Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
La WebRadioNotizie, talk, live, e musica dalla redazione del Ribelle
Fondatore Massimo Fini - Direttore Responsabile Valerio Lo Monaco
  • Home
  • PAGINE ▼
  • Sezioni Sito ▼
  • WebRadio ▼
  • WebTV ▼
  • Mensile ▼
  • Info ▼
  • NEGOZIO
  • Il Ribelle Minuto per Minuto
  • Abbonamenti
  • Accesso Abbonati
  • « M5S: cinque stelle ma una sola Star | Main | Quel fenomeno di Grillo: dentro o fuori dal sistema? »
    mercoledì
    nov142012

    Moleskine novembre 2012

    Gli statunitensi, in ginocchio, alle urne. Per non cambiare nulla

    6 NOVEMBRE 2012

    Quale che sarà il risultato delle Presidenziali statunitensi (metteremo in serata, qui sul sito, un aggiornamento automatico della situazione per chi avrà voglia e curiosità di seguire lo "show" degli exit poll), è bene che almeno i nostri lettori evitino di perdere di vista alcuni punti cardine che non sono in discussione. Come ogni volta in cui oltre Oceano si vota in tal senso, infatti, i nostri media puntano sulla spettacolarizzazione della cosa. Per fare audience si tiene alla forma e si evita di prendere in esame il contenuto, che poi è l'unica cosa rilevante.

    Che in tema di politica estera non vi siano mai stati, almeno negli ultimi decenni, importanti differenze tra Repubblicani e Democratici è cosa che sanno anche i sassi. Guerre fece Clinton e altre ne intraprese Bush. E lo stesso Obama, Nobel per la pace, che ha evitato di chiudere Guantanamo come aveva promesso e non ha ritirato le truppe di aggressione in Afghanistan e insomma è inutile andare oltre. Sottigliezze, in tema di differenze, ci sono, certo, ma il punto generale di un Paese che tiene a (o tenta di) mantenere la propria leadership mondiale dal punto di vista finanziario (dollaro) militare (basi e avamposti sparsi ovunque) e culturale (Hollywood e dintorni) sono grossomodo le stesse. Goldman Sachs era dietro Bush e di fatto è tuttora l'amministrazione Obama, così come sarà se all'attuale Presidente succederà Romney. Fare previsioni su chi vincerà è non solo difficile, ma irrilevante.

    Ciò che va compreso, invece, è la situazione generale degli Stati Uniti, con la quale si scontrerà chiunque verrà eletto. E la cosa non è importante tanto per una curiosità specifica degli affari Usa, ma perché ancora oggi, inevitabilmente e senza possibilità di essere smentiti, alle sorti degli Stati Uniti sono legate quelle dell'Europa colonizzata dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. E anche oltre. La crisi esportata in tutto il mondo ne è solo una delle prove. I militari europei "impegnati" nelle varie aggressioni ne sono un'altra. E la cultura e il pensiero unico dominanti, tutto competizione, materialismo e mercati, tuttora ancora non rinnegati in larga parte del mondo malgrado l'evidente fallimento a cui hanno portato, anche.

    Come si presentano, dunque, gli Stati Uniti a queste elezioni? Alcuni punti in modo particolare devono essere tenuti bene a mente, perché sono il segno della decadenza in cui versa il Paese.

    Intanto è cresciuta ancora la disuguaglianza tra le varie classi sociali che, peraltro, hanno avuto un ulteriore arresto, di quanto non fosse già, in merito alla loro mobilità, aspetto che da sempre era considerato come uno dei punti più importanti di tutto il tessuto sociale statunitense: il "sogno americano", in altre parole, si affievolisce ogni giorno di più ed è diventato solo un motto da canzone pop.

    Dal 1970 ai giorni nostri, il reddito individuale dei singoli esponenti della middle-class non è cresciuto (al netto dell'inflazione) mentre è cresciuto, invece, il reddito familiare. Il motivo è molto semplice: l'ingresso delle donne nel mondo del lavoro ha determinato la possibilità, per l'impresa e i "padroni", di abbassare il reddito di ogni singolo lavoratore. Prima lavorava un solo componente della famiglia, e bastava, oggi invece lavorano entrambi, con i ritmi che conosciamo, e a fine mese si arriva con maggiore difficoltà (quando ci si riesce ad arrivare). 

    I prezzi di ogni cosa sono calati, da allora a oggi, certo, e quindi ne si compra di più. Ma il calo dei prezzi alla fine ha determinato la diminuzione della possibilità di lavori che veramente possono chiamarsi tali. E se da un lato sono calati i prezzi dei generi alimentari, degli elettrodomestici e delle automobili, sono però cresciuti quelli dell'istruzione e delle assicurazioni sanitarie. E, a livelli folli, quelli delle abitazioni, che pur essendo scesi fortemente per la crisi del 2008 rimangono comunque altissimi, in senso generale.

    Cosa significa dal punto di vista pratico? Facciamo un esempio: se un lavoratore, una volta, perdeva il posto di lavoro, posticipava alcuni acquisti e se la cavava, per il momento, in quanto in tempi rapidi riusciva a trovare una altra occupazione (o pseudo-occupazione). Oggi invece, perdendo il lavoro, ha scarse possibilità di ritrovarlo ma allo stesso tempo deve indispensabilmente continuare a pagare le ingenti somme, ad esempio, per la sanità. Come dire: viene strangolato immediatamente. Non lavora, non consuma, e finisce più rapidamente al tappeto. Le spese fisse rendono le famiglie vulnerabilissime: anche una flessione temporanea significa crisi nera. E per temporanea una volta si intendeva circa quindici mesi (il tempo necessario, in media, per trovare una altra occupazione) mentre oggi ce ne vogliono almeno quaranta, di mesi. In oltre tre anni, dunque, si cade nel baratro. Ancora: la distanza fra il reddito del 10% meglio retribuito e quella del 10% peggio retribuito è aumentata. Nel 1970 era pari a 3,2 volte, oggi è pari a 5,2 volte. 

    Obama o Romney possono spremersi in modo diverso su come destinare le risorse interne, ma la coperta, negli Usa, è drammaticamente corta per la natura intrinseca del mondo, del modo sociale che il Paese si è dato nel corso degli anni. E i suoi vizi di fondo non possono essere eliminati in qualche legislatura appena.

    Le famiglie accorrono dunque alle urne, in queste ore, con l'ansia sul collo. Sperando in un cambiamento che non può esserci semplicemente confermando Obama o cambiando Presidente.

