attuale premier.  Non che la spettacolarizzazione non abbia già conquistato l’arena dei politici sul piccolo schermo, intendiamoci. 

È stato proprio il Biscione a importare modelli e stilemi dell’americanismo mediatico nel nostro paese, e il quindicennale berlusconismo ne è il risultato. Ma la forma presidenzialista di governo sarebbe l’ultimo passo per compiere la definitiva americanizzazione della nostra “Costituzione materiale”. Il trionfo del peggio della modernità su scala istituzionale. Fortuna che l’italiano medio, ancorché mediocre, conserva un po’ di scetticismo nel suo dna di antico suddito. 

A.M.

 

Svolta di Gianfranco Fini:

solo logica di Bipolarismo (politico e medico)

(23/04/2010) Altro che Fare Futuro. Anche perché il futuro, An se lo è giocato da un bel pezzo. Tutto merito di Gianfranco Fini, che senza fare un congresso di partito per decenni, senza di fatto chiedere permesso e consenso a nessuno, ha diluito i resti di Alleanza Nazionale (che di questo si è trattato, di resti: altrimenti una base degna di tale nome glielo avrebbe impedito) sotto la cappella di Berlusconi.

Fini all'epoca del dissolvimento di An fece né più né meno di quello che Berlusconi ha sempre fatto con il suo partito: il capo. Ora, sentire frignare Fini e qualche altro sodale di poltrone e poltroncine, perché An all'interno del Pdl conta come il due di coppe quando regna bastoni, fa sorridere, se non piangere. Così come l'incredulità di chi si sgomenta del fatto che i colonnelli storici si siano ammutinati e si siano venduti, definitivamente, al padrone. La Russa, Gasparri & co., cos'altro avrebbero potuto fare allo stato attuale delle cose? Il punto principale è l'assurdo bipolarismo politico (e anche medico) del quale ha sempre sofferto l'ex MSI: da una parte la voglia disperata di contare qualcosa, molto più di un semplice fascismo ripulito, dall'altro lato il fatto che senza scendere a compromessi non avrebbe potuto mai farlo. 

Bipolarismo, dicevamo, e dissociazione. Come le donne che vanno in edicola e comperano allo stesso tempo Sale & Pepe e poi Silhouette. Lo stesso Fini e compagnia cantando, al potere senza poterci andare se non in ginocchio sotto la gonna di Berlusconi e poi a frignare se, guarda caso, non si conta nulla.  Ora, invece, tutta la storia relativa a questa corrente (questo nuovo partito? Ma per favore) si risolve in una mossa strategica che va capita a fondo, per leggere, nel prossimo imminente futuro, tutta la dinamica della nostra (ridicola) politica nazionale. Uno dei punti è che Berlusconi ha bisogno di una (finta) opposizione. E visto che il Partito Democratico non è in grado di farla, non è in grado nemmeno di nominare un segretario degno di questo nome malgrado interminabili, inutili e ipocrite primarie, il tutto - ovvero maggioranza e finta opposizione - si risolverà in seno al Partito delle Libertà stesso. Ricordate Storace, anni addietro, quando fece la mossa dell'Hilton, staccandosi da An in apparente contrasto deciso con Fini? Bene, fu grossomodo la stessa cosa. L'operazione riuscì alla perfezione: nella svolta di Fini, la base dura di An non avrebbe retto, e sarebbe confluita in altri partiti minori della destra. Ci pensò Storace, che li portò con sé nel nuovo movimento per renderli innocui e allo stesso tempo per non farli andare altrove. Tanto che poi Storace stesso riuscì più facilmente a fare né più né meno quello che avrebbe fatto se fosse rimasto in An, ovvero arrivare a non disperdere quella base, utilizzarla come contropartita per aggregarsi a Berlusconi (maddai?) diventare addirittura ministro e poi governatore del Lazio. Ecco, oggi lo stesso accade al Pdl. La parte finiana d.o.c. rischia di non poterne più di non avere mai - e diciamo mai - alcuna voce in capitolo. Cosa di meglio che fare qualcosa apparentemente di rottura, per dividere l'esercito in plotoni diversi ma marcianti tutti nella stessa direzione e a combattere la stessa battaglia? Che Fini si accorga oggi di quanto An non conti nulla, di quanto Berlusconi pensi a tutto fuorché a fare politica sociale, e di quanto manchi la democrazia dentro a un partito monarchico, non è solo improbabile, è ridicolo. Come ridicolo è pensare che siano questi i motivi che hanno spinto il Presidente della Camera a fare ciò che ha fatto.Beninteso, qualcosa, dopo gli stracci volati ieri, cambierà. Ma non necessariamente in meglio. Fini ha fatto una mossa forse - forse - coraggiosa, ma sicuramente disperata. E ovviamente non è che si possa prenderlo come esempio di democrazia nella politica italiana. Si tratta, evidentemente, di opportunismo. La mossa di ieri serve insomma a sottolineare la propria esistenza. Il che non è vantaggio della democrazia, converrete, quanto mera esigenza personale. Smarcarsi da Berlusconi, ma non del tutto, è irrilevante. Creare una corrente, ma non un partito, anche. Avvicinarsi verso il centro (verso il centro?) per recuperare un po' di visibilità è fantascienza. Cercare di offrire una visione diversa a quella che la Lega offre (e di cui beneficia con i voti) rispetto ad alcuni temi, è impresa titanica: la Lega, nel bene e nel male, è un partito vero radicato nel territorio. An non è più nulla, e il Pdl non ha idea di cosa significhi l'idea storica di partito e di radicamento. Nulla di epocale sotto al sole, dunque. Il che non significa che quanto accaduto ieri sia del tutto privo di una portata politica. Significa, però, che qualunque portata possa avere, visto che a condurre il gioco è uno degli esponenti più interni alla logica bipolare degli ultimi venti anni, ai fini di un cambiamento vero e profondo verso il quale dobbiamo sperare, non succederà nulla. Demerito incluso di una sinistra che non esiste più da tempo, e che anche quando esisteva andava comunque dritta verso l'opposto di ciò da cui era nata. Così come An, del resto. Ergo, tutti con Berlusconi - e con la sua idea del mondo, dell'Italia, del sistema - appassionatamente. Tutti verso il liberismo, le lobbies e il resto. Ma facendo un po' di chiasso interno, tanto per non dare troppo nell'occhio.

