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Moleskine Novembre 2011

L'Europa nelle mani della speculazione

VENERDÌ, NOVEMBRE 11, 2011

E anche la Grecia ha il suo tecnocrate al governo. Dopo la debacle di Papandreous, reo, sebbene in ritardo, di aver anche solo ventilato di voler dare la parola al popolo per esprimersi sulle misure di austerity, ipotesi che in Europa gli hanno fatto rimettere nel cassetto immediatamente condendo il tutto con la sua testa, ovvero con le sue dimissioni, il nuovo nome per guidare Atene risponde a Luca Papademos.

Si tratta di un economista, ma soprattutto di un ex presidente della Banca Centrale Europea. Il "giovane" sessantacinquenne è stato nominato capo del nuovo governo di coalizione. Ad egli il compito di rassicurare i mercati, ovvero di attuale tutte le norme imposte dall'Europa e dalla trojka, per fare in modo che la Grecia possa rimanere legata alla macina della speculazione internazionale.

La scelta di Luca Papademus va letta in una chiave più ampia, europea o, meglio, tecnocratica. Chi meglio di un ex presidente della Bce poteva sedere sullo scranno più alto di un Paese commissariato (e disintegrato) dalla finanza e dalla speculazione?

Vale la pena estendere il ragionamento ancora di più. Alla Banca Centrale Europea siede Mario Draghi, reo insieme alla Goldman Sachs di aver portato la Grecia allo stato nel quale si trova, e ora a guidare la Grecia stessa va un altro uomo della stessa cricca - più precisamente ancora, della cricca della Commissione Trilaterale. E in Italia sta per succedere lo stesso: Mario Monti è l'alter ego di Papademus in Grecia e di Draghi in Europa: uomo del Bilderberg, di Goldman Sachs e della Trilaterale.  Ancora una volta, la pedina adatta a portare a termine la macelleria sociale tanto voluta da Fmi, Ue e Bce. Una volta i politici erano considerati "i camerieri dei Banchieri". Adesso i Banchieri stessi siedono sulle poltrone della politica. E per i popoli non vi sarà più scampo. Tutti i Paesi consegnati definitivamente nelle mani della tecnocrazia, mediante il sistema della imposizione di "governi tecnici" atti unicamente ad applicare senza mezzi termini ciò che governi politici non potrebbero fare.

Si apre una nuova era, e si porta a compimento sempre di più, un pezzetto alla volta, la totale perdita di sovranità da parte degli Stati e dei popoli. Non ci stupiremmo se anche in Portogallo, e poi in Spagna (e poi nel resto d'Europa) si arrivasse presto a "dover" nominare altri esponenti della solita triade di potere finanziario mondiale.

Negli Stati Uniti è lo stesso, sia chiaro: i Presidenti sono diretta espressione, di facciata, dei poteri forti, ovvero delle lobby finanziarie, ma da quelle parti si mantiene ancora una parvenza ipocrita di democrazia (che sappiamo tutti, beninteso, non essere tale). Sappiamo tutti che Bush è stato e Obama è nulla più che testa di legno. Ma il vecchio continente ora fa un ulteriore passo avanti. Direttamente i Banchieri, gli uomini presentabili della speculazione, a guidare la politica dei Paesi. 

Nel totale torpore culturale, informativo, percettivo dei popoli. Soprattutto di quello italiano.

Valerio Lo Monaco


Mario Monti premier:

la truffa dei tecnici “super partes”

GIOVEDÌ, NOVEMBRE 3, 2011

Un anno fa era Mario Draghi, a essere caldeggiato come il sostituto ideale di Berlusconi a Palazzo Chigi. Non certo come leader di un nuovo partito, visto che già faceva il governatore della Banca d’Italia e lo faceva così bene, ma nei panni dell’outsider di lusso. Il superprofessionista che interviene una tantum, in soccorso di quei pasticcioni della politica che si sono infilati in un vicolo cieco e non sanno più come uscirne. Il manager strapagato che di regola sta al servizio dei privati, con reciproca soddisfazione, e che però, di fronte all’emergenza che affligge la Patria, accetta di trasformarsi in “civil servant”, sobbarcandosi l’ingrato compito di rimettere le cose in ordine. 

Sottinteso: bisogna dirgli grazie e bisogna dirglielo prima, durante e dopo, perché non è affatto tenuto a prendersi la gatta da pelare. E perché una volta che l’avrà pelata a puntino – ma in questo venire dal settore bancario aiuta – non mancherà di restituirla ai legittimi proprietari, per poi tornare alle sue precedenti occupazioni. Non proprio un novello Cincinnato, ma quasi. Non proprio un eroe che si immola, ma quasi. Se un giorno vorrà, così come avvenne con Ciampi, sarà un onore averlo anche come presidente della Repubblica. Come ben sa chi conosce Roma, in senso letterale e metaforico, Palazzo Koch non è affatto lontano dal Quirinale.

Adesso, invece, tocca a Mario Monti. E del resto non lo si scopre mica oggi, per soluzioni di questo genere: da quando è stato alla guida della Commissione Europea, nel decennio compreso tra il 1994 e il 2004, viene spesso magnificato per la sua competenza e, ancora di più, per l’apprezzamento internazionale di cui gode. Aggiungeteci che è presidente dell’università Bocconi e che è uno degli editorialisti più accreditati del Corriere della Sera (nonché presidente della sezione europea della Trilateral e membro del direttivo del Gruppo Bilderberg, anche se questo non tutte le biografie lo riportano), ed ecco un curriculum pressoché perfetto, ai fini di una sua candidatura alla guida di un esecutivo “tecnico” che supplisca alle inadeguatezze di quello uscito dalle urne. 

Lui si schermisce. In un’intervista rilasciata a Canale 5 all’inizio di agosto puntualizza la sua estraneità rispetto ai desideri, e figuriamoci alle manovre, di chi vorrebbe coinvolgerlo: «Non ho mai partecipato alla disputa governo tecnico sì, governo tecnico no; a me, come cittadino, piacciono i governi politici, governi che abbiano la caratteristica della leadership». Ma appena quattro giorni fa, il 30 ottobre, indirizza una lettera aperta a Berlusconi, reo di aver messo in discussione i pregi dell’euro, e gli impartisce una lezioncina in piena regola: «di una cosa, signor presidente, può essere certo: se l'Italia non fosse nella zona euro, emettere titoli italiani in lire sarebbe un'impresa ancora più ardua. Che l'Italia stia facendo pesanti sacrifici, è vero. Essi sono più pesanti di come sarebbero stati se si fosse ammesso per tempo il problema di una crescita inadeguata. Ma non posso credere che Lei pensi davvero che l’Italia faccia questi sacrifici non per rimettersi in carreggiata e ridare un minimo di speranza ai nostri giovani, ma “per difendere l’euro dall’attacco speculativo”. Mentre è vero se mai che la Bce, con risorse comuni, interviene a sostegno dei titoli italiani».

Dovrebbe bastare, per capire l’approccio. E per capire come mai si torna a fare il suo nome in funzione del famigerato “governo di responsabilità nazionale” che dovrebbe traghettarci fuori dai gorghi della speculazione contro i nostri titoli pubblici – salvo poi lasciarci incagliati sulle secche di un debito immenso che non saremo mai in grado di ripianare. Secondo Elisa Calessi, che ne ha scritto ieri su Libero (qui), si profilerebbe addirittura un’investitura diretta da parte del Capo dello Stato: «Napolitano convoca direttamente Monti, lo nomina presidente del Consiglio, nomina i ministri. E manda il nuovo esecutivo in Parlamento per riscuotere la fiducia delle forze politiche. Le quali non potrebbero non accordargliela, vista la situazione e visto che questo governo caverebbe le castagne dal fuoco ai partiti, varando quei provvedimenti che destra e sinistra non riescono a fare. In più avrebbe il sigillo del presidente della Repubblica, che gode di una fiducia plebiscitaria tra gli italiani. (…) Stefano Ceccanti, costituzionalista e senatore del Pd, vicino a Napolitano, conferma: “Il presidente della Repubblica può procedere direttamente alla nomina, richiamandosi all’articolo 92 della Costituzione”».

