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Pensare la politica controcorrente

 

Un nuovo libro, in formato digitale, edito
da Arianna Editrice, ad opera di uno studioso
(proveniente da ambienti “di sinistra”)
che studia e legge nel modo corretto il pensiero
di Alain de Benoist. Al di là degli steccati politici.

Un nuovo libro, in formato digitale, editoda Arianna Editrice, ad opera di uno studioso(proveniente da ambienti “di sinistra”)che studia e legge nel modo corretto il pensierodi Alain de Benoist. Al di là degli steccati politici.

 

È lo stesso Alain de Benoist che lo ha spesso ricordato lusingato della attenzione ricevuta nel nostro Paese per il suo pensiero e la sua evoluzione teorica. I titoli tradotti (anche se da piccole, per quanto encomiabili editrici, a dimostrazione di una non cessata censura dei media per le personalità scomode e non classificabili) dell'intellettuale francese hanno un insolito primato comparativo con altri paesi europei. Anche le monografie, piuttosto che gli studi accademici, non mancano. Si aggiunge ora questo approfondito lavoro di Stefano Sissa, “Pensare la politica controcorrente. Alain de Benoist oltre l’opposizione destra/sinistra” (www.ariannaeditrice.it, e-book; pp 364, € 5,90) che ha il pregio dell'obiettività e dell'onestà intellettuale che certo non abbonda nel circuito mediatico culturale e universitario. Sissa, insegnante di Scienze Sociali, non ha mai abbandonato la sua vocazione di originale sociologo tra antropologia culturale e filosofia politica. Dopo essersi interessato al dibattito moderno/postmoderno nell'elaborazione teorica di Jurgen Habermas, il tema dell’amore nella sociologia di Luhmann e l’uso politico del mito in Furio Jesi, ha poi conseguito il dottorato di ricerca in Storia e Antropologia del mondo moderno e contemporaneo con una tesi in storia delle dottrine politiche dedicata ad Alain de Benoist, base della recente pubblicazione. Lo abbiamo incontrato a Bologna dove lavora, sua città d'adozione non lontana in linea retta dalla natia Reggio Emilia, per approfondire le ragioni del suo saggio.

 

Questo lavoro nasce all'interno di un ordinario percorso di ricerca scientifica, su un autore però non scontato, al limite della censura negli autoreferenziali ambienti accademici. Perché quindi si è cimentato nell'impresa e come ha impostato metodologicamente la sua indagine?

 Ho scelto di occuparmi di de Benoist per due motivi: per il suo percorso e per il suo approccio. Rispetto al primo vi è da dire che de Benoist è senz’altro, come anch’io ritengo di essere, un anticonformista: mi interessava dunque analizzare un percorso specularmente opposto al mio: io provengo da una cultura radicalmente di sinistra e sentivo il bisogno di una riflessione autocritica e di una apertura di orizzonti che potesse anche indirizzarmi verso tutto quello che fino ad allora avevo escluso coscientemente, ma che in realtà aveva sempre ‘covato sotto la cenere’. Ossia da sinistra ho cominciato a guardare a destra; un po’ come de Benoist, da destra, aveva cominciato a guardare a sinistra. 

Il secondo motivo per cui ho scelto de Benoist è che, pur rimanendo essenzialmente un filosofo della politica, egli ha cercato di misurarsi proficuamente con le scienze naturali e sociali. Ciò lo distingue dalla stragrande maggioranza dei filosofi della destra, che tendono a rifiutare pregiudizialmente la scienza positiva, opponendole o un fumoso misticismo, o un vetusto idealismo, o tutt’al più un umanesimo classicheggiante, retorico e pretenzioso, col risultato infausto di regredire ad una logica discorsiva oggi per me del tutto inaccettabile. De Benoist, invece, pur criticando la modernità, ha cercato di raccoglierne la sfida epistemologica, il che è – per me – l’unico modo serio e plausibile per fare filosofia oggi.