 

V.L.M.

 

Cultura anticrimine

(19/04/2010) Cultura anticrimine, ma vogliamo riferirci ai triti discorsi generici sulla creazione di una diffusa cultura anticrimine, di quelle che si vorrebbero dove c’è criminalità diffusa. Discorsi che sottintendono solo l’impotenza dello Stato e ampliano troppo il significato di cultura, al punto di farglielo perdere questo significato. 

L’arma anticrimine cui ci riferiamo è proprio il libro in sé, il caro vecchio romanzo che in Germania sta venendo impiegato, con risultati sorprendenti, contro i piccoli criminali, contro quei bulli di cui tanto si parla, in particolare contro quelli che si sono macchiati di reati violenti e atti vandalici. In Germania anziché  alle pene alternative tradizionali, quelle socialmente utili che dovrebbero far realizzare al ragazzino i valori del vivere sociale, ma che si rivelano quasi sempre inefficaci, col reo che ritorna alle sue vecchie abitudini, il bullo viene invece condannato a leggere, magari romanzi con attinenza ai reati ascritti. Incredibilmente, la maggior parte delle volte questi si ravvede ed inizia addirittura ad amare la lettura. 

Che le pene “sociali” si rivelino inutili al “riscatto” del bullo è quasi logico: se questi si ribella al tipo di società in cui vive, facendogliela ingoiare a forza, imponendogli dei valori non sempre condivisibili, è consequenziale che torni a manifestare la sua ribellione, con forse anche maggior violenza di prima. Quello che sembrava impossibile, invece, è la sorprendente forza del libro, della cultura, contro la reiterazione del reato. I risultati in Germania, infatti, si sono rivelati più che incoraggianti: i bulli si ravvedono e quella che doveva essere una pena diventa addirittura un piacere. 

La notizia è di quelle positive, ogni tanto ne capitano. Viene, però, da spingersi ad una ulteriore riflessione: se i libri sono usati con successo per curare, non potrebbero esserlo altrettanto per prevenire? Forse questo bullismo, fenomeno molte volte esagerato va detto, potrebbe trovare le sue cause anche in un sistema educativo che non educa, che ha dimenticato il valore della cultura intesa nel senso tradizionale. Invece che ai soliti sociologi, che ne sfornano una dopo l’altra fornendo spiegazioni fra l’ovvio e il fasullo o raffinati rimedi inefficaci, non potremmo affidarci a professori vecchio stampo, sempre ammesso che ne esistano ancora dopo gli scempi sessantottini sulla preparazione della classe docente? 

