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Metaparlamento: gli “-iani”: Chi sono costoro?

Berlusconiani, certo. Anzi: per forza. Ma anche finiani, tremontiani e maroniani. Per non parlare dei veltroniani, dei dalemiani e addirittura dei franceschiniani. E poi vendoliani, casiniani...

Ma soprattutto: cosa vuol dire essere scajoliano?

La nostalgia è un umanissimo struggimento da innamorati, esiliati o letterati. In politica è onanismo. Ma ridotta com’è la politica a calciomercato di figuri e figurine, nostalgici siamo costretti ad esserlo almeno un po’. Bei tempi quando il panorama era popolato da tradizioni onuste di gloria e sacrifici in nome dell’ideale: il socialismo, il comunismo, il liberalismo, il cattolicesimo democratico, il fascismo. A incarnarle erano uomini di grande spessore, mossi da una visione e non dal tornaconto personale: Turati, Einaudi, De Gasperi, Togliatti, Mussolini morirono poveri, senza conti in Svizzera o ad Antigua. Finchè non crollarono assieme al Muro di Berlino, le vituperate ideologie svolsero la nobile funzione di selezionare una classe dirigente di qualità, colta, rotta a ogni machiavellismo ma consapevole dei propri doveri e rispettosa dei codici d’onore che essa stessa si dava. Poi sono arrivati Craxi (che pure nel rivendicare la corruzione ci mise la faccia), Pomicino, la P2 di Gelli, i nani e le ballerine dell’ultima, decadente fase della Prima Repubblica. Con la Seconda, impersonificata da uno statista del calibro di Berlusconi - grottesco caso di narcisismo infantile al potere - siamo scivolati nel baratro della banalità eretta a pensiero, dell’insignificanza arraffona per far carriera, della pochezza servile fatta sistema. La caratura militante, gli attributi di personalità, la preparazione teorica non sono più requisiti necessari a rappresentare il popolo e scalare i vertici. Secondo una vecchia ma sempre efficace battuta, siamo passati dalla classe dirigente alla classe digerente. 

 

Berlusconidi

Il paesaggio di macerie umane non può allora che cominciare dal circo dei vermiciattoli berlusconiani. Le feroci liti di corrente nel Pdl sono tutto fuorché l’effetto di tensioni gravide di chissà quali travagli interiori. Gli ex Msi ed ex An più realisti del re, come La Russa e Gasparri, vanno a braccetto con ex piduisti come Cicchitto, uniti dallo spasmodico amore per la poltrona. Il loro passato erompe in scatti d’istinto, come quando l’arrogante sanbabilino La Russa si dimentica di essere un Ministro della Repubblica e fa l’invasato in parlamento, o quando Gasparri, fascistello di seconda fila, recita a memoria le veline di regime sui tg. 

O come quando Cicchitto, già craxiano e aduso all’ossequio del padrone, salta da una trasmissione all’altra a magnificare parole e opere del Capo senza mai neppure un mezzo cenno di spirito critico. Nel partitone di Silvio sono a capo dei berlusconiani doc, superati in oltranzismo solo dall’isterica Santanchè. 

Larussiani, gasparriani, cicchittiani, santanchiani: unica missione, glorificare sempre e comunque ogni voce dal sen fuggita del loro datore di lavoro, impiegati pagati un tanto a piaggeria. 

Ma devono guardarsi dai nemici interni. Il defenestrato Scajola (l’ex ministro a sua insaputa), ha fondato una sua corrente finalizzata, naturalmente, a ricattare il suo stesso governo. Quale mai potrà essere l’alta finalità ispiratrice degli scajoliani? Ma è ovvio: far riottenere al loro beniamino un posto a Palazzo Chigi. Altre motivazioni non appaiono all’orizzonte. Idem con patate per i seguaci del rampante Verdini, acerrimo rivale di Scajola. Si contendono la gestione delle tessere e dei capibastone, e tanto basta per schierarsi con l’uno o con l’altro. Non si registra l’esistenza di un seguito organizzato per Tremonti, cui va dato atto di essere l’unico fra i colonnelli a possedere una testa pensante, a usarla scrivendo ponderosi e ipocriti libri, e addirittura a farne strumento di strisciante dissenso contro di Lui. Lo scopo non è l’affermazione di una pura e disinteressata idea di destra anti-globalista, ma la successione al fondatore dell’impero di Arcore. 

