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  • « La Versione di Fini - novembre 2012 | Main | Ottobre 2012 - anno 5 - numero 49 »
    martedì
    nov132012

    FISCAL CLIFF, GLI USA SUL PRECIPIZIO

    Questa volta, almeno, non lo si spaccia per un cataclisma inatteso, come avvenne quattro anni di fronte al crollo della finanza speculativa che si era espansa in modo esorbitante, e truffaldino, a colpi di mutui subprime e di derivati di ogni sorta.

    Questa volta, sia pure dopo aver lasciato il tema in secondo piano in attesa che si concludessero le Presidenziali, si ammette che il disastro incombente sugli USA è del tutto previsto e che non si potrà venirne a capo solo con l’ennesimo intervento dilatorio, sul genere di quello che all’inizio dell’agosto 2011 evitò il default con la più arbitraria e fittizia delle contromisure. Vale a dire aumentando, unilateralmente, il limite massimo di indebitamento federale, caso assolutamente anomalo in cui è il debitore a stabilire se e quando dovrà dichiarare il proprio fallimento.

    Il limite precedente, pari a 14.300 miliardi di dollari, ovvero 14,3 trilioni, venne innalzato di ulteriori 2.100 miliardi. E almeno in questo la stima si è rivelata corretta, stante che oggi, appena quindici mesi dopo, l’ammontare è salito a circa 16mila.

    Rispetto a ciò che si profila adesso, però, non ci sarà modo di cavarsela così a buon mercato. Perché in effetti questa terrificante resa dei conti dell’economia pubblica e privata è proprio l’altra faccia della medaglia che è stata coniata, in extremis, per sottrarsi al default. Una faccia su cui è impressa una data ben precisa, il primo gennaio 2013, e che riporta queste due parole, accostate per formare l’espressione breve e lapidaria ideata nientemeno che dal governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke: Fiscal Cliff, precipizio fiscale.

     

    Chi prima non ci pensa…

    Il vizio che balza all’occhio e che vedono tutti, così come in Italia, è una spesa pubblica esorbitante. Ma si tratta appunto dell’aspetto più evidente e superficiale, che spinge a delle conclusioni affrettate sulle cause del disavanzo e, quindi, sui metodi da adottare per ridurlo a dimensioni accettabili.

    La chiave di volta dell’errore sta tutto in quell’aggettivo, “pubblico”. Che induce a pensare, per contrasto, che la patologia si annidi nelle istituzioni di tale natura, laddove invece l’universo “privato” sarebbe tendenzialmente sano. Un fraintendimento decisivo. La vera questione, negli Stati Uniti come altrove, non sta nel soggetto che si indebita a dismisura ma nei motivi per cui lo fa. E dunque negli interessi ai quali si asservisce. Interessi che in massima parte, soprattutto in America ma non solo là, sono quelli delle oligarchie più ricche: ed ecco quindi che la cattiva amministrazione “pubblica” ha il suo vero referente in un predominio “privato”.

    Ma vediamo i fatti, prima di tornare su questo aspetto. I fatti sono che nel bilancio di Washington le uscite superano di gran lunga le entrate. E questo, tra l’altro, perché i redditi più cospicui non sono tassati a sufficienza, e addirittura lo sono in modo risibile, con un’aliquota del 15 per cento, se si tratta di “capital gains”.

    I repubblicani, com’è noto, sono fautori di questi privilegi e anzi li vorrebbero espandere ulteriormente riducendo al minimo gli interventi di tipo assistenziale, per cui nell’estate dell’anno scorso, quando Obama stava cercando di sfuggire al default, scelsero un atteggiamento di scontro aperto. E facendosi forti del fatto che avevano conquistato una netta superiorità alla Camera, grazie alle elezioni di Midterm del 2010, rifiutarono in blocco le proposte presidenziali nel tentativo di affossarne definitivamente l’immagine, e le possibilità di riconferma alla Casa Bianca.

    Obama replicò individuando una via d’uscita ai limiti del paradosso. Non potendo pervenire a un’intesa bipartisan ragionevole, che mediasse tra le opposte visioni, riuscì a far approvare un programma che accoppiava sia le misure sollecitate dai repubblicani, e basate su brutali tagli alle uscite, sia quelle gradite ai democratici, che prevedono forti aumenti di imposte. Il compromesso che non era stato raggiunto sulla sostanza fu trovato rispetto alla decorrenza delle norme, posticipandone l’applicazione all’inizio del prossimo anno.

    In pratica significava aver predisposto due bombe ad alto potenziale, se non proprio due ordigni nucleari, e averle innescate regolando i timer in maniera identica. Scaduto il termine sarebbero esplose all’unisono, spazzando via le agevolazioni del Tax Relief, Unemployment Insurance Reauthorization, and Job Creation Act, del dicembre 2010, e facendo scattare i massicci tagli del Budget Control Act, dell’agosto 2011.

    L’idea, e l’ipotesi, era quella di determinare un ricatto incrociato, che alla fine inducesse entrambi gli schieramenti a venire a più miti consigli. Ma ormai si andava verso le Presidenziali e il dissidio, invece di ricomporsi, si è cristallizzato sul piano normativo ed esacerbato su quello propagandistico. Le due fazioni hanno continuato a inveire l’una contro l’altra, consce che il calendario, per il momento, non le costringeva a piegarsi alle esigenze di un compromesso comunque sgradito. Ma intanto, tra un insulto e una sfida, si sono avvicinate al punto in cui la strada finisce e si spalanca la voragine.

