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DESTINATI A LAVORARE “finché morte non vi separi”

C’è modo e modo di concepire le pensioni. Come c’è modo e modo di recuperare le risorse necessarie per poterle pagare. 

In Italia il sistema pensionistico pubblico segue il criterio della ripartizione. Così tutti i contributi che vengono versati obbligatoriamente dai lavoratori e le aziende che danno loro impiego agli enti di previdenza come l’Inps o l’Inpdap non vengono messi da parte, a creare un accumulo per le pensioni future. Al contrario, vengono usati per la spesa di quelle correnti. Così, laddove le uscite previste per il pagamento delle pensioni non siano minori o uguali alle entrate fiscali, si crea un pericoloso differenziale che deve essere colmato in qualche modo. 

La situazione è proprio questa. Il numero delle pensioni continua ad aumentare: oltre a quelle privilegiate, e quindi accordate a chi ancora avrebbe tutte le possibilità di lavorare, quelle dovute a ultrasessantenni vengono pagate per un periodo molto più lungo del passato grazie all’aumento della vita media. Dato che è destinato ad aggravarsi per effetto dell’invecchiamento della popolazione: l’Italia, infatti, è il secondo Paese più anziano dal punto di vista demografico tra i Paesi Ocse. Dall’altra parte le entrate contributive continuano a diminuire per effetto dell’aumento, continuo, della disoccupazione e di tutti quei contratti che, oltre a dare nessuna sicurezza ai lavoratori, rappresentano per l’erario entrate ridotte come i contratti a progetto o a collaborazione. A questo basta aggiungere innanzitutto la crisi economica che, deprimendo i guadagni delle aziende, lascia che a diminuire in termini totali siano anche tasse e imposte dovute allo Stato e in secondo luogo una tra le evasioni fiscali più estese e impunite d’Europa per avere un quadro tutt’altro che roseo della situazione corrente. La politica, che avrebbe nelle sue responsabilità proprio la previsione di questi problemi, non ha fatto altro negli anni che cercare di riportare entro limiti “di sicurezza” la spesa per le pensioni, senza invertire la tendenza all’allontanamento da questa delle entrate contributive. Sono cambiati i requisiti minimi per ottenere la pensione sia con riguardo all’età anagrafica sia all’anzianità contributiva, la possibilità di accedere a un sistema di fondi pensione complementari privati, i ritocchi al rialzo degli assegni legati all’inflazione. Quello che non è cambiato è il sistema.

 

Il peso per lo Stato e quello per il lavoratore

Secondo uno studio della Commissione Europea, il peso sulla ricchezza complessiva del Welfare, cioè pensioni, assistenza sanitaria e sussidi di disoccupazione, è pari in Italia al 27,6% del Pil. In particolare le pensioni inciderebbero per il 14%. Ma la situazione è destinata a cambiare nei prossimi cinquant’anni: nel 2060 tale pressione scenderà dello 0,4% rispetto a oggi.

La previsione, che non bisogna dimenticare non può in alcun modo prescindere da dati sicuri sull’andamento del Pil nei prossimi anni, prende le mosse dalle riforme che sono state fatte negli anni nel nostro Paese e, non da ultime, da quelle che presumibilmente saranno ancora fatte. Negli ultimi quindici anni ben sette riforme firmate da Amato, Dini, Prodi, Maroni, Prodi e Damiano, Sacconi e Brunetta, Tremonti, hanno cercato di far diminuire il peso delle pensioni sul bilancio statale. La ricetta è andata interamente, e sempre, a sfavore dei lavoratori: è stata innalzata l’età pensionabile, aumentata la contribuzione, ridotti gli assegni. In particolare il metodo di calcolo delle pensioni, che inizialmente era legato all’importo delle ultime retribuzioni, è stato reso meno oneroso per lo Stato e più per il contribuente. Nel nuovo sistema, quello contributivo, l’importo della pensione dipende dall’ammontare dei contributi versati dal lavoratore nell’arco della vita lavorativa. 