Se proprio vogliamo classificare qualcuno come tremontiano, si vedano le nomine nella società pubbliche: sono un elenco ragionato di uomini fedeli al ragioniere di Sondrio. L’ex proconsole veneto Galan, un berlusconiano della prima ora, ha aperto i cannoneggiamenti contro Tremonti, e con lui c’è tutta la schiera di giovani ministri (Alfano, Gelmini: ma chi erano costoro, prima che venissero chiamati dall’Unto?) ansiosi di spazzare via l’establishment che proveniva da An e Forza Italia per sostituirlo. Potere, solo potere.

E i socialisti della diaspora Psi passati con Forza Italia? Cicchitto a parte, Chiara Moroni è passata con il “traditore” Gianfranco Fini, e persino Stefania Craxi ha detto chiaro e tondo che Berlusconi è alla frutta. I liberali e liberisti come Biondi, Urbani, Dotti, Martino? Alcuni se ne sono proprio andati, altri sono rimasti ma contano come il due di picche. Dei cattolici pidiellini, poi, non parliamo neanche. Ormai solo la Cei, per i suoi noti bisogni fiscali e finanziari, non fa caso al barzellettiere Silvio e alla sua satiriasi pubblica. Praticamente nelle file del partito è rimasto soltanto il giro dell’Opus Dei, che ha nel governatore lombardo Formigoni il suo campione. 

 

Democraticume

Se passiamo al Partito Democratico c’è da mettersi le mani nei capelli. Scomparse le gloriose etichette eredi di falce e martello o dello scudo crociato, il campo è dominato da capi-banda. I tratti distintivi dei loro seguaci non si rifanno, anche qui, a divisioni programmatiche e tanto meno a progetti di lunga portata, ma unicamente alla strategia di volta in volta scelta dal leader di riferimento per conquistare posizioni per sé e per il suo gruppo. I veltroniani, oggi in minoranza, seguono gli zig-zag del mellifluo Veltroni nella sempiterna contesa che lo vede avversario di D’Alema, coi dalemiani che fanno a gara per essere i cloni del proprio saccente e indisponente capobranco. L’attuale segretario Bersani, creatura del malefico baffino, sta reclutando le sue truppe personali, i bersaniani: mistero fitto su quali siano la profonde diversità dalla casa madre. Lo stesso vale per i fassiniani adoratori di Fassino. 

Anche Franceschini e i franceschiniani sono nati da un ascesso del veltronismo, mentre Letta e i lettiani si stanno ritagliando un proprio spazio come punta avanzata del moderatismo in salsa Pd: ancora un passetto e potrebbero finire nell’Udc. Tanto, al massimo litigherebbero sulle candidature (che, per inciso, sono il vero ostacolo al saltabeccare di qua e di là da un partito all’altro: Rutelli, della cui ossessiva presenza su giornali e tv ci sfugge il senso, ha mollato la baracca perché spazio per lui non ce n’era più, mica per altro). 

C’erano una volta i cristiano-sociali, i laburisti, resistono i cosiddetti Ecodem (ex Verdi ora Democratici), scomparsi dalle scene gli Teodem (gli ultracattolici come la Binetti, trasferitasi nell’Udc), svanita nel nulla quella che un tempo poteva essere definita la sinistra del Pd. Non c’è posto per il vecchiume di teorie forti: la forza che ha unito la parte più al centro dei Ds e la parte più a sinistra del Ppi è leggera fino all’evanescenza, concreta fino all’inciucio, americana fino all’ambiguità strutturale su tutto (vedi i patteggiamenti e i ponti d’oro al Pdl su giustizia, economia, relazioni internazionali ecc). Un contenitore privo di contenuto ma pieno di nullità. Perché non ci vengano a dire che un Veltroni, per fare un esempio, a parte averci fatto due palle così col cinema e i libercoli lacrimosi, ha prodotto atti tali da passare alla storia. O che Renzi, osannato solo perché non è ottuagenario e dice cose di destra coi voti di sinistra, è niente più che il nulla che avanza, come ha detto benissimo il bravo comico Crozza. 

