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Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Musica: Grunge. Né divise, né mode

È stato il movimento rock più schivo 

di sempre. Ma è stato anche pieno 

di energia e di slancio, com’è naturale per dei giovani non omologati. 

Oggi un volume fotografico 

gli rende omaggio, riuscendo

ad afferrare la sua scarna intensità

 

La copertina non tragga in inganno. A campeggiare è l’immagine di Kurt Cobain, ma in realtà il libro non è affatto dedicato solo, o soprattutto, a lui. Al contrario: così come indica il titolo, Grunge (ISBN Edizioni, 160 pagine , 29 euro), l’argomento è l’intero fenomeno che si sviluppò a Seattle dalla metà degli anni Ottanta in poi e che, pur non avendo affatto un’unità stilistica, si affermò come la principale innovazione del rock di quel periodo.  Come sottolineano i più attenti, e non da oggi, sul piano prettamente artistico si tratta di una semplificazione che sconfina nell’arbitrio: la classica etichettatura a presa rapida che piace tanto ai media e all’industria dello spettacolo – riuniti nell’ansia di enfatizzare ogni cosa per renderla più appetibile al grosso pubblico, fino a innescare quella sorta di obbligo di informazione/identificazione che spiana la strada alle vendite – e che evita accuratamente di interrogarsi sulla propria fondatezza. Vedi, per restare in Italia, la pessima abitudine che a suo tempo aveva indotto a riunire i cantautori e i gruppi in base alla loro collocazione geografica, spacciando per una affinità creativa, o addirittura per un programma condiviso, la semplice provenienza dalla stessa città. La “scuola” genovese: De André e Lauzi, Gino Paoli e Ivano Fossati. La “scuola” romana: De Gregori e Venditti, Rino Gaetano e Mimmo Locasciulli. La “scuola” napoletana: Pino Daniele e Alan Sorrenti, Napoli Centrale ed Edoardo Bennato. Personaggi quanto mai diversi, ma che si preferiva accomunare sbrigativamente per ingigantirne l’impatto complessivo. Una stupidaggine che diventa un fatto acquisito. Una categoria di (pre)giudizio con cui fare i conti. Una stella fissa, anche se nel firmamento posticcio dell’arte ridotta a consumo.

Paradossalmente, visto il titolo onnicomprensivo e visto che i diversi artisti vengono messi tutti uno accanto all’altro, il grande pregio del libro è proprio questo: trattandosi di un volume fotografico, firmato da un autore ormai affermatissimo come Michael Lavine, i singoli scatti equivalgono a una scomposizione del quadro generale e spostano l’attenzione sui dettagli, ovverosia sugli individui. È come passare da un unico poster, o da un unico cartellone pubblicitario, a una miriade di inquadrature diverse. L’impressione, fin dal primo momento, è quella di un mondo reale che si riprende lo spazio che gli compete. Ovverosia tutto lo spazio a disposizione.  Laddove “grunge” è un termine convenzionale, che illude gli sprovveduti di sapere a priori di cosa si parla solo perché la parola non gli giunge nuova (e perché la collegano, più o meno vagamente, ai Nirvana dello stesso Kurt Cobain e, forse, ai Pearl Jam), l’ambiente da cui è scaturito è il suo opposto. Pieno di giovani che ne avevano abbastanza del rock plastificato e prevedibile che andava per la maggiore. Desiderosi, come ogni nuova generazione che non sia omologata a priori, di fare a modo loro. Determinati a riuscirci, in un modo o nell’altro: meglio trovarselo da soli il proprio eventuale fallimento, piuttosto che avallare quello predisposto da chi tira i fili della società, insensata, in cui ti è capitato di nascere. Meglio suonare la propria musica, che ascoltare quella dei network.

 

Rocker, non star

«I ragazzi – scrive nella prefazione Thurston Moore, già cofondatore di quei Sonic Youth che sono di matrice newyorchese ma che incrociarono la loro strada con quella del Grunge, a cominciare dal tour del 1991 coi Nirvana – erano così uncool da essere oltre il concetto di coolness. Fecero proprio e ostentarono il modo in cui venivano chiamati al liceo: loser, perdenti. Questi ragazzi ridevano delle stupide movenze del metal pataccaro alla Speedwagon e alla Guns N’ Roses e si facevano crescere i capelli in reazione alla rigorosa uniforme rasata tipica dell’hardcore, generi che a quel tempo avevano quasi del tutto esaurito la loro spinta. Le nuove band avevano una potente freschezza punk rock.»

Viene da simpatizzare anche solo per questo. Il rifiuto istintivo per le mode di qualsiasi tipo, dall’abbigliamento alla musica, che rispecchia il rifiuto istintivo per qualunque pressione esterna, finalizzata a riversare le energie individuali (le vite individuali) in canali prefissati. Il loro fastidio non è estetico: è psicologico. La discriminante non è formale: è esistenziale. I giovani di Seattle avvertivano la falsità dell’american way of life, che si rinnova in superficie ma che si ripete in profondità secondo il suo classico e ributtante paradigma all’insegna dell’arricchimento e della conseguente approvazione sociale, e reagivano nella maniera più elementare e più drastica. Rimuovendo il problema all’origine. 

Non una nuova moda tutta loro, con un’iconografia alternativa ma pur sempre rivolta a focalizzare, e codificare, qualche altro genere di bellezza. Più semplicemente, e più radicalmente, una “non bellezza”. Un’assoluta estraneità all’obbligo di concepire il vestiario come un distintivo da esibire alle persone – o alle autorità – con cui si entra in contatto. Se persino il punk aveva accettato la logica della comunicazione preventiva attraverso il look, sia pure ribaltandola in una celebrazione della miseria e della sgradevolezza come vessilli della propria ribellione al sistema, il grunge si spingeva oltre e si chiamava fuori. Il messaggio diventava un “non messaggio”: non è che la nostra sia una divisa differente dalla vostra; la nostra non è una divisa. E se poi qualcuno pretende di spacciarla per tale, affari suoi. 

Eliminati i costumi di scena, ci si può finalmente ricordare che la vita non è un palcoscenico – e men che meno una passerella. Scorrendo le fotografie di Michael Lavine, che nel bianco e nero trovano il loro nitore ideale, viene naturale concentrarsi sulle fisionomie. Sulle espressioni. Sui gesti. I gesti che si vedono, quand’anche cristallizzati nel frammento di una sola immagine, e quelli che si intuiscono, come espressione della personalità dei ragazzi e delle ragazze che ci stanno davanti. L’impressione generale è che stiano cercando qualcosa di significativo e di intenso, e che siano impazienti di trovarlo. Mentre la certezza, se si conserva almeno un po’ del proprio slancio giovanile, è che facciano benissimo. Comunque debba andare a finire.

 

Federico Zamboni

MOLESKINE febbraio 2011

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