Voglia di commissariamento, come si vede. E la scusa è la solita: poiché l’impasse è di natura prettamente economica, e visto che l’economia è una sorta di scienza esatta che poggia su regole precise e per molti versi inderogabili, la persona più adatta a occuparsene è un esperto della materia. Uno studioso. Uno che per definizione è al di sopra delle parti. 

Si scrive “tecnico”, si legge tecnocrazia. Si scrive “credibilità internazionale”, si legge schiavitù. 

Federico Zamboni

  

Trilaterale e Goldman Sachs

GIOVEDÌ, NOVEMBRE 10, 2011

Mario Monti non è chi vogliono farci credere, il salvatore della patria disinteressato e praticamente santo. L’imminente governo di emergenza nazionale che con tutta probabilità sarà presieduto dall’economista non è tecnico come sembra. Il capo dello Stato, ossia il funzionario Bce e proconsole Nato Giorgio Napolitano, non lo ha nominato Senatore a vita della Repubblica per i suoi “meriti” di professore e grand commis. Questa è la versione della propaganda ufficiale. La realtà è diversa.

Monti è un tecnocrate di punta della ragnatela di lobby internazionali che muove i fili dietro le quinte. Non è complottismo: è semplicemente prendere atto che esistono club di potenti che non fanno altro che fare ciò che faremmo tutti al loro posto, cioè perseguire i propri interessi. E siccome tali interessi sono di natura finanziaria, non conoscono confini statali e obbediscono a dinamiche oligopolistiche di mercato, tutte le esigenze che li ostacolano vanno piegate e neutralizzate. Sovranità dei popoli, primato della politica, sicurezza sociale: se interferiscono devono essere accantonati, svuotati, messi a tacere. Con l’operazione Monti si fa un altro passo: cade l’ultima finzione di democrazia e viene issato al governo un Quisling locale, il nostro Karzai. Una volta gli Stati venivano invasi e occupati con gli eserciti e le armi. Oggi sono conquistati col ricatto di superpoteri finanziari, a cui ci siamo colpevolmente legati mani e piedi lasciando che ci mettessero il guinzaglio dell’euro. In nome dell’Europa stanno facendo passare l’idea che la politica, che ci dicono democratica perché ogni tot anni andiamo a votare, non conti assolutamente nulla. Siamo governati dallo spread e appesi agli umori dei mercati. Perciò non si vede perché a Palazzo Chigi non debba insediarsi un loro uomo. 

Dall’impeccabile curriculum da brividi, per altro: il bocconiano Monti è advisor Goldman Sachs, presidente europeo della Commissione Trilaterale, membro direttivo del Gruppo Bilderberg, già a capo del think thank Bruegel, ex commissario Ue e, logicamente, editorialista del Corriere della Sera. Quest’estate aveva invocato un “podestà forestiero” che mettesse in riga l’inaffidabile Italia berlusconiana. E chi poteva essere se non lui stesso, il nostro prossimo macellaio bipartisan?

Alessio Mannino

  

La Troika e l’anomalia Berlusconi

VENERDÌ, NOVEMBRE 4, 2011

Nessun dubbio: nella mappa del potere occidentale Berlusconi è una figura anomala. E lo è per una ragione molto precisa. Mentre gli altri personaggi di vertice sono essenzialmente degli uomini di apparato, che hanno conseguito i loro posti a causa dell’appartenenza a strutture preesistenti, lui è un autocrate. E lo rimane, nei suoi tratti fondamentali, al di là di tutti i legami che può aver stabilito di volta in volta coi vari Craxi, Dell’Utri e Licio Gelli, o con chiunque possa averlo aiutato a emergere e ad affermarsi. 

Mentre un Mario Draghi, ad esempio, è un funzionario di altissimo livello, che trova normale mettersi al servizio di strategie altrui e che, c’è da supporre, subordina le sue preferenze personali al raggiungimento della mission prefissata, Berlusconi è uno che si è fatto da sé e che pertanto ha del proprio ruolo una concezione, e prima ancora una percezione, spiccatamente psicologica. Ovvero emotiva. Lui non vuole limitarsi a esercitare il comando nelle forme sotterranee di un Andreotti. Vuole esibirlo nel modo prorompente, e pacchiano, di un Gheddafi. Se ne vuole inebriare. Utilizzandolo per soddisfare il proprio ego smisurato, fino alla deriva maniacale e autolesionista che stiamo vedendo negli ultimi anni. 

In questa sua dinamica infantile, da bimbetto che vuole stare sempre al centro dell’attenzione, il bisogno di consenso è spasmodico. Pur essendo un affarista non meno cinico e spregiudicato di tanti altri, c'è in lui un desiderio di apprezzamento (e persino di "amore") che ne fa un demagogo non solo abile ma a suo modo sincero, limitatamente al desiderio di piacere ai propri sostenitori. Se davvero potesse – e se la cosa non entrasse in conflitto con i suoi interessi sia leciti che illeciti, e con le sue pulsioni più o meno sgangherate e con le sue smanie di protagonismo – non c’è dubbio che sarebbe lietissimo di concedere vantaggi e regalie a piene mani. La promessa di ridurre le tasse, ad esempio, non è solo frutto di un calcolo elettorale, ma di una propensione a largheggiare: è l’atteggiamento del sovrano che vuole essere adorato dai suoi sudditi; del padrone che vuole essere considerato un padre dai dipendenti (con l’eccezione di alcune giovani lavoratrici di bell’aspetto…); del presidente della squadra di calcio che vuole essere acclamato dai tifosi.

Finché tutto questo restasse confinato in una sfera privata, come nel tipico cliché del “cumenda” lombardo, si tratterebbe solo di una delle innumerevoli distorsioni della psiche umana. E finché gli sprazzi di megalomania venissero pagati di tasca propria, ammettendo che i denari spesi fossero stati guadagnati onestamente o se non altro in maniera non criminosa, ci troveremmo nei limiti di un esibizionismo magari sgradevole ma pur sempre di scarso rilievo. Vedi il “bunga bunga”, appunto: un puttanaio miserabile, e per molti versi malinconico, che però si esaurirebbe nella sua stessa cerchia di vecchi satiri a caccia di sesso e di ninfette spregiudicate in cerca di soldi. 

Non è il caso di Berlusconi, com’è noto. Ciò che rende inaccettabile uno come lui, a parte i reati veri e propri, sono due cose: la prima che utilizzi le sue televisioni per diffondere modelli di comportamento pessimi, peraltro non molto dissimili da quelli che imperano nella cosiddetta “industria dello spettacolo”; la seconda è che per mezzo della politica abbia avuto la possibilità di esercitare un controllo diretto sulle istituzioni, piegando a proprio vantaggio sia la funzione amministrativa, dall’alto di Palazzo Chigi, sia quella legislativa, attraverso il controllo della maggioranza dei parlamentari. 

