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UCCIDI l’economia che è dentro di te

Non è affatto semplice. È del tutto necessario. Come sfuggire alle radiazioni di Fukushima, se si avesse avuta la sventura di trovarsi in quella zona a partire dall’undici marzo scorso. O anche solo in Giappone. O dovunque altro potesse arrivare il pericolo causato dal disastro. 

Ripetiamolo subito: è del tutto necessario. Cioè indispensabile. Cioè essenziale ai fini di una sopravvivenza degna di tal nome. Da persone libere. O, quantomeno, da persone che sono consce delle minacce cui sono esposte e che fanno ciò che è in loro potere per neutralizzarne le pressioni. Le costrizioni. Gli effetti. Il male.

Proprio come in presenza di un fallout atomico, il primo passo è rendersene conto. Comprendendo allo stesso tempo che non vanno ritenute “fatalità” ma “conseguenze”. Come per Fukushima, e per Chernobyl, chi ha voluto le centrali sapeva perfettamente di esporre la popolazione e il resto della Natura al rischio di un incidente, dagli esiti imponderabili e dalle ricadute a lungo o a lunghissimo termine. Però se n’è infischiato. Pur di supportare le proprie strategie, pretestuosamente identificate con quelle dell’intera nazione, ha costruito gli impianti e li ha usati. Trascurandone la manutenzione, sempre per motivi di convenienza, o ritardandone la dismissione.

Lo stesso atteggiamento lo si ritrova nell’economia odierna. Ma con un’ulteriore aggravante: i danni che ne derivano non sono solo delle eventualità, per quanto gravi e via via più probabili, ma delle assolute certezze. Per rimanere sul parallelo con Fukushima e Chernobyl, e con ogni altra struttura analoga, le controindicazioni non si esauriscono nei possibili imprevisti. Il problema, ineliminabile, è in ciò che accade nel corso dei processi utilizzati. Si usa l’acqua e la si contamina. Si producono scorie, che andranno stoccate in depositi che da allora in poi saranno, a loro volta, a rischio di fuga radioattiva.

È quello che avviene anche nel neoliberismo, e più che mai nelle sue manifestazioni (nelle sue derive) più recenti: il dilagare della speculazione, in ambito finanziario, e la competizione asimmetrica tra diverse regioni del mondo, nella produzione e della vendita di beni e servizi. Ma qui non si tratta più di quantità relativamente limitate di acqua o di scorie. Qui si tratta di diffondere ovunque la stessa patologia, fino a trasformare gli esseri umani in mutanti. O in automi. O in schiavi. 

Il metodo è collaudatissimo. Si mettono gli individui e i popoli davanti a un’alternativa brutale e senza scampo, che d’altronde i più non percepiscono nemmeno come tale: o si adeguano in tutto e per tutto, e dunque si omologano al pensiero unico, oppure verranno inesorabilmente marginalizzati. Fuori dal branco. Fuori dal gregge. In balìa dei lupi. 

O anche solo delle intemperie.

 

Prima parte: il male

Si può fare qualcosa, per evitare di finire così?

Come si dice, è la domanda da un milione di dollari. Solo che in questo caso il milione di dollari non basterebbe nemmeno per cominciare. Quella che sembra un’iperbole si riduce a una manciata di spiccioli. O a un mazzetto di banconote fittizie, come quelle del Monopoli. 

Infatti: non stiamo parlando dello stesso “gioco”. Quei soldi che di regola sono così importanti, fino a diventare il cardine su cui poggia l’intero edificio delle società in cui viviamo, non sono affatto la soluzione. Perché rimandano a una concezione della realtà in cui è l’economia, e più in particolare quella imperniata sulle attività finanziarie, a farla da padrona. Non soltanto individuando obiettivi sballati e perversi come la crescita infinita, e frenetica, dei tre parametri fondamentali (produzione, consumo, profitti). Non soltanto imponendo le relative regole di comportamento allo scopo di assecondare le dinamiche dei “mercati”. Ma soprattutto diffondendo, nella maniera più subdola e invasiva, un modo di pensare, di sentire, di essere, che è funzionale ai propri disegni di asservimento. Come in uno spot, di quelli che aggiungono sempre nuovi episodi al medesimo canovaccio. Come in una musichetta facile facile, e stupida stupida, che si ripresenta in mille varianti. Il ritmo, martellante, è quello del classico nasci-consuma-crepa. La melodia, ipnotica, si può riassumere in una sola frase: vivere per guadagnare il più possibile. 

