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    (qui sotto i numeri dall'1 al 51)

    « Quel fenomeno di Grillo: dentro o fuori dal sistema? | M5S: autopsia di una (possibile) fregatura »
    mercoledì
    nov142012

    Grillo, da show a notizia. La tv in contumacia

    Beppe Grillo, dopo essere stato l’esiliato assoluto della televisione italiana, è diventato il più corteggiato di tutti: lui e i suoi accoliti sarebbero diventati l’ancora di salvezza dei moribondi talk show politici, al punto che se ne parla di continuo anche se in contumacia, mentre gli unici presenzialisti puri e duri residuali sono gli esponenti di una casta politica decotta, che non fa né consenso né audience, e alcune sgallettate sparse, spacciate per opinioniste de sto cazzo, il quale in effetti è l’unico argomento su cui potrebbero aver qualcosa da dire, ma da esperte va ammesso.

    Bisogna dire che da quando è entrato nell’agone politico, come creatura in stile scientology di Casaleggio, il comico genovese ha dimostrato di conoscere i media, specie i vecchi media, più di ogni altro, ossessionandoli con la sua assenza “virtuale”, al punto che viene quasi da dire, parafrasando Marx: «c’è uno spettro che si aggira per il digitale: è lo spettro di Grillo».

    Bisogna, poi, ricordare che Grillo fu il primo ad essere vittima di “editti bulgari”, molto prima di Biagi e in maniera più definiva di lui, essendo stato il comico genovese capace di scagliarsi contro i socialisti da palco di Sanremo, allora all’apice del tripudio nazionalpopolare del da bere, quando i Biagi ancora non moralisticheggiavano,  anticipando tangentopoli di anni, ma senza ricevere riconoscimenti per questo, al contrario di chi taceva: altro che la satira all’acqua di rose dei pur bravi “Luca e Paolo”, che i critici considerarono come un vento di novità nell’imbalsamato show della riviera.

    Novità televisiva che ai suoi tempi Grillo incarnò alla grande, a partire dai vari “Luna Park” e “Te la do io…”, l’America o il Brasile che fosse, portando sia nuova comicità che un capacità di sferzare i costumi innovativa, individuando i tic nati dalle nuove tecnologie (ce ne erano anche allora), in “Luna park”, o distruggendo i luoghi comuni su USA e Brasile, in “Te la do io…”: insomma, una satira di costume che si distingueva dal conservatorismo un po’ bigotto di quella che l’aveva preceduta.

    In “Luna park”, ad esempio, Grillo si prende gioco dei vizi della telefonia che ha mutato i rapporti umani, e questo ben prima dei cellulari o dell’i-Phone: seppe coglierli già nella segreteria telefonica, un must degli anni ottanta che lui già ridicolizzava nel ’79. In “Te la do io l’America”, in cui esce dalla tutela Baudo e acquisisce maggior libertà creativa, demolisce, invece, i miti americani dell’italiano medio, stile “sceriffo del Kansas City” o “ragazza di Ipanema”. Più che il Brasile carnaval, di cui rivela al pubblico del sabato sera le favelas, colpì la visione da provinciali dell’Impero degli italiani degli States, allora, ma ancora, ancorata a una visione hollywoodiana, che vuole gli USA come una immensa megalopoli progressista e avanzata che va da New York a Los Angeles passando per, al massimo, Chicago. Il Genovese, come Colombo, scoprì l’America e la rivelò, nei limiti di uno show nazionalpopolare che, però, non era ancora un pacco, agli italiani sbeffeggiandone arretratezze e contraddizioni, ma inutilmente, visto che ancora si crede di poter distinguere Obama da Romney e credere in loro, specialmente nel più fasullo di loro.

