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Indignados nel mondo: dalla strada alla storia

L’anno appena passato è stato caratterizzato dalle proteste del nord-Africa e poi da quelle che hanno interessato l’Europa per poi sbarcare Oltreoceano e estendersi al resto del mondo.

Era il 15 maggio 2011 quando, proprio in riferimento alla data col nome di 15-M, per la prima volta gli Indignados guadagnarono l’attenzione dei quotidiani internazionali. Al grido di “Yes we camp” presidiarono 58 città dopo essersi dati appuntamento grazie ai social network più comuni (facebook e twitter) e con l’adesione di più di 200 tra associazioni e movimenti diversi - e nessun partito politico - nelle piazze di tutta la Spagna. 

Il cuore di questo incipit inaspettato e potente è stato Puerta del Sol, a Madrid. Il centro focale della protesta la dittatura economica e il potere della speculazione sul destino delle popolazioni, il silenzio della politica corrotta e collusa e la mancata redistribuzione della ricchezza, le palesi intenzioni dei Governi di lasciare che a pagare per la crisi siano in toto i cittadini e per nulla le Banche, gli istituti finanziari, i privilegi sociali, economici e politici delle classi dirigenti.

Da allora il movimento degli Indignados, o meglio una serie di movimenti correlati e essenzialmente dotati delle stesse caratteristiche e volontà di quello spagnolo, si è esteso a tutto il pianeta. 

 

Chi erano ieri e chi sono oggi gli Indignados

I manifestanti erano all’inizio sopratutto giovani e studenti. Accanto a essi si sono schierati lavoratori precari, pensionati che non arrivano a fine mese, disoccupati al limite della sopravvivenza. In comune, questi cittadini hanno la voglia di riscatto e la forza di sfidare i divieti, sempre più stringenti all’acquisizione di importanza da parte del movimento, imposti da autorità locali (ma non solo) e forze dell’ordine. 

Oggi tutta Europa, da Londra a Parigi, e poi il mondo intero dalla Cina fino addirittura a Israele, conosce la rabbia e la protesta degli Indignati che soddisfano sempre meno la categoria di giovani contestatori che viene loro affibbiata, soprattutto in Italia, per limitare la coscienza delle loro ragioni nell’opinione pubblica più distratta. 

Tanto per fare un esempio, in Cina, dove hanno invece l'appoggio delle autorità locali per il loro carattere anti-occidentale e nazionalista, si tratta soprattutto di anziani che, giusto o meno che sia, spingono la critica comune al capitalismo occidentale fino all'estrema conseguenza della nostalgia del socialismo. Inoltre anche la rigidissima Russia è teatro di qualche timido tentativo di protesta, che per ora è essenzialmente limitata al confronto on line ma anche in questa forma rappresenta già un’importante presenza. Soprattutto, però, l’anima della protesta è sbarcata in America dove ha dato vita a “Occupy Wall Street” (Ows), la sezione statunitense degli Indignados che adesso tende a unire le proteste di carattere più marcatamente economico-finanziario. Qui il movimento si è fatalmente - e facilmente - diffuso da New York a Washington, Los Angeles, Chicago, Seattle, Denver, Memphis e Hilo (isole Hawaii). Ows ha iniziato con l’occupazione di Zuccotti Park, sgomberato a novembre passato, e ora, in vista delle elezioni Presidenziali, sta pensando di intervenire nei comizi, occupare abitazioni in Spagna e in Inghilterra e tenere questo mese, dopo la prima di New York, la loro seconda conferenza nazionale a Sheffield.

