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    « Grillo, da show a notizia. La tv in contumacia | La Versione di Fini - novembre 2012 »
    mercoledì
    nov142012

    M5S: autopsia di una (possibile) fregatura

    Sono uscite finalmente, attesissime da migliaia di attivisti (ora guai a dire “grillini”), le regole di Grillo per le candidature al Parlamento, in vista delle prossime politiche di primavera. Dopo la conferma del trend positivo, con le elezioni siciliane, il nervosismo tra i militanti stava diventando un pericoloso sgomitare anzitempo tra chi scalpita dall’ansia di provare l’orgasmo di sedere su quelle poltrone. Così Grillo ha affrettato i tempi, e poco dopo l’uscita dei risultati ufficiali in Sicilia, ha dettato i criteri per essere candidati nel Movimento Cinque Stelle.

    E il concetto che ne emerge è uno solo: posti riservati. Sì, riservati a chi è già stato certificato senza essere stato eletto. Insomma, i trombati delle varie amministrative e regionali a cui il Movimento ha partecipato finora. Saranno loro a finire nelle liste del Parlamento, e nessun altro sarà ammesso. A questo si aggiungono altri vincoli: bisognerà candidarsi solo nella circoscrizione in cui si risiede. Niente trasmigrazioni in “collegi sicuri”, come hanno sempre fatto i partiti tradizionali per garantire ai maggiorenti la certezza dello scranno.

    Restano fermi i criteri già fissati da tempo: fedina penale pulita, nessuna iscrizione precedente a un partito, nessun doppio mandato elettivo alle spalle. A poter decidere chi potrà candidarsi, poi, saranno solo gli iscritti alla piattaforma dei Cinque Stelle, ma anche in questo caso soltanto quelli in qualche modo certificati, ossia le persone che, oltre ai propri dati sul web, hanno inviato anche la propria carta d’identità scannerizzata. Insomma tutti coloro che, scientemente e consapevolmente, hanno consegnato i propri dati nelle fauci del database di una società di marketing, quale è la Casaleggio.

    Già annunciato in anticipo, per tutti gli eletti al Parlamento, il modus operandi assunto in alcune realtà regionali: taglio dello stipendio a una cifra ragionevole, e obbligo di sottoporre il proprio mandato al giudizio degli iscritti al M5S ogni sei mesi. Se non confermato, il deputato o senatore dovrà togliere il disturbo e lasciare il posto a un altro. E se recalcitra, ci sono le dimissioni firmate in bianco. E, chiaramente, vale per tutti il divieto ad andare in TV, coacervo di trappole e imboscate per i poveri eletti del M5S, “normali cittadini” sempre a rischio di venire stritolati dai meccanismi televisivi.

    Insomma una bella rivoluzione rispetto al passato. Un florilegio di bestialità che urlano vendetta, a ben guardare. La chiusura delle candidature ai non eletti a livello locale, ad esempio, segue una logica che qualcuno sul web chiama già “tecnomassoneria 2.0”, e che Grillo giustifica con la necessità di non far passare qualche “Totò u Curtu” in lista. Ciò che finge di ignorare è che Totò u Curtu, se doveva entrare, è già entrato. E proprio a livello locale, come era accaduto al partito del suo sodale Di Pietro, mettendosi in attesa per saltare a Roma. Un’occhiata ad alcuni gruppi locali del M5S e alla loro gestione non fa che confermare questo dato di fatto. E per pagare pegno agli attivisti “storici” rimasti trombati, così Grillo taglia fuori un esercito di persone attive a livello civico, preparate, coscienti, istintivamente coerenti nel proprio agire quotidiano con i principi del Movimento, pur non essendovi iscritte.

    Rimane confermata, poi, la tendenza del grillismo a stabilire regole ferree e subito dopo ferree eccezioni, ovviamente decise dall’alto. Chi ha due mandati alle spalle, non può candidarsi. Ma Di Pietro, che in Parlamento ormai ha messo radici, va comunque bene per il Quirinale. Ma non solo. Uno dei motti più suggestivi di Grillo è “da noi uno vale uno”. Un’ovvietà di per sé, che diventa ancora più ovvia quando, nel più classico degli andazzi, c’è sempre uno che è più uno degli altri. Nella fattispecie Grillo stesso con il suo spin doctor Casaleggio. Che calano dall’alto sul movimento le regole per la candidabilità e la scelta dei candidati, alla faccia della democrazia orizzontale, partecipata e diretta tanto sbandierata.