    Jacopo Tondelli scrive alcuni passaggi esemplari, riportando, tra l'altro, delle dichiarazioni interessanti, e senza appello, da parte di un noto Banchiere:

    In pochi passaggi, e nello specchio dei dati economici snocciolati con regolarità, emerge lo spaesamento di intere generazioni. «Già, con quella dei babyboomers nati subito dopo la guerra che vanno l’uno dopo l’altro in pensione, ma i loro posti non sono di nessuno, nessuno li occupa né li occuperà perché quell’economica, quel modello non c’è più, non tiene più».

    Quel modello, già. Un’idea di sviluppo lineare, infinita che incrociava, certo, i cicli e gli alti e bassi che le economie da sempre conoscono, ma che mai – si pensava – avrebbe incontrato un tratto di cesura, una rottura e una crisi di modello radicale. 

    «Ed invece è proprio quello che è successo: non siamo semplicemente dentro a un ciclo negativo, siamo piuttosto a un passaggio epocale, secolare» spiega Daniel Alpert. Banchiere d’affari da trent’anni, fondatore e leader di Westwood Capital Market, ma anche autorevole commentatore per i grandi giornali americani e scrittore da grande casa editrice, guarda la Manhattan della finanza globale negli occhi, dall’altro del suo 33esimo piano sulla quinta strada, tra un viaggio in Sudamerica e uno in estremo oriente. «Dovremmo imparare dal Giappone, noi americani e voi europei: non hanno avuto paura di vedere calare gli stipendi, a patto che calasse anche l’inflazione, così hanno difeso la forza della loro moneta e la forza della loro economia. Certo, questo funziona in una società cooperativa e che sente uno spirito nazionale vero: da noi e da voi... beh, lasciamo perdere». Sull’America snocciola numeri che effettivamente fanno impressione. «Dovremmo per cominciare smetterla di parlare di una disoccupazione americana all’8 per cento, perché è molto più alta». Prego? «Certo, che senso ha parlare di quel dato senza considerare che i sotto-occupati sono circa il 14%. E in quel 14% non ci sono solo lavoratori da venti ore la settimana, ma ce ne sono tanti che lavorano venti ore al mese, o cinque ore al mese... vogliamo dire che lavorano e fare finta che vada tutto bene? La sostanza non cambia, quelli sono disoccupati».

    L’angoscia, l’ansia che raccontano in tanti guardando a un paese che ha la sfida nel sangue e il successo sempre sulla linea dell’orizzonte da raggiungere, riporta dritti a queste elezioni. Anche il fatto che ci siano così tanti stati davvero in bilico, come mai prima, fa capire il senso di disorientamento: quasi che fosse un dato assorbito e condiviso che la politica non basta.

    E chiude con una riflessione che sottoscriviamo in pieno:

    È così, con questa strana sensazione di un destino tutta da scrivere, che l’America va a votare, oggi. 

    Per quanto riguarda il resto le cose sono ancora più chiare. Gli Stati Uniti hanno raggiunto venticinque anni addietro il massimo della loro crescita, sia dal punto di vista politico che economico e militare, e da un pezzo sono sulla strada della decadenza. Prima lenta e graduale, ora veloce e a gradoni.

    L'ultimo scatto verso l'alto è stata la rivoluzione informatica, la quale segna però il passo verso una stabilizzazione, quella attuale, che non è ovviamente in grado di far mantenere così alto il numero di giri del motore indispensabile agli Usa per rimanere a galla. L'egemonia militare mostra oggi tutta la sua debolezza strategica, sia per il riaffacciarsi di nuovi attori sulla scena mondiale (Cina, Russia, con i rispettivi obiettivi) sia per la strenua resistenza di tanti popoli che contro tale tecnologia bellica oppongono carne viva e spirito di sacrificio. E che come si vede, stanno vincendo. Le stesse "primavere" si stanno ritorcendo contro gli Usa stessi.

    Dal punto di vista economico non si è evidentemente raggiunto ancora il punto più basso della recessione. E il prossimo Presidente se la troverà tra le braccia. E gli organi istituzionali hanno già esaurito le cartucce: al momento stanno già utilizzando operazioni che rasentano la disperazione, come l'ultima in ordine di tempo, targata Fed: stampa illimitata di bigliettoni verdi senza più alcun valore reale. 

    Sarà uguale, dunque, ove prevalesse Obama o Romney: non proprio, ovviamente.

    Scrive Gaudenzi, giustamente, che “se prevarrà Obama, con la sua timidissima politica di tutela sociale delle classi meno abbienti, con la sua incertezza di fondo sul continuare o meno una politica militar-avventurista di dominio nei vecchi continenti, prevarrà una volontà “temporeggiatrice” di fronte al disordine in atto (che è anche frutto delle politiche espansionistiche atlantiche). Ove prevalesse Romney, convertito alle teorie reaganiane anti-tasse e di tutela delle classi più abbienti, e corifeo di una più dura presenza militare Usa nel pianeta, prevarrà una politica che tenta, con un’accelerazione pilotata, di acquisire vantaggi immediati giocando d’anticipo sul ciclo in declino".

    E conclude: "se il risultato delle due tattiche - il crollo ineluttabile nel lungo termine - è scontato, non è dato prevederne le destabilizzazioni che provocheranno sul breve termine.

    E che riguardano soprattutto la loro colonia-avamposto sul fronte di prima linea: purtroppo la nostra Europa".

    Che lo show abbia inizio, dunque. E i risultati, qualunque essi saranno, sposteranno più in là la resa dei conti, con la speranza che sempre accompagna i cambiamenti. 

    Ma dobbiamo sapere che il Game Over per gli Usa è certo. Prima l'Europa prenderà radicalmente le distanze da quel mondo - militare, culturale, economico - prima potrà sperare di risorgere in una European Way Of Life. Ammesso, e per ora non affatto concesso, che ci sia tale coscienza, dalle parti di Bruxelles e degli Stati Nazionali a essa inginocchiati. In caso contrario siamo destinati, come tutte le colonie, a seguire le sorti e a finire né più né meno che come i colonizzatori.

    Valerio Lo Monaco

     

     

    UN ALTRO DIKTAT DELLA FEDERAL RESERVE

    13 NOVEMBRE 2012

    La Banca centrale USA ha annunciato di aver deciso unilateralmente di non applicare le norme di Basilea 3

    Ben Bernanke . faccia da schiaffi.jpg

    Basta la motivazione ufficiale, per sentire puzza di bruciato. In vista dell’approssimarsi del gennaio 2013, scadenza prefissata l’applicazione delle nuove norme bancarie del cosiddetto “Basilea 3”, nonché il temutissimo snodo superato il quale potrebbero deflagrare i campi minati del Fiscal Cliff, la Federal Reserve fa sapere che non rispetterà gli impegni precedenti. E con un comunicato unilaterale si chiama fuori asserendo che «non c'è tempo sufficiente per capire le regole e fare i necessari cambiamenti nei sistemi».

