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E ORA ci impongono la “governance”

È una parola con la quale è necessario fare i conti. Perché è un termine che al giorno d'oggi indica una condizione decisamente negativa per i popoli e per gli Stati. Ciò non toglie che  “governance” venga usato senza battere ciglio proprio da chi dalla governance dovrebbe difenderci, e nell'indifferenza di una opinione pubblica abituata a bere qualsiasi cosa venga essa comunicato e imposto, ci lasciamo convincere ad andare incontro e ad adottare sistemi che vanno nella direzione diametralmente opposta a quella che servirebbe.

Non è un caso che in Italia non esista una congrua letteratura scientifica sull'argomento, perché il termine governance è uno di quelli che in modo specioso deve essere lasciato passare nell'uso comune, possibilmente senza far capire nulla. Indicato come normale e ineluttabile, come la globalizzazione, esprime una situazione che è già sotto gli occhi di tutti anche se i più non si avvedono della sua pericolosità e di ciò che essa - già in questo momento, e ancora più in futuro - comporti.

Oggi non esiste praticamente più nessun politico o commentatore televisivo che non parli di governance facendo intendere la cosa come tecnica buona e giusta di governo, e quasi tutti hanno sentito pronunciare il termine, e lo hanno accettato nel dibattito pubblico e ancora di più nella sua espressione pratica, senza capire un accidente di cosa significhi, e peggio, senza capire da dove il termine proviene, o meglio da chi, quale sia la sua finalità e cosa questo comporti all'atto pratico. La democrazia dell'opinione prevale: tutti pensano di avere una opinione sul termine governance ma si tratta di una opinione trasmessa da pochi e fatta propria acriticamente da tutti. Con ciò che di male questo comporta.

Il grande pubblico insomma non sa bene di cosa si tratti ma tutti i politici ne parlano. E soprattutto, ne promuovono la sua applicazione.

È necessario proprio oggi mettere invece a fuoco il punto, poiché la fase storica che stiamo vivendo in queste ore è esattamente un passaggio epocale nei confronti della strategia della governance - strategia, sì - che porta e porterà sempre di più i popoli e gli Stati a subire un governo che, primo elemento, tutto è fuorché scelto da essi stessi.

Non è questo il luogo dove fare una ricognizione storica del termine, ma un punto almeno vale la pena citarlo: il termine governance nasce negli anni Trenta, ed è stato utilizzato dagli economisti per esprimere il modo di gettare le basi di una analisi strategica della gestione delle grandi società industriali e commerciali.

La tesi principale è che le democrazie entrano in crisi e divengono ingovernabili quando sono sovraccaricate di esigenze "popolari": teoria nata e coltivata in primo luogo all'interno della Trilateral Commission. Agli anni Settanta molti, tra i quali quel Samuel Huntington dello Scontro delle Civiltà, ai vertici della Trilaterale, misero fortemente sul piatto il tema della difficoltà di gestire società complesse in cui "eccessi di democrazia" (sic), rappresentati dagli scioperi, dalle rivendicazioni sindacali, dalle conquiste sociali e dalla libertà di opinione, "possono limitare i "giusti" campi di azione del governare". La conclusione del ragionamento, secondo loro, è che le democrazie diventano ingovernabili, e devono pertanto essere governate con metodi diversi. 

Per fare gli interessi di chi è facile immaginarlo.

Ma la vera svolta arriva negli anni Novanta, dove il fallimento delle politiche di destatalizzazione, all'epoca condotte dai governi più liberali e liberisti dal punto di vista del mercato, spinge i teorizzatori della governance a varare un vero e proprio nuovo paradigma neoistituzionalista. La governance diventa allora l'insieme dei provvedimenti che ogni Stato deve prendere per instaurare delle vere società di mercato: il sistema ritenuto più idoneo ancora oggi malgrado il suo manifesto fallimento.

A questo punto iniziano a emergere una pletora di attori multilaterali non statali, che però cercano di imporre la loro visione delle cose con gruppi di pressione, inserimento di uomini propri nei posti chiave delle amministrazioni pubbliche e in senso generale si assiste alla emersione di elementi che si attribuiscono poteri sempre più estesi.

Qualche esempio molto semplice, visto che la dottrina della governance viene elaborata e portata avanti in primo luogo dalle grandi organizzazioni internazionali: Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione Mondiale del Commercio e, con caratteristiche estremamente più vistose, oggi, la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea, tanto per tarare il tutto dalle nostre parti. 

