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Metaparlamento: Idee o pseudo tali

Dove trovarle? Facile a dirsi: quasi per nulla, o molto difficilmente, nella politica italiana. Ricognizione tra false partenze, conversioni a U, dati non pervenuti e, per fortuna, pochi intellettuali che si battono malgrado la poca attenzione data loro (ovviamente) dai media di massa. 

C’è del marcio nella politica italiana, lo sappiamo. Anzi, secondo noi del Ribelle, per motivi profondi e strutturali marcio è l’intero sistema. Ma c’è anche del buono. Nel senso che, seppur galleggianti nel luridume della partitocrazia serva dei grandi interessi e nel vuoto dei tatticismi e programmi-fotocopia, alcune idee degne di questo nome sopravvivono ancora. Magari lasciate sullo sfondo, riesumate solo quando fa comodo, agitate come bandierine identitarie, ma pur sempre presenti. Spesso per niente o non del tutto condivisibili per chi, come nel nostro caso, vorrebbe mettere tutto a soqquadro. E tuttavia meritevoli di essere registrate per quello che sono: segni di una residua capacità di pensare oltre il contingente, l’ordinaria amministrazione, l’adattamento obbligatorio all’esistente. 

Antagonisti (veri e presunti)

Cominciando la rassegna dall’estrema sinistra, troviamo la cosiddetta sinistra antagonista. Così si definiscono i centri sociali, i disobbedienti, i giottini, gli equi e solidali, gli orfani di Luca Casarini. È una galassia di gruppi e gruppuscoli che come bussola hanno un miscuglio di Marx, Naomi Klein e Toni Negri. Soprattutto quest’ultimo rappresenta il pensatore di riferimento, col suo messianismo che ha abbandonato la parte migliore, rigorosamente realista, del vecchio Marx per riprenderne quella peggiore, ingenuamente egualitarista e mondialista, riformulandola coi concetti privi di sostanza di “Impero” e “Moltitudine”1. Una specie di polpettone fumettistico in cui si affrontano Bene e Male all’interno di una globalizzazione che, naturalmente, non viene messa in discussione in quanto tale ma solo per i suoi effetti di sperequazione economica e ingiustizia sociale. Un anti-capitalismo per meno abbienti, che non introduce nessuna seria innovazione ma anzi scolora la vecchia impostazione classista ad una lotta moraleggiante e senza contorni precisi, fornendo una copertura teorica al tribalismo di individui atomizzati che per darsi un’identità si aggrappano a enclaves barricadiere ma autoreferenziali, come sono appunto i centri sociali. Molto più interessante, anche se non ha i galloni di intellettuale, si è rivelato il già citato Casarini. Lo scapigliato ex leader degli antagonisti del Nordest, oggi padre di famiglia con annessa partita Iva, intuendo che la globalizzazione si combatte contrapponendole il suo opposto, cioè la rivendicazione di radici e confini, ha fatto uno sforzo di contaminazione cercando di superare lo sterile internazionalismo ottocentesco con un più attuale e fecondo localismo. Conseguentemente si è convertito all’idea federalista, ha rotto i ponti con sorpassate distinzioni di classe equiparando precari e piccoli imprenditori, è consapevole della necessità di superare la democrazia rappresentativa2. Il suo esempio è però rimasto individuale e oggi, ritiratosi a vita privata eccezion fatta per qualche fugace apparizione, non ha più un potere operativo. 

 

Nichi L’antiprecario

Extraparlamentare non per scelta ma per essere stata sloggiata dal voto e dalle legge elettorale, la sinistra critica che oggi ha il suo campione in Nichi Vendola ha questo di positivo: riveste la condanna della precarietà di un significato esistenziale che va oltre il dato meramente occupazionale. È l’effetto della poetica della “narrazione”, dell’antropologia vendoliana fatta di lavoro, diritti e fratellanza contro quella berlusconiano-leghista dipinta come fascismo di ritorno, oppressione padronale e razzismo puro. Una rappresentazione, intendiamoci, che definire fumosa e facilona è poco. Ma che ha il merito di trasmettere il messaggio, pur se restando sul vago e in superficie, che la disperazione sociale esiste e provoca dolore umano, non è soltanto fredda statistica da talk show. Vendola non ha finora lanciato uno contro-proposta che sia una, ma nel grigiore dei politici in grisaglia e nel blob che non osa dire una parola netta e forte contro la mistica della flessibilità, almeno un punto fermo di una certa rilevanza l’ha fissato. 

 

Pd. Non pervenuto

Spiacenti, ma da salvare non c’è nulla. A parte, forse, singole personalità come Rosi Bindi, che nel mare putrido degli ometti e dei cialtroni targati Pd emerge come una gigante di onestà, semplicità e passione autentica. Sarà per questo che non ha mai contato molto nel suo partito. 