    La prima parte della frase è una bugia smaccata, considerate le legioni di analisti di cui dispone il sistema bancario statunitense. La seconda parte è una via di mezzo tra la menzogna e la verità: perché è vero che i cambiamenti richiedono tempo, visto il modo in cui si è andati avanti finora, e però l’ostacolo principale non riguarda tanto le procedure, come sembra suggerire la Fed, ma la struttura patrimoniale degli istituti. I cui bilanci sono tuttora strapieni di derivati, di valore più o meno aleatorio e comunque soggetti a perdite cospicue  (vedi i due miliarducci di dollari bruciati da JP Morgan nella primavera scorsa), e quindi tutt’altro che in linea coi parametri, un po’ meno lassisti di quelli preesistenti, che dovrebbero entrare in vigore il prossimo anno.

    Più che di una giustificazione, quindi, bisogna parlare di ostruzionismo. Negli Stati Uniti, d’altronde, il mondo della finanza speculativa non ha digerito nemmeno la blanda riforma del Dodd Frank Act. Che, come ha ricordato mercoledì scorso il Sole 24 Ore, «nella sua forma originale, era molto più ambiziosa di quella che è stata infine varata», e che per di più è ancora largamente inapplicata, a cominciare da uno dei suoi aspetti cruciali: «Una delle parti più controverse, quella proposta dall'ex presidente della Fed Paul Volcker che limita l'azione delle banche su trading per conto proprio e investimenti speculativi ad alto rischio, è rimasta sulla carta. Obama si è più volte espresso sulla necessità di applicazione della cosiddetta Volcker Rule, ma non è riuscito a creare il consenso bipartisan per il definitivo via libera».

    Il nodo che non si vuole recidere è il solito: il sistema incontrollato, o incontrollabile, che permette di porre qualunque variabile all’interno di un contratto da negoziare a più riprese e che ha portato al dilagare della famigerata “economia virtuale”, per cui in giro per il mondo c’è una massa sterminata di titoli il cui valore teorico è pari a svariate volte la ricchezza materiale di tutto il pianeta.

    La questione è facilissima da esporre e pressoché impossibile da risolvere all’atto pratico, visti gli eccessi speculativi che hanno coinvolto, eccome, le banche, e vista la generale subordinazione/acquiescenza della politica e dei governi agli interessi dei potentati finanziari sovrannazionali. L’obiettivo, che è naturale e persino ovvio per chiunque voglia uscire dallo stato di estrema e paranoica instabilità in cui siamo precipitati, è quello di liberarci definitivamente dei derivati, e più in generale di qualsiasi transazione imperniata su delle “scommesse” concernenti il futuro.

    Per chi tira i fili del sistema globale, viceversa, quell’obiettivo è escluso a priori, e tutto quello che si è disposti a concedere è una parvenza di controlli, magari da utilizzare/ostentare solo per il tempo necessario a raggiungere l’autentico scopo della messinscena: il consolidamento delle strutture finanziarie occidentali a spese della collettività.

    E se qualcuno dovesse credere che il problema dei derivati continui a riguardare solo o in massima parte gli Stati Uniti, dal momento che è la Federal Reserve di Ben Bernanke a disattendere gli impegni, sappia che non è così. Nel giugno scorso, ad esempio, sempre il Sole 24 Ore pubblicava un articolo (qui) il cui titolo era quanto mai esplicito, «La mina derivati vale la metà del Pil europeo», e in cui si sottolineava che «il 97% dei derivati di cui sono imbottiti i big del credito continentale è di natura speculativa».

    Recepimento o meno delle direttive di Basilea 3, il mondo bancario è sostanzialmente lo stesso sia al di qua che al di là dell’Atlantico: per il semplice e fatale motivo che è sostanzialmente la stessa anche la sua natura.

    Federico Zamboni

     

    Europei, ma a caccia di indipendenza 

    16 OTTOBRE 2012

    Europa - Indipendentisti con striscione.jpg

    Avrà anche vinto il Nobel per la Pace, la Ue, ma il suo assetto va lacerandosi tormentato dal vento di indipendenza nazionale che soffia al suo interno, e però si tratta di lacerazioni che è proprio l’Unione a rendere possibili, anche se resta da vedere se gli Stati membri le permetteranno.

    Stati membri che non brillano, però, per pacifismo. Le reazioni alle rivendicazioni nazionali potranno essere diversamente modulate, ma sicuramente non godranno della simpatia che le spinte separatiste riscuotono presso i governi quando a essere smembrate sono altre entità statali. Come fu per la Jugoslavia, ad esempio.

    Le caldere di indipendentismo ufficialmente attive, al momento, sono tre, Scozia, Fiandre e Catalogna, ma in caso di successo potrebbero aggiungersene altre. La sorpresa è che la più conciliante con i movimenti centrifughi è l’Inghilterra, che ha raggiunto un accordo con i nazionalisti scozzesi per un referendum sull’indipendenza, che si terrà nel 2014, 700 anni dopo la battaglia di Bannockburn, immortalata in Braveheart, che assicurò secoli di libertà.

    Diversa è l’attitudine del governo di Madrid verso i separatisti catalani e la loro via verso l’indipendenza potrebbe non seguire modalità degne di un paese che compartecipa ad un Nobel per la Pace. Tutto da scoprire è, invece, quanto avverrà in Belgio, dove i fiamminghi, dopo i recenti trionfi elettorali, spingono anch’essi per distaccarsi.

    Non è però, come alcuni vorrebbero far credere, la fine dello Stato/Nazione, ma al contrario è l’affermarsi di questo, che diviene possibile grazie alla presenza di una organizzazione sopranazionale qual è l’Unione Europea, che permette ai piccoli Stati di esistere offrendo loro uno spazio economico comune e garanzie di difesa, in un mondo globalizzato che permette la sopravvivenza solo a chi appartiene a grandi blocchi.

    I cosiddetti Stati/Nazione attuali non sono davvero tali e i movimenti indipendentisti non sono regionalismi, come li si vorrebbe liquidare, ma nazionalismi a pieno titolo. Scozia e Catalogna sono state lungamente nazioni indipendenti, ciascuna con lingua, cultura ed etnia proprie e ben differenziate rispetto a quelle dello stato sopranazionale in cui vennero inglobate. Il Belgio è una creazione artificiale, voluta dagli inglesi nel XIX secolo per stroncare la potenza marinara olandese sua concorrente, e infatti esso nasce dalla scissione dell’Olanda, cui vennero strappate, con moti popolari ben sobillati, le province cattoliche. Che però solo in parte, vedi la Vallonia francofona che spinse per la sua libertà dal giogo olandese, erano di etnia e lingua diversa: i fiamminghi sono degli olandesi, anche se profondamente cattolici e non fanaticamente protestanti.

