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IL RIBELLE reazionario: “The Quiet Man”

Ribellione e reazione, può apparire un ossimoro, ed il più delle volte lo è, ma rivedendo e rileggendo a distanza di quasi 60 anni “The quiet man” (Un uomo tranquillo), capolavoro di John Ford, questa può ben essere l’eccezione che conferma la regola, nella sua idealizzazione di una Irlanda che non è mai esistita, ma che molti abbiamo nel cuore, anche se, magari, non si chiama Irlanda.

A prima vista può essere letto come un film assolutamente conservatore, visto che, in sovraprezzo, il protagonista è il mitico John Wayne, ma nel lontano ‘52 lo yankee John Ford, per certi versi, anticipava già una nostalgia del non vissuto, o, meglio, del mai esistito, da contrapporre alla già frenetica vita statunitense.

Si potrebbe liquidare il film come una compilation dei clichè più triti, ma Ford è un maestro: ogni sua inquadratura è un dipinto (motion pictures nel più etimologico senso del termine) ed ogni ingrediente viene sapientemente dosato. La sua rurale Irlanda immaginaria degli anni Venti può, così, diventare, oggi, l’icona di chi sogna il ritorno ad una società comunitaria, solidale ed armonica, come nei “bei tempi che furono”, ben sapendo che i “bei tempi che furono” non sono mai esistiti.

Tuttavia, pur essendo una illusione, di cui si è, si spera, consci, è però proprio questa che deve, a buon diritto, essere il modello, il simbolo cui ispirarsi, senza però perdere mai il senso della realtà, su cui saper modulare il sogno affinché possa cessare di essere tale.

John Wayne è Sean Thornton, un pugile statunitense, che nasconde un tragico segreto, nato in Irlanda e dove ha deciso di tornare.  Il suo dove è addirittura la famosa Innisfreee di Yeates, perché là sono le sue radici, quindi solo là potrà trovare pace dopo aver ucciso un altro uomo sul ring.

La sua è una fuga dalle acciaierie di Pittsburg, prima cercata boxando e  tentando di reinventarsi contadino, un contadino che arriva a preferire il cavallo al trattore per tirare l’aratro, perché con gli olii esausti non si concimano le rose, col letame sì. 

Un film po’ bucolico forse, che oggi, però, assume significati che all’epoca ancora non poteva avere, ma comunque anticipava, come può accadere all’opera dei grandi artisti.

Un’anticipazione che, se filmata adesso, sarebbe, invece, assolutamente inaccettabile, anche per come si svolge la storia d’amore fra John Wayne e Maureen O’Hara (la rossa Mary Kate Danaher), bella e selvaggia come non mai. John Ford va oltre il politicamente scorretto, che per fortuna ai suoi tempi non esisteva: siamo al limite delle molestie. Il bacio che lui le ruba, infatti, è preso contro la volontà apparente di lei, quasi con violenza, ma è il più romantico della storia del cinema: con tutto che vede coinvolto un attore che tutto è fuorché un sex simbol. Un bacio da denuncia penale ed esposto delle associazioni femministe, che Mary Kate però apprezza, per usare eufemismi, anche se deve rispondergli con un sonoro schiaffo: patendo così l’unica fine che è la perdita della libertà per l’uomo, ma più sotto forma di matrimonio a vita che di galera.

Ford, però, non si accontenta, poiché in ogni storia d’amore che si rispetti ci deve essere un ostacolo al lieto fine, così questo viene rappresentato dal burbero fratello di lei: “Red Will” Danaher, dalla mascella d’acciaio. Danaher che prima non dà il consenso, assolutamente necessario, e poi, quando questo, gli verrà estorto, con simpatico inganno che vede tutti complici, prete cattolico e protestante compreso, rifiuterà la dote a Mary Kate.