 

Cattolicesimo pensante e benpensante

Nelle plaghe del mitico “centro” la fonte di verità a cui abbeverarsi è costituita dalla dottrina sociale della Chiesa cattolica. Ora, è vero che il papato non è più da un pezzo quello della Rerum Novarum (anno 1891, anatema radicale del socialismo ateo e del capitalismo disumanizzante), come è vero che la star Woityla e più ancora l’attuale papa Ratzinger si sono scagliati più volte contro l’idolatria del denaro, della ricchezza finanziaria e dello sviluppismo, però in generale diciamo che il magistero della Chiesa non erige certo barricate neo-francescane per contrastare l’onnipotenza di Mammona e del dio Mercato. Così le pecorelle impegnate in politica non si distinguono per carica eversiva verso il modello di vita che trasforma tutto in merce. Estinti i cattocomunisti, muratisi vivi i tradizionalisti nel ridotto di  un’eretica e auto-esiliante battaglia per la messa in latino, assente qualsivoglia elaborazione autonoma che sfidi la scristianizzazione sul piano intellettuale (fatemi il nome di un pensatore cattolico italiano di qualche rilievo che produca idee interessanti e non dogmatiche in questo senso), non ci viene in mente che una persona che non si limiti al benpensantismo curialesco. Ma non è un politico, di professione fa lo storico, e pur firmando sulla stampa commenti sempre acuti e controcorrente, non è ascrivibile nella categoria degli intellettuali cattolici tout court. Stiamo parlando del credente Franco Cardini, con un passato missino ma oggi assolutamente estraneo agli schemi fasulli della fatiscente tardo-modernità: un anti-americano per solide ragioni culturali prima ancora che politiche, convinto assertore di una robusta regolata all’anarchia delle elites industriali e bancarie, europeista e comunitarista, lucido sostenitore del primato della spiritualità sull’economia e sulla tecnica. Che poi quest’ultimo nodo è il cuore stesso di una possibile riscoperta del cristianesimo evangelico come antidoto alla vita razionalizzata, macchinizzata e contabilizzata, svuotata da ogni fede superiore e ultraterrena, che il miscredente Occidente ha abbracciato in due secoli di industrialismo. 

 

Popolo delle Libertà (di fare quel che gli pare)

Qui berciano impudicamente peana al Signore di Arcore mezzeseghe, saltimbanchi e delinquenti comuni assurti a ministri, capigruppo e capipopolo. L’ideologia della libertà intesa come libertà di farsi i cazzi propri a spese pubbliche non permette al Pdl sotto le insegne del Biscione di produrre alcunché di spessore, tanto meno qualcosa che abbia un valore critico purchessia. C’è solo marketing, brama di arricchirsi, arrivismo e prostituzione (morale e fisica). Quelle poche teste ragionanti (Martino, Urbani, Vertone, ecc) hanno avuto qualche periodo di notorietà ma l’importanza attribuita dai berlusconiani alla cultura vale meno di zero e infatti come ministro della cultura ci ritroviamo Sandro Bondi. 

 

Futuristi

Guai a chiamare col nome della gloriosa avanguardia primo-novecentesca lo scalcagnato seguito di Gianfranco Fini: sarebbe infangare la memoria di Marinetti, Balla e camerati. Da sempre in tormentati rapporti con le menti pensanti perché non ne capisce l’utilità, Fini ha già visto allontanarsi e disilludersi parecchi dei suoi maitre-à-penser. Come Luciano Lanna, che nel libro “Il fascista libertario” delinea il ritratto dell’homo novus della destra finiana, un ideal-tipo di fascista del terzo millennio che però non si capisce che razza di fascista sia visto che pare ingoiare tutto il liberalismo, l’immigrazionismo, il mercatismo, il globalismo e tutto il democraticismo della moderna democrazia compiuta. L’unico merito storico, se vogliamo usare una parola grossa, è di aver cominciato l’opera di de-berlusconizzazione di ciò che rimane della destra italiana. 

 

Lega no-global

Imbruttita e degradata a tentacolo fra i tentacoli della piovra romana, la Lega di oggi non ha più niente a che spartire con la Lega delle origini. Nel bene e nel male. Ma soprattutto nel male. A parte l’ovvia considerazione che è diventato un partito come gli altri perdendo nei palazzi damascati e nel morbido delle poltrone l’iniziale spinta di protesta,  il Carroccio si è dimenticato la sua stessa ragion d’essere: incarnare la reazione dal basso alla marcia trionfale della globalizzazione. Il leghismo è no-global o non è. L’autonomismo localista che ne sta alla base è una risposta, virulenta e che troppo spesso scade in ignorante razzismo, alla soffocante presa livellatrice dell’economia globalizzata. Questo è il suo valore più vero, e per questo Bossi e i suoi pittoreschi seguaci hanno rappresentato un elemento di rottura a cui guardare senza pregiudizi. Adesso, dopo anni di melassa governativa, con un Berlusconi a cui si è concesso tutto, troppo, pur di strappare qualche forma di federalismo che non si avvicina nemmeno a una vera Costituzione federale, coi mal di pancia nel corpaccione di un partito ingrassato, affamato di posti persino nelle fondazioni bancarie, dilaniato da divisioni interne nascoste col pugno di ferro, la Lega Nord - al ventennale dalla sua nascita come unione delle Leghe settentrionali - avrebbe la chance di ravvedersi e tornare alla purezza originaria. Dipende solo da Bossi (o dal “cerchio magico” di parenti, badanti e colonnelli che lo circondano): se troverà conveniente buttare a mare l’alleanza col Berlusca, da Pontida risentiremo le parole d’ordine del Nord in guerra contro Roma. Ma è lecito dubitarne: Roma ha conquistato i conquistatori padani con ciò che da duemila anni corrompe chiunque sia partito alla sua volta con l’intenzione di cambiarla: il potere3