Tornando alla questione iniziale, ossia ai rapporti e agli attriti con la “troika” formata da Fmi, Ue e Bce, le divergenze ruotano intorno alla tendenza di Berlusconi a fare di testa sua, anziché sottomettersi di buon grado alle indicazioni di questa potentissima cabina di regia delle vicende internazionali. Tale insofferenza, però, non va assolutamente scambiata per un dissidio di più nobili origini. Alla base non c’è affatto una contrapposizione fra un approccio cinico e pronto a gettare interi popoli nella miseria, quello della Troika, e una visione equanime e almeno in parte solidale, quella di Berlusconi. Il fatto che quest’ultimo sembri prendere le difese degli italiani, opponendo resistenze più o meno consistenti ai piani di asservimento che si stanno cercando di imporre al nostro Paese, è una mera coincidenza. Come vedere un bullo di periferia che litiga con dei boss. Non è San Giorgio che affronta il Drago. È solo uno Scarface che non ammette di prendere ordini, o che lo fa controvoglia.

Federico Zamboni  

 

PS Un’ultima considerazione, che va molto oltre la vicenda specifica: un rischio di cui bisognerebbe essere sempre coscienti è che di fronte a due posizioni, quali che siano, la nostra mente tende comunque a sceglierne una. È lo stesso meccanismo, quanto mai ingannevole, che conduce a privilegiare il cosiddetto “male minore”. Meglio la vecchia mafia, di quei pazzi sanguinari dei Corleonesi. Meglio la Dc del magna-magna, rispetto al pericolo sovietico. Meglio il modello occidentale, per quanto iniquo e ipocrita e corrotto, piuttosto che l’integralismo islamico. E così, mentre ci si illude di scegliere, non si fa altro che lasciarsi risucchiare nella trappola delle opzioni predisposte dagli altri. Un errore fatale: tra i due litiganti, spesso, non ha ragione nessuno dei due.

 

Iran: il nucleare come “casus belli”

MERCOLEDÌ, NOVEMBRE 9, 2011

Il rapporto dell’AIEA, insolitamente chiaro e in linea con le indiscrezioni di parte Stelle (di David) e strisce, avvicina sempre di più l’ipotesi di scontro militare con l’Iran: l’Agenzia sostiene in maniera esplicita che il programma nucleare di Teheran ha connotazioni militari e lo fa usando toni mai impiegati prima.

Questa insolita chiarezza nelle conclusioni ha fatto dire alla diplomazia russa che «Il rapporto punta a minare la possibilità di una soluzione diplomatica», lasciando intendere che la neutralità questo sia discutibile. Le  “anticipazioni” sul rapporto stesso, di marca israeliana o statunitense, sono così puntuali da poter dare l’impressione che sia stato scritto “sotto dettatura”, ma anche così non fosse questa conoscenza fin quasi al dettaglio, da parte dei governi dei due paesi citati, implica quantomeno una fuga di notizie tale da dimostrare una vicinanza indebita ed eccessiva fra gli autori del rapporto e una delle fazioni interessate.

Non si vuole entrare nel merito del rapporto stesso, che potrebbe anche stare riportando correttamente i fatti: Teheran ha strategicamente interesse a poter divenire una potenza nucleare in senso bellico, e certo resta da dimostrare se stia perseguendo questo fine, ma anche dimostrare che non lo stia perseguendo dovrebbe essere suffragato da prove più convincenti, però.

Prove che, questo è il punto, difficilmente potranno mai essere abbastanza convincenti per Israele o USA, che sembrano intenzionate a colpire l’Iran anche a costo di fabbricarle artificiosamente, come fu per Saddam. In fondo, una volta scoppiata la guerra a chi importa più se Bush aveva mentito sulle armi di distruzione di massa: rischiò di più Clinton per aver mentito su un pompino.

Sostanzialmente se l’Iran abbia intenzione o meno di dotarsi di armi nucleari è un falso problema, la vera posta di questa partita a scacchi è se, sulla base di questo spauracchio, si riuscirà a colpire Teheran, fino a che punto e con quale grado di consenso internazionale.

Il rapporta AIEA è un punto a favore di Israele, la Francia infatti ha prontamente sollecitato una riunione del Consiglio di sicurezza per l’adozione di sanzioni durissime, in linea con le richieste di Tel Aviv: Netanyahu è un bugiardo, come ha adetto Sarkozy, ma stavolta è un’agenzia internazionale a parlare e bisogna farsi perdonare la sbavatura del G20.

La palla è nel campo iraniano, adesso: se il programma è realmente a soli fini civili, il regime di Teheran ha tutto l’interesse alla massima trasparenza, visto che proprio in base al precedente di Saddam gli USA non avranno gioco facile nell’accreditare o screditare gli ispettori di turno, a seconda della convenienza dei loro rapporti; se il programma ha fini militari – che non possono essere esclusi a priori, altrimenti si cade in analisi ideologicamente viziate come quelle di Washington e Tel Aviv – il discorso cambia in modo radicale ed apre a scenari non ancora presi realmente in considerazione da nessuno.

L’attacco militare non è però imminente come sembra: il ricorso al Consiglio di sicurezza dovrebbe posporlo almeno per i tempi tecnici necessari affinché questo si riunisca e deliberi. La tensione resta però altissima e continua a salire. L’Iran infatti non si è piegato alle conclusioni dell’AIEA, che critica apertamente, e, pur dichiarando che collaborerà, nel rispetto degli obblighi del Trattato di non proliferazione, ha ribadito che non abbandonerà i suoi “legittimi diritti” in materia, aggiungendo di essere pronto a distruggere Israele in caso di attacco.

È chiaro che nel caso di raid non andrà a finire come quando Israele bombardò senza ripercussioni il “nucleare” di Saddam. Stavolta si aprirebbe un conflitto di dimensioni ed esiti difficili da valutare, ma con ripercussioni sicuramente catastrofiche.  Anche l’inasprimento delle sanzioni, se riuscisse a creare esiti “paralizzanti”, come Israele desidera, potrebbe però portare a contromisure decise da parte iraniana.

Appare, altresì, chiaro che Israele non vuole un semplice raid punitivo, ma una guerra che coinvolga gli Stati Uniti in modo che siano questi a sobbarcarsi il compito di sbarazzare lo Stato ebraico del suo acerrimo nemico, pagandone così il prezzo maggiore in termini sia di vite umane che di oneri economici. Le eventuali conseguenze e ripercussioni sulla stabilità internazionale o l’espansione del conflitto non rivestono il benché minimo interesse per Israele, che ha a cuore solo il suo diritto divino ad espandersi e radicarsi.

La partita a scacchi è però multiplayer. Cina e Russia non sono ancora scese in campo e potrebbero rivelarsi un ostacolo molto duro per i piani israeliani. Non è un caso che le indiscrezioni sugli aiuti esteri riconducano, in maniera non troppo velata, proprio a Mosca. Tuttavia, viste le reazioni del Cremino e il succitato commento «Il rapporto punta a minare la possibilità di una soluzione diplomatica», non sembra che l’accusa abbia dato i risultati sperati, anzi. Un altro giocatore da non dimenticare è poi l’elettorato statunitense, che nonostante l’offensiva mediatica in corso potrebbe punire Obama e negargli ogni residua speranza di rielezione, se il premio Nobel per la Pace aprisse un altro fronte di guerra.

La situazione è estremamente complessa: difficile valutare quale scenario si realizzerà, ma ogni analisi va basata sul fatto che Israele cerca un conflitto armato con il massimo coinvolgimento di terzi alleati e che il nucleare iraniano è solo un fantoccio polemico su cui fondare un casus belli.

