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Cinema: Conan il romantico

“Ciò che non ci uccide,

ci rende più forti” - Friedrich Nietzsche

 

Conan il barbaro, film di un grande John Milius sull’eroe uscito dalla geniale penna di Robert E. Howard, ha sofferto, nelle critiche pregiudizialmente negative che l’hanno accolto, l’essere in totale controtendenza con i must dell’intellettualità debole degli anni ‘70 e la colpa, questa imperdonabile, di aver dato la stura a sequel ed imitazioni di fattura veramente immonda. Conan il barbaro in sé era, però, un eccellente film con tanto di messaggi profondi, solo che si trattava di messaggi politicamente scorretti e troppo in linea con una visione tradizionale dell’uomo e dei valori che un vir deve seguire: inaccettabili tutti per il conformismo intellettuale contemporaneo.

La muscolarità di Arnold Schwarzenegger, fresco di Mister Olympia, e la sua staticità recitativa, non hanno certo aiutato a far apprezzare l’opera di Milius agli amanti delle madeleines, i quali neppure potevano, inoltre, capire la bellezza, anche interiore, di una donna come la statuaria Sandahl Bergman, che interpreta Valeria, la donna del Cimmero. La “non” recitazione di Schwarzenegger, però, era perfettamente in parte, perché Conan è un guerriero talmente incapace di esternare emozioni che arriva a delegare a un amico il piangere la morte della sua donna: siccome non avrebbe mai pianto è l’amico a doverlo fare per lui. Conan è un guerriero vecchio stampo, non un eroe di questi di oggi, così pieni di problematiche che non sono neppure più eroi o guerrieri, ma che piacciono tanto al lato represso di soggetti da psicanalisi, perché fanno credere loro, a seconda della bisogna, che non ci sono eroi o che anche loro possono esserlo.

D’altro canto Valeria, ladra e guerriera, ma al contempo femmina e sensuale - molto sensuale - avrebbe potuto mai capire i critici problematici, che complicano le relazioni semplici attraverso quelle inutili? Lei è una grande donna di quelle che solo un uomo, nel senso di vir, può meritare e amare. È poi Valeria talmente tosta che solo un Conan può essere alla sua altezza, così da riuscire a fermare il suo vagabondare nella notte e farla innamorare. Sì innamorare, ma anche innamorarsi: amore ce n’è tanto in questo film, passionale e travolgente, perché Conan è un romantico, romantico come il loro primo incontro nella notte, durante un emozionante, sacrilego, furto ai danni della setta del perfido Thulsa Doom.

Difficile per un uomo, sempre nel senso di vir, immaginare una storia più tragica e romantica di quella fra Conan e Valeria: essi sono due solitari che si incontrano e dividono il loro percorso per un breve, ma intenso, tratto. Sono due solitari che accettano di cedere parte della loro libertà per amore, non due soli che si aggrappano l’uno all’altro solo per credere di non esserlo distruggendosi a vicenda. Gli ingredienti romantici, almeno nell’originario senso Sturm und Drang, ci sono tutti, a partire dal sano e passionale sesso, senza pillole blu o perversioni da lettino psicanalitico. La relazione fra i due, inoltre, è paritetica: nessuno a castrare l’altro, insieme di avventura in avventura a inebriarsi della vita ad ampi sorsi, e non solo metaforicamente. Certo Valeria è pur sempre una donna e vorrebbe, ad un certo momento, che Conan non si imbarcasse in una missione disperata, che per lui è anche legittima vendetta, e “cambiasse”, ma quando al risveglio si ritrova sola, pur nel dolore di una dignitosa lacrima, perché lei non essendo il Cimmero può piangere, è felice per molti versi: felice che il suo uomo segua il suo dovere di vir, che non cambi, che sia rimasto quello che lei aveva amato e che continuerà ad amare, perché così ha confermato che lei non aveva malriposto il suo amore: un uomo aveva scelto ed un uomo egli resta.