 

Fascisti su Marte

Benché meno numerosa e rumorosa della minoranza di sinistra estrema, la destra neo-fascista compone un piccolo universo variegato e vivace. Al suo interno battibeccano fra loro anime diverse: si va dai fascisti laici e di schietto spirito anti-capitalistico di Casa Pound ai clerico-fascisti di Forza Nuova fino ai fascisti moderati e in doppiopetto della Destra di Storace. La componente ideologica che tuttora conserva una sua validità contestatrice è il filone della “destra sociale”, che dalla denuncia del signoraggio bancario fino al mutuo sociale ha perpetuato quella sensibilità “di sinistra” (un tempo si sarebbe detto: sansepolcrista) che ha attraversato il fascismo storico senza mai riuscire a caratterizzarlo se non nel fosco crepuscolo dei seicento giorni di Salò. Insopportabile razzismo spirituale o biologico a parte, il problema di questi radicali di destra è che proprio non ce la fanno a recidere il cordone ombelicale col Ventennio mussoliniano: è il loro immaginario, il loro sacrario, la loro mitologia e avendo il culto degli eroi e della tradizione vi rimangono pervicacemente attaccati con adorante atteggiamento necrofilo. Vanificano certe loro buone idee e la loro indubbia buona volontà continuando a vivere idealmente su Marte, come il gerarca Barbagli del geniale Corrado Guzzanti. 

 

Chi li ha visti?

Concludiamo la nostra panoramica accennando agli scomparsi eccellenti. In quale oscura catacomba si dibattono i comunisti duri e puri di Diliberto, Ferrero e company? E gli anarchici, ai loro tempi protagonisti di una corrente di pensiero che attecchì in un’Italia arretrata e generosa di grandi individualità (come Cafiero e Malatesta), ed oggi politicamente inesistenti? E che dire degli anarco-conservatori alla Prezzolini e Longanesi, dei cattolici anti-modernisti alla Papini, dei marxisti reazionari alla Pasolini? Tutti morti e sepolti, in tutti i sensi. Se l’Italia attuale non ha l’encefalogramma completamente piatto deve ringraziare la decrescita che Maurizio Pallante ha importato dal francese Latouche, il comunitarismo di Costanzo Preve, i signoraggisti Della Luna, Miclavez, Saba e altri, la controinformazione di Giulietto Chiesa e, doveroso ricordarlo qui, la critica “zerista” alla modernità cominciata vent’anni fa dal nostro direttore, Massimo Fini. In questo magma ancora misconosciuto dalla massa si stanno formando le idee che potranno ispirare la politica di domani. In quella di oggi, infatti, se pure ci sono, restano eccezioni, errori strategici, fastidiosi promemoria o se va bene formule illusorie e aleatorie. E dire che dovrebbero essere l’anima della politica, le idee. ™

 

Alessio Mannino 

Note:

1) Di Toni Negri si vedano “Impero : il nuovo ordine della globalizzazione” Milano, Rizzoli, 2002 e “Moltitudine : guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale” Milano, Rizzoli, 2004. 

2) «Oltre che la protesta, ci deve essere la proposta. E cioè il federalismo. In questa prospettiva si va ben oltre la situazione contingente. I cittadini, in altre parole, devono riprendere in mano il loro destino, imponendo il “paroni a casa nostra”. Noi ragionamo di autonomia locale a partire da quando parlavamo con gli zapatisti. Indipendenza, autogoverno, anche libertà oggi hanno un significato nuovo. Solo la sinistra non si accorge che il mondo cambia», A. Mannino, “Casarini: paroni a casa nostra!”, VicenzaPiù, 11 ottobre 2008. «La Cgil vuole mantenere una rappresentanza fra i vecchi. Giusto, bene, ma noi [partite Iva] guardiamo al futuro e il futuro è il precariato, noi siamo gli operai di un tempo», A. Pasqualetto, “Casarini e l’Onda delle partite Iva: noi, i nuovi lavoratori invisibili”, Corriere del Veneto, 13 marzo 2010

3) Lo aveva prefigurato già nel 1994 il buon Gianfranco Miglio nel suo aureo libretto “Io, Bossi e la Lega. Diario segreto dei miei quattro anni sul Carroccio”, Milano, A. Mondadori, 1994. 

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