La mia indagine mirava pertanto a individuare quanto nel discorso di de Benoist venissero prefigurati dei concetti che, una volta resi espliciti e precisati, potessero costituire degli assi categoriali a valore proto-scientifico di una sorta di antropologia politica. 

 

La sua ricerca su Alain de Benoist appare innanzitutto filologicamente corretta. Si collocano le idee dell'autore in uno sviluppo storico, senza strumentalizzare con fini valutativi la parte per il tutto. Come riassumerebbe il percorso teorico dell'autore e trova coerente o mimetica l'evoluzione delle sue idee?

 Mi sono in ogni momento ripromesso di mantenere uno sguardo lucido, analitico, imparziale. Mi interessava mostrare come le idee di de Benoist cambiassero nel tempo anche in relazione ai mutamenti storici, ma soprattutto del quadro sociologico-culturale. Il percorso di de Benoist è molto interessante, ma lo si capisce a fondo, a mio avviso, solo se si separano concezione filosofica e posizione politica. Agli inizi de Benoist era sicuramente collocato su un versante politico molto di destra, se non quasi di estrema destra, ma in realtà la sua concezione del mondo era ‘di sinistra’, poiché improntata al nominalismo, al volontarismo soggettivista nietzschiano e in fondo ad una forma di nichilismo, di cui un nazionalismo cupo e risentito è una conseguenza. Progressivamente egli ha riscoperto e valorizzato un patrimonio di idee e di sensibilità, un’attitudine filosofica e antropologica che lo collegano ad una tradizione di pensiero conservatrice, ma nel senso migliore del termine, ossia anti-nichilistica, non soggettivistica, improntata ad un senso di misura, di proporzione nell’ordine delle cose. 

Non penso proprio che vi sia mimetismo. Dai suoi scritti, dal suo diario, dalle sue conferenze emerge un de Benoist schietto e per nulla ambiguo nelle sue posizioni, che son piuttosto radicali. Naturalmente come tutti, a volte modula i suoi interventi a seconda del pubblico di lettori, smussando, enfatizzando o soprassedendo su certi punti. Ma questo è normale: è nella logica di qualsiasi opinion maker. 

 

Lei pone una originale interpretazione antropologica delle categorie di destra e sinistra, che non coincide con le parti politiche, storiche e filosofiche in sé, accreditate con questo dualismo della modernità.

 Sì, la mia tesi fondamentale è che per capire tutta la filosofia politica, in particolare quella moderna, occorra distinguere questi due piani: uno che definisco antropologico, che riguarda la concezione del rapporto dell’uomo col mondo e con se stesso; uno politico, o meglio di sociologia politica, che riguarda il tema cruciale dei rapporti di potere e dei conflitti di appropriazione differenziata delle risorse. Naturalmente i due piani possono anche coincidere, ma, soprattutto oggi, nella società postmoderna, si possono avere anche combinazioni diverse. Si può infatti sostenere una posizione conservativa (destra antropologica) che rifiuta l’uguaglianza astratta e il soggettivismo, ma che lotti politicamente per ripristinare un equilibrio del rapporto uomo-mondo e un’equità (ovvero una giusta proporzione) nella appropriazione delle risorse che tuteli tutti i soggetti rinnovando il legame sociale (sinistra politica). Così come si può essere per l’assoluta uguaglianza e a favore dell’arbitrio individuale (sinistra antropologica) e poi contribuire nei fatti ad un sistema socioeconomico che aumenta a dis-misura le differenze sociali ed espropria milioni di uomini dalle loro reali facoltà di scegliere (destra politica). Credo anzi che ormai queste siano le combinazioni intrinseche alla società di oggi: l’ultima è quella dominante, la prima è quella antagonista, ed è quella in cui potremmo iscrivere de Benoist (oltre che il sottoscritto). 