    L’innovatore aveva, però, una forma di diffidenza verso il nuovo e che, mentre girava riempiendo teatri, rischiò di perderlo alla nascita della rete: si schierò contro, ma non senza torti, dichiarandola straniante e lesiva dei rapporti umani, il che è fin troppo evidente a chi non sia un nerd, quindi a sempre meno gente. Tuttavia, e qui Casaleggio non svolge ruoli negativi, riuscì a comprendere che, con la sua interattività, il web non è, come la tivvù, composto da soggetti passivi che idolatrano un totem, ma da interattori, quindi soggetti attivi, o che si credono tali, che non subiscono passivamente il totem, che comunque, come gli altri, idolatrano. Sempre e comunque una platea plaudente e sedentaria, ma che può essere attivata, al contrario del telespettatore, convincendola che può divenire protagonista. 

    Nella capacità di sfruttare il web il neofita si è rivelato un vero maestro, ben più degli Obama che hanno fatto finta di usarlo per darsi una patina innovativa e giovanilista: perché Grillo, pur essendo diventato famoso grazie alla TV, ha creato le sue fortune solo sul web, al contrario di chi ha avuto i media mainstream a dargli visibilità in campagne elettorali sostenute dai poteri forti, e questo non solo là dove si svolgevano.

    A tal punto Grillo ha potuto far a meno della televisione, sempre più in crisi di ascolti e innovazione comunicativa, che questa, che lo bandì, adesso ne implora la presenza pur salvare gli ascolti e finisce per dargli più spazio di quanto mai ne avrebbe se accettasse di presenziare ai riti vespiani o santoriani, due facce altrettanto embedded della stessa medaglia.

    È improprio, entrando nella polemica in corso, dire che Grillo rifiuta il confronto: il confronto lo ha vinto, il confronto contro il sistema mediatico che ormai non può più fare a meno di lui, anche se egli è il nemico da espellere dal sistema. Sostenere che il comico e la sua eminenza grigia sono dittatoriali, o che i suoi candidati non sarebbero all’altezza del confronto, anche fosse, come probabilmente è, vero, rientra in una sterile polemica politico elettorale, ma non nel gioco più profondo della gestione della comunicazione: Grillo è troppo più avanti di un sistema che ancora vive di comparsate tivvù, che in realtà portano solo effimera visibilità e non consenso. Al massimo il consenso ottenuto grazie ai talk show è solo percentuale, ma non certo assoluto, visto che i votanti diminuiscono sempre più, e comunque limitato ai contendenti che accettano di scannarsi in digitale senza vergogna, i quali non si rendono conto che per ogni punto percentuale strappato all’interlocutore molti di più sono quelli regalati a Grillo, il quale fa bene a tacere e far parlare gli altri, sempre più odiati dal popolo: la sua miglior propaganda è fatta dalle dichiarazioni, roboanti e stolte, dei suoi avversari.

    Nella parabola mediatica grilliana bisogna ammettere che è difficile trovare contraddizioni gravi, giusto qualche errore, come i suoi film, che al cinema ebbero scarso successo, tipo il troppo didascalico “Topo Galileo”, che però già metteva in guardia contro le tecnologie nucleari e certi tipi di derive della sperimentazione scientifica, a rischio di sostituire la cavia con l’uomo. “Scemo di guerra” invece è un bel film, non adeguatamente apprezzato, che merita segnalazione anche perché vede nel cast Coluche, il quale, per certi versi, anticipò Grillo presentandosi alle presidenziali francesi ai tempi del primo Mitterand, ritirandosi, però, prima della consultazione a seguito di minacce: avrebbe avuto consensi tali da scompaginare troppo le carte in tavola. Grillo oggi può fare di peggio, o di meglio, a seconda dei punti di vista: la sua non è una azione isolata di protesta, contro una politica marcia su scala europea già dai primi anni '80, ma un efficace movimento organizzato antisistema, o che si crede tale.