Per un verso è una meta autentica. Per l’altro è uno specchietto per le allodole. In entrambi i casi è ciò che serve a far sì che tutti, o quasi, condividano lo stesso approccio. E la stessa smania. Perciò si ribadisce il messaggio senza sosta, e con ogni mezzo. Perciò gli si assicura il massimo riconoscimento, sia esplicito che implicito. A noi gli occhi, please. Gli occhi, le orecchie, i cervelli, i cuori. 

Vedete? La scala della ricchezza è smisurata, così come quella del consumismo che le corre accanto, e chiunque può incamminarvisi e mettere alla prova le sue capacità di migliorarsi. Capite? Più si sale e più si starà bene, poiché si potranno soddisfare più desideri e ricevere maggiori apprezzamenti. Sicuro. Paghi uno e prendi due. I piaceri materiali che si intrecciano alle gratificazioni psicologiche. Il possesso e l’esibizione che coincidono. Il denaro come passepartout. Apre qualsiasi porta, a meno che non sia sbarrata dall’interno. E per una che resta inaccessibile, ce ne sono mille che si dischiudono agevolmente. Che si spalancano all’istante. 

Come nelle tante “Hollywood Babilonia” dello spettacolo, o nello sterminato sottobosco del potere. Ragazze ultrasexy che si accompagnano a chiunque, se ne ricavano un tornaconto. Donne bellissime come la Falchi che sposano ometti furbissimi come Ricucci. Per uno che viene beccato con le mani nel sacco, e finisce realmente nei guai, ce ne sono mille che se la cavano senza problemi. O con problemi risolvibili. Il denaro compra i migliori avvocati. I migliori avvocati sanno come si fa a tirarla per le lunghe. Tre gradi di giudizio. Tre possibilità di essere assolti. O di vedere i reati prescritti, nel frattempo che la causa si prolunga. Dovrebbe proseguire. Invece si protrae.  

La tentazione ti entra dentro e mette radici. La tentazione ti segue dappertutto. Smette di essere una cosa che hai, e diventa una cosa che sei. Pensi che il mondo va così. Pensi che non c’è proprio niente di sbagliato. Pensi che è quello, il traguardo supremo. E se anche non lo raggiungi e neppure ti ci avvicini, e anzi fai fatica persino a sopravvivere, continui a non avere dubbi: sarebbe magnifico, poter avere un mucchio di soldi e spenderli a piene mani in modo che tutti lo sappiano e ti ammirino. Nessun ripensamento, nel vedere tutti quelli che non ce la fanno o nel portare il peso delle tue stesse difficoltà. Nessuna critica al Paese dei Balocchi, per quanto ti riguarda. Non sei mica un sovversivo. Sei un bravo cittadino. Un uomo del tuo tempo. E ti rammarichi solo che non ti sia andata meglio. E appena puoi ti compri qualcosa di bello, tipo l’ultimo modello di iPad (Che genio, quello Steve Jobs. Che peccato che sia morto così giovane, e così ricco), oppure ti concedi un abbonamento alla tv a pagamento (Che offerta incredibile! Lo vedi che funziona, la concorrenza? Sky e Mediaset si fanno la guerra tra loro e i prezzi scendono. Gli utenti ne approfittano. Dico: 20 euro al mese, o giù di là, e ti prendi il calcio e i film e altro ancora. Regalato, davvero. Re-ga-la-to!).

 

Seconda parte: la cura

Il nemico è scaltro. Noi dobbiamo essere scaltri. Il nemico è insidioso. Noi dobbiamo essere accorti e imparare a schivare i suoi tranelli e a sottrarci ai suoi agguati. Il nemico è corrotto, e cerca di risucchiarci tutti nello stesso gorgo di meschinità e di cupidigia, fino a farci credere che questo cinismo sia connaturato all’Umanità: e non solo in questi tempi degradati, in cui si ripete quasi distrattamente che “tutti hanno un prezzo”, ma in ogni epoca umana, al di là delle apparenze. 

Noi dobbiamo saperlo. E preservare la nostra integrità in ogni modo. Con perseveranza, con lucidità, con amore. 