 

Alla  cosiddetta “fine delle ideologie” cosa rimane della destra e della sinistra e quale posizione prende de Benoist nella cosiddetta “postmodernità”?

Sul piano squisitamente politico rimane ben poco; ad esempio in Italia la scena politica è dominata da due grandi partiti pressoché privi di identità, la cui azione congiunta, al di là delle loro fragorose schermaglie e delle differenze di stile, è la caparbia e feroce distruzione di ogni reale spazio democratico e la diffusione sistematica dell’ideologia del ‘pensiero unico’, rispetto al quale destra e sinistra finiscono per essere soltanto due sfumature di uno stesso processo di omologazione, espropriazione e asservimento del popolo e delle risorse del pianeta ad un cieco capitalismo finanziario globalizzato. Anche negli altri paesi sviluppati si sta andando verso configurazioni analoghe, che rispecchiano il nefasto modello bipartitico americano, dominato totalmente dalle lobbies. In questo quadro, le ideologie di destra e di sinistra finiscono per avere un ruolo residuale. Io peraltro attribuisco al termine ideologia il senso che le diede Marx, cioè di falsa coscienza. Nel dibattito all’interno della società civile ci si abbarbica così attorno a due poli ‘culturali’, entrambi espressione di false coscienze, che servono più che altro a mantenere in piedi una continua messa in scena mediatica e a evitare di affrontare i problemi saggiamente, ovvero con il giusto mix di conoscenza scientifica e phronesis aristotelica. Il mio giudizio non si discosta particolarmente da quello di de Benoist, come, del resto, da quello di buona parte degli interpreti più avveduti della nostra società postmoderna. 

 

Entrando in specie al suo lavoro, lei ha enucleato cinque cardini concettuali e idealtipici su cui verificare la tenuta teorica delle cosiddette "nuove sintesi" argomentate da de Benoist: natura, identità, gerarchia, autorità, ordine. Riesce a sintetizzarci le sue considerazioni su questi fondamenti metapolitici con cui ha analiticamente sviscerato le tesi dell'autore?

 Queste categorie sono i cardini concettuali dell’intero lavoro e la loro individuazione va ben oltre l’utilità esegetica nei confronti del complesso e cangiante percorso di de Benoist. Infatti, analizzando il pensiero politico della destra alla luce di una consapevolezza scientifica (sociologia, antropologia, psicologia, ecc.), credo di aver fatto emergere delle costanti strutturali del rapporto uomo-mondo e uomo-società. Io credo, a dispetto di quasi tutta la filosofia di sinistra, che non possa darsi una proposta politica plausibile prescindendo dalla consapevolezza del valore fondamentale e strutturante di questi concetti. Naturalmente essi possono essere declinati anche in forme per me del tutto inaccettabili, contro le quali combatterei con ogni mezzo, ma questo non significa che si possa prescinderne. Per riassumere in due parole: 1) anche se l’uomo non lo può cogliere nella sua totalità, esiste un ordine della natura che non è a completa disposizione della volontà umana; 2) anche se si tratta di una costruzione culturale, l’uomo ha bisogno di un senso di identità; semplicemente non va assolutizzato; 3) ogni società ha forme di stratificazione; quelle basate sul puro potere o sul denaro sono peggio di quelle in cui chi guida esprime il senso del sacro, ovvero per dirla con Durkheim il senso della coscienza collettiva e della totalità sociale; 4) ogni organizzazione politica deve poter esprimere una forza coercitiva, molto meglio se lo fa potendo contare su una dimostrata autorevolezza; 5) ogni società tende a consolidare un suo ordine; un ordine politico può anche meritare di essere combattuto o persino abbattuto, ma anche nel fare ciò occorre sempre attingere ai presupposti di base della socialità primaria. 

All’oggi de Benoist dichiara di recitare a soggetto, non si riconosce più in una logica identitaria e per molti aspetti, le sue riflessioni lo avvicinano alle frange “differenzialiste” dei movimenti no-global, all’ecologismo politico e a quei revisionisti della sinistra che sostengono la decrescita. 