    Si tratta, quindi, di rigurgiti nazionalisti che sembrano in controtendenza rispetto alla globalizzazione ufficiale che dovrebbe avviarsi a spazzarli via. Rigurgiti che possono avere solo in parte ragioni economiche, anche se la crisi attuale può averli aiutati a raccogliere grandi consensi, sulla base di un ragionamento del tipo “da soli staremmo meglio” perché potremmo sfruttare le nostre risorse soltanto per noi, anziché doverle conferire allo stato “occupante”.

    Quello che va accettato, però, è che i sentimenti di appartenenza nazionale non sono mai scomparsi e sono una parte integrante della natura sociale umana, che non può essere sradicata creando costrutti ideologici intellettualistici che lo negano artificialmente. Siamo insomma di fronte ad un risveglio nazionalista che tuttavia non vuole distruggere l’organizzazione sopranazionale, di cui intendono continuare a fare parte, anche se col nuovo status di soggetti paritari anziché da sudditi di uno Stato che mai hanno sentito come loro.

    Diverso è l’atteggiamento dei governi, che spesso difendono con retorica patriottarda il loro potere contro l’organizzazione sopranazionale, che serve loro solo in funzione economica, ed aizzano i cittadini contro le perdite di “sovranità nazionale”, mentre intendono difendere solo le scranne statali che ne giustificano quei privilegi che, altrimenti, perderebbero. Solo all’interno di una struttura di grandi dimensioni le piccole, ma anche le medie, nazioni possono sopravvivere. Questa struttura, però, deve essere profondamente rivista e ritrovare il suo senso ricuperando quei principi che ne ispirarono gli inizi e che avrebbero dovuto portare ad una federazione di popoli.

    A quel tipo di Unione Europea, su base nazionale e non mercantile, sarebbe stato, e resta, giusto devolvere parte della sovranità nazionale: era quella Unione, l’Europa dei Popoli, che avrebbe meritato il Nobel per la Pace. Quella che invece ci ritroviamo oggi avrebbe potuto concorrere giusto per quello dell’economia: ma senza ottenerlo, avendo miseramente fallito ogni obiettivo.

    Ferdinando Menconi

     

    Sicilia: i partiti “ci scassarono la minchia”

    30 OTTOBRE 2012

    Cancellieri - Dita a V - MoVimento 5 Stelle.jpg

    Il risultato delle elezioni siciliane appare inequivocabile: la cosiddetta democrazia rappresentativa è rifiutata da metà della popolazione. Nel caso della Sicilia, dal 52% degli aventi diritto al voto.

    I cittadini non si sentono più tali, se per cittadino s’intende recarsi alle urne. È il segnale di uno smottamento che vedeva già poco tempo fa i partiti al loro minimo storico di consenso, nei sondaggi: appena il 4%. Ciò non significa automaticamente che alle politiche 2013 si avrà una replica tale e quale, se non maggiore, di un astensionismo che ha assunto nell’isola proporzioni bibliche. La competizione a livello nazionale funge da richiamo pavloviano per le masse, in larga parte convinte irrazionalmente di partecipare ad un game show in cui si decide la loro sovranità come popolo.

    Niente di tutto questo, come sappiamo: il voto generale serve come rito di legittimazione e anestetizzazione popolare per ratificare i disegni dei mercati padroni che decretano le nostre sorti tramite il braccio armato delle istituzioni sovranazionali (Ue, Bce, Fmi).  I siciliani, in ogni caso, hanno inviato un messaggio chiaro. Evidentemente, neppure la mafia, grande collettrice di preferenze, ha le idee chiare su quale cavallo puntare.

    Ma se guardiamo all’interno del 47% dei votanti, i due dati che riguardano il MoVimento 5 Stelle (18% per il candidato governatore Cancelleri, quasi il 15 per la lista) dicono che l’appello di Beppe Grillo, combattivissimo e conscio dell’importanza di questa tornata regionale come trampolino per l’anno prossimo, ha fatto breccia. Se considerato, come in effetti è, quale voto di protesta trasversale, sommandolo a quello degli astenuti si arriva ad uno stratosferico 65-70% di elettori che dice basta al sistema dei partiti. E infatti, il Pd di Crocetta, analizzato sotto la lente dell’intero corpo elettorale, cioè di tutti i potenziali votanti, governerà con appena il 6 per cento. Il trionfalismo di Bersani, dunque, è semplicemente grottesco. Si può essere o non essere d’accordo sul valore anti-sistema del movimento di Grillo, ma, a meno che non marcisca subito lasciandosi corrompere dalle lusinghe e dalle logiche del Palazzo, la sua funzione è oggettivamente quella di rappresentare al suo interno quel cinquanta per cento e passa di senza voce per scelta.

    Secondo me, le due rivolte, l’astensione e il grillismo, sono le facce di una stessa medaglia. E il secondo ha la responsabilità storica di dover utilizzare la maggioranza no-voto come il proprio potenziale esercito, da non cedere ai truffatori di destra-sinistra-centro. In questo modo, e solo se alzeranno la posta in gioco, i 5 Stelle potranno volgere a buon fine, cioè in senso sovvertitore, la natura mistificante della scheda elettorale.

    Un’altra considerazione interessante, infine, si ricava dallo spoglio siculo. A vincere (si fa per dire) è la stessa identica alleanza che reggeva la Regione fino a ieri: Partito Democratico più Udc. L’Udc che era di Lombardo e di Cuffaro, l’Udc erede della Democrazia Cristiana, che sappiamo bene cos’era in Sicilia. E il vincitore (per modo di dire) Crocetta, ha il coraggio di parlare di “rivoluzione”. Qui non c’è neppure un millesimo di scarto, neanche una parvenza di novità.

    Il Pdl con il fascistone Musumeci sotto il profilo politico non esce con le ossa più rotte dell’avversario di centrosinistra, perché entrambi bastonati dall’onda del rifiuto. Numericamente, e clientelarmente, invece, sì, perché il centrodestra aveva fatto cappotto in Sicilia ai tempi d’oro di Berlusconi. Oggi, il gracile Alfano perde rovinosamente pure nella sua Agrigento.

    Morale. Crocetta dovrà venire a patti o con gli pseudo-indipendentisti di Miccichè (ma per piacere, il separatismo siciliano ridotto a burletta) o addirittura con Musumeci (la candidata Fiom dell’estrema sinistra è praticamente nulla). La Sicilia è avviata all’ingovernabilità, al mercanteggiamento in Assemblea, all’inveterato costume del tirare a campare – e nel frattempo lucrare. Tutti ottimi presupposti per un rafforzamento dell’astensione da una parte e dei grillini dall’altra.