 

La democrazia partecipata del 99%

Quello che gli Indignati, primi fra tutti quelli statunitensi, hanno capito è che perché il loro movimento si affermasse era necessario evitare il vizio di tutte le formazioni politiche colluse con il potere economico: l’incoerenza. L’assemblea degli Indignati costituitasi a New York, che ha preso una serie di decisioni sulle attività e le modalità di protesta, ha reso quello che, a causa anche della dura repressione governativa nei suoi confronti, sembrava destinato a rimanere un episodio di mobilitazione ben limitato nel tempo in un movimento stabile e organizzato che ha tutte le carte in regola, al contrario, per passare alla storia. Al suo interno le decisioni vengono prese solo dopo aver raggiunto una sostanziale unanimità tra tutti i partecipanti alla discussione. Non c’è principio di maggioranza che regga e la democrazia partecipativa, attuata attraverso lunghe ma fruttuose discussioni, ha preso il posto di quella rappresentativa ormai considerata superata, desueta e troppo facilmente manipolabile. Il laboratorio di democrazia che il movimento è diventato, mostrando nei fatti e non semplicemente a parole un'alternativa all'odierno sistema di potere, è diventato per i governi un pericoloso esempio. Ancor peggio quando, dando luogo a lunghe occupazioni di parchi o piazze, permette in maniera più semplice e diretta il confronto tra manifestanti e rende agevole l’incontro e l’unione delle forze contro la macelleria sociale che il potere politico sta attuando con la giustificazione, sempre più flebile, della salvezza contro il default minacciato dall’inasprirsi della crisi-economica. 

Il problema maggiormente sentito dal movimento, assieme a quello della dittatura economica, è dunque quello parallelo della mancanza di rappresentatività popolare. Per questo non c’è alcun leader ma solo portavoci, per questo le decisioni, le idee e le iniziative sono condivise e diffuse su internet, finalmente sfruttando le potenzialità di un mezzo tanto potente quanto sprecato - sino a ora - quanto il web. In riferimento a questo si parla di "rivoluzione degli hashtags (parole chiave usate su twitter per aggregare i post dal tema comune)": è attraverso questi che il movimento cresce e si diffonde, senza che ci sia un partito o un sindacato a prendere alcuna iniziativa, che il "programma" prende forma come somma dei contributi dei singoli, senza alcuna gerarchia o preselezione delle proposte.

Certo gli aderenti al movimento hanno in comune modi di pensare, valori fondanti e obiettivi e dunque è facile si trovino d'accordo su parecchie questioni. È anche vero però che la contrarietà all'individualismo, la forte decentralizzazione dei gruppi, divisi città per città, e dunque il numero ristretto di queste singole agorà permette loro di cimentarsi in questa difficile prova, di sperimentare una solidarietà e una inclusione impossibili nell'odierno sistema di potere che invece tende a schiacciare le piccole comunità, a rinchiudere ognuno nel proprio interesse e a piegare alla fine tutti alla volontà e agli interessi dei gruppi più forti - quelli che, seppure in minoranza, sono in grado di esercitare un potere politico e, soprattutto, economico di un certo peso. È questo il senso della percentuale del 99 cui i manifestanti dicono di far parte: il rimanente 1 per cento è quello contro cui combattere e che detiene la ricchezza e il potere sul resto della popolazione mondiale. E che si diffonda la consapevolezza di tutto questo a essere la forza degli Indignados di tutto il mondo - e la paura dei loro Governi. Cosa che sta finalmente succedendo: il 15 ottobre dello scorso anno, proclamato “giornata dell’indignazione universale”, il movimento ha coinvolto 951 città in 82 Paesi diversi del mondo in una manifestazione pacifica ma decisa contro le misure di austerità, la dittatura del potere economico, la precarietà della loro esistenza.

 