Valeria lo seguirà, anzi condividerà la sua missione, fino in fondo, fino all’estremo sacrificio: prima barattando con gli Dei la sua vita con quella di Conan, poi pagando l’impegno preso, fino a morire pretendendo di esalare il suo ultimo respiro nella bocca di lui, questo, però, non prima di aver giurato che, se lui fosse stato in pericolo di morte, lei sarebbe tornata dalle profondità dell’Ade per salvarlo. Se non è romanticismo questo, cosa lo è? Forse il tenere fede alla promessa e tornare veramente dall’Ade? E proprio questo lei farà: il melenso concetto dell’amore che vince tutto, anche la morte, assume, in Conan il Barbaro, un’altra dimensione, quella dell’acciaio, del segreto dell’acciaio. In fondo questo gli Dei lo avevano compreso ed apprezzato fin da quando avevano permesso che la pira funebre di Valeria ardesse sui tumuli degli antichi re, là dove nessun fuoco poteva bruciare. 

Sono Dei “strani” ed inaccettabili, per la maggioranza delle mentalità odierne, quelli che pregano Conan ed i suoi amici: i quattro venti, il cielo, o Crom, il potente Dio che conosce il segreto dell’acciaio, segreto che abbandonò sul campo di battaglia, dopo aver sconfitto i giganti, perché l’uomo lo potesse raccogliere e fare suo. Crom, cui Conan invia l’unica preghiera della sua vita, quasi che l’ignorante Cimmero avesse letto l’Havamal degli Edda in cui Odino rivela che è meglio non pregare affatto che pregare troppo.  Crom, che Conan prega per ottenere vendetta: e come potrebbe essere accettato, con favore di critica, un film in cui si esalta la legittima vendetta, oggi che si chiede che le vittime dei crimini più efferati, prima di tutto, perdonino i carnefici? Ma Crom è il Dio dell’acciaio, se ne frega del pensare moderno e soddisferà la richiesta di Conan, con l’aggravante che non lo farà perché egli è nel giusto, ma perché ammira il coraggio, così com’è detto nella stessa preghiera di Conan: “Neanche Tu ricorderai se eravamo uomini buoni o cattivi… ciò che conta è che due si sono battuti contro molti… ammiri il coraggio Crom quindi accogli la mia unica richiesta, fa si che mi vendichi!”. Non solo, ma Conan chiude anche con quella che sembrerebbe una bestemmia, “…e se tu non mi ascolti, allora va alla malora”, ma non lo è: perché anche l’uomo può legare il Dio alla coerenza, e per sua fortuna quegli Dei apprezzavano gli uomini che sanno pregare in piedi e con toni quasi di sfida.

Così opposta, questa di Crom, alle religioni dominanti oggi, ma così simile a quella della tradizione europea, e non è un caso, infatti, che il nemico di Conan sia Thulsa Doom, che addirittura Milius si permise, come oggi non potrebbe, di farlo interpretare ad un afroamericano, la cui setta, invece, è molto simile alle religioni dominanti. La setta del serpente del nero Thulsa  mistifica una unica verità e usa subdola violenza che, però, spaccia per amore, così Conan sarà crocifisso, all’albero del dolore, per essere “infedele” alla religione unica del serpente. Il Cimmero, infatti, era uno abituato a trattare con gente, come il suo amico di chiara razza mongolica, che, incontrandosi, vicendevolmente si chiedeva: “quale Dio preghi?”, salvo poi gareggiare su quale degli Dei pregati fosse il più potente, ma questo senza mai negare né la legittimità, né l’esistenza, dell’altrui Dio, come ai tempi ai cui si credeva in Dei della natura, non contro natura.

