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Tre sì per dire no

I lettori di vecchia data del Ribelle, e ancora di più quelli di Massimo Fini, sanno benissimo quale è la nostra posizione in merito alla falsa democrazia rappresentativa del nostro Paese, così come più in generale sul concetto in sé del mondo. Per tutti valgano le parole del saggio Sudditi del nostro direttore politico stesso.

È il motivo per il quale, nella maniera più assoluta, da anni - evidentemente - portiamo avanti dal punto di vista metapolitico la convinzione relativa al No Voto: da questa o quella parte, tra quelle imposte, è non solo inutile votare, ma è addirittura contrario alle nostre convinzioni. Non solo votando per una o l'altra oligarchia politica del nostro paese si concede in ogni caso un voto a una coalizione che va contro i principi fondamentali del nostro sentire politico e ideologico, ma a un livello ancora superiore, dando il proprio voto, ovvero consegnando la scheda (anche nel caso di votare scheda bianca) si entra di fatto nel numero dei votanti. Ovvero nel numero di quelli che, recandosi a votare, riconoscono e legittimano di fatto il sistema stesso al quale partecipano.

La nostra posizione in tal senso è radicale: non ci rechiamo a votare perché non riconosciamo né legittimiamo il sistema stesso che ci chiama - come sudditi, appunto - alle urne per sancire con il voto fintamente democratico una situazione che tutto è fuorché tale.  Almeno fino al punto in cui non sarà davvero possibile a ogni forza politica di emergere e partecipare sul serio a una votazione realmente democratica - il che vorrebbe dire cambiare il sistema mediatico del nostro paese, rimuovere del tutto i contributi pubblici ai partiti e più in generale tutte le norme che la classe politica attuale si è inventata e si è attuata per preservarsi nel luogo in cui è - così come almeno fino a quando non verranno reintrodotte le preferenze dirette, votare è operazione ridicola. È l'asserzione stessa della propria sudditanza.

Di più: invece della sciocchezza comune secondo la quale non andare a votare sarebbe un sintomo di menefreghismo, è in realtà vero esattamente il contrario. Non votare, allo stato attuale delle cose nel nostro Paese, è una precisa posizione politica, molto più precisa, e molto più "politica", dello stesso fatto di recarsi alle urne. 

Il partito dei non votanti è, oltre che tante altre cose, il partito secondo il quale il voto è inutile e le votazioni di fatto sono illegittime.

Cosa diversa - molto diversa - per quanto attiene invece ai referendum. In questo caso la preferenza è diretta, su questioni precise, e si può esprimere la propria opinione senza per questo accordare fiducia a questa o quella casta.

Non è un caso che il referendum venga considerato, da questa stessa classe politica, come uno strumento usurato e vecchio. Il motivo è che il referendum è l'unica cosa che ancora può, in un certo senso, ridare la democrazia al legittimo proprietario, ovvero il popolo. Così come non è un caso che il referendum venga portato avanti di volta in volta da questa o quella parte politica con connotati di carattere populista. Attenzione: dando al termine una accezione descrittiva e intendendolo dal punto di vista scientifico, e non denigratorio come invece viene sovente indicato, guarda caso, proprio da tutti gli altri.

I referedendum sono insomma al momento l'unico strumento legale in corso attraverso il quale potersi esprimere democraticamente. Tanto che, ed entriamo nel cuore del problema attuale, ogni volta in cui vengono indetti, proprio la classe politica stessa, attua tutta una serie di artifici, al limite del ridicolo, se non fosse che la cosa è anche tragica, per depotenziare e disinnescare le possibilità stesse dei referendum.

Domande trabocchetto, comunicazione silenziata, mistificazione più vari ed eventuali richiami a disertare la votazione, al fine di rendere nullo il referendum stesso che, a differenza che in tutte le altre votazioni, deve  raggiungere il quorum. Deve insomma votare oltre la metà degli aventi diritto. Immaginiamo solo di passaggio cosa accadrebbe se fosse applicata la stessa norma a una votazione per le elezioni Politiche. Insomma il punto è chiaro: più la votazione si avvicina alla democrazia più la si rende difficoltosa e la si tenta di spuntare. Viceversa, più la votazione si avvicina agli interessi di tutta - tutta - la classe politica dominante, più la si rende bloccata mediante la negazione della preferenze, la validità malgrado il raggiungimento del quorum, i vari premi di maggioranza e più in generale tutte le porcate cui siamo abituati da decenni. Ne scrive a dovere Ferdinando Menconi su questo stesso numero della rivista.