Ferdinando Menconi

 

Santoro, il servizio pubblico,

e i 10 euro. Giudizio sospeso

VENERDÌ, OTTOBRE 14, 2011

La notizia è nota, perché quando un grosso calibro della comunicazione, nel senso, se non altro, dell'esposizione mediatica, si lancia in una avventura - che avventura non è, come vedremo - come questa, tutti accorrono ad amplificarne la diffusione, per quella non detta, ma certissima, usanza, di aiuto fraterno tra chi di riffa o di raffa fa parte del medesimo ambito. O teatro, come in questo caso.

Comunque: Michele Santoro riparte, e lo fa con la trasmissione Comizi d'Amore (nome terribile: sembra coniato da Berlusconi) ma non attraverso la Rai, o Mediaset, o Telecom di La7. Lo farà attraverso un sito internet - serviziopubblico.it - con l'appoggio di Sky (trasmissione sul canale 100), vari streaming sul web più una cerchia di televisioni locali che ovviamente hanno fatto blocco nel dare l'ok a trasmettere un cult come il conduttore di AnnoZero.

La trasmissione parte il 3 novembre, che è un giovedì, come al solito (tutti i giovedì, da decenni, sono di Santoro, e qualcosa vorrà pur dire, nel bene e nel male). E anche noi, ovviamente, guarderemo la trasmissione, così come invitiamo a fare tutti i nostri lettori.

Fine del comunicato, doveroso.

Ma ora veniamo a un aspetto importante. Santoro, vista la natura "libera", o meglio non più imbrigliata in Rai, chiede di sostenere la causa con 10 euro di donazione, e nelle prime ore (ok, i primi tre giorni) dal lancio dell'iniziativa, ha raccolto oltre 400 mila euro. Grossomodo la metà del suo compenso annuale precedente in Rai.

Una cifra enorme, per una una impresa del genere, sebbene definirla "internet" o "2.0", visto l'eco sui media tradizionali, tv in primis, è ovviamente una sciocchezza. Non sufficiente, invece, per sostenere una trasmissione e un format come quello che ha sempre realizzato. Ma ci saranno ovviamente sponsor e pubblicità: come avveniva quando era in Rai, chi deve lanciare un messaggio a tantissima gente, sceglierà la trasmissione di Santoro per veicolare i propri spot. Perché i dati di ascolto, tra streaming, Sky e altre Tv locali, saranno altissimi.

Tornando ai 10 euro - che sono di donazione, sia chiaro, e non vincolanti, visto che in ogni caso la trasmissione sarà disponibile in chiaro a tutti, almeno sul web - qualche riflessione invece si può, e si deve, fare.

Noi la abbiamo accennata nella trasmissione Noi Nel Mezzo di lunedì scorso (qui) ma vale la pena precisare, anche perché, visti i commenti di qualcuno, potremmo non esserci spiegati a sufficienza.

Dunque i 10 euro a Santoro - per ora - non glieli diamo. Aspettiamo qualche puntata. Il motivo è molto semplice, e riguarda il "prodotto". E le dichiarazioni di Santoro.

Lo stesso, una volta "imbrigliato" in Rai (o Mediaset, come in passato) ha fatto sempre una trasmissione lodevole, e apparentemente - ripeto: apparentemente - al di fuori degli schemi di molta altra tv. Diciamo apparentemente poiché nell'arena di Annozero, pur godendo di servizi veramente importanti, abbiamo visto quasi solo e unicamente urlarsi contro esponenti politici di una classe generale che secondo noi, e lo sosteniamo da anni e anni, andrebbe spazzata via in toto. Il discorso i nostri lettori lo conoscono e non vale la pena ripetersi: si tratta della falsa democrazia rappresentativa e insomma della "sudditanza" spiegata nei vari libri di Massimo Fini.

Ora, per quanto attiene alla parte prettamente politica, la trasmissione di Santoro non ci ha mai regalato nulla di buono, ma non per colpa sua, per colpa degli ospiti, che sono (stati) quello che sono. Uno o due di una parte, uno o due dell'altra. Di un insieme che andrebbe buttato nel cesso.

Dal punto di vista delle idee, della metapolitica, della visione del mondo, delle reali possibilità di soluzione alle problematiche dell'attualità e di quelle storiche, invece, il nulla di nulla. Ancora una volta, non per colpa di Santoro, ma per colpa di chi è stato seduto su quelle sedie. Che Santoro ha però invitato, evitando di invitare altre persone. La nostra classe politica - tutta - non ha la minima idea di come si possa reagire alla attualità e di come si possa anche solo ipotizzare delle vie alternative a quelle che stiamo seguendo pedissequamente quasi in ogni parte del globo. E che ci hanno portato a dove siamo. Inutile fare degli esempi: sentire disquisire di economia e geopolitica, e di ogni altra cosa, dei luminari della materia come la Santanchè o Antonio di Pietro, o come Castelli o Bersani, o Rosy Bindi, ci permette (e ci suggerisce) di evitare qualsiasi commento.

Dove arrivano i limiti di Santoro? Nel fatto che non abbia mai aperto una trasmissione di "servizio pubblico" come sarebbe dovuta essere la sua AnnoZero, a delle idee altre. Ovvero alle alternative. AnnoZero è sempre stata una trasmissione non di servizio pubblico, ma al servizio della politica, di una sola politica, che voleva entrare in contatto con il pubblico. 

Beninteso, una trasmissione con livelli di qualità eccelsa in molti casi, e con professionalità eccellenti. Ma mai al vero servizio del dibattito e delle idee.

Perché un dibattito in cui alcune idee - nello specifico tutte quelle al di fuori della logica (politica) dominante - sono del tutto escluse, non è un dibattito, ma una arena a ingressi limitati. E pilotati.

Mai sentito parlare di decrescita ad AnnoZero, mai sentito nessuno offrire una visione alternativa dei motivi per i quali siamo entrati in crisi. Mai sentito nessuno, di una parte o dell'altra, abbozzare anche solo il ragionamento elementare che questa crisi, che deriva dal concetto originario sbagliato di crescita infinita in uno spazio finito, non si possa superare con ulteriore crescita, ma cambiando il paradigma nel quale viviamo.

Lo ripetiamo: la colpa di Santoro non è in quello che si è detto in trasmissione, ma in quello che non si è mai detto perché il conduttore stesso non ha mai permesso l'ingresso in studio di chi avrebbe potuto, anche solo potenzialmente, dire qualcosa di diverso.

E torniamo ai 10 euro. Adesso Santoro sarà ancora più libero. Così dice. E così, in realtà è, se solo si pensa meno ad alcune cose e molto di più ad altre, come ad esempio al vero "servizio" pubblico. Possiamo dunque sperare che la nuova trasmissione sarà aperta all'alternativa oltre che all'alternanza? Alle idee oltre che agli slogan? Agli intellettuali oltre che ai riscaldatori di sedie in Parlamento?

Vedremo. E ce lo auguriamo. E nel caso, ovviamente, contribuiremo alla causa. Se così non sarà (e presto lo vedremo, e per la precisione lo vedremo insieme, visto che stiamo pensando a una cosa particolare da fare qui sul nostro sito, in diretta con la trasmissione) lasceremo che i "messaggi" delle varie Santanchè e dei Di Pietro, dei Castelli e dei Bersani, vengano lanciati grazie al denaro degli spot pubblicitari. E con il benestare di Santoro. Come sempre.