 

Estremità di niente

Alle ali estreme (si fa per dire: di estremo c’è la melassa del pensiero unico industrial-capitalista) si sono sgretolati gli estremismi basati su architetture ideologiche fatte di rigore e cultura. Largo al personalismo sfrenato: chi era comunista o giù di lì ora è vendoliano, mentre chi era in An ma senza genuflettersi al dio Silvio è finiano. Gli aficionados di Vendola sono la versione 2.0 dei bertinottiani, e il loro cervello naviga placido nella poltiglia dolciastra dei luoghi comuni di sinistra. L’egemonia di Nichi ha messo all’angolo gli anacronismi del comunismo duro e puro che vivacchia in micro-partiti insignificanti. A parte la fede cattolica tormentata dalla propria omosessualità, non emergono dati per cui considerare Vendola molto più che uno spara-metafore col vuoto dentro. Fra un finiano e un aennista rimasto nel Pdl, poi, tutta la differenza sta che il primo non può più sopportare la deriva psichiatrica del premier e il secondo la scambia per orgoglio del maschio italiano. Questo in basso, nella base. Nello stato maggiore di Fli, chi è rimasto fedele a Fini nella sua crociata anti-berlusconiana lo ha fatto per salire di grado nella visibilità mediatica (Bocchino è un caso esemplare: nel Pdl era un tenentino, oggi è il secondo di Fini). 

 

I terzi polli

Il partitino “futurista” (scusaci, Marinetti) cerca compagnia nel Terzo Polo con Casini e Rutelli. Di quest’ultimo non vale la pena parlare, fatta eccezione per ricordare che è stato quasi tutto (radicale, ambientalista, Pd, ora vaticanista con la sua fantomatica Api) e che in vita sua non ha dato granchè alla patria tranne che svendere Roma al Papa nel Giubileo del 2000. Più interessante Casini e la sua Udc. Fuori le truppe mastellate di Mastella da Ceppaloni, fuori uno dei pochi, Tabacci, che non faceva il portaborse, fuori Follini accasatosi nel Pd, Casini sventola la bandiera della Dc ma senza averne ereditato un briciolo di lungimiranza, saggezza, peso sociale. 

Fa comodamente il terzo incomodo mettendo sul mercato i propri elettori. Non chiamiamoli democristiani: chiamiamoli casiniani. All’orizzonte si intravede la calata a Roma dei montezemoliani: potrebbe essere Montezemolo, il cavallino rampante dei poteri forti, a dare la marcia in più all’asse Fini-Casini-Rutelli nato già stanco. Su quali libri si nutrano le menti che guardano a mister Ferrari come al messia per il dopo-Berlusconi è presto detto: i libri contabili della grande industria e dei salotti buoni del capitalismo italiano. Business is business. 

 

Slega Nord

Gran finale con la Lega Nord. Pochi ne sono al corrente, ma Bossi deve vedersela con un Carroccio spaccato a metà. E non su concezioni alternative del leghismo (come sarebbe se, putacaso, qualche padano si ricordasse delle origini prettamente localiste, e quindi no-global, delle “leghe” settentrionali), ma per una guerra intestina combattuta dietro le quinte, in puro stile leninista. A un lato del ring è in piena ascesa Maroni. Dietro di lui il potente sindaco di Verona, Tosi, e il presidente del Piemonte, Cota. All’altro lato troviamo un altro ministro, Calderoli, a cui sono legati il sottosegretario Castelli e doge veneto Zaia. Maroniani e calderoliani si disputano il primato sul territorio con agguati e colpi bassi, mentre in alto il Senatùr (non si sa quanto dominus della situazione, per la verità) esercita il suo potere di veto grazie all’antico e sempre utile divide et impera. 

 

Squallidoni

Che dire? Non se ne salva uno. Ma non è tutta colpa della politica, o meglio non è solo la politica il problema. Il guaio è che la società del dio denaro e del materialismo senz’anima non tiene in nessun conto la forza vivificante e, volesse il cielo, dirompente della cultura, delle idee, del pensiero. Ha posto in cima alla sua scala di valori il miserabile benessere materiale, e la corsa a conquistare la posizione è il miglior modo per mantenere intatto lo status quo. Così uno che si mette in testa di fare politica si cerca un carro su cui saltare e un ras a cui giurare obbedienza (salvo, naturalmente, scaricarlo se dovesse cadere in disgrazia). E lo squallore continua.

 

Alessio Mannino 

Politica, brutto mestiere

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