Le vecchie logiche

dei (pochi) Indignados in Italia

Nonostante ciò non si può dimenticare che la manifestazione del 15 ottobre in Italia è stata, unica di quel giorno, segnata da violenze che ne hanno in buona parte offuscato il valore programmatico. In proposito Aldo Bonomi, sociologo tra le altre cose membro del Gruppo Lisbona (che unisce degli studiosi impegnati sui temi delle risorse e delle trasformazioni dell’economia), ha dichiarato: «Le violenze di Roma incarnano i problemi irrisolti dell’Italia del ’900 e la tensione verso le sfide del nuovo secolo. Occupy e gli Indignados hanno promosso una rappresentazione del conflitto simbolica che invece nel nostro paese è arroccata a una logica ormai vecchia, incapace di interpretare il tempo che viviamo. Se non si fa strada una coscienza collettiva, ovvero “quella del 99%”, si rimane fermi alla modalità degli scontri di piazza». E il giorno dopo, mentre nel resto nel mondo scorrevano le immagini di un movimento organizzato ma estremamente nuovo, la critica al metodo rappresentativo della politica e alle lobby economiche e finanziarie che la governano, in Italia non si faceva che parlare di Black Block e similari e della loro presenza in una manifestazione che in ogni caso aveva molto - troppo - in comune con le manifestazioni sindacali degli ultimi anni. Accanto ai cori semplicemente anti berlusconiani, c’erano bandiere di Sinistra e Libertà, dei Cobas, del Partito comunista dei lavoratori: tutte presenze che un vero Indignados definirebbe in ogni caso ostili visto che si tratta di associazioni che fanno parte di quello stesso sistema che ha messo da parte l’interesse della società a favore di quello dell’1% privilegiato e potente. 

Ancora, nonostante i numeri, gli Indignados italiani sono sempre e ancora troppo pochi. Nonostante ciò per manifestare contro la dittatura economica e lo strapotere finanziario si sono uniti nei Draghi Ribelli, dal nome del presidente della Bce, ex vicepresidente della Goldman Sachs e ex governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. E lui, consapevole del peso del movimento nel resto del mondo, ne ha giustificato le motivazioni dell’adesione alla protesta del 15 ottobre con delle dichiarazioni di solidarietà di facciata che avevano il solo scopo di rabbonire l’opinione pubblica. In questo Draghi ha dimostrato di essere molto più simile ai politici italiani di quanto non voglia far sembrare. Tanto che, visto come sono andate le cose, si è poi immediatamente rincuorato ed è tornato a occuparsi di come convincere gli Stati a piegarsi al volere dell’Europa.

D’altra parte, protetti dal sostegno economico delle famiglie d’origine, o forse ancora ben anestetizzati da 15 anni di berlusconismo e mala informazione di massa, gli italiani sono ben lontani dal capire cosa significhi mobilitarsi. In larghissima maggioranza non rischiano, non si indignano per quello che sta accadendo in Italia e nel mondo se non a parole davanti a un caffè e preferiscono cercare lavoro accontentandosi di provare a chiederlo a parenti e amici più fortunati piuttosto che lottare per affermare i propri diritti. Ma non mobilitarsi oggi potrebbe voler dire non avere più nulla per cui combattere domani, quando  i Governi avranno sistemato per le feste, come stanno dimostrando di saper fare attraverso manovre e decreti di ogni sorta, i loro inermi cittadini.

 

Da oggi in poi

Eppure l’occasione di farsi sentire è a portata di mano. Per dirla ancora con le parole di Bonomi, «per vent’anni la società è stata scartata e oggi, grazie a questi movimenti, prende voce nella sua scomposizione. Hanno creato un’opposizione sociale e scosso la crisi delle rappresentanze, dai sindacati ai partiti. E questo dovrebbe aiutare la politica a riprendere un ruolo di primo piano. Solo con la politica, infatti, usciremo da questa crisi». Non a caso il Time nel suo bilancio di fine anno ha scelto come “uomo dell’anno” tutti coloro che hanno preso parte alla protesta contro lo status quo. Secondo la testata, dalla Primavera araba agli Indignados di Madrid, e dagli OWS alle manifestazioni russe del dopo elezioni, i movimenti del 2011 sono stati «più straordinari, più globali e più drastici» di quelli celeberrimi dell’89 e del ‘68. Inoltre «in tutto il mondo le proteste del 2011 hanno condiviso la consapevolezza della corruzione e della disfunzione del sistema politico ed economico - finte democrazie che giocano a favore dei ricchi e dei potenti, per impedire ogni cambiamento significativo». Tanto che «loro (i manifestanti, ndr) pensano di stare vivendo il fallimento dell'ostinato e gigantesco ipercapitalismo e chiedono una terza via, un nuovo contratto sociale». E hanno ragione da vendere. 

 

Sara Santolini

La Politica? Non pervenuta

Moleskine gennaio 2012