    Gli effetti del salto suicida, come ha scritto Federico Rampini a metà ottobre (qui), sarebbero quelli di un «impatto recessivo drammatico: una contro-manovra tale da soffocare la crescita americana. Le entrate fiscali federali aumenterebbero del 19,6% da un anno all’altro. Verrebbero a decadere automaticamente sia gli sgravi di Bush sia quelli di Obama con questo impatto netto: la famiglia media americana subirebbe un aggravio di 3.500 dollari d’imposte, e il suo reddito disponibile al netto del prelievo fiscale scenderebbe del 6,2%. Meno 6% di reddito: immaginarsi con quale effetto sui consumi. In quanto ai tagli di spesa pubblica, verrebbero spalmati su un decennio ma raggiungerebbero comunque la considerevole cifra di 1.200 miliardi di dollari».

    Insomma: ciò che è stato rimandato all’infinito, lasciando che il groviglio delle contraddizioni si ingarbugliasse all’estremo, è cresciuto a tal punto da esigere soluzioni drastiche. E la novità, rispetto al passato del “ci penseremo in seguito” e del “pagherà qualcun altro”, è che lo scossone sembra pronto a colpire l’intera struttura economica e sociale degli Stati Uniti, fino a metterne a repentaglio la stessa sopravvivenza – in mancanza di un totale ripensamento delle caratteristiche attuali – e a ripercuotersi pesantemente anche sul resto del mondo. E innanzitutto sull’Europa.

     

    Quattrini, please. Non retorica

    Di fronte a tutto questo, né Barack Obama né chiunque altro possono avere delle soluzioni di tipo congiunturale. Ovverosia tali da pretendere di “sanare” gli squilibri intrinseci per mezzo di correttivi di ampiezza circoscritta e di durata limitata. Quella che serve non è una terapia transitoria, e men che meno una blanda ritoccatina allo stile di vita (la famosa e abbacinante “american way of life). Perché il male è cronico, o persino congenito. E quindi non se ne andrà, non se ne potrà andare, dopo un periodo più o meno prolungato di cure palliative e di convalescenza.

    La guarigione è remota, e dipende dalla correttezza della prognosi. Una prognosi che è nota da molto tempo, per chi non si ostini a negarla, e che non riguarda solo l’economia statunitense ma ogni altra economia di stampo neoliberista: che non è in grado di reggersi sulle proprie gambe, mantenendo almeno in parte le promesse di benessere diffuso e di libertà democratiche, perché la ricchezza prodotta non viene distribuita a sufficienza.

    L’escamotage, finora, è consistito nello scaricare sulla spesa pubblica l’onere, crescente, di quegli squilibri. Da un lato, infatti, si è permesso che una percentuale assai ristretta di cittadini conseguisse redditi spropositati, a tutto danno di quelli che hanno dovuto accontentarsi di molto meno o persino delle briciole. Dall’altro, specialmente da Reagan in poi, non si sono tassati a sufficienza tali redditi. Le risorse mancanti, a causa della sottrazione sistematica da parte dei più abbienti, le ha dovute fornire lo Stato. Ed ecco il debito pubblico: la bacchetta magica del capitalismo illusionista, che dapprima sembra essere efficace, e magari prodigiosa, ma che è fatalmente destinata a consumarsi millimetro dopo millimetro, fino a ridursi a un mozzicone inservibile. Ecco gli stregoni fasulli della Casa Bianca e della Federal Reserve, che fanno apparire dal nulla il denaro necessario a tenere in piedi il casinò ricorrendo a due varianti dello stesso trucco. Quella abituale del deficit di bilancio e quella rinnovata del quantitave easing. La stessa fuga nell’universo parallelo dei titoli di Stato. Cioè di nessuno. E men che meno delle élite finanziarie, a vocazione apolide.

    Fiscal Cliff, come abbiamo visto, significa letteralmente “precipizio fiscale”: un burrone che si spalanca su un abisso. Ma lo si può vedere anche come l’immagine, speculare e rovesciata, di un “Economic Mount”, un monte di egoismi incontrollati e di abusi accumulatisi gli uni sugli altri per decenni e decenni. Se gli statunitensi non comprendono questo, non hanno alcuna possibilità di salvezza, a meno di scaricare ancora una volta su altri popoli, con guerre soltanto economiche o anche belliche, il costo della loro smania insaziabile di profitto e di consumo. 

    Una consapevolezza che ovviamente sembra ancora lontanissima, o esclusa del tutto. Basta vedere come i più hanno abboccato alla solita contrapposizione di facciata tra i due principali candidati, quello repubblicano e quello democratico, alle Presidenziali. E come in troppi si siano lasciati affascinare dal discorso (qui) con cui Obama ha celebrato la vittoria del 6 novembre. Promettendo che «il meglio deve ancora venire», e sorvolando però su chi sarà a pagare il conto, dal primo gennaio 2013 in poi, di questo inverosimile happy end.

    Federico Zamboni

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