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Metaparlamento: Siete pronti?

Elezioni o no, da ora si parlerà di Legge Elettorale. Inutilmente. Piccolo breviario per interpretare i (o fuggire dai) prossimi interminabili talk show. La sostanza non cambia, per ora: siamo sudditi.

 

Ci faranno una testa così, nei prossimi mesi. Elezioni anticipate o no, il tema che ci ronzerà nelle orecchie sarà la nuova legge elettorale. L’eterno giocattolo su cui si arrovella da sempre la classe politica italiana, per continuare a giocare la sua partita. Che poco ha a che vedere con le partite affrontate ogni giorno dall’Italia vera (la disoccupazione, la precarietà, il carovita, la burocrazia, l’inquinamento, la criminalità, le ingiustizie, le inefficienze e i soprusi quotidiani del paese reale). Qui giù, fra i comuni mortali non ammanicati con questo o quel potere feudale, si lotta per sopravvivere; lassù, nell’etere privilegiato delle camere parlamentari e dei talkshow si fa finta di scannarsi sul Porcellum, sul Mattarellum e sui bizantinismi politologici come se fossero il primo pensiero degli italiani quando si svegliano alla mattina. E allora che sia: fingiamo anche noi. Fingiamo che ce ne freghi qualcosa, di questo futuribile, ennesimo meccanismo con cui farci credere che barrare una scheda ci cambi la vita. E vediamo un po’ di scovare altro marcio in Danimarca. Pardon, in Italia. 

Sull’attuale legge in vigore, ci limitiamo a riprendere Giovanni Sartori1, uno che nel bene e nel male se ne intende. La “porcata” (copyright dell’autore, Roberto Calderoli) non è tale solo perché ha sostituito la preferenza diretta per un candidato con liste bloccate di persone nominate dai partiti. Il professore fa presente che «noi abbiamo avuto un sistema proporzionale che consentiva all’elettore quattro-tre preferenze, poi ridotte ad una, e che queste preferenze sono state cancellate nel 1991-1993 da due travolgenti referendum di Pannella e Mariotto Segni», tuttavia il sistema uninominale in cui si sceglie un nome il potere di scelta non è maggiore: «dipende da chi ha i soldi: se il candidato (come quasi sempre negli Stati Uniti) oppure il partito. Se li ha il partito, anche nei sistemi uninominali le scelte dei candidati vengono dall’alto». La porcheria grossa, dell’oligarchico marchingegno del leghista Calderoli, è il premio di maggioranza, una trovata puramente fascista, «perché elargisce un premio di maggioranza spropositato che falsa completamente il risultato di una elezione». Peggio di così fece solo Mussolini con la legge Acerbo del 1923, che attribuì al suo listone 2/3 dei seggi superando appena il 25% dei voti. Un premio di maggioranza è accettabile, ma, dice bene Sartori, «se rinforza chi ha già vinto il 50.01 per cento dei suffragi; … non se trasforma una minoranza in una maggioranza come fa il Porcellum attribuendo il 55 per cento dei seggi alla maggiore minoranza»

 

Il punto è la rappresentanza

Ma al di là delle diavolerie di regime, la questione della rappresentanza ha un suo valore politico anche per chi, come noi, a votare non ci va più. L’assunto con cui nei primi anni ’90 è stato abbandonato il sistema proporzionale della Prima Repubblica per quello maggioritario della cosiddetta Seconda, è stato il mito salvifico del “bipolarismo”. Due poli, due alleanze di partiti ad alternarsi a Palazzo Chigi per rendere più “efficiente” il governo del Paese e liberare la politica dai residui ideologici del passato novecentesco. Il modello è quello anglosassone: più morbido l’inglese, dove conservatori e laburisti hanno un terzo incomodo, i liberali (oggi a braccetto dei primi a Downing Street, perché anche lì l’alternativa a due ha cominciato a stancare); più estremo l’americano, dove repubblicani e democratici costituiscono un bipartitismo perfetto (salvo qualche fallimentare tentativo di terze vie ora più a destra – Ross Perot – ora più a sinistra – Ralph Nader). 

