Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Festeggiare cosa?

Unità d’Italia. I festeggiamenti e le ipocrisie. Cerchiamo di guardare in faccia la realtà, nella parabola da Garibaldi a Berlusconi. E basterebbe già questo. Oltre all’albertosordismo nazionale.

Io non ho festeggiato questa Italia incompiuta e fallita. E non perché non sappia che il cosiddetto Risorgimento (ma c'era mai stato un “sorgimento”?) contenga pagine gloriose, come la Repubblica Romana o le Cinque Giornate di Milano, o uomini che pur con tutti i loro pesanti difetti furono grandi uomini, a cominciare dai “magnifici tre”: Mazzini, Garibaldi e Cavour. E nemmeno perché, al contrario, misconosca gli errori, gli orrori, i misfatti, i massacri, le miserie e la disgustosa retorica con cui si vorrebbe far passare un processo storico che, come ogni vicenda umana, non fu un'epopea scritta nel destino ma un gioco di forze e interessi, idealizzato per giustificare un'unificazione forzosa e forzata.  

 

Notabili e massoni

Dovrei essere orgoglioso di essere italiano per cosa? 

Per vivere in un paese tenuto in vita con una cura accentratrice da cavallo, lì per lì anche necessaria, imposta all'indomani del 1861, che ha comportato una vera e propria guerra di conquista coloniale del Sud borbonico, sgozzato a furia di eccidi, spogliato dall'avidità dei “liberatori” e costretto a un'emigrazione biblica1, conculcando le meravigliose specificità locali col pugno di ferro prefettizio? Dovrei essere grato alla classe dirigente liberale, tutti galantuomini integerrimi per carità, che però ha spremuto e vessato la popolazione contadina (l'irrisolta questione agraria di cui parlava Gramsci)? Dovrei battere le mani al ricordo di un Crispi e di un Giolitti che a fronte di un parlamento rappresentativo di poche migliaia di notabili2 s'inventano, con pragmatismo atroce, una missione imperiale sporcando col sangue della povera gente le ridicole spedizioni coloniali in Africa Orientale e in Libia, che dovevano fare da mastice dell'amor di patria che non ne voleva sapere di superare lo stato di aborto? Dovrei provare un moto di ammirazione per gli ignominiosi Savoia, una famiglia di mezze calzette e nani politici, che non si degnarono neppure di cambiare l'ordine di successione chiamando il primo re Vittorio Emanuele I continuando invece la linea dinastica piemontese? E perché non dovrei far menzione dell'ideologia massonica che ispirò l'illusorio idealismo carbonaro-mazziniano, di stampo francese e inglese (e l'Inghilterra imperialista dell'Ottocento, con gli occhi puntati sulla Sicilia ricca di zolfo, protettrice dei Mille garibaldini, fu la vera levatrice dell'unità nel biennio finale 1860-61), una visione che sventolando la bandiera tricolore - un calco anch'esso massone e giacobino cioè straniero - snaturò la vera italianità, fatta di gelosi localismi e tradizioni agresti, aggiogandola al carro di un cosmopolitismo borghese-industriale che non aveva niente a che spartire con la nostra storia3

 

Contro popolo e chiesa

Perché non dovrei riconoscere che l'Italia prima del 1861 era un'idea letteraria, non più di una lingua sfarzosa ma pensata a tavolino nella sublime testa dei Dante, dei Petrarca, dei Foscolo e dei Manzoni e solo nella loro, e che perciò i paragoni con la Francia, uno Stato-Nazione fin dal Trecento, con la Germania che pur divisa era stata l'epicentro del Sacro Romano Impero, o con lo stesso impero inglese ferreamente unito da secoli e dominatore di mezzo mondo, non stanno in piedi da nessun punto di vista? Perché non dovrei essere onesto e riconoscere che la tanto agognata “libertà dei popoli” come la sognavano gli ingenui e implacabili repubblicani Mazzini e Garibaldi, fu tradita da uno Stato autoritario che giunto alla meta tenne Mazzini in quarantena e mandò in pensione Garibaldi, che emanò la liberticida legge Pica contro le ribellioni anti-unitarie, che armò macellai come Cialdini e Bava Beccaris? 