Valerio Lo Monaco

 

Voglia di guerra fredda negli USA

VENERDÌ, OTTOBRE 28, 2011

Negli Stati Uniti si registra una crescente preoccupazione per la prepotente ascesa della Russia sul palcoscenico geopolitico, che la sta riportando a livelli prossimi dei tempi dell’URSS. Nell’ultimo decennio il gigante si è ridestato, grazie anche a Vladimir Putin, che l’ha fatto uscire dal baratro in cui era caduto durante la disastrosa gestione Eltsin, tanto rimpianta negli USA.

Quanto sia alto il livello di nervosismo oltreatlantico emerge, anche, dalle parole del portavoce repubblicano alla camera dei rappresentanti, John Boehner, che ha tuonato forti accuse contro la Russia, che, pur se non prive di fondamento, non denotano alcun comportamento anomalo o condannabile per una nazione che voglia essere protagonista sulla scena internazionale. La vera colpa della gestione Putin è che si oppone all’Impero americano, ponendosi addirittura come alternativa a questo.

La prima accusa di Boehner è che Mosca vorrebbe “ripristinare il potere e l’influenza dell’Urss”, fatto difficilmente contestabile, ma non certo illegittimo. Come non è illegittimo che gli USA vogliano mantenere il loro predominio, è naturale quindi che l’ascesa russa li preoccupi, ma non possono accusare altri di comportamenti che Washington pratica costantemente, e in misura molto più irriguardosa della sovranità degli altri stati.

Rispetto all’URSS esiste oggi anche un pericolo in più: la concorrenza economica. Il portavoce vorrebbe, infatti, venisse bloccata l’adesione russa al WTO, ormai quasi certa dopo gli accordi con l’UE, adducendo fra le motivazioni la presenza di, orrore, industrie nazionalizzate. Questa è concreta minaccia al modello iperliberista USA, in piena crisi: la presenza di una economia in crescita dove le imprese strategiche sono efficienti e che, anziché controllare lo Stato, sono al servizio dei suoi interessi e della sua politica.

Ancora più ipocrita è la seconda motivazione: “i media indipendenti imbavagliati, l’opposizione picchiata e incarcerata”. Questo però non ha impedito l’ingresso nel WTO della Cina, dove media indipendenti e opposizione non possono neppure esistere. Quanto ai “media imbavagliati” in occidente non siamo certo secondi alla Russia: per bloccare una voce indipendente o contraria al sistema basta la minaccia degli inserzionisti, almeno nei media commerciali  schiavi della pubblicità, ma anche le pressioni politiche, come è particolarmente evidente in Italia, sono tali da rendere i media liberi “non” indipendenti. Visto che molti di essi, appunto, "dipendono" dai contributi pubblici, "concessi" appunto se si fa endorsment verso la… dipendenza, quanto meno al sistema nel suo complesso.

“La Russia usa le risorse naturali come arma politica” è un’altra delle indignate accuse di Boehner, ma non si capisce cosa ci sia di così scandaloso e immorale: è nella normalità della geopolitica. Nulla di diverso rispetto a quanto facciano gli statunitensi, anzi una differenza c’è: la Mosca usa le sue risorse naturali, non quelle degli altri come fa Washington bombardando e invadendo qua e là.

Il portavoce repubblicano ha, inoltre, accusato Putin di essere un uomo “che sente una profonda nostalgia per l’era sovietica”, ma si potrebbe anche aggiungere zarista: Putin è un uomo che vuole vedere la Russia ridiventare un grande paese e questo è normale, non significa affatto che vuole ripristinare “lo stile e l’influenza sovietica”. Gli Stati Uniti devono rassegnarsi: la Russia sta riprendendo il suo ruolo internazionale di grande potenza continentale, ed infatti sta già dando filo da torcere sullo stesso scenario del “Grande Gioco”, in cui si scontrò nel secolo XIX con la grande talassocrazia Inglese di cui gli USA sono eredi dal secolo XX.

Che la  politica Russa, dai Balcani al Centrasia passando per il Caucaso, sia efficace lo rivela l’irritazione  USA per il fatto che Mosca “fa da sponda a regimi pericolosi e instabili”, scombinando così i loro piani anti Iran. Entrambi i Paesi perseguono, cinicamente e legittimamente, i loro interessi, anche se la Russia sembra starlo facendo in maniera decisamente più efficace.

Washington, insomma, accusa Mosca di comportarsi al suo stesso modo, ma è un’accusa che il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha potuto facilmente rispedire al mittente, dichiarando la sua preoccupazione per le violazioni del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti, motivando fondatamente che “i nostri timori vengono dalla necessità di impedire nuove violazioni del diritto internazionale e delle regole dell’Onu”. La Russia persegue cinicamente i suoi obiettivi, ma con quelle differenze, rispetto agli USA, che permettono a essa di poter dare lezioni di legalità all’amministrazione Obama.

Gli Stati Uniti devono rassegnarsi, sono finiti i “bei tempi” in cui la Russia era in ginocchio, preda dei grandi compiacenti oligarchi: dai tempi di Eltsin questa ha fatto passi importanti sulla via della democrazia, propone modelli economici alternativi a quelli del dominio della finanza sugli Stati e sulla scena internazionale è ridiventata una grande potenza che può rivaleggiare con gli Stati Uniti. Dopo la vittoria nella guerra fredda gli USA hanno gestito talmente male il dopoguerra, che i vinti di allora stanno per prendere il sopravvento, e non è neppure più possibile agitare il fantasma della dittatura come estrema arma: la Russia è un paese democratico, con le sue luci e le sue ombre certo, ma al pari di tutti gli altri Stati che si considerano tali, nessuno escluso, neppure quelli che la criticano.

Ferdinando Menconi

  

Primavera araba o islamista?

MERCOLEDÌ, OTTOBRE 26, 2011

Le Cassandre, che intravedevano dietro i modernissimi e spontanei movimenti web del Nordafrica una pericolosa deriva islamista, sembra stiano avendo ragione, ma questo è il destino delle Cassandre: avere ragione mentre il mondo dà loro, ottusamente, delle menagramo.

In Egitto sono in atto forti persecuzioni verso i cristiani copti, in Tunisia, dopo le marce per la censura televisiva, le prime elezioni libere stanno decretando un trionfo del partito islamico, mentre in Libia il CNT ha dichiarato che si ritornerà alla Sharia, la legge islamica, e il primo atto di “libertà” pare sarà l’abolizione del divorzio: il tiranno è morto, ma la libertà indietreggia.

Sembra essere di fronte ad uno scenario simile a quello che seguì la caduta dello Scià di Persia: i laici, che avevano contribuito alla caduta di un regime tirannico, si erano rapidamente scoperti come degli utili idioti al servizio di una terrificante teocrazia, che aveva ulteriormente ridotto le libertà dei non allineati rispetto al tiranno precedente.

La libertà tanto celebrata, specie da chi la credeva una vittoria del popolo web, mentre era frutto di organizzazioni ben più radicate nella società reale, sembra non essere in calendario. In Tunisia prossimamente si potrebbe respirare un clima opprimente come quello yemenita, magari non sarà immediato, la Tunisia ha troppo bisogno del turismo europeo per mostrarsi troppo oscurantista, però potrebbe finire come alle Maldive, dove nei resort ghetto per infedeli tutto è possibile, ma come se ne varcano i cancelli la realtà è ben differente: un islam ancora più triste di quello yemenita.

Come era facile supporre, nessun anelito di libertà laica ha agitato le masse: la spinta verso la laicità degli anni ‘60 ha subito una radicale inversione di tendenza, dopo che i pochi regimi non confessionali hanno subito il boicottaggio dell’occidente. Gli aerei della Nato hanno riportato la sharia in Libia, dove peraltro le leggi islamiche erano applicate, per certi versi, in maniera più radicale che in Yemen, dove un bicchierino era almeno possibile farselo e in compagnia di locali.

