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20 anni con lui. Purtroppo

Berlusconi, sempre Berlusconi. Non si è parlato d’altro negli ultimi vent’anni in questa strabica Italia. Nel primo articolo che scrissi per La Voce del Ribelle regolavo subito i conti con il berlusconismo dandogli il posto che si merita: Silvio non è il tiranno che, una volta abbattuto, lascia libero il campo al popolo nuovamente sovrano; sta in un gradino più basso nella scala del potere reale, detenuto al sommo vertice, senza peraltro averne del tutto il controllo, dalle cricche finanziarie internazionali e dalle centrali istituzionali erette per proteggerne gli interessi (Bce, Fmi, ecc). La prova definitiva che la sovranità nazionale è ostaggio di personaggi non eletti o addirittura sconosciuti, difesi dall’anonimato infame dei famigerati “mercati”, si è rivelata in tutta la sua tragica verità in questi mesi di attacco speculativo all’Europa, mandato a segno anche attraverso il bersagliamento dei Bot italiani (e prima c’è stata la camicia di forza messa alla Grecia, ventre molle del continente). Il Cavaliere con tante macchie e una paura fottuta di perdere lo scettro del potere, in realtà di potere vero, che incide mediante le scelte economiche fondamentali, ne aveva e ne ha meno di quello che gli attribuiscono i suoi avversari. Ma ora che il Ventennio berlusconiano sta compiendo la sua parabola, inabissandosi fra scandali da basso impero e strette fiscali che mostrano tutto il ridicolo delle sue eterne promesse mancate, perfino gli antiberlusconiani di professione, facendo uno sforzo, potrebbero darne un giudizio più distaccato e obbiettivo. 

Il mio si riassume così: l’era di Berlusconi è stata lo specchio fedele dell’Italia più volgare, puerile, maramalda e becera, educata a pane e televisione, col mito del successo e dei quattrini, affascinata dall’America di Dallas, ipnotizzata dall’uomo ricco e piacione, col sorriso a 24 denti come nelle pubblicità dei dentifrici. Ma non è lui il Male, se mai ne esiste uno. Rappresenta, il Berlusca, l’arcitaliano in versione post-moderna, che dell’antica destra non ha nulla avendo svenduto ogni valore ideale per il miraggio di meno tasse per tutti, un milione di posti di lavoro, grandi opere faraoniche e il restante armamentario di balle firmate chez Vespa. Il sogno - che fin dal principio era un incubo plastificato di impossibile felicità - si è infranto contro il logorìo del tempo: dopo tutti questi anni, com’è inevitabile che sia, la magìa del Grande Imbonitore non fa più breccia. La decadenza dell’impero di Arcore, quindi, non è dovuta tanto ai guai giudiziari, alle storie d’alcova, alle imbarazzanti intercettazioni, alla conclamata corruzione di giudici e testimoni e al lungo e grottesco pedigree di malefatte del premier. Piuttosto, è figlia del fallimento dell’italian dream che l’imprenditore del Biscione ha instancabilmente ammannito agli italiani, uscito a pezzi dalla prova dei fatti. Uno può blandire, evoluire, girare la frittata finché vuole, ma a un certo punto il redde rationem arriva. Non foss’altro per l’età: Berlusconi, questo puer eternus che fugge da Crono scopandosi le ragazzine, è un vecchio, imbolsito, appesantito, invelenito. Sembra, orribile dictu per uno che ha fatto della fiducia e dell’ottimismo il mantra della sua esistenza, disperatamente sfiduciato. 

È l’ombra dell’uomo che fu, gagliardamente arrogante, ballista incallito, inesausto inventore di marketing politico, esuberante venditore di se stesso. L’alibi perfetto, con questa montagna di difetti che l’hanno reso attraente agli occhi di una certa Italia che vi si identificava, per l’altra Italia. Quella seriosa, sussiegosa, moraleggiante, perennemente indignata, sommamente ipocrita: la sinistra italiana. Il cui popolo è colpevolmente orbo, anzi più cieco di così si muore, visto che non vuole vedere la complicità dei D’Alema, dei Veltroni, dei Bersani, dei Violante che non hanno mai mosso un dito contro il conflitto d’interesse, radice di tutte le porcate berlusconiane. Con un nemico così, infatti, loro hanno campato alla grande, giocando sui frizzi e i lazzi del folclore arcoriano evitando accuratamente di dare battaglia sulle questioni vere: monopolio televisivo, leggi ad personam, leccaculismo filo-americano ai tempi di Bush. Il miglior alleato del berlusconismo è stata questa sinistra imbelle e amica del giaguaro.

E il giaguaro è l’incistato sistema di interessi industriali e finanziari che resta immobile, inattaccabile, inscalfibile. L’intreccio Mediobanca-Generali-Unicredit-Intesa-Fiat con contorno di salotti buoni, per capirci. Passano i governi, ma i poteri forti non cambiano mai. Magari si danno qualche assestata, ogni tanto fanno fuori  qualcuno dei loro (Geronzi, Profumo), spesso si fanno la guerra per spolparsi i brandelli pubblici ancora disponibili (di qui il can can per privatizzare tutto il privatizzabile), ma considerati nel loro insieme costituiscono un blocco unico, la casta più potente. Berlusconi, piazzando figli e sodali, è entrato nel sancta sanctorum di Mediobanca, segno che anche lui è del giro. E c’è stato un momento, qualche anno fa, che pareva si mettesse addirittura in affari col suo acerrimo rivale di sempre, quel De Benedetti tessera numero uno del Pd, un altro che te lo raccomando (controlla l’opinione pubblica di sinistra tramite il gruppo Espresso, eterodirigendola secondo i desiderata della finanza straniera ben rappresentata dal suo grande amico Soros, lo speculatore mondiale per eccellenza). Silvio non ha mai, dico mai fatto una sola mossa che desse realmente fastidio ai signori del denaro, anzi ha voluto farsi cooptare, seppure con una certa sete di rivalsa che risale alla famosa stroncatura dell’Avvocato Agnelli (un “parvenu”, lo definì quell’azzimato fancazzista con l’erre moscia). E, mi spiace, ma se non si intaccano le incrostate rendite di posizione delle grandi industrie e grandi Banche non c’è verso di poter dare una scossa all’immobilismo sociale di questo paese. 