Per quale motivo non dovrei sottolineare che fu opera di minoranze certo eroiche ma che non fu affatto il frutto di una rivoluzione popolare poiché privo di seguito nel popolo vero, che viveva in campagna4 e che dall'unità ebbe in cambio, dopo secoli di disarmo imbelle, la leva obbligatoria e una torchiatura fiscale mai vista prima (l'odiosa tassa sul macinato)? Perché non dovrei risollevare dall'oblio tutta quella parte del movimento unitario, certo meno circonfusa di gloria ma più corrispondente alla realtà sociale di quel tempo, che per l'Italia futura aveva un più realista progetto federale basato sulla libera adesione dei popoli italici (Cattaneo, Ferrari)? Perché dovrei sorvolare sulla vergogna dei plebisciti annessionisti, zeppi di brogli e intimidazioni, e sulla rimozione di quella prima fase dei moti che videro in prima linea cattolici come Gioberti, Rosmini e Pellico e lo stesso Pio IX, moderati sostenitori di una soluzione confederata, che dopo il 1848-49 si ritrassero in disparte per l'accelerazione dovuta alla predominanza di forze unitariste, repubblicane e massoniche, numericamente esigue ma più agguerrite? E perché dovrei tacere sulla “questione romana” (non possumus, non expedit), che per mezzo secolo rese estraneo al nuovo Stato l'intera massa di credenti e praticanti, cioè la stragrande maggioranza degli italiani, e che ora viene bellamente negato dai cattolici odierni, in testa l'attuale pontefice tedesco, che vorrebbero farci credere che la Chiesa sarebbe stata artefice del genio nazionale ab origine (quale origine)?  

 

Morte della patria

E che dovrei dire della sinistra socialista e comunista, che dopo aver fatto tabula rasa di quella repubblicana e azionista, l'unica erede del Partito d'Azione risorgimentale (e perciò unica autorizzata a definirsi patriottica), dopo aver sputato sui morti e sui reduci della Prima Guerra Mondiale, sanguinoso lavacro con cui si compì il primo reale affratellamento di popolo nelle trincee, dopo aver considerato l'idea di patria un ferrovecchio reazionario, praticamente una porcheria fascista da distruggere per conto dell'internazionalismo proletario e marxista, dopo tutto questo al giorno d'oggi, mentre fa sua ogni idea alla moda (globalismo, europeismo, “terza via”, democratic party all'americana), ridotta in braghe di tela per aver perso dopo il 1989 qualsiasi slancio ideale e palingenetico, si aggrappa disperata alla mitologia nazionale per ragioni di bassa politica, per contrastare il leghismo parolaio e poltronaro? E cosa dovrei pensare della parola “patria”, oggi? Non ieri o l'altro ieri: oggi, adesso. Dovrei forse considerarla nel suo senso etimologico, di “terra dei padri”? 

Ma tale significato, il più vero perché primigenio, evoca uno spazio (la terra), definito e delimitato da una memoria, una tradizione, una discendenza di sangue (i padri). Italianamente, si collega d un carattere fondamentale delle genti della penisola: la famiglia come legame ancestrale e prioritario nell'esistenza individuale, ancorata ad un luogo con una sua storia. Ora, c'è forse qualcuno che possa affermare con sicurezza e sincerità che nell'Italia odierna il micro-cosmo familiare rispetti una qualche fedeltà di retaggio ad una heimat tradizionale, ad una particolare e unica collocazione territoriale? È ancora presente una “casa del padre”, sia come punto fisico che soprattutto come abitazione dell'anima? Resiste forse, sul piano collettivo, una concezione di eterno ritorno alle origini, una venerazione o quanto meno una conoscenza dell'albero genealogico, un richiamo interiore verso i propri avi e il mondo in cui vissero? 