    Alessio Mannino

     

    Stessa rotta, per la corazzata di Pechino 

    9 NOVEMBRE 2012

    Xi Jinping e Hu Jintao.jpg

    Sotto una torreggiante stella rossa e di fronte al simbolo gigantesco della falce e martello, è cominciato ieri il congresso del partito comunista cinese, che deciderà chi avrà il controllo del Paese che assomma un quinto della popolazione mondiale.

    Il maggiore competitore della Cina, ossia gli Stati Uniti, ha appena deciso chi lo guiderà per i prossimi quattro anni, e ora tocca al colosso orientale far partire la propria transizione. Non è però una questione di chi governerà a Pechino nel prossimo decennio: Xi Jinping è stato “unto” già da tempo. La questione è quello che la leadership cinese pianifica di fare e se sarà capace di farlo.

    Il presidente cinese uscente Hu Jintao ha in un certo senso già tracciato la rotta. Soprattutto si tratterà di far sì che il partito continui a tenere in mano il potere. Nel suo discorso si è intravista una strategia per mantenere le posizioni, senza alcun minimo accenno a nessun tipo di cambiamento. In questo senso, dopo gli scandali e i veleni che hanno preceduto il congresso, le parole sono state chiare e coscienti: «la corruzione può risultare fatale al partito, e causarne il collasso, insieme a quello dello Stato». Aggiungendo, a buon peso, che i leader, ad ogni livello «devono esercitare una ferrea autodisciplina e monitorare ciò che fa la loro famiglia e il loro staff». L’avvertimento è netto. Secondo Hu Jintao nessuno è al di sopra della legge. E chi sbaglia deve affrontare una «giustizia senza pietà».

    Rimuovere il marcio interno al partito, dunque. E nel governo della nazione la direttrice dettata dal presidente uscente è altrettanto netta: «non copieremo mai un sistema politico occidentale». Mentre rimane ferma a livello economico la logica della porta se non aperta, quanto meno socchiusa al capitalismo liberista, occorre tenere alta e con orgoglio la bandiera del socialismo declinato alla cinese, senza farsi venire in mente di ammainarla e tanto meno di cambiarla. Insomma, il congresso serve a cambiare nomi e facce, ma non ci si muove da dove si è. La sola idea di riforma, in qualunque senso, è bandita come inaccettabile e illogica.

    Gli osservatori, anche considerando scenografie e coreografie del congresso, non hanno remore a definire l’evento un mero show celebrativo. In realtà le scelte sono già state prese tutte, sulle persone e sulle strategie. L’unica domanda sensata da farsi, di fronte allo spettacolo dei delegati cinesi riuniti, è se la nuova leadership tutta intera sarà in grado di cooperare per mantenere l’economia ai livelli di crescita tumultuosa degli ultimi anni, preservando nel contempo il partito da processi di degenerazione interna. I nuovi vertici dovranno durare in carica dieci anni, ed è certo che il primo periodo sarà dedicato ai tentativi di assestare la nuova piramide in modo disciplinato e funzionale.

    Sarà necessario riuscirci se si vuole conservare il posizionamento d’eccellenza a cui Hu Jintao ha portato il Paese dal 2002 ad oggi. Allora la Cina era la sesta potenza mondiale, ora è la seconda. Allora era ancora prevalentemente una nazione rurale, oggi 1,4 miliardi di persone vivono nelle città. Il tutto mantenendo un controllo ferreo sul partito per nove anni, e perdendolo quasi totalmente in quest’ultimo appena trascorso. Gli scandali che si sono susseguiti hanno diffuso nella popolazione un atteggiamento cinico rispetto ai leader politici.

    A ciò si aggiungono tutte le problematiche connesse a una nazione che ha bruciato in dieci anni le tappe di un percorso di crescita che altri hanno condotto gradualmente. Diventare la seconda potenza mondiale ha significato devastazioni ambientali e crescente diseguaglianza sociale. Ed è così che il mormorio che chiede un cambiamento ha cominciato a serpeggiare pericolosamente nella società, nonostante la censura dilagante, specie sul web. Ma la risposta del congresso e di Hu Jintao mentre passa il testimone è chiara: continuità e consenso. Quest’ultimo anche forzato, poco importa.

    Al congresso partecipano 2.268 delegati, che eleggeranno il Comitato Centrale. Sopra il quale governerà Xi Jinping, primo tra uguali all’interno del Politburo, un comitato selezionato che sarà composto, come sempre, da soli uomini. In realtà è tutta una pantomima: tutto, fin nei minimi dettagli, è già stato deciso da tempo, da anni di manovre politiche di retrobottega, sotto l’influenza dei leader in carica o dei patriarchi del partito, anzitutto il predecessore di Hu Jintao, Jiang Zemin.

    In Cina, dunque, tutto cambia solo in apparenza. La vera novità è la comparsa di temi vagamente attenti alla tutela ambientale nei documenti congressuali, dove invece spicca, preoccupante, l’ambizione anche marittima di Pechino, soprattutto sotto il profilo delle risorse energetiche. E il riferimento alla controversia in corso col Giappone è arcigna ed evidente. Il resto è retorica di regime, come quando Hu Jintao si appella a una nuova moralità pubblica votata al vero, al buono e al bello, con il rigetto del falso, del malvagio e del brutto. Parole di un’élite che viene da un altro pianeta, secondo la definizione di alcuni giornali anglosassoni. La voce di un impero ormai nemmeno più sorgente, ma pienamente consolidato, deciso e determinato a strappare l’egemonia ai decadenti Stati Uniti.

    Davide Stasi

     

    La sinistra radical chic nuota nella confusione e nel servilismo

    13 NOVEMBRE 2012

    Il sindaco di Napoli, De Magistris, in una dichiarazione in cui lamenta il fatto che la sua città viene lasciata sola ad affrontare i suoi gravissimi problemi, ha inserito una battuta polemica su un governo che ritiene più importante l’acquisto di un cacciabombardiere che la costruzione di una scuola.

    La denuncia, del tutto legittima e opportuna, da tempo echeggia nei discorsi di tanti, da Grillo a Vendola fino a Bersani, non escluso, sorprendente a dirsi, lo stesso Renzi ammiratore del guerrafondaio Blair.

    Tuttavia si prova una sensazione sgradevole nell’udire e nel leggere quelle parole. Una sensazione di falsità, di frasi a effetto stancamente ripetute per un elettorato sensibile a un pacifismo che ormai si attiva solo se mosso da considerazioni di risparmio e di lotta alla spreco.