Le bombe della NATO hanno dato una spinta indietro alla condizione della donna: via il divorzio, ma ripudiare si può. Gheddafi era indifendibile, ma il regime prossimo venturo rischia di essere peggio, in Tunisia pare ormai quasi certo lo sarà, dopo che le illusioni del centro sinistra sono state spazzate via dal partito del profeta.

In Egitto il caos è vicino, se i militari perderanno il controllo della situazione, e, a chi sostenga che l’Islam in quel paese è tradizione, è il caso di ricordare che il cristianesimo copto ha radici molto più antiche, anche se comunque modernissime rispetto agli antichi Dei oltraggiati dai manifestanti, in musei e siti archeologici, un po’ così come i Talebani quando hanno preso a cannonate i Buddha, venerati in loco ben da prima della nascita del profeta.

Certo non deve essere impedito a chi vuole vivere secondo la legge islamica di farlo, ma, se si parla di libertà, questi non possono impedire, a chi non vuole seguirla, di vivere altrimenti. In Turchia, dove, nonostante gli assalti di Erdogan, resiste l’impianto statale laicista è ancora possibile che un gruppo di armeni, cresciuti come musulmani sunniti in quanto discendenti delle conversioni coatte dei tempi del genocidio, vengano battezzati cristiani armeni, come è accaduto domenica nella chiesa di S. Giragos, scene impensabili in nazioni retta dalla Sharia che simili apostasie le reprime nel sangue.

Se l’ingerenza occidentale è avvenuta per amor di libertà rischiamo di essere di fronte ad un fiasco peggiore degli interventi in Afghanistan e Iraq, ma anche fosse avvenuta solo per meri fini economici, come è sempre più palese anche ai rivoltosi del web, il fallimento è altamente probabile: il meccanismo che sembra si stia riproponendo è quello iraniano, che portò ad ingenti perdite per le multinazionali che già controllavano il paese.

Quella che si sta profilando è una clamorosa vittoria per l’Islam, che è riuscito ad avere al suo servizio addirittura le armate crociate e quelle del Grande Satana americano.

Ferdinando Menconi 

 

Renzi, il giovane con le idee vecchie

all'assalto della diligenza Pd

LUNEDÌ, OTTOBRE 31, 2011

Quando sbuca sui giornali e in tv con quell’aria da bamboccio saputello che snocciola continuamente battute per fare il simpatico, Matteo Renzi si candida come testimonial ideale del raschio del fondo del barile. Se, dopo quasi vent’anni di recital berlusconiano che imbellettava ogni sorta di porcherie ad personam, spregio della legge e volgarità dozzinale, il nuovo che avanza a sinistra prende le sembianze di un politico che dice tutto quello che amano sentirsi dire Confindustria, banche e poteri forti, allora il berlusconismo ha vinto: è tutto uno show, le idee non contano niente, importante è ossequiare il mercato. La definizione perfetta del sindaco Pd di Firenze, del resto, la diede il comico Crozza: Renzi, il nulla che avanza. 

Ci si potrebbe fermare qui, nel commentare l’exploit del “rottamatore” che questo weekend, con un convegno di tre giorni all’antica stazione Leopolda del capoluogo toscano, ha messo in vetrina l’ambizione di dare la scalata alla dirigenza del Partito Democratico: il “Big bang”, come l’ha chiamata lui con gusto mediatico. Può essere interessante, tuttavia, fare un po’ di radiografia a questo giovane smanioso di salire sulla ribalta. 

Renzi è figlio di Tiziano, ex parlamentare Dc, maggiorente locale della Margherita, oggi consigliere comunale a Rignano sull’Arno e, si dice, uomo di spicco della massoneria toscana. Lui, Matteo, di lavoro fa il dirigente in aspettativa della società di marketing di famiglia, la Chil Srl (che controlla la distribuzione dei giornali fra cui La Nazione). Come persona, è il classico, odioso, arrivista bravo ragazzo. Scrive Denise Pardo nell’ultimo numero dell’Espresso: «Scout, vincitore come è noto a 19 anni di una “Ruota della fortuna” di Mike Buongiorno…, bacchettone fin da ragazzo (contrario ai rapporti prematrimoniali), ancora devoto (messa la domenica, d’estate in Sardegna esercizi spirituali), molto amato da Cl, secondo il giornalista David Allegranti che ha scritto una sua biografia, Renzi ha “un decisionismo berlusconiano mixato a un’abilità democristiana e a un uso molto accorto dei media e della rete”». Il suo cursus honorum è stato un’ascesa inarrestabile. Democristiano dai tempi del liceo, giovanissimo segretario provinciale del Ppi nel 1999 e della Margherita nel 2003, diventa presidente della Provincia fiorentina nel 2004 e lo resterà fino al 2009, quando vince le elezioni per il Comune di Firenze dopo aver inaspettatamente strappato la vittoria nelle primarie interne al Pd. Da allora, forte della sua età anagrafica, ha impersonato nel partito la parte dell’enfant terrible che predica il rinnovamento della classe dirigente e del ceto politico. 

Il giovanilismo esasperato di cui ha fatto una bandiera, però, non basta più. Di qui il suo battere il tasto delle “idee” da candidare primeggiando sulle poltrone. Renzi ne promette, sempre cercando l’effetto sensazionale, addirittura 100. Ma se si va a sfruculiarlo appena un po’ più in profondità rispetto alle frasi fatte da salottino televisivo (cosa che ieri sera Fazio Fazio si è ben guardato di fare nel suo, com’è sua abitudine), emerge chiarissima e lampante la totale assenza di originalità e novità nei suoi messaggi. Figuriamoci di una qualsiasi, anche timida, tendenza a rompere tabù e luoghi comuni. Al contrario: Renzi è il trionfo del luogo comune. Il meglio (si fa per dire) che è dato trovare del Renzi-pensiero si può per esempio leggere in questa intervista al giornale online Linkiesta (qui). Andando alla sostanza, cosa rimane? Prevedibili richiami al volontariato, il generico liberismo del “meno tasse”, rattoppare la precarietà con ammortizzatori sociali e formazione, ma soprattutto l’adesione senza dubbi ai “contenuti” della lettera della Bce. Quindi taglio delle pensioni, licenziamenti più facili, vendita dei servizi ai privati, salvo fare marcia indietro quando sostiene che il problema delle multiutility locali non è la proprietà, pubblica o privata, ma se e quanto sia saggio l’amministratore politico di turno che ne nomina i vertici. Per inciso: un’argomentazione tipica della casta. 

In sintesi, siamo di fronte ad un’ennesima falsa promessa. In questo caso, talmente scoperta, ameboide, microcefala, tutta chiacchiere e distintivo, che ci vuole proprio un Chiamparino, ultramoderato prossimo presidente della Compagnia di San Paolo di Torino, o un Parisi, alchimista prodiano in perenne lotta correntizia anti-D’Alema, per conferirle la patente di grande “innovazione” (per tacere sugli altri simpatizzanti che comprovano la nullità del berluschino Renzi: Baricco, Brizzi, Ichino, Realacci). Se questo è il nuovo, meglio il vecchio Bersani. E’ un paradosso, naturalmente. Meglio di entrambi c’è chiunque si sia accorto che la sinistra, dal 1992 in poi, è un bastione dell’ingiustizia sociale sotto dittatura Bce. 

