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Le porcate oltre il Porcellum

 

L’assunto è: via il Porcellum, torna la democrazia. Il referendum per abrogare la legge elettorale vigente, sostenuto da un ampio fronte alla cui testa c’è Di Pietro a braccetto con gli immarcescibili Segni e Parisi, da Travaglio e dalle truppe del Fatto Quotidiano e, come al solito in ritardo e obtorto collo, dal Pd, è visto come una leva per dare la spallata al governo Berlusconi. Sul piano strettamente politico, l’idea non fa una piega: il milione e duecento mila firme raccolte, più del doppio rispetto alle 500 mila che bastavano, sono lì a dimostrarlo. Farla finita con la “porcata” firmata Calderoli ha captato la montante voglia di mettere una croce sopra all’era berlusconiana. Di più: all’attuale quadro politico per intero. 

 

Bisanzio è qui

La ritrosia di Bersani e del suo partito ne è la prova. Ai due partiti maggiori, Pdl e Pd, il sistema che c’è oggi fa molto comodo, e non solo perché li rende totalmente arbitri nella scelta degli eletti, di fatto nominati dalle segreterie senza che gli elettori possano esprimere una preferenza personale. Questo aspetto, che è il più deprecato dai referendari, è gradito da tutti, e si capisce. Ai partitoni di destra e di sinistra, in particolare, piace molto il premio di maggioranza che oggi consente alla minoranza relativa Berlusconi-Bossi di avere una maggioranza parlamentare con appena il 35% di voti effettivi. Ma i Democratici, dato il successo della raccolta firme e fiutato il vento che mette in pericolo anche loro, hanno deciso infine di appoggiare la campagna, non foss’altro per restare tagliati fuori dai giochi. Che sono, come si conviene alla arzigogolata politica italiana, irti di calcoli e contorsioni da far venire il mal di testa. Prendiamo ad esempio Casini, leader del mai decollato Terzo Polo con Fini e Rutelli: dalla fine del Porcellum avrebbe sicuramente da guadagnarci, ma nel timore che un patto Pd-Pdl ne partorisca in parlamento, pur di evitare il referendum, una versione ancora più porca e indecente sarebbe disposto ad andare a elezioni anticipate, da molti considerate probabili nella primavera 2012, con la legge di oggi1. 

 

Bufale e illusioni

E allora vediamo di fare un po’ di chiarezza sul falso mito del referendum liberatore. Primo dato: come ha fatto notare un indiscutibile esperto di bizantinismi elettoralistici, il sommo politologo Giovanni Sartori2, Costituzione alla mano non è possibile sostenere che eliminando la legge in vigore si torni automaticamente a quella precedente, il Mattarellum. Su quali basi giuridiche i bardi dell’abrogazione vadano propagandando questo teorema come verità assoluta, davvero non si sa. Su questo punto dovrà illuminarci tutti la Consulta. Secondo fatto: il premio di maggioranza nel Mattarellum non c’è, è vero, ma nei collegi uninominali previsti da quest’ultimo sarà pur sempre una parte minoritaria dell’elettorato a pigliarsi tutto (e sempre ragionando al netto dell’astensione, ormai stabile sul 40% degli aventi diritto). Ciò avviene perché in un collegio maggioritario a turno unico (uninominale secco) vince, ossia è eletto, semplicemente chi prende più voti, punto. La maggioranza precostituita è insita nel meccanismo maggioritario, anche senza premi che ricordano la fascista legge Acerbo del 1923. Terzo e decisivo punto: con la vecchia legge si poteva almeno scrivere sulla scheda il nome del proprio candidato preferito. In questo “almeno” c’è già tutta la consolatoria e sconsolante pochezza di marchingegni che sfruttano la credulità popolare allo scopo di perpetuare lo strapotere dei partiti-mafie. Perché, Mattarellum o no, i padroni del gioco resteranno sempre loro, che selezionano e posizionano i loro uomini nelle liste secondo le loro logiche, le loro faide, i loro interessi. Togliere di mezzo le indecenti liste bloccate non fa sparire d’incanto il vulnus connaturato alla partitocrazia, che consiste nel darsi l’apparenza di democrazia mentre ne è la negazione, con le sue tessere del pane, le sue faziosità fasulle, il suo pensiero unico su tutte le questioni fondamentali e il suo farsi schermo per i poteri economici che tirano i fili nell’ombra. 

 

La truffa di fondo

Posto che risorga, il Mattarellum concede magnanimamente un “diritto di tribuna” alle forze minori con un 25% di proporzionale. È giusto il contentino per dare una spruzzata di democraticità al piatto e un po’ di potere di ricatto a partitini clientelari e personali che così possono sperare di spartirsi le fette di torta che rimangono. Sorvoliamo pure sulla mancata designazione diretta del premier che verrebbe cancellata affossando il Porcellum: anche se magari – e non è detto – non ci ritroveremo più scritto sulla scheda “Berlusconi” o “Bersani”, il bipolarismo coatto che imprigiona in una gabbia anglosassone la complessa e ricca arena politica nazionale manterrà intatta l’elezione coram populo del Presidente del Consiglio. Così vuole il modello dell’alternanza da talk show, che mette in scena il conflitto fra due attori di uno stesso spettacolo (in questo modo espellendo la possibilità stessa dell’alternativa, non prevista dal palinsesto destra-sinistra). 

Non ci azzardiamo neppure ad addentrarci nel noiosissimo dibattito su nuovi intrugli elettorali che gli alchimisti alla Panebianco propinano all’opinione pubblica nel tentativo di farvela appassionare3. Noi, e come noi molti italiani, non si entusiasmano punto a queste beghe da sacerdoti dell’urna, perché sappiamo bene, e molti lo afferrano a livello subcosciente, che dietro tali fumisterie c’è pur sempre una realtà che non va dimenticata: la democrazia reale, inopinatamente chiamata rappresentativa, è l’artificio con cui far credere al popolo di contare qualcosa mentre a comandare sono i signori del denaro ben protetti dal semi-anonimato o dallo scudo che le liti fra i partiti frappongono fra loro e noi cittadini. I politici sono servi sciocchi o, al massimo, i complici nel crimine. Ma non sarà certo da una modifica elettorale che potrà arrivare un cambiamento di una qualche importanza. Anzi, parliamoci chiaro: dare l’illusione che con qualche ritocco si possa migliorare il sistema è il miglior modo per rafforzarlo. Che è esattamente ciò che non si deve fare. Gli unici che lo hanno capito, a onor della cronaca, sono Beppe Grillo e i comunisti extraparlamentari, schieratisi contro questo ridicolo referendum-truffa. 

 

Alessio Mannino

 

Note

1) G. Sartori, “La nave sbanda. Chi c’è al timone?”, Corriere della Sera, 3 ottobre 2011

2) F. Verderami, “La mossa di Casini: alle urne così”, Corriere della Sera, 8 ottobre 2011

3) A. Panebianco, “La soluzione del doppio voto”, Corriere della Sera, 9 ottobre 2011. La mente fina del liberalismo italiano arriva a esporre la demenziale tesi che secondo lui farebbe uscire dall’impasse attuale, naturalmente salvando l’amato Berlusconi dalle temute elezioni anticipate: «l'elettore, dopo avere votato per il candidato del partito con cui si identifica, può spendere un secondo voto per il candidato di un altro partito». Ecco, da nessuna preferenza ad addirittura due. Genio puro. 

 

Moleskine ottobre 2011

Trasporto pubblico al capolinea?