Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

“MUORI Milano Muori”

Intervista a Gianni Miraglia

L’autore di “Muori Milano Muori!” (Elliot 185 pag) non è un personaggio qualsiasi. Non tanto per lo stile asciutto ed essenziale del romanzo tipico del copy pubblicitario, ma per il tema scelto e per il suo modo d’affrontarlo. Gianni Miraglia analizza e seziona le emozioni come un chirurgo in sala operatoria: dolore, angoscia, speranza. Come il chirurgo l’autore osserva senza giudizio quello che accade occupandosi esclusivamente del paziente e della sua patologia: l’uomo occidentale che rifiuta il meccanismo sociale del pensiero unico, istituzionale, artificioso.   

Dopo la morte di Berlusconi il paese è nel caos ed il protagonista prospetta un’angoscia futuribile raccontando le vicende di Andrea: un ex redattore di brochure ora disoccupato che decide di staccare la spina al proprio sistema di vita. Stanco di sentirsi come il criceto che insegue la carota all’interno della gabbia circolare, inizia progressivamente a vivere per strada fino all’inevitabile epilogo. Un epilogo “catartico” come lo definisce lo stesso autore.

Perché hai scelto il futuro come ambientazione del tuo romanzo?

Due anni fa circa ho iniziato a scrivere pensando a come potrebbe essere il nostro paese dopo Berlusconi. Ora sembra io sia stato quasi profetico. Mi inquieta il fatto che siamo un paese che non ricorda e ricicla sempre il passato più imbarazzante dopo l’uscita di scena del capro espiatorio. E’ accaduto con Mussolini, con Craxi e accadrà anche con Berlusconi. Il mondo si divide in chi è a favore e in chi è contro. Io non voglio parlarne, mi toglie energia, sembra che i miei pensieri, come quelli di moltissimi individui, siano condizionati da quello che fa o che non fa. Quindi nel libro lo nomino una volta soltanto. 

I capitoli sono scanditi dal  countdown sulla data di inaugurazione dell’Expo. E’ solo una questione di ritmo?

No, non lo è. Il countdown  rappresenta l’attesa, dà ritmo rispetto allo scorrere della vita, esiste la prospettiva di una ricchezza, magari a questo ci si crederà veramente. E’ l’epicentro di una speranza simbolica. Sono proprio i simboli quelli che io voglio contestare con questo romanzo. L’altro giorno osservavo una ragazza che andava in bicicletta in centro. Come molte persone aveva sul retro del suo velocipede la scritta “No oil”. Ecco, queste sono le cose che mi lasciano perplesso. Questo dilagare dell’ambientalismo istituzionale. Premetto che non posseggo un’auto e che mi muovo solo in bici ma la ritengo una questione personale. Noi invece siamo sempre più prigionieri degli enti superiori che ci governano. Si crea un modello di pensiero, come l’ecologismo, che ci mette pressione mentre invece  è da noi stessi che dovrebbe nascere un individualismo cosciente. Esiste la mia ecologia. Io credo realmente che in un modo o nell’altro ci si possa emancipare dal pensiero che deriva da un modello.  

Quando inizia la sua deriva personale, il protagonista del libro viene in contatto con la disperazione, quella vera, di tante persone e personaggi come “l’uomo del trolley”. Ho notato un certo distacco nel raccontare facce, episodi e dimensioni che a leggerle lasciano senza fiato.

È un distacco necessario. Mi piaceva l’idea di sfidare il fatto di vivere per strada, di adeguarmi alle regole della sopravvivenza ad esempio vivendo in un parco pubblico: rispettare le abitudini e gli spazi degli altri che hanno fatto la stessa scelta. Io sono un osservatore e parlando di sviluppo della coscienza individuale ho sempre pensato che le persone che per sensibilità o fragilità interiore hanno rinunciato ad essere parte del meccanismo sociale rappresentano una parte di noi stessi: anche se noi cerchiamo  di non vedere quella parte per poter sopravvivere,la loro è una strada parallela alle nostre vite. Non c’è niente di romantico e di lontano. Io ho voluto approfondire questa parte osservando questa umanità borderline che popola Milano. L’uomo del trolley esiste veramente. Era una persona regolare che vedevo uscire tutti i giorni dalla metro. Un giorno è uscito con un trolley e da allora non se ne è più separato. A volte alla stazione li guardo, fingo di inviare un sms per osservarli da vicino. C’è una forza vitale incredibile nella disperazione. Per descrivere tutto questo il distacco è indispensabile per far provare emozioni al lettore.

All’interno del libro ci sono varie frasi in pagine dedicate sullo stile dei post su Facebook con tanto di nomi e cognomi degli autori in una fantomatica rubrica “Voci dalla città di niente” del quotidiano Free Press. Vuoi creare un movimento?

No, semplicemente è un tributo ai social network. Molti li vedono come uno strumento inutile o peggio dannoso, in realtà dipende dalla prospettiva di chi scrive e di chi legge: i social network rappresentano uno spazio di libertà autentica, un’egocentrica autobiografia quotidiana in cui ognuno dà e riceve imput, motivi di riflessione, differenti punti di vista. 

Alla fine prima dell’epilogo, il protagonista regala il suo bancomat alla ragazza che gira con una bambola in braccio come se fosse il suo bambino.

Il protagonista alla fine perde la speranza ma vuole regalarla a lei attraverso un oggetto come il bancomat simbolo di salvezza nonostante il bambino sia di plastica e la donna viva nei parchi, è la possibilità della speranza che rassicura l’uomo. Il finale, in cui alla fine il protagonista si lascia ingoiare dalla terra, l’ho visto come una sorta di resurrezione. Un “ho detto tutto in questa vita ora aspetto la prossima”. La terra è un simbolo importante, rinascere in un fiore per i bambini che lo coglieranno è la sua aspirazione finale.

Tra la deriva disperata di chi rinuncia e l’essere perfettamente inglobati nel meccanismo dei simboli esiste una terza via?

Sì. Io credo che il male del nostro tempo sia rappresentato dalla paura di non farcela o di vederti come sei. La soluzione è rappresentata da una nuova spiritualità. Noi viviamo nelle paure ma possiamo trovare l’equilibrio cercando di comprendere noi stessi e gli altri. La consapevolezza che nessuno ti odia. Credo sia importante questa spiritualità che ama e che non offende, che ti apre, che ti fa voltare quando uno cade, che crede nella compassione e non nel pietismo. La consapevolezza che non siamo biglietti da visita.

Michele Michelazzo

Moleskine Novembre 2011

IL RIBELLE reazionario: “The Quiet Man”