 

Quali sono le sue considerazioni in merito e come intellettuale critico che ha comunque nelle idee della sinistra una sua origine, pensa ci siano gli spazi per un dialogo reale con questi ambienti?

 Penso che la maggior parte delle persone che sono cresciute in un clima ideologico di contrapposizione tra destra e sinistra non abbiano una vera disponibilità a misurarsi con la possibilità di una nuova sintesi. C’è un problema di dissonanza cognitiva, di disagio epistemico che ben pochi, anzi pochissimi, hanno la forza mentale di affrontare. Però si gioca una grossa partita sull’educazione delle nuove generazioni, che sono in larga parte indifferenti o comunque scettiche rispetto all’asse destra-sinistra. De Benoist pensa sia possibile nei prossimi anni la costituzione di un pubblico nuovo, potenzialmente disposto a recepire il suo messaggio. Certo non è per niente facile, perché rimangono da una parte e dall’altra pessime incrostazioni ideologiche che rischiano di far perdere di vista la vera natura dei problemi della società di oggi. Ma è una sfida importante da raccogliere…

Il tema del comunitarismo e la critica all'individualismo  sono centrali in de Benoist e riprendono un’impostazione ben radicata nel pensiero rivoluzionario-conservatore critico della modernità. È possibile coniugare identità e differenze nella società contemporanea?

 Io credo sia possibile, anche se richiede un grossissimo sforzo da parte di tutti: cittadini e istituzioni. Come spiega Durkheim le società complesse son quelle dove c’è poca integrazione e c’è molto bisogno di consenso, il che significa che la coesione sociale non si ottiene “gratis”, ma ha un costo in termini di organizzazione, impegno culturale e anche – diciamolo – finanziario. Sbaglia la sinistra politica a credere che l’identità sia un tema solo reazionario; ogni gruppo sociale ha bisogno di un suo senso di identità; certo, da potere mette in relazione con quello di altri, in un rapporto dinamico di mutuo scambio e non di chiusura; ma non si può farne a meno e parlare solo di individui o moltitudini. Ovviamente esistono anche forze politiche di destra che mitizzano un senso di identità del tutto fittizio col solo fine di rimuovere dalla coscienza i veri problemi sociali, la cui causa prima è lo sconvolgimento portato a tutte le società dal capitalismo globale. Queste forze politiche spesso scivolano verso un razzismo disgustoso cui non posso che oppormi con tutte le forze. Occorre dire, però, che se tanti cittadini optano per queste forze politiche non è esclusivamente per ignoranza o pregiudizio nei confronti del diverso, ma anche perché hanno constatato che la politica non è in grado o non vuole operare uno sforzo di sintesi, che tuteli le identità facendo incontrare e non scontrare le differenze. Ricorderei poi che mentre le differenze culturali sono una ricchezza, troppe differenze sul piano economico sono invece una sciagura, perché disarticolano la società. L’attuale sistema omologa le differenze culturali, appiattendole; però allo stesso tempo crea differenze socio-economiche davvero mostruose; esattamente il contrario di ciò che bisognerebbe fare. Perciò de Benoist dichiara che tra tutti i sistemi odiosi che si sono dati nella storia questo è probabilmente il più odioso fra tutti. Come dargli torto?

 

Un de Benoist oltre la destra e la sinistra, allora? 

 Io diffido profondamente di chi considera destra e sinistra categorie superate. Oggi a sostenerlo, infatti, è il discorso dei tecnocrati globali, che sono i nostri più grandi nemici. Non son superate la destra e la sinistra in quanto tali, ma la loro contrapposizione. De Benoist dichiara di essere sia di destra che di sinistra, di pensare la contraddizione, anziché escluderla. È una posizione che personalmente condivido.

 

Eduardo Zarelli

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