Dobbiamo studiare le tecniche di assedio, assai prima di essere costretti alla resa, e irrobustire le nostre difese. Dobbiamo lavorarci con entusiasmo. E tutte le volte che è possibile – magari essendo noi stessi a creare l’occasione, o favorendone il sorgere – condividere i nostri sforzi insieme ad altri. Forse le loro mura sono già crollate, o stanno per farlo. Forse hanno perso la voglia di impegnarsi. Perché si sono convinti che non serva a nulla, visto che o prima o dopo la capitolazione sarà inevitabile.

Non importa. Noi abbiamo deciso di essere forti. Non spietati. Non con le vittime, almeno. Noi siamo consapevoli di quanto è difficile non smarrirsi, quando vengono a mancare dei saldi punti di riferimento e dei buoni esempi. Abbiamo appreso, lungo la strada, che le influenze esterne sono quasi sempre determinanti, a meno che uno abbia già avuto l’occasione, la fortuna, il tempo, di consolidarsi a tal punto da avere dentro di sé un “centro di gravità permanente”. 

Oppure siamo in una zona intermedia, che è l’ipotesi più probabile. Abbiamo capito che questa maniera di vivere non ci piace, non ci interessa, non ci appartiene. E, quindi, avvertiamo il desiderio di qualcos’altro. Qualcosa di meglio, secondo noi. Per esempio: ci danno fastidio i sotterfugi, i calcoli “prima, durante e dopo” su quello che ci avvantaggia e ci svantaggia, la ragnatela di giudizi incombenti connessi al reddito e alla posizione sociale. 

Facciamo un passo di lato, come il pugile che esce dalla traiettoria dei colpi e si mette in condizione di riprendere l’iniziativa. Ribaltiamo i termini del rapporto. Fissiamo un diverso metro di valutazione. Chiariamoci innanzitutto con noi stessi. Non siamo noi a essere esclusi, se la comitiva, o il singolo interlocutore, sono succubi dell’imbecillità dilagante («Un’idiozia conquistata a fatica», per dirla con Gaber). Noi non ci crediamo mica, all’aforisma di Oscar Wilde per cui «esserci è una noia, ma non esserci è una tragedia». Noi preferiamo un altro adagio: meglio soli che mal accompagnati.

Non siamo dei misantropi. E men che meno dei misogini. Ma non siamo nemmeno disposti ad accontentarci del primo surrogato che capita. E piuttosto che ritrovarci in compagnia di gente sciocca, e tanto sciocca da diventare frivola, preferiamo tenerci alla larga. Guardare altrove. Cercare altrove. Tenere aperta l’opportunità di incontrare persone autentiche, con le quali stabilire scambi significativi. Magari poche parole, ma cordiali. Sensate. Dense. Magari meno discorsi, e più azioni. Fare delle cose insieme. Affrontarle fianco a fianco, dandoci dentro senza risparmio. Accettando di buon grado la fatica di doversi impegnare per ottenere il risultato. Respirando a fondo l’energia che si mette a crepitare come un buon fuoco. Ti scalda il corpo. Ti scalda l’anima. È tua amica. Aspetta solo che tu la risvegli. Dicendole (annunciandole) che anche tu ti sei scosso dal torpore delle solite routine. Lo sai: avresti dovuto sbrigarti da un pezzo. Lo sa: ti sorride indulgente. Ciò che conta è che tu sia tornato. Bentornato, allora.

Può sembrare astratto, in questi tempi di emergenza economica e sociale: sogni a occhi aperti o, peggio, letteratura a buon mercato. È magnificamente concreto, invece. Non c’è bisogno di aspettare che cambi tutta quanta la società, per iniziare a vivere in un’altra maniera. Non c’è bisogno di abrogare le regole collettive, per riscrivere quelle individuali. Basta non avere paura di aprirsi e di mettere in chiaro che siamo fatti in un altro modo, rispetto ai tangheri che oggi vanno per la maggiore. E neppure di chiudersi (di racchiudersi) nella propria individualità, quando proprio non ci fosse alcuna chance di esprimersi al meglio.

La malattia è l’economicismo, che riduce tutto al dare e all’avere. La cura è il perfetto distacco dai suoi miserabili scopi e dalle sue sordide pratiche. Una cura alla portata di ciascuno di noi, come la medicina naturale. O anche meglio: come una ripulitura dello spirito. Che nel momento stesso in cui spazza via il superfluo riporta alla superficie, e in piena luce, il suo splendore originario. 

Federico Zamboni

E ORA ci impongono la “governance”

DEBITI PUBBLICI, crisi economica e Decrescita