Il prossimo referedum del 12 e 13 giugno è dunque fondamentale. E ci dobbiamo battere tutti, a livello di comunicazione anche personale con ogni persona che abbiamo intorno, per fare in modo che venga tenuto in considerazione. Per fare in modo che la gente vada a votare e, speriamo, per fare in modo che vada a votare scegliendo per fare andare le cose secondo i criteri che, a nostro avviso, devono essere tenuti in considerazione.

Rapidamente: si vota per abrogare delle norme che incidono su tre punti molto diversi: Nucleare, Acqua e Giustizia.

Come è - o dovrebbe essere - giusto orientarsi in occasione di ogni votazione, così come di ogni scelta nella vita, per scegliere come votare si deve fare riferimento ad alcuni criteri. E siccome i tre temi di questo referendum sono evidentemente topici, si tratta di individuare la propria visione del mondo e dunque calare il tutto nella pratica specifica del caso.

In merito al nucleare non c’è molto da dire. Ammesso e concesso che ci faranno votare, viste le ultime uscite di Berlusconi con l’escamotage di voler evitare il referendum in quanto viziato dalla situazione emotiva del Giappone, la cosa è cristallina: dal punto di vista pratico si tratta di ribadire, ancora più adesso che abbiamo nuovi dati, il no al nucleare che già i cittadini italiani diedero diversi anni addietro. Come forse poche altre cose nella vita, nel caso del nucleare le certezze sono molte di più dei dubbi: è una tecnologia incompleta (i rifiuti non si sa ancora dove metterli), pericolossisima (nessuno può escludere incidenti che hanno effetti devastanti) e di fatto inutile (serve a coprire una piccola percentuale di fabbisogno energetico a fronte di ingenti risorse da utilizzare). Per di più, e questo è il punto generale, è una tecnologia che va oltre ogni visione della vita di un autentico ribelle: il punto non è soddisfare le attuali richieste energetiche, per di più mediante un sistema che in ogni caso andrà ad esaurire il materiale necessario alla sua messa in opera. Il punto è consumare meno, o al più (o insieme) trovare fonti pulite di energia. Ergo noi votiamo sì per dire no al nucleare.

In merito all’acqua il discorso è forse ancora più semplice. Il criterio ordinatore risiede nel fatto che siccome l’acqua è indispensabile alla vita, essa non deve nel modo più assoluto essere trattata come merce. Non deve finire in mano ad aziende, le quali naturalmente vorranno, in un modo o nell’altro, trarne profitto, ovviamente a discapito di chi non potrà “permettersi” di acquistarne. Il fatto di sostenere che in mano a una azienda privata tutto il sistema idrico funzionerà meglio che se in mano al settore pubblico che non è in grado di farlo funzionare a dovere è una sciocchezza. Il criterio non è, nel caso, di spostare dunque tutto in mano ai privati, ma di battersi per imporre e rendere efficiente il servizio pubblico. Dunque, anche in questo caso, voteremo sì per dire no all’acqua privatizzata.

In merito infine al legittimo impedimento, il punto è leggermente più controverso. Beninteso, voteremo sì per dire no alla impunità di Berlusconi, che di questo si tratta nel caso attuale.  Ma la norma in sé, correttezza intellettuale impone sottolinearlo, non è del tutto sbagliata: se vi fosse davvero, in un paese qualunque, una magistratura politicizzata sino al punto di tentare di rovesciare un verdetto democratico mediante la persecuzione del premier, tale norma potrebbe essere accettata, sebbene con alcuni distinguo. Esempio: il premier non compare nei processi perché legittimamente impedito a farlo in ordine ai suoi impegni governativi ma - questo il punto - tutti gli eventuali processi a suo carico non si prescrivono affatto, e in ogni caso, tale norma potrebbe essere accettata se insieme a una altra norma che non permette di avere più di due mandati politici. Se dopo due mandati si torna in stato giuridico normale, il processo deve riprendere.Così in Italia non è. Sia perché un personaggio può, mediante la politica, farsi rieleggere a vita ed evitare, nel caso, di essere processato a vita, sia perché - è evidente - anche nel caso di una attenzione superiore da parte della magistratura nei confronti di Berlusconi, un motivo per il quale procure di mezza Italia gli danno la caccia da quasi venti anni ci potrebbe essere veramente, per usare un eufemismo. Pertanto a questo punto sarebbe veramente il caso di fugare, mediante processo, i tantissimi e ragionevolissimi motivi che vedono il Presidente del Consiglio imputato.

Voteremo sì per dire no a una norma che solo un cieco può considerare, allo stato attuale, in modo differente da quello che è: un salvacondotto a vita per Berlusconi.

Valerio Lo Monaco

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