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Nubi su Bangkok

La protesta delle “magliette rosse” ha una 

matrice ben più profonda di quella 

raccontata dai media, e affonda le sue radici 

nei conflitti irrisolti del passato e nella

incognita sul futuro stesso della monarchia.

 

Una fosca nube si addensa su Bangkok. La Venezia d'Oriente, fra colpi di stato e rivolte popolari, di crisi ne aveva passate tante ma poi aveva continuato a vivere come sempre nei suoi colori, nei suoi sapori, nei suoi odori: un profumo di fiori e spezie che si fa più intenso in prossimità dei mercati e dei ristorantini ambulanti piazzati ai vari incroci, dove palazzi di cristallo svettanti si intercalano ai vecchi quartieri in un'armoniosa miscela fra moderno e tradizione. 

Bangkok, con le sue strade sempre intasate da un traffico convulso, le immense piazze, i centri commerciali perennemente affollati, è una città che vive anche di notte non solo a Patpong o al Nana Plaza, quartieri parzialmente a luci rosse dove per pochi baht acquisti colorate magliette, casette pirata e Rolex falsi 'veri'. Vive nei suoi supermercati, aperti 24 ore su 24, nei club privati e sulla Sukhumvit Road, di giorno un brulichio di persone sempre pronte al sorriso, una massa variopinta e uniforme che ti si para davanti come un muro al cui interno si stagliano figure color zafferano che si muovono con passo svelto, quasi ad indicare che loro hanno una meta. 

Zafferano, il colore delle toghe dei monaci buddhisti e della religione. Giallo, il colore della monarchia. Rosso, il colore del sangue sparso e della rivolta che ha oggi una connotazione diversa rispetto a quelle del passato. Qualcosa sta cambiando a Bangkok.

Nel maggio del 1992 un'analoga sommossa popolare aveva visto il Generale Suchinda Kraprayoon, assurto al potere l'anno precedente con un colpo di stato, contrapposto al Generale Maggiore Chamlong Srimuang, l'ex carismatico governatore di Bangkok, un uomo di indiscutibile integrità morale. 

Una figura quasi ascetica quella di Chamlong: nullatenente per scelta, irreprensibile, vegetariano e devoto buddhista al punto da praticare la castità monastica anche nel matrimonio, si era posto alla testa dei rivoltosi in uno scontro di piazza che rischiava di estendersi ai militari, laddove già serpeggiava la notizia che le truppe del filo-monarchico generale Prem Tinsulanond, oggi il primo consigliere del re, stessero marciando sulla capitale per confrontarsi con quelle del generale Suchinda. 

La sommossa, costata la vita a 52 persone, era culminata con il diretto intervento del sovrano, che aveva  pubblicamente chiesto una riconciliazione nazionale e si era personalmente appellato a Chamlong affinché interrompesse lo sciopero della fame. All'epoca dal Palazzo era filtrata la voce che il re avesse inviato come suo emissario a un ormai stremato Chamlong un monaco con una simbolica banana: una richiesta diretta che l'ex governatore, da sempre fedele al sovrano, si era visto costretto ad accettare. La vicenda si era conclusa con le auspicate dimissioni di Suchinda da primo ministro e con le immagini di due generali inginocchiati davanti al re teletrasmesse dagli schermi di tutto il mondo. 

Stiamo parlando di quel re Bhumibol Adulyadej che già nella rivolta del 1973 aveva spalancato le porte del palazzo reale agli studenti rivoltosi, affinché trovassero rifugio dalla repressione dei militari: una rara presa diretta di posizione che aveva causato la caduta del governo del generale Thanom Kittikachorn e transitato il paese verso libere elezioni. 

Nato nel dicembre del 1927 a Cambridge, Massachusetts ed educato in Svizzera, Bhumibol era assurto al trono nel giugno 1946, all'età di soli 19 anni. Incoronato Rama IX nel maggio del 1950, una settimana dopo aver sposato la splendida regina Sirikit, si era impegnato a regnare con giustizia su quel popolo del Siam che ha sempre profondamente amato e dal quale è stato idolatrato e riverito per più di sessant'anni come un semi-Dio. In fondo è lui che, sebbene privo di poteri istituzionali, ha transitato la nazione verso una sorta di democrazia: un potere che non gli viene dalla costituzione ma esclusivamente dal suo carisma.