Non sarà forse il caso di ripensare il sistema scolastico e, invece di infarcirlo di tante “educazioni” strane, alimentari, stradali, sociali, tornare alla vecchia letteratura, storia, magari al latino ove possibile, e promuovere letture stimolanti che vadano oltre i programmi? Certo è che se il metodo funzionasse avrebbe delle controindicazioni terribili per il sistema: un cittadino colto, preparato, che sappia discernere, rischierebbe di diventare poco permeabile ai condizionamenti economico sociali che reggono il regime del lavora-consuma-crepa. Potrebbe addirittura sfuggire alla propaganda e ribellarsi. 

La cultura è una cura che questo sistema non può permettersi. Meglio curare qualcuno, non saranno quei pochi, per di più con precedenti penali, divenuti colti a poter mettere in crisi un sistema che si regge su tronisti e mistificazioni pubblicitarie. Meglio tenersi un po’ di crimine giovanile che può anche risultare utile in tempi campagna elettorale, vero

F.M.

 

Il vulcano

del villaggio globale

(22/04/2010) Sull’impronunciabile vulcano islandese è stato detto di tutto e di più, dalle informazioni di servizio per i viaggiatori ad apocalittici disastri prossimi venturi, passando per più o meno sensate riflessioni sull’incidenza del vulcano nella nostra “società globalizzata” e sulla sua fragilità. Rimarrebbe poco da aggiungere a tutta questa ridda di considerazioni, e quel poco lo lasciamo ad altri, salvo ricordare che il “villaggio globale” della comunicazione in tempo reale nacque proprio con un vulcano: il Karakatoa. In effetti si sarebbe dovuto chiamare Krakatau, questo mitico vulcano ad Ovest di Giava (non ad Est come nel titolo di un classico film noto agli amanti del filone catastrofico), ma, seppur non impronunciabile come l’islandese, le prime agenzie giunte in Europa sbagliarono il nome. Agenzie, Reuters su tutte, perché nell’estate del 1883 già esisteva la Reuters e per la prima volta le notizie arrivarono in tempo reale e la tragedia di quella devastante eruzione fu seguita momento per momento dal pubblico europeo.

Grazie alla scoperta della Guttaperca, una gomma naturale, era divenuto possibile stendere cavi telegrafici sottomarini, rendendo così possibile la trasmissione delle informazioni a velocità elettrica. Oggi ci è difficile rendercene conto ma, fino a poco tempo prima, le informazioni “correvano” alla velocità di spostamento dell’uomo, basti pensare all’inutile strage della battaglia di New Orleans: combattuta l’8 gennaio 1815 quando, a Gand, il 24 dicembre del 1814 Stati Uniti e Inghilterra avevano già firmato il trattato di pace.

La tecnologia per l’informazione rapida era pronta, mancava solo l’evento: fu la terribile esplosione della caldera del Krakatoa a darla. Il maremoto che ne seguì causò oltre 36mila vittime nella zona dello stretto della Sonda, ma la tragica notizia invece di impiegare mesi ad arrivare all’altro capo del mondo fu immediatamente nota. Solo le onde d’aria, che fecero sette giri del mondo, arrivarono prima, mentre quelle di marea furono successive e si poté ricollegarle al vulcano.

Si poterono quindi ricollegare al vulcano le strane variazioni delle maree nella manica, altrimenti misteriose, così come i tramonti rossi di Londra immortalati da William Ashcroft e, forse, anche nell’Urlo  di Munch: l’era del villaggio globale era iniziata.

Sostenere che l’uomo nella nostra società sia più vulnerabile di quella di allora è un azzardo. Certo le incidenze sono maggiori, però se nel 1815 si fosse potuto sapere dell’esplosione del Tambora, sempre nell’Arcipelago della Sonda, magari si sarebbe potuti correre ai ripari riducendo le devastazioni causate dalle carestie del 1816 che, a causa dell’abbassamento delle temperature dovute alle ceneri, è passato alla storia come l’anno senza estate. Anzi, fu tutto il periodo immediatamente precedente e successivo al Tambora, a causa di numerose altre eruzioni, ad essere considerato come una piccola era glaciale. L’inverno del 1812 fu uno dei più duri a memoria d’uomo, quasi si può affermare che Napoleone in Russia fu vinto dai vulcani, preziosi Aiutanti di Campo del Generale Inverno. Non è poi storicamente accurato sostenere che in epoche arcaiche i vulcani non avevano gli effetti devastanti di adesso (blocco del traffico aereo), solo che, Santorini a parte, non si riuscivano a ricollegare gli sconvolgimenti climatici all’attività geologica e non si disponeva di alcun mezzo per diminuirne gli impatti. Soprattutto in epoca preistorica quando, pare ormai certo, una super eruzione, sempre in Indonesia, quasi portò all’estinzione dell’uomo.

