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Indignados. E furiosi

Che una massa crescente di persone, in tante parti del mondo, sarebbe stata spinta a sollevarsi nei confronti della situazione attuale, era cosa facilmente prevedibile. E non dallo scoppio della crisi del 2007, sebbene questa abbia dato forse una delle spinte decisive, ma ancora prima, quando si era capito benissimo - e pochi e inascoltati lo avevano capito e scritto - la direzione che il nostro modello di sviluppo e la sudditanza dei cittadini nei confronti della politica (per dirla finianamente) aveva ormai preso.

Che si tratti dei casi ferocemente repressi, e tenuti nascosti, della popolazione cinese allo stremo delle forze in un paese che tratta i cittadini come veri e propri schiavi, che si tratti delle rivolte nel mondo arabo, dei tea party negli Stati Uniti, del movimento degli studenti e dei lavoratori in Gran Bretagna o di quanto accade in Europa, tra Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna, il minimo comune denominatore è uno scontento generalizzato dello stato delle cose.

Scontento che comincia a preoccupare seriamente i vari governi e le oligarchie di mezzo mondo, visto che alla presa di coscienza di una indignazione generale, inizia a seguire lo stadio successivo: dopo l'indignazione, la furia. 

E dunque non solo manifestazioni, ma veri e propri scontri, sommosse, ribellioni.

Naturalmente i casi sono differenti, da luogo a luogo, da popolazione a popolazione, e vanno genericamente di pari passo con le difficoltà crescenti che i cittadini di tanti paesi si trovano a dover affrontare. Dove la crisi morde di più, dove le ingiustizie vengono finalmente percepite per quello che sono, e dove soprattutto ci si rende conto che il futuro è stato divorato, lo spazio dell'indignazione lascia il posto più facilmente, come detto, a quello della furia.

Dalle nostre parti, nel Paese della politichetta dell'abracadabra berlusconiano e del bordone retto dalla parte opposta dalla sedicente, e finta, opposizione, la percezione è ancora vellutata in larga parte dell'opinione pubblica. Naturalmente chi già sta vivendo sulla propria pelle gli effetti più deleteri della situazione ha una presa di coscienza superiore, almeno dal punto di vista pratico, rispetto ad altre fasce di popolazione, che ancora sperano. Ma la speranza, come si sa, è l'anticamera della disperazione. A quel punto rimane poco da fare. Probabilmente la cosa migliore sarebbe evitare vacui atti di fede e speranza e capire immediatamente lo stato delle cose. E intervenire.

Ciò non toglie però che il dato che emerge dagli ultimi fatti di attualità vede il fiorire di una serie di iniziative molto più interessanti rispetto a quelle accadute nel recente passato. E, per essere chiari, queste sono quasi del tutto esterne alla nostra realtà italiana, avvinghiata a reconditi passati tenuti artificiosamente - e ridicolmente - in vita, a una concezione soap operistica della comunicazione e della politica e agli scandali della nostra classe dirigente. Questi da soli basterebbero a una sommossa, invece aumentano unicamente i discorsi al bar o dal coiffeur.

Al di là delle Alpi, soprattutto al di là dei Pirenei, ha preso vita il "movimento degli indignados", il quale pur essendo ancora in fasce e senza una fisionomia ancora ben delineata, e malgrado alcune ingenuità, presenta un punto importante di svolta. Gli indignados sono contro tutta la classe politica, di una parte e dell’altra. E hanno capito, almeno a leggere alcuni cartelli come quello che pubblichiamo nella copertina di questo numero del Ribelle, che al centro di tutto deve essere rimesso l’uomo. Non l’economia, non la politica, ma l’uomo. In Grecia non passa giorno che centinaia di migliaia di cittadini scendano in piazza a gridare non solo contro il governo, ma anche contro la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale: insomma hanno capito veramente l’obiettivo contro il quale scagliarsi.

Dalle nostre parti ci si aggrappa invece a Beppe Grillo e al suo MoVimento 5 Stelle. Il che equivale, in sintesi, a registrare un comprensibile atto di presa di coscienza in merito alla classe politica attuale, ma allo stesso tempo il fatto di vedere masse ingenti di persone che scelgono una strada a nostro avviso sbagliata per tentare di cambiare le cose.