Il passaggio a questo sistema è avvenuto in modo graduale: “solo” i lavoratori assunti dopo il 1995 lo vedranno applicato integralmente. I lavoratori dipendenti, anche se hanno versato i contributi allo Stato per 35 anni, avranno una pensione pari a circa il 55 per cento dell’ultimo stipendio percepito che, inoltre, verrà rivalutato negli anni unicamente in base al tasso dell’inflazione e non a quale sia il reale costo della vita.

 

Le riforme (1992-2010)

Nello specifico le riforme al sistema pensionistico non hanno mai ricevuto grandi plausi dalla popolazione. È anche vero però che il sistema vigente fino al 1992 ha creato delle disparità di trattamento, e delle ingiustizie sociali, di non poco conto: allora si andava in pensione anche a quarant’anni con un assegno che equivaleva fino all’80% dell’ultimo salario percepito, oltre che con una buona liquidazione e una rivalutazione negli anni successivi, questa sì dovuta, che teneva conto sia dell’aumento dei prezzi che dell’innalzamento dei salari reali. Chiaramente si trattava di una situazione poco gestibile, visto che il ricambio generazionale era cominciato a mancare da subito. A oggi 531.752 persone sono baby pensionati, ossia percepiscono la pensione da quando avevano meno di 50 anni per effetto di questa legislazione. Spesso sono andati in pensione con solo 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di lavoro, privando tra l’altro l’erario dei loro contributi.

Nel 1992 la riforma Amato (Decreto Legislativo 503) previde 35 anni di contribuzione sia per i lavoratori privati sia per quelli pubblici e un’età minima di 65 anni per gli uomini e a 60 per le donne per potersi ritirare dal lavoro. Inoltre, la rivalutazione degli assegni venne collegata alla sola inflazione, creando non pochi problemi alla loro svalutazione naturale. L’anno dopo il Decreto Legislativo 124 introdusse una previdenza complementare con l’istituzione di fondi pensione privati sottoscrivibili tramite versamenti aggiuntivi. 

Il 1995 è invece l’anno della riforma Dini (Legge 335) che cancellò il sistema retributivo come calcolo della pensione scambiandolo con quello contributivo. 

Ma ancora non basta. Visto l’aumento della speranza di vita nel 2004 la Legge delega 243, più nota come riforma Maroni, introduce un bonus premio per chi decide di rimandare la pensione: si tratta in pratica di percepire anche i contributi previdenziali in busta paga -  avendone già ormai versati quanti necessari. Nello stesso tempo si dà maggiore impulso alla previdenza complementare, ritenuta ormai essenziale. La riforma Prodi del 2007 (Legge 247) introduce invece le cosiddette “quote” per l’accesso alla pensione di anzianità. Queste altro non sono che un calcolo algebrico: la somma dell’età anagrafica e degli anni contributivi. In base a tale calcolo nel 2009 la quota da raggiungere per poter accedere alla pensione è 95 con almeno 59 anni d’età, 96 nel 2011 con almeno 60 anni e 97 nel 2013 con almeno 61. 

Nel 2009, poi, la legge 102 innalza l’età minima per le donne ai fini pensionistici da 60 a 65 anni mentre si prevede, dal 2013, una sorta di adeguamento automatico a opera dell’ISTAT e dell’EUROSTAT dei requisiti anagrafici. Il primo incremento sarà di tre mesi e poi si procederà in base alla variazione della speranza di vita: più questa aumenterà più verrà spostato in avanti nel tempo il requisito d’età minima per la pensione. Anziani o meno, che ce la facciate o no, più vivete e più dovete lavorare: è questo il senso di questo provvedimento. 

Non solo. Per non innalzare sulla carta di nuovo l’età minima per accedere alla pensione ma averne gli stessi effetti lo Stato ha introdotto la cosiddetta “finestra mobile”. Si tratta di un espediente che stabilisce l’intercorrere di un lasso di tempo tra la data di raggiungimento dei requisiti e l’inizio effettivo della pensione: per ottenere il primo assegno bisogna aspettare 12 mesi se si è un lavoratore dipendente e 18 se si è un lavoratore autonomo. 