Contro natura è la religione di dominio sulle menti di Thulsa Doom, fondata nominalmente sull’amore, un amore incondizionato che, però, diventa odio assoluto e distruzione verso chi non vi aderisce. Religione che va contro tutto che vi è di più naturale e sacro, a partire dai genitori corruttori che devono essere anch’essi purificati, perché solo Doom del dio serpente è padre di tutti i suoi fedeli, e poter così dominare le loro deboli menti. Esaltazione della forza della debolezza, che viene descritta con qualche ammiccamento alla fasulla spiritualità hippy anni Settanta, fatto che certo non ha aiutato le buone critiche - il film è dell’82 - che Milius avrebbe invece meritato. Thulsa Doom domina le menti, le plagia fino a che la massima aspirazione per i fedeli diventi il poter dare la vita per lui, se ci avesse aggiunto causando la morte degli infedeli, che però risulta implicito, assomiglierebbe tanto a qualcosa di molto attuale, a un’altra religione che si dice fondata sull’amore. Il Dio dell’acciaio non rinnegava né la violenza né l’odio, ma alla fine esigeva minori tributi di sangue, e comunque li voleva sempre accompagnati dal coraggio e dall’orgoglio.

Quando invece uno dei preti di Thulsa Doom tenta di sedurre Conan, la setta di Thulsa ne ricorda un’altra, solo che Conan è un Cimmero, non un bambino, ed è il prete a fare una brutta fine. Naturalmente nel film di questa religione setta tutte le falsità vengono smascherate, fino a mostrare i fedeli che devono seguire ascesi e amore, mentre i capi si lasciano andare a sacrifici umani, di vittime però felici e consenzienti, e ad orge che il bunga bunga è roba da educande, ma va detto che Thulsa ha molto più stile e che il dio serpente sa distinguere fra erotismo e volgarità.

Questa religione dell’amore non potrà, però, nulla quando si scontrerà contro un uomo per il quale la libertà da animale selvaggio è tutto e che contrappone al puzzo della civiltà decadente il segreto dell’acciaio, un vir che non ha alcuna intenzione di voler vivere in eterno: quando Thulsa gli si proporrà come padre e cercherà di intortarlo con le false profondità di una religione antinaturale si ricorderà delle parole a lui dette dal padre, quando gli raccontava degli uomini che avevano raccolto il segreto dal campo di battaglia di Crom: “Siamo solo uomini, né Dei né Giganti, solo uomini”. Conan dimostrerà di esserlo diventato attraverso la disciplina dell’acciaio che usa tagliando la testa al profeta del dio serpente, e così, almeno fino all’epoca dei figli di Aryus, gli Dei resteranno i molti che la tradizione e la natura esigono, e in quell’epoca il meglio della vita, declamato da Conan e riconosciuto dai saggi, resterà: “Schiacciare i nemici, inseguirli mentre fuggono, ascoltare il lamento delle (loro) donne”. 

Certo, e purtoppo, con una morale come questa come si poteva sperare che venisse riconosciuta la profondità, politicamente più che scorretta, del film? Meglio ridurlo alla stupida muscolarità, che fu propria solo di sequel e imitazioni, perché il pensiero unico dominante degli intellettuali cachemire, dei mulini bianchi e delle madeleine non avrebbe potuto avere argomenti contro Conan se lo avesse affrontato come meritava, e non parliamo del solo suo saper maneggiare l’acciaio, senza il quale ogni libertà resta orfana e indifesa, ma proprio della sua superiorità intellettuale di chi ha visto ed affrontato il mondo e non solo biblioteche, salotti e terrazze. 

Il messaggio per voi, per noi, o per tutti coloro che hanno “un vento che soffia nel nord del cuore” è: vivere con la spada in pugno, in senso figurato e reale, liberi, lottando per ciò in cui si crede, il resto è roba da moralisti da biblioteche e spirituali da salotti. Se poi tutto va alla malora e Crom non ascolta, che importa: vogliamo forse vivere in eterno?

 

Ferdinando Menconi

Musica: Grunge. Né divise, né mode

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