Alessio Mannino

  

Trovati finalmente i soldi

per il decommissioning nucleare:

ovviamente nelle tasche degli italiani

LUNEDÌ, NOVEMBRE 7, 2011

Nonostante i festeggiamenti seguiti alla schiacciante vittoria dei “sì” ai referendum dello scorso giugno, che hanno deciso una volta per tutte (anche se doveva già essere così) che in Italia il nucleare non s’ha da fare, ora i cittadini italiani dovranno sostenere i costi per la bonifica completa dei siti e degli impianti preesistenti: quasi cinque miliardi di euro. Una cifra importante, da sborsare da qui al 2025. In un momento, tra l’altro, in cui con un tecnicismo si potrebbe dire che “non abbiamo nemmeno i soldi per piangere”.

Le cifre sono state rivelate da Sogin, società responsabile del decommissioning nazionale, che solo nei primi cinque anni spenderà 400 milioni di euro.  Fra gli impianti interessati dalla bonifica spicca Bosco Marengo, in provincia di Alessandria. Lì, entro la fine di quest’anno, si concluderà l’operazione di decontaminazione e smantellamento dell’impianto di Fabbricazioni Nucleari, prima fra quelle che verranno finalmente terminate a livello nazionale. 

La Società Gestione Impianti Nucleari non si dovrà solo occupare dei rifiuti radioattivi delle centrali, ma anche di quelli creati dai centri che si occupano di medicina nucleare (radioterapie e diagnostica), dalle attività industriali o dalle attività di ricerca. 

La gestione (lo smaltimento non è possibile) delle scorie nucleari prodotte in Italia nel periodo atomico (1946-1990), che a metà anni sessanta ha portato il Paese ad essere secondo al mondo nella produzione di energia nucleare solamente agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, è stata affidata già nel 1998 alla Sogin, che sin dall’inizio ha fra i compiti da svolgere non solo lo smantellamento degli impianti nucleari italiani, ma anche il trasferimento in un unico deposito nazionale di rifiuti radioattivi.

«Sogin è chiamata a realizzare la più importante bonifica ambientale nella storia di questo Paese», ha affermato l’amministratore delegato Giuseppe Nucci, aggiungendo che «Il nuovo piano industriale intende migliorare l’efficienza e l’efficacia delle nostre attività con l’obiettivo di ottimizzare tempi e costi, per concludere la bonifica degli impianti nucleari, portarli a prato verde e restituirli ai cittadini e al territorio, consapevoli che Sogin è allineata alle migliori esperienze internazionali».

Ogni cittadino italiano, probabilmente anche il nuclearista più convinto, vorrebbe vedere raggiunti al più presto obiettivi fissati da ormai quasi trent’anni. In particolare, se lo augurano le persone residenti presso quelli che dovevano essere luoghi “temporanei”, e che invece hanno custodito per tre decenni le pericolose scorie in siti per niente attrezzati in quanto non destinati, appunto, ad essere quelli definitivi.

Sogin è una società pubblica e gran parte dei costi generati dalle attività che le sono state affidate sono ovviamente sostenuti dagli italiani, che pagano lo smantellamento attraverso le bollette, alla voce “oneri nucleari” contenuta nella componente A3. E se a quasi 25 anni dall’abbandono della produzione di energia da fonte termo-nucleare si devono ancora affrontare tutti questi problemi e questi costi, è difficile immaginare quanto si sarebbe speso se non si fosse deciso di abbandonare per tempo questo enorme non-senso. 

Ma ancor più è inquietante immaginare a cosa avrebbero potuto portare fenomeni come la corruzione o la malagestione tipiche del nostro Paese, in cui come si è tristemente appurato più volte non si è neppure in grado di gestire decentemente i rifiuti “tradizionali”.

Andrea Bertaglio 

 

Se vuoi l’egemonia, prepara la guerra

MARTEDÌ, NOVEMBRE 8, 2011

Sì, è vero, il motto latino diceva qualcosa di diverso: “si vis pacem, para bellum”, ossia “se vuoi la pace, prepara la guerra”. Ma l’evoluzione contemporanea degli equilibri internazionali impone una reinterpretazione della saggezza degli antichi romani. Assumiamo dunque, non senza fatica, il punto di vista degli americani. Pace per loro significa, dalla Seconda guerra mondiale in poi, egemonia a stelle e strisce su tutto il globo, o quasi. Un’egemonia anzitutto militare, espressa direttamente o tramite qualche governo fantoccio, che per mezzo delle armi impone un sistema economico chiaramente codificato, e asservito agli interessi specifici degli Stati Uniti.

Pace in America vuol dire essenzialmente garantire, portando le armi su territorio estero, o l’accesso a fonti energetiche abbondanti, che integrino o sostituiscano quelle autoctone insufficienti o in via d’esaurimento, o mercati di sbocco per i beni e i marchi made in USA. Durante l’ultima guerra, alla Wermacht i nazisti facevano seguire le SS, per completare appieno l’opera di “pacificazione”, secondo il metro dettato dal regime, dei territori conquistati. Oggi la strategia si è evoluta e modernizzata, e dopo il passaggio dell’esercito, la pace americana richiede il passaggio dei businessman, di Nike e McDonald’s, o l’appropriazione di fonti energetiche, o entrambe le cose.

Gli effetti sono sicuramente meno disumani di quelli delle SS, a una visione immediata, ma la determinazione è la stessa. E la devastazione che ne consegue è più sottile, diluita nel tempo e radicale di quanto possa sembrare. Perché le invasioni barbariche a stelle e strisce mirano a parassitare i territori esteri o a cambiarne la natura, per meglio adattarli all’installazione di una cultura del consumo, del marchio, della futilità, della presunta ricchezza e del presunto benessere, presupposti irrinunciabili per la sopravvivenza del sistema liberista americano.

Che però vacilla, com’è ben noto. Perde pezzi da tutte le parti. Anche e soprattutto per l’emergere di altre potenze concorrenti, molto più solide, sotto tanti aspetti. Quello economico, prima di tutto. Proprio in quei territori gli USA, e buona parte del mondo occidentale che va al loro traino, hanno trasferito, negli anni ’90, le attività produttive, mantenendo però marchi e brand. L’occidente ha smesso di produrre beni, e si è limitato a creare e diffondere marchi e miti, associando a questo una virtualizzazione dell’economia, tramite la finanziarizzazione spinta. Com’è naturale, alla lunga, chi produce “cose”, magari sostenuto da un sistema politico dirigista, finisce per emergere su chi spaccia aria fritta.

L’imputato numero uno, oggi, è la Cina, come abbiamo spiegato a più riprese. Il colosso orientale, mentre gli USA negli ultimi vent’anni affogavano nel loro liberismo senza regole, è spuntato quasi all’improvviso sullo scenario internazionale. Troppo tardi ci si è accorti che stava divorando, pezzo per pezzo, l’egemonia americana, nel frattempo “distratta” dal tentativo di appropriarsi di fonti energetiche altrui, in tutto il Medio Oriente, per sfamare la propria società, la più energivora del globo. E ora lo Zio Sam si presenta al confronto col fiato cortissimo, e politicamente più debole di quanto già non sia per sua stessa natura.

Così siamo al dunque. Oggi l’unico modo che gli USA hanno per non perdere la propria egemonia è seguire la propria tradizione, quindi prepararsi alla guerra. In particolare contro la Cina. E i fatti lasciano supporre che questa sia la strada del prossimo futuro. Ultimamente sono sempre più pressanti e insistenti le accuse americane rivolte contro Pechino per presunti attacchi hacker provenienti dall’estremo oriente e diretti a satelliti strategici USA. L’ultimo rapporto della “US-China Economic and Security Review Commission” parla chiaro, in questo senso, e sembra voler aggiornare su nuove frontiere tecnologiche i pretesti di guerra: non più attacchi navali inesistenti, come nel Golfo del Tonchino, 47 anni fa, ma questioni di cyber-pirateria.