    Dire che il governo “ritiene più importante” investire in cacciabombardieri, lascia intendere una libertà di scelta, per cui avrebbe potuto individuare altre priorità. Si tratta della posizione di tutta la sinistra perbenista e radical chic, quella del PD, di SEL, quella che si nutre della lettura di Repubblica, dell’Espresso, de L’Unità, quella degli obamisti.

    Il governo non ritiene più importante: il governo deve comprare i cacciabombardieri, perché a questo è obbligato dalle servitù militari, dagli obblighi imposti dalla NATO, dall’asservimento che ci obbliga anche a finanziare costosissime missioni di pace che sono azioni di supporto all’occupazione di terre altrui da parte di un Impero dei cui ordini siamo da quasi 70 anni zelanti esecutori.

    Su questa realtà i finti scandalizzati per lo spreco dell’acquisto dei cacciabombardieri sembra non abbiano nulla da dire. Per loro potremmo sottrarci gli impegni onerosi. Non lo facciamo perché un governo inadeguato fa scelte sbagliate. Questa ipocrisia nasconde il fatto che essi stessi, i Vendola, i De Magistris, i Bersani, i Renzi, forse lo stesso Grillo, farebbero la stessa cosa perché incapaci di affrontare il vero problema, quello della nostra penisola trasformata in una grande base militare più che mai decisiva per l’Impero, per la sua posizione al centro del Mediterraneo.

    In particolare la Sicilia è diventata una formidabile piattaforma brulicante di antenne, di depositi di missili e bombe, anche nucleari, di aeroporti da dove partono i droni. Il sistema di rilevazione più potente e avanzato del mondo, il MUOS, è stato installato proprio in Sicilia. Nessun politico locale o nazionale ha avuto la forza di opporsi seriamente a quell’apparato mostruoso che proietta in una vasta area campi elettromagnetici dannosissimi. L’ostacolo frapposto dalla magistratura è stato presto rimosso.

    È molto più facile una generica accusa al governo di “non aver capito” che finanziare una scuola è più importante che comprare un cacciabombardiere. Più significativo sarebbe segnalare il rischio che la Sicilia e l’Italia tutta siano in primissima linea fra gli obiettivi da colpire in una guerra che forse è vicina come non mai.

    L’ultima occasione in cui questa sinistra inconsistente sensibilizzò i suoi mandandoli in piazza, fu l’aggressione all’Iraq nel 2003. Ma si trattava del pretesto per attaccare l’odiato Berlusconi, allora accodato al repubblicano Bush. Una guerra decisa da un Clinton o da un Obama  li avrebbe trovati pienamente consenzienti, come consenzienti e complici furono al tempo dei bombardamenti su Belgrado, come consenzienti furono e sono all’occupazione dell’Afghanistan per togliere il burqa alle donne e portare le gioie della democrazia a quelle sventurate popolazioni che non la conoscono, come consenzienti furono agli appelli di Napolitano per la liquidazione di Gheddafi, contro i nostri stessi interessi nazionali.

    Da 10 anni il silenzio delle piazze sulla politica internazionale è assordante, proprio mentre il tema della pace e della guerra dovrebbe essere la priorità assoluta.

    Al tempo dell’ingresso dell’Italia nella NATO e della trasformazione della nostra penisola in una grande base americana, ci fu chi pronunciò parole forti contro la “cupidigia di servilismo”. Ora si odono belati sulla sceltasbagliata di comprare bombardieri.

    Luciano Fuschini

     

    Pensionati in calo. E presto del tutto assenti

    23 OTTOBRE 2012

    I dati resi noti dall'Inps nei giorni scorsi sono inequivocabili: i nuovi assegni, per il solo periodo dei primi nove mesi del 2012, sono in calo del 35,5%. Tranquilli, non scioriniamo ulteriori dati che sono peraltro già diffusi praticamente ovunque. Tra i tanti, chi volesse entrare nel dettaglio, può visitare il sito dell'Ansa a questa pagina (qui).

    Ciò che vogliamo sottolineare è il significato intrinseco di questi numeri. Naturalmente non si tratta - non ancora - dell'effetto delle riforme recenti della Fornero & Company, ma è una delle conseguenze di un crinale che il nostro Paese ha già preso da tempo. Dall'introduzione della finestra mobile del 2011 allo scalino previsto dal ministro Damiano per lo stesso anno. Niente paura, naturalmente, perché gli effetti dell'era Fornero si vedranno già dal 2013, dunque tra qualche mese. 

    Ora, le varie riforme del sistema pensionistico sono state veicolate, dal punto di vista della comunicazione, come una esigenza imprescindibile proveniente da due ambiti. Il primo è quello relativo all'allungamento della vita, il secondo, più recente, dalla crisi attuale che stiamo scontando e che, attraverso le imposizioni dell'Europa dei mercati (e dei mercanti) vuole che tutti i singoli Stati, soprattutto quelli in crisi come il nostro, drenino denaro a più non posso da qualsiasi settore pubblico sia possibile senza che la popolazione scenda in piazza per fare una rivoluzione. Siccome quella italiana, di popolazione, da una parte è ignorante e dall'altra è pavidamente imbelle, non c'è praticamente settore che non sia stato attenzionato per portare avanti il furto. Anche quello dei diritti acquisiti. Come appunto quello delle pensioni.

    Sia chiaro, quando usiamo il termine "ignorante" lo facciamo non in senso dispregiativo - o certamente non solo - quanto proprio per indicare il fatto che gli italiani ignorano la natura del problema da un punto di vista culturale. E a quanto pare, viste le reazioni che più di tanto non ci sono state, ignorano anche la reale motivazione di quanto sta accadendo sopra le loro teste e sopra a quelle dei propri figli.

    È ormai di dominio pubblico, se solo il pubblico avesse intenzione di dominare questa informazione, ovvero impadronirsi della conoscenza di un "fatto", che tutto il discorso sull'allungamento delle aspettative di vita è una sonora falsità. Intanto in termini assoluti, perché se è vero che un aumento - nell'ordine di 2 o 3 anni, e peraltro in modo del tutto scevro dai ragionamenti sulle nuove incidenze dei tumori, che sono in crescita, nel nostro "mondo meraviglioso" - c'è stato, ebbene esso è ascrivibile alla vecchiaia. Che è una parte ben precisa dell'esistenza. Non si è allungata la vita, ma la vecchiaia. Non si sono allungati i tempi in cui un lavoratore può continuare a lavorare, soprattutto se svolge lavori faticosi, ma si è allungato il tempo in cui egli potrà continuare a vivere da anziano.