Ma non solo, ci sono anche le Ong, pubbliche o private, che "pretendono" di rappresentare la società civile in modo indipendente dalle istituzioni politiche classiche. Ed infine, in modo determinante, le grandi imprese transnazionali.

È evidente, o dovrebbe esserlo per capire già il tutto, che si tratta, in tutti i casi, di soggetti che non hanno alcuna legittimità democratica. Ed è evidente altresì che malgrado questo, si tratta di soggetti che di fatto governano il mondo.

Tutto converge, e veniamo alla storia contemporanea, al forum di Davos del 1999, dove Kofi Annan, allora segretario generale delle Nazioni Unite, esprime la volontà di un "Patto Mondiale" che consente alle Ong di sottoscrivere contratti con le imprese multinazionali: è la base della futura - ormai attuale - governance mondiale. Che si basa su quattro pilastri: ideologia dei diritti dell'uomo, sviluppo sostenibile, lotta contro la corruzione e discriminazione e adesione al modello liberale americano.

Vi hanno aderito migliaia di grandi imprese. 

Queste "buone prassi" saranno quelle che, si suppone, andranno a ispirare le mosse dei governi.

Come si evince, dal punto di vista ideologico, tutto ruota attorno a punti sui quali sarebbe il caso di riflettere - e scegliere o rifiutare, in parte o in toto - mentre invece alcuna discussione è stata fatta, o permessa. 

Ma il cambiamento decisivo è il fatto che da quel momento ogni decisione pubblica diventa il risultato non già della deliberazione o del voto, quanto di transazioni e negoziati tra attori sociali predefiniti e ovviamente non eletti da nessuno. Il mercato, insomma, tra le volontà dei vari attori che abbiamo citato.

In questo modo si negozia non già solo sugli interessi dei vari attori, ma anche sui valori, che per loro natura, invece, dovrebbero essere non negoziabili. E il tutto porta a sostituire norme giuridiche (decise dai poteri pubblici che rappresentano - o dovrebbero - il popolo) con norme tecniche (decise da interessi privati).

È l'apoteosi del tecnico. Del calcolabile. Dell'economico. Ed è la morte della politica, poiché a essa viene tolta la sua primaria funzione. Non si dà politica, bisogna pure che qualcuno lo rammenti, "se non nella misura in cui esiste una scelta fra diverse possibilità, e prima di tutto tra diverse finalità" (Alain de Benoist).

Molto semplice tornare ai giorni nostri: la possibilità è unica e la finalità anche.

Ogni azione deve essere volta a "soddisfare i mercati", a "salvare l'Euro", a "ripianare i debiti" che il pubblico ha a forza contratto con la speculazione. E non vi è altra finalità se non quella di continuare ciecamente a credere in questo modello di sviluppo, e dunque a indebitarsi, lavorare, accettare misure di austerity, al fine di tenere in piedi il meccanismo che oltre ad averci portato alla situazione nella quale siamo, continua a imporsi pur avendo dimostrato tutta la sua erroneità e vizio di fondo.

Le scelte di sostituire dei politici con dei tecnici sono sempre più diffuse. Cosa resa ancora più semplice dal fatto che di politici nel vero senso della parola, ovvero di uomini dotati di una vera visione, non ve ne è più traccia da tempo.

In questa chiave va letto anche il momento attuale, per esempio con i governi imposti di Papademus in Grecia e di Monti in Italia - entrambi provenienti dall'Europa dei tecnocrati: la teoria della governance si estende e rende manifesta ancora di più. 

La sovranità degli Stati è decaduta insieme alla politica. E siamo alla mercé di soggetti non eletti da nessuno che ci governano con una unica finalità. La loro.

Ciò che sta avvenendo è in pratica una Opa delle oligarchie internazionali alla democrazia e alla sovranità dei popoli. E al momento la scalata appare quasi del tutto terminata. Del che, non tarderemo ad accorgerci. Altro che "governi tecnici" per "salvare il Paese".

Il popolo e i suoi eletti sono sostituiti dagli esperti non eletti da nessuno. E l'interesse generale - stabilito da chi? - viene invece fatto coincidere con quello degli ambienti di provenienza dei tecnici stessi.

In questo modo, la "trasparenza" è solo celebrata, e il soft law, cioè il potere apparentemente leggero, guida i popoli verso luoghi e situazioni che non hanno scelto, mentre allo stesso tempo la responsabilità diventa opaca, e dunque di difficile contestazione. 

Valerio Lo Monaco

LA VERSIONE di Fini - Novembre 2011

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