Si parla poi con insistenza di un’imminente attacco di Israele contro l’Iran di Ahmadinejad. Casus belli: lo sviluppo nucleare civile su cui Teheran sta procedendo senza indugi, perseguendo un diritto che, per quanto irresponsabile (trattandosi di nucleare), gli dovrebbe essere negato solo perché gli USA hanno dichiarato unilateralmente l’Iran un “paese canaglia”. L’ipotesi di un attacco del genere suscita le preoccupazioni di molti paesi occidentali, che auspicano tiepidamente una soluzione pacifica e diplomatica, auspice l’agenzia internazionale sul nucleare (AIEA).

Ma soprattutto suscita le vibranti proteste di Cina e Russia. Stati che conoscono bene le strategie americane: dalla tragedia del Vietnam in poi, gli USA raramente si sono imbarcati in interventi armati diretti. Da allora hanno preferito farlo per interposto governo o sotto presunti “ombrelli” internazionali. L’attacco all’Iran non farebbe eccezione: dietro i bombardamenti israeliani ci sarebbero gli Stati Uniti, e il loro cane da guardia europeo, la Gran Bretagna. Poi c’è la nota questione dell’isola di Jeju, Corea del Sud, che stiamo seguendo e su cui aggiorneremo a breve: lì, tramite il governo fantoccio di Seul, gli Stati Uniti stanno cercando di imporre, contro il volere della popolazione, una base navale militare, a soli 500 chilometri dalla Cina.

In sostanza, il tentativo americano, al momento, è duplice. Da un lato, prova a cingere d’assedio la Cina, occupando militarmente i territori limitrofi. L’attacco e l’occupazione dell’Iran, da parte degli USA travestiti da israeliani, sarebbe non solo un’estensione del conflitto mediorientale, con tutti i risvolti non secondari riguardanti le forniture energetiche, ma un modo per stringere una tenaglia geopolitica, logistica e militare attorno al colosso orientale. Da un altro lato, il lavorio americano per privare la Cina di rifornimenti e posizionamenti strategici è incessante. Il sostegno all’intervento NATO in Libia, e l’appoggio alla secessione del Sud Sudan, dove la Cina aveva enormi interessi legati a petrolio e gas, ora andati in fumo, ne sono una prova.

Il panorama, inutile sottolinearlo, è quello di una preparazione abbastanza palese per una guerra che, inevitabilmente, assumerebbe dimensioni mondiali. Oltre alla Cina, infatti, anche la Russia è tutt’altro che felice per l’attivismo degli USA. Non a caso, come abbiamo scritto di recente su queste pagine, anche le relazioni tra Washington e il Cremlino ultimamente fanno scintille. Ma, ci si chiede, la disperazione americana per l’evidente perdita dell’egemonia planetaria, potrebbe davvero indurli a una follia totale come quella di una guerra globale? Non si tratterebbe più qui, com’è costume degli Stati Uniti, di andare a confrontarsi con eserciti piccoli e più deboli, ma di scontrarsi con una o più super potenze. Alcune delle quali dotate di armamenti nucleari.

Ciò che preoccupa di questo quadro è l’opinione di alcuni analisti strategici indipendenti americani che, interpellati personalmente, dicono di sperare che si tratti solo di un modo per intimorire la Cina, mostrando muscoli che però, è ben noto a tutti, non sono più sorretti da un’ossatura solida. Un atto intimidatorio autolesionista, perché, nella migliore delle ipotesi, potrebbe innescare una nuova corsa agli armamenti che probabilmente vedrebbe gli USA sconfitti. Nella peggiore, la speranza degli analisti rimarrebbe tale, e tutto potrebbe scivolare nello scenario ipotizzato recentemente da Giulietto Chiesa: una guerra totale in grado di azzerare tutto, e dalla quale forse gli USA potrebbero sperare di uscire interi.

Davide Stasi


Mille mestieri che non sapremo più fare

LUNEDÌ, NOVEMBRE 7, 2011

L’allarme-scomparsa è scattato per molti lavori manuali che mancano di apprendisti. Secondo la Cgia (Associazione Artigiani Piccole Imprese) di Mestre molti lavori artigianali e agricoli rischiano di sparire nei prossimi dieci anni.

La lista include mestieri diversissimi: dagli allevatori di bestiame ai braccianti agricoli , dai falegnami ai carpentieri, dai lattonieri ai meccanici. E poi saldatori, pellettieri, impagliatori, muratori, carrozzieri, armaioli, riparatori di orologi e di protesi dentarie, tipografi, rilegatori, riparatori di radio e Tv, elettricisti e elettromeccanici, addetti alla tessitura e alla maglieria, sarti, materassai, tappezzieri, stuccatori, ponteggiatori, parquettisti e posatori di pavimenti.

Quello che manca è, sostanzialmente, il cambio generazionale. Pochi vecchi del mestiere hanno la possibilità economica di prendere un apprendista in bottega. Pochissimi ragazzi hanno voglia di imparare un mestiere e preferiscono restare eterni disoccupati e inanellare lauree e master inutili piuttosto che fare gli artigiani.

Il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi, riferendosi al censimento delle piccole imprese, ha sottolineato come la situazione sia grave e non facilmente risolvibile nel breve e medio termine. «Premesso che non siamo in grado di prevedere se nei prossimi anni cambieranno i fabbisogni occupazionali del mercato del lavoro italiano», ha infatti dichiarato, «siamo comunque certi di tre cose. La prima: fra 10 anni la grandissima parte degli over 55 censiti in questa mappa lascerà il lavoro per raggiunti limiti di età. La seconda: visto il forte calo delle nascite avvenuto in questi ultimi decenni, nel prossimo futuro si ridurrà ancora di più il numero dei giovani che entreranno nel mercato del lavoro, accentuando così la mancanza di turn-over. La terza: se teniamo conto che i giovani ormai da tempo si avvicinano sempre meno alle professioni manuali, riteniamo che il risultato ottenuto in questa elaborazione sia molto attendibile».

Il problema non è dunque solo la crisi di natalità, che pure è destinata ad aggravarsi  a causa della crisi economica e delle oggettive difficoltà dei giovani a costruirsi - e a mantenere - una famiglia. Il problema è culturale. Se Bortolussi dichiara che «è difficile trovare una soluzione che in tempi ragionevoli sia in grado di colmare un vuoto culturale che dura da più di 30 anni» ha ben chiaro il decadimento sociale del nostro Paese (e non solo del nostro). Il lavoro manuale ha perso di fascino per le ultime generazioni, volte come non mai a conquistare un posto di lavoro impiegatizio considerato, senza nessun reale buon motivo, più gratificante - anche a parità di remunerazione.

Benché la disoccupazione giovanile sfiori ormai il 30 per cento, i ragazzi ancora non riescono a considerare il lavoro quello che è: un modo per sopravvivere. Tanto meno sono in grado di capire l’importanza del lavoro manuale in una società. Nonostante ciò, quando le professioni artigiane spariranno effettivamente, tutti ne sentiranno la mancanza. E allora, a frenarne la rinascita, non sarà la mancanza di apprendisti o la scarsa richiesta del mercato. Piuttosto, mancheranno i maestri.

Sara Santolini

INDIGNADOS e Bandidos

“MUORI Milano Muori”