Ma l'anziano e malato monarca taceva mentre in piazza divampava la sommossa del United Front for Democracy against Dictatorship (Udd), il movimento delle 'magliette rosse'. Sono i seguaci dell'ex premier Thaksin Shinawatra, l'uomo 'che si è fatto da solo', l'ex ufficiale di polizia diventato imprenditore miliardario del settore delle telecomunicazioni.

Originario di Chiang Mai, e quindi del nord della Thailandia, era entrato in politica negli anni novanta con il sostegno del generale Chamlong, in seguito trasformatosi in uno dei suoi più ferrei oppositori. Per due volte eletto primo ministro, nel 2001 e nel 2005, è l'unico politico thailandese che ha portato a termine un intero mandato. Nel settembre del 2006 è stato deposto da un colpo di stato militare sostenuto dai conservatori del People's Alliance for Democracy (Pad), il popolo delle 'magliette gialle' che ritiene Thaksin una minaccia anche per la monarchia. Accusato di abuso di potere, evasione fiscale e corruzione, nel 2008 ha scelto l'esilio per eludere una sentenza che lo ha condannato a due anni di reclusione per conflitto di interessi. Resta comunque popolare par la sua politica sociale a favore delle classi meno abbienti.

Una rivolta, quella delle magliette rosse, che all'apparenza ha contrapposto il popolo all'aristocrazia, il nord rurale all'elite della capitale rappresentata dal premier Abhisit Vejjajiva. Di lui i rivoltosi chiedevano la destituzione, reclamando nuove elezioni, in quanto non eletto ma assurto nel 2008 al potere in seguito a un un rimpasto governativo.

Ma la protesta ha una matrice ben più profonda e affonda le sue radici nei conflitti irrisolti del passato e nell'incognita sul futuro stesso della monarchia: un argomento quasi tabù in un paese che vanta la legge di lesa-maestà più severa al mondo, che prevede una condanna fino a 15 anni di reclusione.

Primo o poi Re Bhumibol lascerà comunque il corpo, abbandonando l'amato paese nella delicata e destabilizzante fase della successione. Ma chi può ritenersi all'altezza di sostituire un semi-Dio, un 'padre della nazione' che come nessun altro per il suo popolo incarna le virtù e gli ideali della pietà buddhista?

Non certo il principe Maha Vajiralongkorn, che pure in questi ultimi anni è subentrato nel cerimoniale al padre e resta comunque candidato alla successione. Ufficiale di carriera ed erede naturale al trono, è inviso alla popolazione e parzialmente agli stessi militari, un sentimento temuto al punto che in suo presenza non è concesso portare armi nemmeno ai soldati della sua stessa guardia.

Forse la sorella, la principessa Maha Chakri Sirindhorn? Da sempre impegnata in attività di carità e beneficenza, si è mossa sulle orme del padre e come il padre è amata e riverita dal popolo del Siam. In teoria un emendamento alla costituzione le consentirebbe la successione al trono: una misura però prevista in assenza di un principe erede, alla quale non necessariamente tutta la Thailandia è pronta sebbene non vi siano dubbi sul fatto che Re Bhumibol cederebbe di buon grado lo scettro alla figlia prediletta. Dunque chi?

E mentre segretamente il paese si interroga sul futuro della monarchia, in molti  ricordano la vecchia profezia secondo la quale la dinastia dei Chakri si sarebbe tramandata solo per nove generazioni. Re Bhumibol è oggi Rama IX.

Il timore è ora che il vuoto lasciato dal sovrano possa essere riempito dallo strapotere dei militari che però in Thailandia non sono, né mai sono stati un monolite. Anche fra loro serpeggiano divisioni. A rischio non è dunque solo l'attuale parvenza di democrazia. 

Per questo, senza una seria politica di riconciliazione nazionale, non servono repressione, leggi marziali o pena di morte per i rivoltosi. Repressa momentaneamente nel sangue, la protesta delle magliette rosse non è definitivamente vinta e la partita finale è solo rimandata.

 

Germana Leoni

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