Se, per ipotesi, Berlusconi avesse davvero realizzato una “rivoluzione liberale”, per cominciare avrebbe dovuto vendere le sue proprietà, ma in secondo luogo avrebbe dovuto spazzare via oligopoli, aiuti assistenziali, favoritismi legislativi, abusi consolidati che hanno fatto ingrassare le grandi imprese industriali e bancarie a spese di quelle piccole, spina dorsale dell’economia nazionale, e delle casse pubbliche, saccheggiate dal clientelismo della vecchia classe politica. Naturalmente non poteva farlo, perché lui stesso ha prosperato sotto l’ala compiacente del Palazzo, nel suo caso grazie a Craxi. Mentre la Lega lo è diventata, il berlusconismo è stato un bluff fin dall’inizio. Soltanto ora che volge al declino, chi si era illuso sul suo conto si arrende all’idea che il palazzinaro venuto su dal nulla (in realtà le sue origini sono equivoche, puzzano di mafia) è, per la sua storia e per la sua natura, costituzionalmente incapace di combattere un male, questo sì diabolico, la rete di potere industrial-finanziario, di cui lui stesso fa parte. 

Non poteva essere altrimenti. La sua concezione della vita, d’altronde, consiste nell’adorazione del dio profitto, del lusso, del “benessere”, non importa se conquistato più o meno illegalmente. L’importante, nell’antropologia berlusconiana, è il risultato, è l’aureola della vittoria, è circondarsi di agi, ville, applausi, yesmen, cortigiane e ammiratori. Gli staranno sicuramente sulle scatole quei santoni dell’affarismo in grisaglia e con la puzza sotto il naso, che gli hanno impedito di mettere le mani sul Corriere della Sera e che ce l’hanno con lui perché ha pensato solo agli affari suoi invece di favorire anche quelli loro; ma è fuori dalla sua forma mentis, di padrone delle ferriere, la possibilità di mettere in discussione i privilegi dell’oligarchia del denaro. Perché per lui il denaro è il generatore simbolico di tutto, è l’alpha e l’omega, è la misura di ogni valore. E siccome questa idolatria dell’Economico è esattamente l’elemento centrale della società contemporanea, si può dire che Berlusconi è stato veramente l’uomo-simbolo dell’Italia più moderna. Tutti gli altri, al suo confronto, non sono che comprimari, imitatori seppur a rovescio, contestatori che non contestano il segreto del suo successo: impersonificare la modernità nel suo edonismo e consumismo di massa, nel rincorrere il frivolo e il materiale, nella trivialità e nell’intima corruzione. Le varie sinistre non hanno saputo opporre un modello esistenziale alternativo, perché guai a toccare l’onnipotenza della tv, guai a porre un dubbio sui misfatti della finanza, guai a uscire dai binari del pensiero unico liberal-liberista, guai, in breve, a mettere sotto accusa la religione dell’Economia, comune denominatore di destra, centro e sinistra. Sono rimasti in mezzo al guado, a cianciare di uguaglianza e giustizia sociale come nel Novecento, ma guardandosi bene anche solo dallo sfiorare i fili del meccanismo che tutti ci sovrasta. Berlusconi ne è stato solo l’interprete meno falso e più spudorato, e per questo è stato vincente fino a quando il giochetto di prestigio non ha stufato. Dopo di lui sarà il trionfo del grigiore neo-democristiano e dei tecnocrati, delle verbose nullità e dei feroci esecutori di ordini sovranazionali. Vent’anni di avanspettacolo delinquenziale lasceranno il posto ai Formigoni e ai Bersani, ai Vendola e ai Montezemolo, con Draghi, il maledetto Draghi prossimo capo della Banca Centrale Europea, a tenerci in gabbia da Francoforte. Dalla padella alla brace. Con noi sopra, come prima, come dopo, come sempre. Il senso riassuntivo di questi ultimi quattro anni, in fondo, è questo: una progressiva, inesorabile emersione della nuda essenza della democrazia, scambiata per governo sovrano del popolo quando altro non è che la facciata parlamentare di una dittatura del mercato manovrata da interessi puramente economici, senza umanità né patria (di qui il nome di questa rubrica, che si chiama meta-parlamento perché le decisioni e i rapporti di forza che contano davvero si trovano fuori, ormai soprattutto all’estero, e non dentro le camere dei sedicenti rappresentanti del popolo). È stato così anche con Berlusconi, ma il suo kitsch criminale confondeva le acque. La crisi mondiale ha avuto il merito storico di renderne leggibile il fondo torbido e opaco, in cui il cittadino è solo uno schiavo del debito. Il dopo Berlusconi non concederà più attenuanti a chi si ostina a non accettare questa realtà. Una realtà che noi, nel nostro piccolo, andiamo dicendo dall’inizio di questa avventura editoriale e politica.

Alessio Mannino 

Italia, de Profundis?

SPECIALE 11/09