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Il sarto di Pechino

È a forma di nido di rondine, lo hanno costruito per le Olimpiadi del 2008, evento che avrebbe dovuto presentare al mondo la nuova Cina, orgogliosa del suo salto nelle classifiche delle maggiori economie mondiali.

È stato progettato da Herzog, una di quelle star dell’architettura che macchiano, a volte inconsciamente, a volte in malafede,  le città del mondo con i loro progetti che niente hanno a che fare con la cultura del luogo.

Forse Shu non conosce l’architetto svizzero che ha progettato lo stadio a nido di rondine; Shu è uno dei tanti abitanti di questa città che è stato sradicato dalla sua vita, condotta umilmente per i primi settant’anni in un hutong, uno dei vicoli che caratterizzavano Pechino fino agli anni 90. Faceva il sarto, vicino allo stadio, cuciva i vestiti cinesi, quelle semplici casacche  figlie della rivoluzione del popolo.

Shu ora vive al decimo piano di un palazzo a quindici kilometri dalla città proibita, ha l’acqua calda e il riscaldamento, ma in realtà non ha più niente.

È triste, la moglie è morta e il figlio lavora in una concessionaria di automobili tedesche; tutto ciò in cui ha creduto in tutta la sua vita è stato cancellato, via, si cambia, bisogna arricchirsi e consumare; da quando  l’economia socialista ha aggiunto una parola, “di mercato”, tutto è cambiato, si è accelerato e molti non ce la fanno a resistere. Nel 2009 sono stati 280.000 i suicidi in Cina, una enormità, nonostante i grandi numeri di questo paese, un effetto collaterale” della modernizzazione.

Anche la pietà è scomparsa; tuttavia in un mondo dominato dalla tecnologia i sensi continuano a indicarci, senza ricorrere a macchinari sofisticati, che qualcosa non funziona.

È sufficiente utilizzare la vista e l’olfatto per capire che il pianeta è incamminato su un sentiero che definire pericoloso è un eufemismo. Sorvolare la Cina consente di vedere, anche a occhio nudo, i devastanti effetti in termini di esternalità negative che il modello globale ha generato.

Il cielo di Pechino è malato, come avvolto in una nebbia artificiale che condanna i suoi abitanti, come quasi tutte le città cinesi, a respirare veleni a livelli inimmaginabili. I camion che viaggiano sulle strade extraurbane sputano fumo nero e ricordano, nella loro potenza meccanica priva di controllo, la vecchia Unione Sovietica delle industrie pesanti. Molti di questi mezzi vengono sfruttati fino all’inverosimile, stipati di merci oltre ogni limite di sicurezza; così a volte sulle strade che portano da Pechino ad uno degli accessi della grande muraglia si vedono cumuli di pneumatici ammassati su vie di fuga in salita, al fondo delle piccole discese che si alternano sui tornanti avvolti da uno smog denso, che impedisce di vederla, la grande muraglia, costruzione  imponente che una volta si diceva essere l’unica opera dell’uomo che si potesse vedere dallo spazio. Servono per frenare i camion che perdono il controllo, con i freni che saltano all’improvviso e che trasformano questi bestioni in ciclopi indiavolati impossibili da governare. Trasportano pomodori, cipolle, cocomeri, pneumatici, blocchi di cemento e tubi dì acciaio; tutto ciò che serve per nutrire la Cina e il mondo; quanti infatti di questi pomodori, di questi blocchi di cemento stanno andando a Shangai per imbarcarsi su un container per poi disperdersi in giro per il mondo? Nessuno lo sa, a volte il sugo di pomodoro cinese spacciato per pomodoro italiano si materializza, ma solo in qualche scandalo alimentare, e non per la follia di far viaggiare i pomodori per 10.000 kilometri. Abbiamo creduto che la Cina sarebbe divenuta un grande mercato per i prodotti occidentali, i suoi pomodori sono l’inevitabile e tragica conseguenza di un sistema incapace di valutare le conseguenze strategiche di un gioco che invece di essere a somma zero si rivela alla lunga negativo per tutti i soggetti al tavolo.

Ogni tanto qualche pomodoro cade dal vecchio camion che mi precede, creando l’impressione di una strada sanguinante, punteggiata da macchie rosse che segnano le sue ferite. Li mangiano con lo zucchero i pomodori in Cina, in una delle infinite ricette della cucina cinese, dove permangono alcune tradizioni per noi ormai divenute macabre, come la carne di cane, che, anche se a Pechino si trova solo in alcuni ristoranti che offrono cucine regionali tipiche, è ancora diffusa in molte regioni dell’immenso paese. Si stima che, in Cina, più di 10 milioni di cani all’anno vengano macellati, molti deliberatamente in modo lento e crudele, poichè si crede che più soffrono nel morire e più prelibata è la loro carne.