Inimmaginabile oggi, come negli USA di allora, un matrimonio subordinato alla dote.  Thornton, infatti, non capisce e vuole sposarla lo stesso, non gli importa della dote e lo dice chiaramente a Mary Kate, che si offende profondamente. Perché a lei importa, soprattutto dei mobili, che non sono di Ikea, ma suoi e di sua madre prima di lei e quei precisi poveri mobili ha sempre sognato di avere nella sua casa di moglie. Meno, invece, le importerebbe delle 350 sterline promesse da “Red Will”, ma non può tollerare che il suo uomo non lotti per il suo diritto, anche facendo uso di adeguata violenza, certo non sa che se Sean non combatte è perché i suoi pugni hanno ucciso durante un incontro: non è per viltà che non prende a pugni il fratello di lei, ma questo così le appare e tanto basta per non poter più aver stima di lui.

Tutto estremamente antiquato, ma ancora più inaccettabile è come si risolve la situazione, con un John Wayne esasperato che, dopo aver trascinato brutalmente Mary Kate Danaher per 5 miglia di campagna, al ritmo incalzante di buona musica Irish, la getta a terra davanti a “Red Will”, restituendogliela perché il patto non è stato rispettato.

Sarebbe, in effetti, disgustoso, anche per il becero dei reazionari, non fosse che, quando Danaher gli getta sprezzante il denaro per non umiliare la sorella, Sean lo getta nel fuoco, ed allora, solo allora, Mary Kate se ne va, fiera di sé e del suo uomo, a casa a preparare la cena. In quel momento si innesca il meccanismo, contrario ad ogni etica contemporanea, che farà di Thornton e Danaher due amiconi: la più spettacolare e allegra scazzottata del cinema che si snoda dalla campagna al pub, accompagnata da una folla di paesani, anzi di gente accorsa da ovunque per l’evento, compresi i macchinisti di un treno lasciato in stazione, nonostante abbia già ore ed ore di ritardo.

Cosa, quindi, di più inaccettabile, politicamente scorretto e controcorrente di una questione di diritto, anzi di onore, e non di denaro, che viene virilmente risolta a suon di cazzotti e che si conclude in un pub? Anzi no: che si conclude quando i due rientrano ubriachi fradici a casa di lei, che li accoglie brusca, ma serve loro la cena, solo dopo che si sono puliti i piedi però.

Indubbiamente quella di Ford è una Irlanda che non è mai esistita, talmente idilliaca che il prete cattolico e quello anglicano vanno d’amore e d’accordo, però quello che deve muovere gli ideali è il sogno, l’utopia, poco importa che sia irrealizzabile o che il mondo sognato non esiste, o non è mai esistito: quello che conta è tendere per quanto possibile a quello ed essere mossi dallo spirito del mondo che si sogna.

“The quiet man” non è la fredda utopia frutto di elucubrazioni di intellettuali col mal di pancia, ma il desiderio di un mondo a misura d’uomo, non costruito a tavolino per “uomo” ipotetico, questo sì che non esiste o esisterà mai, ma vissuto dagli uomini veri, con i loro difetti, ma anche dal loro lato migliore, anche se questo fosse il gancio destro o il saperlo incassare con nonchalance.

Cinematograficamente è un capolavoro, ogni fotogramma è bilanciato come un quadro d’autore, la trama è solida ed è capace di fare ridere e commuovere, dopo quasi 60 anni, non solo molto più di un cinepanettone, ma anche di tanto cinema comico di qualità. 

Tutto ciò nonostante il film sia pieno all’inverosimile di cliché sull’Irlanda, ma è anzi proprio per quello che alla fin fine va contro tutti luoghi comuni, al punto che Ford si permette di proporre John Wayne in versione romantica, perché anche un uomo che sa prendere la vita, e “Red Will” Danaher a pugni, può essere romantico, anzi lui più di altri che alla prima difficoltà corrono dall’analista.

Ferdinando Menconi


“MUORI Milano Muori”

Ottobre 2011 - anno 4 - Numero 37