    In secondo luogo, il fattore discriminante di tutto quanto sta accadendo al nostro sistema pensionistico è relativo alla reale motivazione: lo Stato - e per motivi che non sono affatto ascrivibili al sistema pensionistico - è di fatto in bancarotta. Non ha un euro per nulla o quasi che riguardi il cittadino - mentre ne continua a trovare, beninteso, per i costi della "casta" - figuriamoci per pagare le pensioni. Non solo: proprio in questi anni dovrebbero andare in pensione i baby boomers. Tutti i sessantottini e i sessantottardi che dalla volontà di rivoluzionare il mondo sono passati alla borghesia, allo Stato assistenzialista e al posto fisso. Chiariamoci: non entriamo nel merito di tale generazione e delle scelte da essa operate. Non in questa circostanza, almeno. Ma la citiamo, questa generazione, perché è quella che potenzialmente oggi è realmente in grado di far saltare il banco. Quei cittadini iper garantiti e iper assistiti di allora sono gli anziani di oggi che stanno per andare in pensione. E si tratta di un esercito di persone. Per le quali non c'è denaro. Tutte le riforme delle pensioni degli ultimi anni sono state fatte perché si sapeva da tempo, e bene, che i nodi che stanno arrivando al pettine in questi mesi non erano e non sono districabili.

    Certo, il nostro sistema pensionistico ha fatto acqua, negli anni passati, da diverse parti. Non ultima, ma emblematica, la vicenda delle pensioni "baby" nella quale si sono buttati a capofitto proprio molti tra i "rivoluzionari" di una volta. Dunque non è in una difesa strenua di quel sistema che fu che si può puntare. Ma è veramente insopportabile, per chiunque assista ai fatti di attualità per motivi professionali come noi o per mero e sacrosanto interesse, vedere che la maggior parte dei cittadini non si accorge, o non reputa la cosa tanto importante da protestare, che i dati che vengono sciorinati con grande enfasi dal governo e da suoi portavoce diretti e indiretti sono l'emblema di un furto vero e proprio ai danni dei italiani e il paradigma di una Italia che fallisce ogni giorni di più.

    Mesi addietro - tanti mesi addietro - scrivevamo sul Mensile che saremmo andati in pensione a cento anni. È oggi evidente che ci sbagliavamo. Una pensione, per noi, o almeno per chi è nato dal 1970 in poi, non ci sarà mai.

    Valerio Lo Monaco

     

    Impegni Ue: un dogma, secondo Scalfari

    5 NOVEMBRE 2012

    Eugenio Scalfari.jpg

    Di solito non vale assolutamente la pena di commentare gli editoriali di Eugenio Scalfari, e spesso neanche di leggerli – se non come documentazione professionale se ci si occupa strettamente di politica interna.

    E questo non solo perché sono lunghissimi e quanto mai verbosi, ma proprio per ragioni di merito: ormai si sa benissimo che cosa pensa il fondatore di Repubblica e da quale parte sta. Detto in due parole, e con riferimento alla situazione di oggi, Scalfari sta dalla parte di Mario Monti, e quindi dell’asservimento dell’Italia alla finanza internazionale. Con la scusa di “salvarci” dalla speculazione sulle valute e sui titoli pubblici – vedi le oscillazioni, teleguidate, dello spread – ci hanno inchiodati agli interessi della Trojka, con la sua economia globalizzata e filo statunitense.

    Premesso questo, però, l’editoriale di ieri merita un pizzico di attenzione in più. Perché a un certo punto – nella foga di screditare Grillo e qualsiasi altra forza politica che non si collochi in perfetta continuità con il governo Monti – Scalfari se ne esce con questa “perla”: «Lo Stato italiano ha assunto una fitta rete di impegni con l'Unione europea e li ha recepiti nella nostra Costituzione. Il mancato rispetto di quegli impegni sconvolgerebbe dunque non solo l'economia ma anche il nostro assetto giuridico e costituzionale».

    Messa così sembra che quegli impegni – a partire dallo sciaguratissimo vincolo del pareggio di bilancio – siano parte integrante della nostra Costituzione da chissà quanto tempo, o che comunque si trovino in un rapporto sostanziale con tutti gli altri elementi. Per cui, laddove si eliminassero tali impegni, ne soffrirebbe l’impianto complessivo, fino addirittura a uscirne travolto.

    Come Scalfari sa perfettamente, invece, questo è del tutto falso: perché gli impegni «con l'Unione europea» sono nulla di più di un atto politico, che di per sé è soggetto a qualunque tipo di ripensamento successivo, e perché le modifiche alla Costituzione ne sono soltanto un riflesso, al limite dell’arbitrio, che ha preteso di sancire in quella maniera esorbitante delle scelte che per loro natura sono transitorie. Scelte che secondo noi non dovevano nemmeno essere adottate, ma che in ogni caso vanno considerate momentanee.

    L’affermazione di Scalfari va quindi ribaltata: non è «Il mancato rispetto di quegli impegni [che] sconvolgerebbe non solo l'economia ma anche il nostro assetto giuridico e costituzionale», ma l’esatto contrario. Primo, quegli impegni non andavano avallati e sottoscritti. Secondo, non dovevano diventare i perni delle riforme in chiave neoliberista del governo Monti e men che meno dovevano essere assorbiti nella Costituzione.

    A maggior ragione visto che lo si è fatto in fretta e furia, e guardandosi bene dall’avviare un vero e proprio processo costituente. Tanto per cambiare, proprio come per le grandi normative europee, dagli Accordi di Maastricht al Trattato di Lisbona, si impongono ai popoli trasformazioni epocali decidendo tutto nelle stanze dei bottoni, e senza prendersi il rischio – peraltro modesto, nell’Italia assai omologata della Seconda repubblica  – di un referendum quantomeno consultivo per sentire che cosa ne pensino i cittadini.

    Federico Zamboni

     

    Di Pietro requiem

    9 NOVEMBRE 2012

    Si poteva facilmente immaginare che la parabola politica di Antonio Di Pietro stesse per volgere al termine. E non per le inchieste a scoppio ritardato della Gabanelli o per le battute del comico Crozza. Il rustico ex magistrato simbolo di Mani Pulite non ha saputo liberare la sua Italia dei Valori dalla morsa stritolatrice dell’onda grillina da un lato e della chiusura del Pd dall’altro. Il partito dipietrista sta franando per motivi squisitamente politici. Ed è sulla politica che ne va giudicata la storia e il futuro, che si preannuncia nero. Di più: funebre.