Il punto è che è un modello inadatto alla nostra realtà sociale, che è più articolata, complessa, ricca di sfumature politiche e molto più varia dal punto di vista delle identità locali. Basterebbe pensare a quanto diversa è la storia del nostro paese rispetto a Inghilterra e Stati Uniti: noi, una nazione dal sentimento patrio fragile e insicuro, con un’unificazione recente fatta da una ristretta élite, col Vaticano in casa e la “questione cattolica” che ne è seguita, con un partito socialista e poi comunista fortissimi; noi inventori del fascismo, con due guerre mondiali combattute sul suolo nazionale di cui la seconda sfociata in guerra civile, un sessantennio di “democrazia bloccata”, gli anni di piombo e una partitocrazia crollata per corruzione endemica. Loro, Regno Unito e Usa, due Stati con un’identità nazionale salda e robusta, due imperi che prima l’uno, da Londra, poi l’altro, da Washington, hanno avuto e hanno un’egemonia mondiale basata sulla forza militare e sul dominio finanziario, privi di divaricazioni ideologiche-escatologiche (nessun “sol dell’avvenire”, nessun “uomo nuovo”), dove la società, come osservava già Tocqueville2 per l’America dell’800, si suddivide più in base a interessi associazionistici, locali e di categoria piuttosto che politici e di classe nel senso marxiano del termine. E soprattutto dove gli ordinamenti istituzionali sono formati da tempo immemore (la Magna Charta inglese è del 1215, anche se una vera e propria Costituzione scritta in Inghilterra non c’è) sulla concezione liberale e pragmatica dell’individuo vera e unica cellula primaria e detentrice di un corpus di diritti superiori a qualsiasi altro ente morale (eccezion fatta, si capisce, per lo Stato). In contesti storico-sociali come questi, la riduzione della scena politica a due soli attori è comprensibile e giustificata. 

 

Le differenze

Nel caso italiano, no. E la cosa è evidente, secondo noi, se si considerano due ordini di differenze. 

Troppe differenze territoriali, anzitutto, col vissuto risalente al Medioevo e anche prima di città, borghi e “piccole patrie” ognuna col proprio autogoverno. Differenze limate e semplificate ma sostanzialmente giunte fino ad appena centocinquant’anni fa (si pensi al Veneto, dove ancor oggi è forte una certa nostalgia per la Serenissima di Venezia). E poi, e in misura decisiva, le varietà ideologiche che si sono accumulate e scontrate negli ultimi due secoli di modernità. Illuministi (giacobini o moderati) contro reazionari, repubblicani contro monarchico-conservatori, laici contro cattolici, cattolici modernisti contro cattolici tradizionalisti, socialisti contro liberali, socialisti riformisti contro socialisti massimalisti, fascisti contro antifascisti, comunisti contro anticomunisti in quel conflitto mondiale bloccato dal deterrente atomico che è stata la “guerra fredda” (1945-1989) fra l’Ovest capitalista e filo-americano e l’Est comunista e filo-sovietico. E all’interno di queste dicotomie feroci, sotto-guerre e sotto-guerriglie fra questa e quella corrente, fra questa e quella banda, nella peggiore tradizione della faziosità italiana (“tre italiani, tre partiti”, dice la famosa barzelletta). Una marea brulicante di sigle filosofiche e formazioni partitiche che rendono il nostro paese impossibile da ingabbiare nell’asfittica alternanza fra due sole forze, come avviene nelle cosiddette democrazie “mature”. 

 

Dunque?