 

 

Lo stato attuale delle pensioni

Il problema di tutti, anche dei fortunati che hanno beneficiato delle regole pensionistiche ante 1992, è la perdita di potere d’acquisto delle pensioni, che ne hanno perso il 49,3% negli ultimi 18 anni. Per questo il Codacons, l'associazione di difesa dei consumatori e dell'ambiente, ha denunciato la situazione e promosso una class action in favore di un migliore adeguamento degli assegni previdenziali al costo della vita. 

L’azione punta a ottenere «per tutti gli anziani pensionati agevolazioni fiscali, sconti, servizi sociali e farmaci gratis». Ma in un momento in cui i tagli al Welfare sono fortissimi è molto difficile che riusciranno ad ottenere una cosa del genere dal Governo. Anche se sarebbe un giusto provvedimento: la metà dei pensionati, circa 8 milioni di persone, percepisce un assegno di circa 1000 euro al mese mentre 2,4 milioni di essi arrivano a solo 500 euro. 

 

Il futuro (che non c’è) e i vecchi privilegi

Da un anno a questa parte, di nuovo, puntuale come un orologio il taglio della spesa pubblica sembra sempre dover riguardare il sistema pensionistico ritenuto troppo dispendioso. E, sempre puntuale come un orologio, arriva la  marcia indietro del governo. Perché i pensionati sono tanti, sempre di più. E sono quelli che, rispetto a ogni altra fascia d’età, vanno sempre a votare. 

Tre le ipotesi allo studio. Al solito, è previsto l’innalzamento dell’età per la pensione di vecchiaia - da 65 a 67 anni. Si pensa inoltre di anticipare al prossimo anno l’aggiornamento dei requisiti di pensione alla speranza di vita e la quota 97 per la pensione di anzianità - che come detto permetterà di andare in pensione con almeno 61 anni d’età e 36 anni di contributi - previste per il 2013 dalla riforma Prodi. La “quota” potrebbe addirittura essere alzata a 100, prevedendo un minimo di 40 anni di contributi e 60 anni di età. Il che, vista la disoccupazione, la diminuzione degli stipendi e dei corrispondenti contributi e il proliferare di co.co.co. e co.co.pro., non significa altro per i lavoratori di oggi che veder allontanarsi sempre di più la speranza di avere una vecchiaia serena - e senza lavoro. 

In ogni caso i problemi, quelli reali delle entrate che non bastano a coprire le pensioni e dei giovani disoccupati di oggi per i quali si prevede una vecchiaia disagiata, non saranno inoltre risolti nemmeno da altre mille riforme dello stesso genere. Riforme che presumibilmente saranno ancora varate nel futuro aggravando la situazione dei pensionati  e degli aspiranti tali nell’illusione di poter sanare i conti pubblici. Anche perché i privilegi acquisiti vengono mantenuti e protratti. Oltre alle baby pensioni, che pesano non poco sui conti, non bisogna dimenticare che per i parlamentari il diritto al vitalizio scatta dopo soli cinque anni di mandato, senza calcoli legati alla semplice contribuzione e senza ostacoli ad accedervi anche prima dei 50 anni d’età. Così ogni anno lo Stato sborsa per gli ex parlamentari 3.356 vitalizi per 200 milioni di euro pagando loro assegni che arrivano anche a settemila euro netti al mese. 

Difficile prevedere con precisione il futuro, soprattutto in questo momento, dove mentre pubblichiamo questo numero della rivista al governo hanno imposto Mario Monti, il quale - come ti sbagli? - certamente andrà a tagliare proprio in questo ambito. Ma una cosa è certa: la direzione è nera.

Sperare, per un giovane di oggi soprattutto, di riuscire ad arrivare un giorno a percepire una pensione è un atto di fede più che un atto di logica.

Ma chi si fida più del nostro Stato e dei nostri conti pubblici?

Sara Santolini

KEYNES debito pubblico e autarchia

INDIGNADOS e Bandidos