La lezione dei vulcani che hanno inaugurato il villaggio globale, e che continuano a fornirgli materiale su cui discutere, non è tanto che siamo più vulnerabili di allora, ma che lo siamo ancora, e che la natura può, quando meno ce lo aspettiamo, colpire duro. Possiamo oggi, però, più di ieri, limitare i danni, anche se sembriamo più sulla via di ingigantirli e di saper andare incontro alla catastrofe senza aiuto alcuno da parte di Madre Natura. 

F.M.

 

Metz Yeghern: il grande male

(23/04/2010) Domani il 24 aprile. la giornata in cui le comunità armene di tutto il mondo ricordano quel giorno del 1915 in cui cominciò il Metz Yeghern, il grande male, in cui circa un milione e mezzo di armeni furono sterminati dai turchi in un genocidio che aprì le porte a quelli che seguirono. Dovremmo fermarci un attimo anche noi per ricordare la tragedia del popolo armeno e indignarci, se il caso anche con noi stessi, per il fatto che non solo il termine con cui chiamano il genocidio sia così poco conosciuto, ma che anche l'evento in sé sia ignoto ai più. Un genocidio, il Metz Yeghern, che ha spopolato l'intera regione dell'Armenia occidentale, dove solo chiese lasciate andare in rovina testimoniano che lì viveva un popolo, un popolo cui non è stata lasciata neppure la più sacra delle sue montagne, l'Ararat, che incombe sulla capitale Erevan, ma dall'altreaparte del confine. Dovremmo fermarci e guardare verso Washington, perché questo genocidio è non solo poco conosciuto ma soprattutto è “non riconosciuto”, e controllare se Obama saprà dare il giusto riconoscimento alla tragedia armena chiamandola col suo vero nome: Genocidio. Questo almeno richiederebbe, oltre alla verità storica e alla giustizia, una recente risoluzione, “non vincolante” però, del Congresso, Risoluzione che, naturalmente, tutti gli uomini del Presidente hanno fortemente osteggiato nella persona di Hillary Clinton. Saprà Obama essere all'altezza del personaggio che vende, e dimostrare che c'è un Uomo dietro l'immagine così cara alle sinistre cachemire e alle destre mulino bianco, oppure dovremmo rassegnarci alla più vergognosa delle scelte opportunistiche e mercantili, fatta per non disturbare la Turchia? Non ci stupirebbe, tanto potrebbe sempre lustrare la sua immagine con altre operazioni di successo su temi marginali ma di alta audience.Nel fermarci dovremo anche guardare la Turchia, soprattutto quest'anno, perché lì Uomini ce ne sono, e se ne trovano anche fra gli intellettuali: quelli che hanno indetto un'importante manifestazione di piazza nera e silenziosa a memoria del crimine. Quanti scenderanno in piazza con loro? Come reagirà l'iroso islamismo di Erdogan di fronte alla Turchia laica che chiede l'Europa e riscatto dal crimine commesso? Coloro che scenderanno in piazza sono veri manifestanti per la libertà e la giustizia, saranno uomini che rischiano davvero per le loro convinzioni, e rischiano grosso: l'appello da solo è punibile per legge, e le carceri turche non sono quelle italiane. Quest'anno più che mai il 24 sarà da guardare verso la Turchia perché potremmo scoprire, con sorpresa, che oltre l'arretratezza  del populismo islamico delle classi di governo esiste anche anche una nazione di uomini coraggiosi che potremmo, se non amare, almeno rispettare, e ciò nonostante il Metz Yeghern. Genocidio di cui non sono colpevoli, mentre lo sono, e lo continuano ad essere ogni giorno, coloro che lo ignorano, lo negano e non lo riconoscono, anche se non sono turchi ma statunitensi, o, peggio, ammiratori degli stessi.

F.M.

L'Avvocato del Diavolo

Energia, il problema