Il progetto politico di Grillo - almeno quello che ne si sa - prevede un percorso molto semplice da capire: espandere la comunicazione grillina il più possibile per intercettare le fette di opinione pubblica che vogliono provare un modo diverso di fare politica, che vogliono provare a inserire nei consigli comunali, e un giorno anche in Parlamento, persone che in primo luogo non hanno nulla a che fare con i politici attuali (e degli ultimi 50 anni) e dall'altro lato portano avanti la volontà di fare politica in modo differente.

Ciò sta portando, dal punto di vista tecnico, indubbi risultati. Bastino quelli delle ultime votazioni amministrative, dove il movimento di Grillo ha in pratica raggiunto numeri uguali, e in qualche caso superiori, rispetto all'iper pubblicizzato e mediatizzato Terzo Polo di Fini-Casini-Rutelli.

Ma tale parabola crescente del partito di Grillo - chiamiamo le cose per come sono - attua una strategia che a nostro avviso è non solo poco utile, ma di fatto risulta controproducente, come fenomeno depotenziante, rispetto a ciò che sarebbe invece giusto fare, vista la situazione di oggi.

Il mito di voler fare una politica nuova all'interno di un meccanismo politico sbagliato, funziona in modo incapacitante: questa politica, questo modo di vedere il mondo, insomma questo sistema, non si cambia cambiando le persone, ma si cambia rovesciando il sistema stesso.

Non è inserendo grillini all'interno del Parlamento che si può rovesciare il governo di un paese corrotto fin nel midollo e in ogni ordine e grado della gestione pubblica e para-pubblica.

Fuori i corrotti dal Parlamento, fine degli sprechi della classe politica, internet per tutti ed energie rinnovabili (più altre cosette pienamente sottoscrivibili) sono molto rispetto alla situazione attuale. Ma sono poco, rispetto a ciò che una autentica azione ribelle dovrebbe fare. 

Adesso alcuni grillini siedono nei consigli comunali e presto anche in Parlamento, e dunque inizieranno a impelagarsi in logiche di partito, in accordi e in do ut des, a discutere di bilanci comunali e di finanziarie, senza incidere di un millimetro su chi tali finanziarie rende necessarie, ovvero la grande speculazione internazionale. Inizieranno a dibattere su leggi e leggine e sullo statuto dei lavoratori oltre che sul welfare, ignorando il tema fondamentale, ovvero il fatto che le condizioni di lavoro e  il sistema del welfare sono imposti in questo mondo dal modello di sviluppo nel quale viviamo, e non si modificano con lotte di politica interna.

Lo stesso per De Magistris: ora dovrà tentare di risolvere il problema di dove mettere la monnezza di Napoli senza capire che in questo modello la monnezza non può che prodursi e continuare ad accumularsi, visto che il mercato vuole la si produca e il mondo non è più in grado di nasconderla perché siamo già oltre i limiti.

Noi dobbiamo invece mirare allo scontro frontale contro la globalizzazione, contro la speculazione internazionale, contro il denaro privato delle Banche Centrali, contro il pensiero unico che vuole nel modello sviluppista l'unica strada percorribile, contro chi vuole un mondo tutto uguale, senza permettere l’autodeterminazione dei popoli e delle culture, contro tutti quelli che vogliono rendere il globo suddito del gioco al massacro a favore di pochissimi e contro tutti gli altri.

La politica interna, locale, è una conseguenza di questo. Non l'atto di inizio, perché essa, di fronte alle sfide superiori è ben poca, inutile cosa. Fare politica all'interno di un sistema assoggettato in tutto e per tutto al giogo sovranazionale equivale a perdere tempo. A credere di poter incidere nel quotidiano, su cose fondamentali, quando le decisioni, in tal senso, vengono prese all'interno delle stanze delle Bce, delle sedi delle aziende e delle lobby dei vari Soros e Rotschild, nelle stanze ovali di quei pochi e circoscritti luoghi dove davvero si decidono le sorti di interi paesi.

Contro questi dobbiamo combattere. Non in modo diretto, che le forze in campo ci vedrebbero fatalmente sconfitti, ma con atti di diserzione, di sedizione. Di guerriglia, innanzi tutto privata, e quindi lavorando affinché la cosa, estendendosi a macchia di leopardo, venga abbracciata da tutti i popoli della terra che si sentono depredati del presente e del futuro. Non è tempo di rivoluzioni, ma di ribellione.

 

Valerio Lo Monaco

La giustizia dei vincitori

Con la scusa dell’ordine pubblico