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Poveri afgani son diventati ricchi

Poveri afgani. Adesso gli americani hanno scoperto che sono ricchi. I geologi assoldati dal Pentagono, studiando certe vecchie mappe sovietiche, hanno trovato nel sottosuolo di quel Paese «un forziere di minerali che vale mille miliardi di dollari» come ci informa, entusiasta, l'inviato del Giornale, Fausto Biloslavo, che lo ha letto sul New York Times. Oro, ferro, rame e litio che, fino a poco tempo fa, era un elemento innocuo, anzi utile per curare certe malattie nervose, ma ora utilizzato per le batterie dei computer portatili e dei cellulari. Ancor più entusiasta il generale David Petreus, il macellaio dell'Iraq, più sanguinario di cento Saddam, ora a capo del Comando Centrale USA, ha affermato: «Ci sono potenzialità sensazionali». Per gli afgani? No, per gli americani.

Fino al 2001, prima dell'invasione ed occupazione americana, l'Afghanistan era un Paese agro-pastorale la cui popolazione, nella stragrande maggioranza, viveva sostanzialmente di economia di sussistenza: autoproduzione e autoconsumo più piccoli commerci a dimensione umana (c'era anche la produzione dell'oppio, attraverso la coltivazione del papavero, ma, di quel colossale affare al contadino afgano rimaneva, sì e no, l'1%, ragion per cui, nel 2000, il Mullah Omar non esitò a stroncarlo - oggi l'Afghanistan "liberato" dalle truppe Nato produce il 93% dell'oppio mondiale). Non era il benessere come lo intendiamo noi occidentali, ma come lo intendono gli afgani e altri popoli "tradizionali": vivere del proprio e sul proprio senza essere costretti ad inneggiare, come, poniamo, a Pomigliano d'Arco, alla dittatura del mercato pur di rimediare un lavoro da schiavi.

Cosa accadrà ora agli afgani se gli americani o altri riusciranno a mettere le mani su quei giacimenti? Quello che accadde ai contadini europei con la Rivoluzione industriale. Secondo un insospettabile documento della Fao di qualche anno fa "il passaggio dall'economia contadina all'economia industriale e urbana, ha avuto in un primo momento come conseguenza un aumento delle disuguaglianze» (Bollettino di nutrizione della Fao, 1974). Del resto di questo fenomeno ci sono state fornite spiegazioni classiche: l'ulteriore impoverimento della povera gente doveva servire a quell'accumulazione di capitale indispensabile a ogni decollo industriale, un prezzo obbligato pagato al progresso. Prendiamo un esempio più recente e forse più calzante: il Venezuela. Il Venezuela è stato distrutto, economicamente e socialmente, dalla scoperta nel suo sottosuolo del petrolio. Nell'Ottocento era, insieme all'Argentina, il maggior produttore di carne e aveva una fiorente agricoltura su cui viveva tutta la popolazione. Oggi, inserito, a causa del petrolio, nel gioco delle interdipendenze del mercato globale, è costretto ad importare più della metà del proprio fabbisogno alimentare. Per capire che cosa sia oggi il Venezuela, nonostante i tentativi di riequilibrio sociale di Chavez, basta fare un salto a Caracas: duemila famiglie, ricchissime, vivono in grattacieli tipo Manhattan, protette da eserciti personali, intorno tutto il resto è miseria.

In ogni caso non saranno gli afgani, tranne le cricche che si sono vendute agli invasori, a trarre profitto dal "forziere minerario". Gli americani sono stati però bruciati sul tempo dai cinesi, come avviene in Africa nera dove Pechino sta occupando, economicamente, terre grandi come l'Europa intera. Pagando 30 milioni di dollari di tangenti al ministro delle Miniere, Mohammad Ibrahim Abdel, sono riusciti ad assicurarsi i diritti di sfruttamento dell'enorme giacimento di rame nella provincia di Lowgar, non lontano da Kabul. Nella loscaggine la scelta di Abdel aveva almeno un suo senso: i diritti diamoli a chi non ci sta bombardando e massacrando. Ma americani e canadesi hanno fatto la voce grossa con Karzai, per una volta tagliato fuori dal vorticoso giro di tangenti, enormi, grandi e minime, che son la regola dell'Afghanistan "liberato" (la famosa "corruzione" di cui gli occupanti dovrebbero liberare l'Afghanistan e di cui sono invece i primi protagonisti). Ma come, hanno detto i nordamericani a Karzai, noi siamo qui a sostenerti, senza la nostra presenza militare non resteresti in sella un solo giorno, perdiamo anche dei soldati (più di 1300 fra americani, inglesi e canadesi dall'inizio dell'occupazione), e tu dai i diritti di sfruttamento del "forziere minerario" ai cinesi? E il ministro delle Miniere è stato immediatamente destituito.

Nemmeno i sovietici erano riusciti a combinare in Afghanistan i disastri che stan facendo gli occidentali. Si erano limitati ad occupare, militarmente e politicamente, un Paese loro confinante per motivi strategici e geopolitici, ma non avevano preteso di cambiarne l'economia, la socialità, la mentalità, gli usi, i costumi, le tradizioni né, tantomeno, di conquistare «le menti e il cuore» degli afgani. Noi invece vogliamo portare l'Afghanistan, per esprimerci con le parole di Fukuyama (quello che aveva affermato che con la sconfitta dell'Unione Sovietica si era arrivati alla fine della Storia e che, nonostante questo, ancora pontifica) «verso la Terra Promessa del Capitalismo» e i suoi gaudiosi risultati. Mullah Omar (che Allah l'abbia sempre in gloria) se ci sei batti un colpo. Anzi molti colpi. E caccia questi infami sporcaccioni dal tuo Paese prima che lo distruggano definitivamente.

 

Massimo Fini 

In pensione a 100 anni

Moleskine giugno 2010