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INDIGNADOS e Bandidos

Lo scorso 15 ottobre a Roma abbiamo assistito ad una normale giornata del lancio del sanpietrino, delle vetrine in frantumi e delle auto incendiate. Dico normale perché rientra nella norma dei salmodianti e inutili cortei di protesta vedersi sfruttati da piccoli gruppi calati appositamente per regalarsi un pomeriggio di sfogo. I centinaia di incappucciati, spesso studenti di buona famiglia, molti gravitanti nella galassia dei centri sociali meno addomesticati, alcuni più grandicelli già presenti nelle schedature di polizia, rappresentano in realtà la punta più onesta della rabbia giovanile, e non solo giovanile, che cova sotto la cenere. Spaccano e appiccano roghi perché alla brutalità quotidiana, inafferrabile ma torturante del sistema, che precarizza e svuota di senso l’esistenza, sentono l’urgenza di dover opporre un gesto di rivalsa che li faccia sentire vivi e che sbatta in faccia agli oligarchi e ai benpensanti la propria carica di odio represso. Non fanno i sepolcri imbiancati recitando la litania dell’indignazione, ma rispondono alla violenza con la violenza. Lo ha spiegato con parole eloquenti e ispirate l’anonimo “black bloc” intervistato dal Fatto Quotidiano online: «Non c’è più da aspettare un miglioramento, la rivoluzione, l’apocalisse, nucleare o un movimento sociale. Aspettare ancora è una follia. … Smettere di aspettare significa entrare in qualche modo nella logica insurrezionale. Significa tornare a percepire nella voce dei nostri governanti, quel leggero tremolio di terrore che mai li abbandona. E governare non è mai stato altro che rinviare attraverso mille stratagemmi il momento in cui la folla vi impiccherà»1. 

 

Bandidos

Di insurrezione in insurrezione aspettando «la rivoluzione, la distruzione e il superamento dello stato di cose presenti», sottolineando intelligentemente come sia lontano dalle loro intenzioni il ricorso alla lotta armata e al terrorismo, esperienze tragiche rivelatesi fallimentari negli anni ’70. Bene, ma cosa vuol dire fare la rivoluzione? Non c’è traccia di una forza organizzata, per quanto piccola. Non si intravede una strategia politica. A parte il richiamo al risentimento popolare, non c’è uno straccio di analisi della società e delle strutture di potere dominanti. Non viene neppure delineato un nemico chiaro, con un volto, un nome, un indirizzo. Manca la meta, la visione alternativa. Se questo è certamente il tempo per distruggere, per convincere della bontà di quest’opera di demolizione non basta certo, tautologicamente, asserire che è necessaria. Limitarsi ad un giorno di guerriglia in piazza non smuove le coscienze, semmai, vista la puntuale macchina di criminalizzazione messa in moto dai media embedded, ottiene il risultato opposto: fa allontanare impauriti i simpatizzanti del vagito di rivolta. 

 

Indignados

Insomma, la via spontaneista, anarcoide, puramente stradaiola della ribellione non porta da nessuna parte. I bandidos, però, almeno rischiano (le manganellate o la galera). Gli indignados, invece, si adagiano nel rassicurante rito della scampagnata fra striscioni, bandiere, cori e balli. Pascolano felici di fare il gregge colmo di buone intenzioni, totalmente inoffensivi rispetto agli obbiettivi contro cui manifestano (non a caso, e non per un improvviso attacco di schizofrenia, il presidente della Bce Mario Draghi ha voluto esternare la propria sintonia con i suoi contestatori). La pecora da corteo si appaga di partecipare all’evento di protesta, come se questo potesse scalfire l’immane meccanismo mondiale della finanza che stritola governi, Stati, popoli. Se il suo alter ego col passamontagna è più lucido ma la sua azione è controproducente e in sostanza idiota, l’indignato pacifico è innocuo come un agnellino che strepita prima di finire al macello. La manifestazione classica, facile preda dei partiti istituzionali pronti a vendersi la massa belante alle prossime elezioni, non ha più nessun senso. È sterile, non fa paura ai padroni del vapore, serve soltanto a darsi l’illusione di contare un po’ più di quello zero che in realtà vale il cittadino in una democrazia. Anzi, diciamola tutta: manifestare una tantum all’insegna della non-violenza e della buona educazione fa il gioco dell’avversario. Si concede al popolo torchiato e oppresso di provare l’ebbrezza di dire no per un sol giorno. A patto che non vada oltre, e la sera riavvolga ordinatamente la bandierina e se ne torni a casa a rodersi il fegato per l’impotenza. 