    Certo, anche le indagini giudiziarie che hanno investito esponenti locali targati IdV hanno un peso. La forza che ha fatto del legalitarismo la sua bandiera e ragion d’essere, si trova associata ai loschi figuri tante volte esecrati del Pdl, dell’Udc e del Pd nelle malversazioni e nelle ruberie di denaro pubblico. Un crollo di credibilità che ne colpisce addirittura i presupposti. La ripresa di Report di vecchie campagne giornalistiche di destra contro l’Italia dei Valori Immobiliari e Familiari del clan Di Pietro ha inferto la mazzata finale benché penalmente spuntata, perché sul conto di Tonino non è mai stato trovato nulla di rilevante. Politicamente, però, ricordare agli italiani, di questi tempi col sangue alla testa contro i vizi della Casta, che Di Pietro ha gestito il partito con metodi familistici e verticistici, ha rappresentato un colpo durissimo. 

    Da ciò discende una grave tara da cui l’IdV non ha saputo emendarsi: la tendenza, tale e quale a tutti gli altri partiti, di imbarcare personaggi rivelatisi inguardabili o peggio. Da Scilipoti a Razzi, in questi anni lo spettacolo offerto dalla classe dirigente dipietrista ha avuto picchi comicamente miserevoli. 

    Un’inadeguatezza che non deriva soltanto dalla conduzione padronale e familiare di Tonino & C, ma da un fatto più grave: la mancanza di un’identità non vorremmo dire culturale, ma diciamo politica in senso lato e nobile. Al di là della legalità come principio assoluto, della questione morale (che sarebbe bene chiamare penale o giudiziaria: ripassiamoci Machiavelli) e di un anti-berlusconismo oggi superato e già prima limitativo, il dipietrismo ha oscillato fra l’elogio del questurino e la rincorsa a sinistra della Fiom nei temi sociali e sindacali. Sì alle grandi opere, al Tav e alle basi Usa con contorno di solidarietà ad uno Stato manganellatore, e contemporaneamente sì ai referendum della sinistra radicale su articolo 18 e lavoro. Il tutto per rinchiudersi nel recinto del centrosinistra facendo la figura della zitella prima corteggiata (la famosa foto di Vasto) e poi scaricata da un Bersani che sa benissimo che i voti IdV sono in libera uscita verso il Movimento 5 Stelle. 

    Di qui l’astuto e insinuante messaggio di pensionamento che Grillo ha tributato all’amico Tonino: ha commesso un sacco di errori ma è stato l’unico a fare da diga contro il Berlusconi imperante. Si prenda la sua medaglia (la trovata di “Di Pietro presidente della Repubblica”) e si levi di torno. 

    In effetti, col berlusconismo morituro, il Pd che gli ha chiuso la porta in faccia e soprattutto un Grillo in procinto di cannibalizzarne l’elettorato, il povero Tonino, incistatosi nel sistema partitico, ora farebbe bene a decidere come uscire di scena con onore. Non è stato cattivo. È stato tutto chiacchiere e distintivo. 

    Alessio Mannino

     

    I lugubri fuochi del Tibet

    5 NOVEMBRE 2012

    Giunge notizia dell’ennesimo tibetano immolatosi in un’orrenda fiammata. Erano bonzi, erano monaci addestrati al disprezzo del proprio io e al sacrificio. Ora lo fanno sempre più spesso giovani del popolo, cittadini comuni. Il potere cinese assiste con la stessa fredda indifferenza della signora Thatcher quando tanti irlandesi incarcerati per essersi battuti per l’indipendenza del loro Paese si lasciarono morire di fame in segno di protesta.

    La Cina ha stravolto l’antica e nobile civiltà tibetana. Ha introdotto il materialismo predicato dai maoisti. Le Guardie Rosse di Mao hanno saccheggiato gli antichi templi. Il post-maoismo del social-confucian-capitalismo ha scosso fondamenta millenarie con l’irruzione della sua modernità travolgente, coi grattacieli avveniristici, i treni dell’Alta Velocità, le fabbriche che sfornano paccottiglia per le vetrine del mondo. Una splendida civiltà è stata brutalizzata. Il potere non esita a usare le armi contro le folle in rivolta, ma soprattutto mina le radici stesse di quella comunità spingendo molti tibetani fuori dal loro mondo e sostituendoli con immigrati di etnìa han, quella predominante e più numerosa nell’immenso Paese asiatico. Sono mezzi non diversi da quelli usati dagli israeliani nei confronti dei palestinesi. Tutto ciò non può che renderci partecipi e solidali con la causa indipendentista dei tibetani.

    Eppure una riflessione meno influenzata dall’emotività dovrebbe indurci alla cautela nel giudizio.

    Al punto in cui siamo, l’indipendenza del Tibet non risolverebbe alcun problema e ne creerebbe di enormi, tali da rappresentare un serio pericolo di guerra generalizzata.

    Un Tibet indipendente diventerebbe fatalmente o un satellite dell’India o un altro avamposto del potere globale americano. Il Tibet non recupererebbe le forme e i ritmi della sua civiltà millenaria, se non come baraccone mercificato di un falso folklore per i panciuti turisti rincoglioniti di mezzo mondo. Il suo altopiano strategicamente decisivo in quell’area del pianeta si riempirebbe di antenne-spia e di basi militari dell’Impero, provocando reazioni violente da parte di una Cina che è molto cauta sugli scacchieri internazionali ma estremamente reattiva quando sono minacciati i suoi confini. Un Tibet indipendente sarebbe l’anticamera della guerra.

    In conclusione, è facile e doveroso esprimersi per i diritti di libertà dei popoli, ma spesso le circostanze costringono a operare con un realismo che eviti tragedie più grandi. Nessuno poteva negare a sloveni e croati il diritto di decidere di staccarsi dalla Confederazione jugoslava, ma dato che all’interno della Croazia vivevano forti minoranze serbe, quella rivendicazione metteva in moto risentimenti nazionalistici (in altre realtà addirittura tribali) potenzialmente devastanti. E devastanti lo furono, in Bosnia prima, nel Kossovo poi, dopo la guerra serbo-croata.

    La soluzione ci sarebbe, se l’odio etnico non fosse fomentato dall’esterno, da parte di chi ha l’interesse di disgregare per indebolire e infiltrarsi. La soluzione sarebbe un federalismo realmente rispettoso delle autonomie locali. Nel caso specifico, un Tibet federato alla Cina, con un suo governo espressione della volontà popolare, capace di difendere lingua, tradizioni, religione. Il potere dispotico e accentratore di Pechino non lo vuole, né India e Occidente lo rispetterebbero.

    Luciano Fuschini

    PrintView Printer Friendly Version

    EmailEmail Article to Friend

    Reader Comments

    There are no comments for this journal entry. To create a new comment, use the form below.
    Member
    You must have a member account on this website in order to post comments. Log in to your account to enable posting.
    comments powered by Disqus