Fa impressione vederli nelle gabbie, i loro occhi trasmettono rabbia, odio e delusione nei confronti dell’uomo; a volte muoiono di stenti e di malattie come il cimurro e la leptospirosi che si diffondono molto velocemente a causa del loro  sistema immunitario  divenuto molto debole per la depressione e la malnutrizione di cui sono vittime. In un paese sulla via della industrializzazione accelerata anche il mercato della carne di cane è diventata una industria. Si sono sviluppati grandi allevamenti e si importano razze giganti e gentili come i San Bernardo, che, incrociati con la razza locale Mongrel, consentono di avere docili esemplari di cani da carne a crescita veloce  che possono essere macellati a 4 mesi di vita. E le loro pelli spesso finiscono come “guarnizione” per capi di moda, o  accessori per capelli delle signore della nuova borghesia che vedi passeggiare con il loro cagnolino trasformatosi in animale di compagnia, secondo la più classica tradizione occidentale che sembra essere qui l’unica a cui riferirsi. 

Come Xiwan, il cui nome significa speranza, ha 26 anni, lavora come  interprete per una grande azienda americana che qui vende i suoi prodotti di lusso, si aggira con il suo cagnolino per i viali di Pechino e mi racconta del suo desiderio di fare business, spesso unica parola non cinese pronunciata dalle milioni di persone che popolano la capitale del nord, questo significa Beijing, il nome cinese di Pechino. 

Non parla di democrazia e diritti umani, vuole solo guadagnare di più, perché questo è il compito di un buon cinese oggi, non è più sufficiente essere un buon cittadino, devi essere un buon cittadino ricco.

Il suo è un cagnolino fortunato, il suo impatto sull’economia cinese è legato alla sua sopravvivenza e non alle sue carni; forse quando si capirà che un cane vivo può valere più di uno morto, scomparirà la tradizione della carne di cane nel piatto. Per ora anche l’industria del cane ha contribuito a far superare il Giappone nelle classifiche delle economie mondiali, ma il Pil pro capite è ancora basso, e l’industrializzazione diffusa è l’obiettivo strategico del governo cinese. 

È un processo che vede nella motorizzazione di massa il suo trionfo e la sua condanna, in una continua lotta tra libertà di movimento e ingorghi cronici che generano velocità di circolazione molto più basse del famoso “piccione nero”, la bicicletta che Mao voleva diventasse accessibile a tutti i cittadini. Se ne vedono ormai pochi di “piccioni” circolare per Pechino, il traffico è uguale se non peggiore di qualunque grande città occidentale. 

Anche la Cina sembra seguire il Giappone nella sua rincorsa a cambiare la geografia; il Giappone infatti, pur essendo il sol levante e quindi l’estremo oriente per definizione, per l’economia è diventato occidente, potenza del sistema, un sistema però che può si cambiare le convenzioni, ma non può illudersi di cambiare le regole della natura, e l’ultimo drammatico terremoto giapponese ne è stata la tragica conferma.

La bicicletta elettrica che sfreccia veloce al semaforo mi distoglie da questi pensieri, illusa pure lei di aver eliminato la fatica e di poter quindi muoversi più veloce, per poter lavorare di più e potersi trasformare in automobile, bloccata al semaforo. 

Il traffico è solo un simbolo dei tanti contrasti di questo modello di sviluppo fondato sulla crescita, con paesi che crescono a ritmi forsennati (il Pil cinese, nonostante  alcuni segnali di rallentamento cresce da anni a ritmi intorno al 10%,) che spesso  non si traducono automaticamente in una crescita di benessere per i propri cittadini.

Non è necessario guardare la Cina, oggi vista dai più solo come enorme opportunità di accedere a nuovi mercati; la contraddizione tra la ricchezza delle nazioni e il benessere dei cittadini è sempre più evidente anche nei paesi di più antica industrializzazione. In Italia, dove il Prodotto interno lordo e la produzione industriale sono  sostanzialmente sempre cresciuti negli ultimi cinquant’anni (solo il  2009 ha registrato un calo significativo mentre flessioni frazionali non modificano il trend di fondo), se si considerano i beni essenziali, primo fra tutti la casa, emerge chiaramente come, all’accresciuta ricchezza del paese non sia corrisposto un incremento di ricchezza per il singolo, che oggi deve impiegare un numero di stipendi molto maggiore rispetto al passato per acquistare una casa, tra l’altro sempre più piccola e meno accogliente. Sono i beni superflui, in particolar modo quelli tecnologici, che oggi costano molto meno, proporzionalmente,  rispetto al passato. Vale la pena vivere in case più piccole e più brutte con l’ipad? Una domanda che andrebbe posta quando si parla di crescita e benessere, ma significherebbe mettere in discussione un mercato immobiliare controllato da pochi gruppi che definiscono i prezzi delle case, e non si preoccupano molto di quanti anni di lavoro saranno necessari per acquistarle. 

Il paese è più ricco e la popolazione più povera: come è possibile? 

La spiegazione ovviamente è da ricercare nella competizione globale, che ci mette in competizione con paesi che crescono molto più di noi e che quindi ci riducono la nostra fetta di ricchezza, e questa si fa questa riflessione si pensa automaticamente alla Cina.