 

Profeti inascoltati

Strette fra questa morsa, formicolano le cerchie semi-clandestine di attivisti, giornalisti, blogger, intellettuali e gruppi extraparlamentari che hanno capito che la libertà si conquista mettendo in discussione i fondamentali del sistema economico e politico. Dal nostro Movimento Zero al Movimento della Decrescita Felice, da Alternativa di Giulietto Chiesa al Bene Comune di Ferdinando Rossi, da Appello al Popolo a Eurasia, da Costanzo Preve a Marco Tarchi fino a lambire un sempre più radicale Beppe Grillo, l’elaborazione teorica del dissenso è viva, fertile, produttiva, ancorchè confinata al web e a pubblicazioni di nicchia. Il movimento planetario “Occupy”, figlio diretto dei moti d’indignazione spagnoli di questa primavera, ha senz’altro compiuto un salto di qualità rispetto al vecchio paradigma no-global, poiché ha alzato il tiro e messo nel mirino da un lato le banche, centro dell’infernale modello di sviluppo, e dall’altro la democrazia reale, che di democratico non ha nulla. Sebbene ancorati ad un immaginario retrò di matrice anarchica e socialisteggiante (specialmente a Zuccotti Park e nelle assemblee permanenti americane), il rifiuto della falsa dicotomia destra-sinistra e la denuncia dello strapotere finanziario e tecnocratico sono un bel passo in avanti, messi a confronto col generico altermondialismo equo e solidale. Però gli indignados sembrano non afferrare in pieno la portata e le conseguenze di una critica a tutto campo. Ignorano o non capiscono quel che vanno sostenendo le punte avanzate della ribellione, che ho citato sopra per quanto riguarda l’Italia. I centri di pensiero e le menti più raffinate restano inascoltate (probabilmente perché la cultura non ha da un pezzo una funzione di guida sulla politica attiva, compresa quella borderline e antisistema). Difatti non si sente una voce che si levi dalla folla per proporre di riprenderci la sovranità monetaria, nazionalizzare le banche centrali, trasformare il credito in un servizio pubblico. Si inveisce contro gli strozzini ma non ci si rivolta contro lo strozzinaggio in quanto tale. Ci si lamenta dell’Eurocrazia ma non si dice se e come ripensare l’Europa. Si marcia contro il capitalismo speculativo ma poi tutto si risolve nel chiedere che i sacrifici li facciano i ricchi con la patrimoniale, quando invece le lacrime e sangue non dovrebbe versarle nessuno, tranne i colpevoli della crisi che andrebbero sbattuti dietro le sbarre come i criminali che sono. 

 

Democrazia: il nemico

Per farla breve, temo che la contestazione globale contro banche, Borse e politici a libro paga sarà l’ennesima occasione mancata. Per un motivo preciso: l’ambiguità sul nodo gordiano della democrazia. I violenti lo hanno sciolto, a modo loro. Ma si tratta di aprire gli occhi sulla finzione democratica alla maggioranza immersa nel mondo delle favole. Scrive acutamente il neo-marxista Slavoj Zizek, uno dei filosofi chiamato a dire la sua in piazza a New York: «il nemico ultimo oggi non si chiama capitalismo, impero, sfruttamento o cose del genere, ma democrazia: è l’ “illusione democratica”, l’accettazione dei meccanismi democratici come unico mezzo legittimo di cambiamento, a impedire un’autentica trasformazione dei rapporti capitalistici»2. Ecco dov’è il grande limite dell’odierna indignazione: non afferma chiaro e tondo che in cima alle rivendicazioni va posto come prioritario l’abbattimento di questa democrazia. Senza prima fare a pezzi il contenitore legittimante (la truffa elettorale, il partito unico in parlamento), non sarà possibile mettere in crisi il contenuto (il capitalismo totalitario del debito eterno e della crescita infinita). Capire questo è capire tutto. 

Alessio Mannino

 

Note:

1) “Parla il blocco nero: “Gli indignati? Deboli e destinati a sparire. Ci vuole l’insurrezione”,  

 "http://www.ilfattoquotidiano.it", 21 ottobre 2011

2) S. Zizek, “L’illusione della democrazia”, London Review of Books, in L’internazionale 4 novembre 2011. 

DESTINATI A LAVORARE “finché morte non vi separi”

Moleskine Novembre 2011