    La coerenza di Grillo si ritrova soprattutto nel motivo per cui fu escluso dalla televisione, sempre più commerciale: anche se fu un anticipatore di tangentopoli, e avrebbe potuto incassarne qualche dividendo, ebbe il torto di attaccare, dopo la politica, la pubblicità, con una presa per il culo troppo fondata per essere tollerabile. Quando, quindi, fu costretto a ripiegare all’antiquato, ma nobile teatro, seppe portare a sé masse oceaniche rivelando loro quanto il sistema economico della comunicazione pubblicitaria fosse condizionante e perculante: a uno così la televisione venduta al mercato non può concedere la libertà di espressione, questa può scherzare con la politica, ma non può andare contro gli interessi degli inserzionisti.

    Le sue colpe non furono solo di leso “Mulino Bianco”, ma anche di aver compreso subito che il nuovo della seconda repubblica era un involucro vuoto: quando infuriava il conflitto fra Rutelli e Fini a sindaco di Roma, egli definì il primo «sopra il motorino niente», anticipando il «nulla che avanza» con cui Crozza, genovese anche lui, ha liquidato Renzi. All’epoca però non si poteva troppo criticare quella seconda repubblica, che poi si è rivelata essere solo i tempi supplementari della prima, e l’uomo che si ergeva contro il fascista, allora, Fini divenuto, poi, alleato centrista: i nulla in lizza erano quindi due, e in questo Grillo ha colpito nel segno solo al 50%.

    Lo si condivida o no, Grillo aveva saputo anticipare i tempi con il cinismo irridente di Bertoldo, che sarà stato contadino ma era più saggio del re: meglio la satira volontaria di un comico, che la comicità involontaria dei buffoni alla corte del Re, che esercitano la loro cialtronesca arte nei talk show che il comico genovese snobba.

    La strategia di Grillo è stata ineccepibile: egli era il bandito assoluto del sistema, ma proprio grazie, va detto, alla fama acquisita quando era creatura di Baudo ha saputo aggregare a sé forze antisistema via web. Non le migliori viene da ritenere leggendo molti commenti al suo blog, ma non è un problema solo suo: non tutto l’antisistema è critico come crede di essere, il più delle volte è pecora come il sistema di cui è solo l’altra faccia della medaglia. Se Grillo non fosse stato un prodotto di “l’ha detto la tivvù e quindi è vero” non avrebbe raggiunto il credito che ha: ci sono menti migliori sul web, ma che non hanno il seguito che meriterebbero non essendo mai state stelle della tivvù del sabato sera, gente da “Te lo do io il signoraggio”, il nodo centrale dei problemi che ci affliggono, ma su cui il leader del movimento politico 5 stelle non ha mai speso una seria parola. 

    Questo però non diminuisce la sua abilità, o quella di quel Nostradamus dei poveri che è Casaleggio, nel divenire l’icona dell’antitelevisione e di sapersene servire al meglio: occupandola con la sua assenza. Egli ne è assente, non vi partecipa, ma la tivvù è costretta ad occuparsi di lui dedicandogli spazi che altri devono conquistare elemosinando comparsate nei talk. Lui può sdegnosamente rifiutarli e così diventarne protagonista: incombente come il fantasma di Banquo alla cena dell’usurpatore Macbeth, durante la quale nessuno poteva vederlo, tranne il tiranno di cui minò il potere.

    Criticare Grillo perché rifiuta il confronto può anche avere del fondamento, ma è un po’ come nelle guerre quando le forze regolari, incapaci di fronteggiare la guerriglia, trattano gli insorti da vili invitandoli ad uno scontro aperto in cui sarebbero perdenti, ma le guerre, come le campagne elettorali, vanno vinte e basta. In questo la guerriglia di Grillo basata sull’assenza del campo di battaglia è vincente, anche perché più i suoi nemici parlano più consenso gli concedono: perché dovrebbe quindi lui mostrarsi sul terreno e dare armi al nemico?

    Il bandito Grillo, rifiutato dalla televisione, è riuscito ad imporsi ad essa rifiutandola, trasformandosi da attrazione in notizia attraendo così consenso più di qualsiasi altro fenomeno di baraccone che si crede politico: l’antipolitica sono i suoi nemici, Grillo è politica, fine politica.

    Ferdinando Menconi

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