Se questo è il modello sembra che l’unica possibilità che ci si trova di fronte sia  accettare la competizione sempre più spinta, consapevoli che è una sfida che siamo destinati a perdere, non forse come paese, ma sicuramente come singoli, destinati a essere gettati in una arena globale a competere con paesi dove i singoli hanno basi di partenza, aspettative, concezioni del lavoro, del tempo libero e del welfare completamente diverse dalle nostre, basti pensare come la settimana lavorativa superi le 60 ore nel 50 % delle fabbriche asiatiche, con punte del 90% in Cina . “Solo il successo di questo modello di sviluppo potrebbe essere peggiore del suo fallimento” sostiene Wolfgang Sachs, una delle voci stonate che si alzano dal coro.

Le tecnocrazie dominanti, il più delle volte in buona fede, faticano ad affrontare i problemi secondo logiche di causa – effetto complessive, che non vedano nella tecnica l’unica risposta al problema.

È vero, l’innovazione tecnologica ci aiuta, ed è delittuoso non utilizzare tecnologie in grado di migliorare la qualità ambientale ma non può essere questa l’unica soluzione. 

L’effetto rimbalzo, e cioè l’assestamento del sistema su un livello di equilibrio più alto, che richiede maggiori energie e risorse, è sempre in agguato e spesso vanifica gli effetti benefici della tecnologia perché determina un aumento complessivo dei consumi. 

Ma probabilmente chi ha governato il nostro sviluppo finora ha un approccio diverso; modificarlo è  un percorso lungo. Accontentarsi di risposte normative e tecnologiche è insufficiente, anche se nel breve è forse l’unica strada percorribile; ma è necessario ritrovare maggiore  umiltà che deve spingerci a riconsiderare le leggi fondamentali che regolano la vita sul nostro pianeta: la prima  legge della termodinamica sostiene che il flusso di materia che entra nel processo economico coincide necessariamente con il flusso di materia in uscita (beni prodotti + rifiuti); quindi, più beni, maggior impatto sull’ecosistema. È stata dimenticata, nonostante si continui a blaterare di sviluppo sostenibile. 

Non conosce forse la termodinamica il vecchio cinese che si affianca ai passanti che stanno bevendo una bottiglietta d’acqua facendo capire che vuole il vuoto; ce ne sono tanti come lui, che rovistano in ogni angolo di Pechino a cercare qualunque rifiuto abbia un valore. Grazie a questo sistema, poco manageriale ma molto capillare, il Pet, con cui si producono le bottiglie di plastica è riciclato in Cina al 95% , percentuale inimmaginabile per  il nostro paese. 

Ma è difficile pensare che questo modello di “gestione dei rifiuti” possa essere sostenibile, con il tasso di crescita di questo paese.

Una società è sostenibile se adatta il proprio modo di vivere all'ambiente circostante, mentre il nostro sistema  non fa altro che continuare a sforzarsi di adattare l'ambiente circostante al proprio modo di vivere.

Un modo di vivere sempre più urbanizzato, dove ormai il 50% della popolazione globale vive nelle città; un trend che sembra non conoscere rallentamenti, se si pensa che nel 1950 tale dato era del 30% e che è previsto al 60% nel 2030. Ogni giorno 180 mila persone vanno a accrescere la popolazione urbana mondiale, soprattutto in Africa, Asia e America Latina; conseguenza di questo processo specialmente in megalopoli di 15/20 milioni di abitanti dove non è possibile immaginare azioni di governo efficaci è l'accesso limitato all'acqua potabile, la mancanza di alloggi, la povertà urbana (molto peggiore di quella rurale). Eppure si continua a guardare ammirati la linea delle nuove megalopoli asiatiche, dove ormai, come a Pechino, grattacieli sempre più alti si perdono in nuvole di inquinanti che ne nascondono le luccicanti guglie. 

Le luci delle città ci hanno tolto le stelle, su un pianeta sempre più buio, per un fenomeno iniziato nella seconda metà del ventesimo secolo. La Terra è, infatti, diventata un posto sempre più privo di luce; la luminosità del nostro pianeta è scesa del 10% negli ultimi 30 anni, con implicazione sulla meteorologia, l'ambiente e l'agricoltura che rischiano di essere enormi. Il global dimming o effetto buio, sta rapidamente calando sul globo, minacciandolo alla stregua del ben più celebre global warming, o effetto serra. 

Una terra più buia per l'inquinamento atmosferico e un sempre maggiore inquinamento luminoso che ci nasconde il cielo; sembra che l'umanità abbia preso come obiettivo l'omogeneizzazione della luce tra il giorno e la notte, conseguenza inevitabile di un sistema che deve avere ogni variabile sotto controllo. 

Già adesso nelle grandi città i giovani e i bambini non sanno più cosa siano le costellazioni. A Pechino le costellazioni sono ormai sparite da anni, rimane lo stadio, a forma di nido; Shu la domenica viene qua, gli gira  attorno, guarda verso l’alto, in  un cupo velo grigio; ricerca memorie della sua vecchia città, ma non ce ne sono più; lo stadio ricorda il nido ma le rondini sono volate via. 

Francesco Bertolini


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