Mettiamocela via: “maturi” non siamo, o non lo siamo abbastanza per i canoni dei maestrini dell’astratta politologia3. Solo chi ha portato il cervello all’ammasso e crede ciecamente che esista un solo modello buono per ogni società può predicare una nostra inferiorità civile e politica di cui dovremmo vergognarci. Gli italiani sono semplicemente diversi dagli inglesi e dagli americani, così come dai francesi e dai tedeschi. E questo perché, banalmente, hanno una storia diversa. E perciò una politica diversa. Che poi questa si sia sempre più conformata all’esterofilia del bipolarismo obbligatorio, ciò è dovuto all’integrazione, ahinoi, dell’Italia nel sistema della globalizzazione economico-finanziaria, che ovunque mette piede impone i dettami culturali, inclusa l’organizzazione politica, degli Stati portabandiera: gli Stati Uniti e l’Inghilterra, appunto. 

La complessità italiana potrebbe essere rappresentata meglio, invece, da una legge proporzionale (tanti voti, tanti seggi) corretta da uno sbarramento (al di sotto di una certa soglia, per esempio il 5%, non si entra in Parlamento) che eviti una frammentazione tale da conferire al singolo partitino un inaccettabile potere di ricatto, e mitigata da un “diritto di tribuna”, una riserva di tot scranni riservati alle forze più piccole. Ma la campagna referendaria del ’92-’93, originata da una sacrosanta rabbia popolare contro la partitocrazia Dc-Psi degli anni ’80, con l’obbiettivo di rovesciare quest’ultima ne generò un’altra che lungi dall’essere migliore della precedente, ha avuto pure l’aggravante di essere ancor meno rappresentativa perché con questo maggioritario chi ha la maggioranza piglia tutto, cioè la singola circoscrizione, e lo strapotere dei partiti viene addirittura aumentato dato che il candidato è investito dall’alto. Insomma, dalla padella alla brace. Una brace in cui i signori dei partiti, mosche cocchiere dello statu quo, si stanno cuocendo a fuoco lento con le loro stesse mani. L’astensionismo, infatti, sale inesorabilmente di elezione in elezione. Segno che non c’è legge elettorale che tenga: il popolo italiano, già di suo scettico e diffidente verso il potere, è sempre più lontano e ostile ai giochi di palazzo. E quando arriverà la fame vera, qualcuno che lo assalterà spunterà fuori. Il tormentone della legge elettorale, quel giorno, suonerà grottesco come le brioches di Maria Antonietta infilzate dai forconi del popolo in rivolta.

 

Alesso Mannino

 

Note:

1) G. Sartori, “Una Repubblica assai confusa”, Corriere della Sera 18 novembre 2010

 2) «…gli Americani di tutte le età, condizioni e tendenze si associano di continuo. Non soltanto possiedono associazioni commerciali e industriali, di cui tutti fanno parte, ne hanno anche di mille altre specie: religiose, morali, gravi e futili, generali e specifiche, vastissime e ristrette. Gli Americani si associano per fare feste, fondare seminari, costruire alberghi, innalzare chiese, diffondere libri, inviare missionari agli antipodi; creano in questo modo ospedali, prigioni, scuole. Dappertutto, ove alla testa di una nuova istituzione vedete, in Francia, il governo (...), state sicuri di vedere negli Stati Uniti un'associazione», A. De Tocqueville, La Democrazia in America, Utet, 2007

3) Uno dei più fanatici è Angelo Panebianco, editorialista di punta del Corriere della Sera, che pur di sostenere il dogma immutabile del bipolarismo ricorre alla categoria della “moderazione”, molto di moda ma priva di qualsiasi valore sociologico: «Il bipolarismo richiederebbe una prevalenza della moderazione sull’estremismo, una convergenza al centro. Non è necessario che ciò accada continuamente (anche nei sistemi bipolari più stabili si danno inevitabilmente momenti o episodi di lotta feroce) ma è necessario, perché il sistema duri, che moderazione e convergenza al centro siano, almeno, le tendenze prevalenti. In Italia non è così. La caratteristica italiana è che mentre i fautori della moderazione sono per lo più contrari al sistema bipolare, i difensori del bipolarismo sono contrari alla moderazione», Corriere della Sera, “Il bipolarismo senza equilibrio”, 28 gennaio 2010.

MOLESKINE gennaio 2011

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