 

L’uomo nuovo

Non avrei allora l'obbligo di ammettere che il legame famiglia-luogo-storia è stato spazzato via dall'incessante opera di corrosione della modernità su ogni idealità spirituale e disinteressata? Che la dittatura del mercato che ne è l'essenza, abolendo  distanze, confini e appartenenze, ha creato l'uomo nuovo: cioè l'individuo-atomo, una monocellula che vaga e che vede i legami ereditari come una zavorra di cui liberarsi in nome del proprio “io” narciso, volubile, instabile e, appunto, sradicato? Il padre, di sangue e terra, è sepolto, e con lui la patria. Al suo posto viviamo immersi nel grasso di una Grande Madre consumista che in cambio di un po' di benessere (sempre meno, sempre più difficile e precario) ci frusta da mane a sera costringendoci a lavorare non per il bene nostro, ma per quello del sistema, del Pil, della crescita, della moneta e, va da sé, per ingrassare i suoi padroni e profittatori asserragliati nelle banche, dei grandi gruppi industriali e nei palazzi della politica serva e complice. Perché dovrei allora illudermi che il compleanno di una nazione fatta male, fatta in fretta, fatta a forza, non sia una roboante parata di cartapesta? 

Perché non dovrei accorgermi che i giovani che si sentono italiani, nella loro vita quotidiana e nella loro visione del mondo si comportano e pensano da bravi occidentali americanoidi, seguendo uno stile di vita perfettamente global, senza conoscere la storia del proprio paese, della propria città, della propria famiglia? Perché appiccicarsi addosso l'identità posticcia di italiano quando ha vinto il mondialismo, che livella differenze e culture perché per sua logica interna deve esistere un solo tipo umano, il cittadino-consumatore che sceglie le idee e il voto come al supermercato sceglie i prodotti, tutti uguali in tutto il pianeta? 

 

Il “particulare”

La nostra unità, libera da orpelli e auto-inganni di comodo, è basata sul suo opposto, sulla diversità. Diversità fra dialetti, paesaggi, storie, usi, mentalità ed economie dei comuni, dei campanili, dei valli e delle piane5. L'Italia è Italia, al contrario di quanto pensava Mazzini, perché fatta di tante piccole Italie. Non l'unità, ma la nostra multiformità dovremmo onorare. Ciò che ci rende unici al mondo e così insofferenti alla memoria condivisa e al sentimento nazionale è il particulare guicciardiniano: questo è il valore e il disvalore, la croce e la delizia dell'eterno italiano. Quest'arte di vivere individualista e localista al culmine del suo splendore partorì l'uomo rinascimentale, che voleva essere un modello universale: armonioso, nevrile, ambizioso, visionario, audace, faziosissimo ma responsabile e tutto d'un pezzo, esteta ed edonista, magniloquente e pagano (Papi compresi). Ma il particolarismo regionale delle Signorie litigiose non resse al confronto con la potenza dei più grandi stati d'Oltralpe, e tramontato il sogno di Lorenzo il Magnifico di una penisola egemonizzata da Firenze venne il tempo umiliante delle dominazioni straniere. 

Successivamente trascinati dal vortice delle idee illuministe e dei concreti appetiti economici dell'industria del Nord e della finanza anglo-francese, abbiamo abbracciato la modernizzazione imitando modelli esteri che non erano fatti per noi: lo sviluppo industriale e finanziario a tappe forzate, il centralismo più bieco, il colonialismo straccione, il borghesismo privo di una seria borghesia, il marxismo con un popolo di contadini fedeli ai preti, una monarchia senza nerbo e prestigio, la realpolitik coi piedi d'argilla, il patriottismo senza patria. 

Politicamente, il solo parto originale dell'Italia unita fu il fascismo, che se vogliamo dirla tutta fu il consequenziale compimento di una “nazionalizzazione delle masse” che Mussolini portò all'estremo. Un'esperienza velleitaria e controproducente che fallì con l'8 settembre, la vera pietra tombale di un amor patrio degenerato in un imperialismo al di sopra dei nostri mezzi e fuori dal nostro spirito. 