    Non uno degli attivisti, ovviamente, fiata su queste contraddizioni, a parte le fioche lamentele di qualche donna urtata dalla citazione del Punto G da parte di Grillo in un suo post. Fuffa superficiale per distogliere l’attenzione da contraddizioni ben più palesi, su cui nessuno dice una parola. Favia ha fatto scuola, e il licenziamento, in caso di dissenso, è sempre dietro l’angolo. E i due elementi “innominabili”, per cui anche la povera Federica Salsi è stata colpita dalla fatwa grillesca, sono il taglio agli stipendi e la riconferma semestrale del mandato a giudizio degli attivisti del Movimento.

    Sulla prima questione resta vero che gli eletti del M5S tengono per sé molto meno di quanto loro assegnato dalla legge. Ma è vero anche che il restante non viene restituito all’ente pubblico che ha erogato la somma, ma “versato al movimento per attività di utilità comune”. Un po’ come il PCI di una volta, insomma. E allora dove sta la differenza? I soldi insomma non tornano affatto a disposizione dell’ente pubblico, come si cerca di spacciare con la furbesca comunicazione sul taglio degli stipendi agli eletti, ma restano al Movimento. Che quindi si priva dei rimborsi elettorali, d’accordo, ma si appropria comunque di denaro pubblico sottraendolo ai propri eletti. Basterebbe, se davvero si volesse trasparenza (ma la si vuole davvero?), aprire un conto dedicato i cui movimenti fossero visibili online a tutti, versarvi le rimanenze e annualmente fare una bella donazione all’ente a cui appartiene l’eletto in questione.

    Altro punto dolente, la sottoposizione semestrale del mandato al giudizio degli attivisti del Movimento 5 Stelle. Qualcuno ha obiettato che la cosa infrange il dettato dell’articolo 64 della Costituzione, quello che parla dell’azione del parlamentare senza vincolo di mandato verso nessuno, ma in mera rappresentanza della nazione. Posto che, in epoca di Trattato di Lisbona e di MES, la nostra Costituzione vale meno della carta su cui è scritta, il meccanismo grillista di controllo sugli eletti non è solo illegale, ma eversivo come possono esserlo tutte le iniziative che nascono dal più greve analfabetismo istituzionale.

    Sì perché riservare a una minoranza certificata da una società di marketing e attiva sul web il diritto di giudicare persone votate sicuramente da quella stessa minoranza, ma anche da cittadini non appartenenti al Movimento, e che quindi non partecipano al giudizio, è già eversivo. Ma lo diventa ancora di più se si pensa che quell’eletto, in ogni caso, per principio rappresenta tutti gli italiani. L’apoteosi dell’eversione la si raggiunge se si pensa ai due principi che una logica del genere può sottendere: o che gli attivisti del Movimento sono portatori di cotale purezza da poter giudicare da soli un rappresentante della collettività o, peggio ancora, che se si vuole partecipare al giudizio sugli eletti, bisogna diventare attivisti. E all’orizzonte appare il “movimento unico”, o “partito unico”, che difficilmente può suscitare entusiasmo.

    Poche parole si possono spendere poi sul diktat anti talk-show. La TV è un nemico, questo è certo. Tenersi lontani da essa però significa essere pavidi. Oppure consapevoli della propria impreparazione. Una selezione ben più seria del personale politico garantirebbe al movimento di Grillo di poter spedire nei talk persone abbastanza intelligenti da essere capaci di distruggere dall’interno il meccanismo diabolico della TV. Ci vorrebbe gente che non si fa mettere nel sacco, insomma. Un genere che però non abbonda, anzi è quasi inesistente, sotto le cinque stelle. Che con queste modalità finiranno presto per roteare su se stesse, fino a cadere una ad una.

    Davide Stasi

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