Uno sfascio che fece dell'Italia sconfitta e uscita a pezzi dalla guerra civile una portaerei Nato, uno stato a sovranità limitata. Così, l'uomo di Guicciardini diventò la macchietta da commedia all'italiana, il simpatico cialtrone alla Alberto Sordi senza serietà né onore. Non per niente oggi nel mondo l'Italia, purtroppo, è identificata con l'arcitaliano Berlusconi. E non per caso l'ultimo baluardo di italianità integrale che tutto sommato resiste alla globalizzazione è il più trito luogo comune dell'Italietta al sugo: la cucina. La pasta e la pizza nella ricetta tradizionale, pomodoro basilico e mozzarella o spaghetti, sono di un bel tricolore a cui non saprei rinunciare per tutti i macburger dell'universo. D'altronde, il vero italiano si vede a tavola: Franza o Spagna, basta che se magna. ™

 

Alessio Mannino 

Note:

1) È la cosiddetta “guerra al brigantaggio”, che non fu una lotta al crimine ma una vera e propria repressione su vasta scala contro oppositori politici organizzati in bande paramilitari e intere province del Meridione insorte contro gli occupanti “piemontesi”. 

«Io credevo che i briganti fossero proprio briganti, non anche ex soldati borbonici e patrioti alla guerriglia per difendere il proprio paese invaso. Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con fucilazioni di massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sulle colline e colonne di decine di migliaia di profughi in marcia», P. Aprile, Terroni, Piemme, 2010.  

2) Massimo D'Azeglio all'indomani delle prime elezioni parlamentari del 1861: «Questa Camera rappresenta il Paese reale come io rappresento il Gran Sultano turco!», G. Lentini, La bugia risorgimentale. Il Risorgimento italiano dalla parte degli sconfitti, Il Cerchio, 1999.  «La Massoneria in Italia ha rappresentato l'ideologia e l'organizzazione reale della classe borghese capitalistica». Atti parlamentari, Discussioni, vol. 298, pag. 3658, cit. in G. Oneto, La strana unità, Il Cerchio, 2010. 

3) «Fu Mazzini il primo ad adottare per la sua Giovane Italia il rosso, bianco e verde che erano i colori di derivazione francese della Repubblica Cisalpina, poi Italiana, poi Regno d'Italia, le denominazioni del dominio napoleonico. E' solo a partire dal 1848 che diventa il simbolo unitario del movimento nazionale, e questo perché, essendo quasi tutti i “padri della Patria” dei massoni, vi riconoscono il proprio credo. (…) Gli stessi “fratelli d'Italia” dell'Inno di Mameli sono da intendersi come fratelli di loggia», G. Oneto, op. cit, 2010. 

4) Come ricorda Paolo Mieli, lo ammise già allora uno spirito onesto come il giovane Ippolito Nievo: “«Sì! Questa inerte opposizione o questa muta indifferenza agli sforzi della nostra intelligenza per conquistare i diritti di libertà cova ed opera sordamente nelle nostre plebi. Se ne togliete le poche popolazioni industriali (che sono eccezioni in Italia), la grande maggioranza della nazione illetterata, il volgo campagnolo segue svogliato il progresso delle menti elevate. È più di peso che aiuto al rimorchio; e, lasciato appena, ricade contento nella propria quiete». Per cambiare la situazione, a detta di Nievo, sarebbe stato necessario conquistare i preti «funzionari indispensabili nella società attuale, soli rappresentanti della intelligenza» del volgo”, P. Mieli, Le ferite del Risorgimento, Corriere della Sera, 8 marzo 2011. 

5) «Per esprimersi in termini schematici, ma pensati appunto per far emergere contrasti e contraddizioni: come possono ad esempio un italosettentrionale laico, maturo, di sesso maschile, mediamente abbiente, d'istruzione corrispondente alla scuola media secondaria, e una italomeridionale o isolana giovane, magari disoccupata e ragazza-madre, d'istruzione elementare o medio-primaria, nullatenente, cattolica oppure ebrea (e oggi magari musulmana), condividere la stessa “identita nazionale”? Di quali “Fratelli d'Italia” andiamo mai blaterando?», F. Cardini, L'identità italiana,  "http://www.francocardini.net" http://www.francocardini.net, 17 marzo 2011.

MOLESKINE aprile 2011

Il buon senso prima della decrescita