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  • « Novembre 2012 - anno 5 - numero 50 | Main | M5S: cinque stelle ma una sola Star »
    venerdì
    nov162012

    La rielezione di Obama: prospettive e scenari

    La rielezione al soglio dell’impero americano di Obama, è stata dai media entusiasticamente seguita e commentata e, ad onor del vero, mai come stavolta tanto spazio era stato dedicato ad una competizione elettorale d’Oltreoceano. Inutile dire che, in primis, questo fenomeno è prima di tutto frutto di una moda ideologica e culturale, volta a sopravvalutare ed emulare con acritico entusiasmo, tutto ciò che è “made in USA”. In secondo luogo sta, però, un ansioso interrogarsi sulle sorti del Vecchio Continente e del Bel Paese, vedendo negli eventi d’Oltreoceano  la soluzione e la panacea dei nostri problemi, dimentichi del fatto che, come vedremo invece in seguito, molta parte dell’auspicata soluzione, dipende da noi. 

    La domanda che, più frequentemente, è ricorsa ed ora, in seguito alla rielezione di Obama, ricorre con ancora maggior vigore presso tutti gli analisti economici e politici di rilievo, è tutta incentrata sulla presunta “debolezza” dell’amministrazione Obama e sul declino della leadership USA nel mondo. A detta di alcuni famosi studiosi di americanistica, quale per esempio Alessandro Tapparini, Obama farebbe parte della categoria dei presidenti USA “sdottrinati”, ovverosia non supportati da alcuna precisa dottrina geopolitica e geostrategica di riferimento, preferendo una forse più pragmatica e rischiosa, “navigazione a vista”. A onor del vero, va detto che, le amministrazioni USA che maggiormente hanno lasciato il segno nell’ambito delle relazioni internazionali, sono state proprio quelle supportate da una ben precisa visione geostrategica di fondo. Basterebbe ricordare la “dottrina Truman”, elaborata al fine di contrastare la penetrazione sovietica in Grecia e Turchia, negli anni successivi all’ultimo conflitto mondiale o la “Dottrina di Formosa” e la “Middle East Resolution” attuate da Eisenhower, in funzione di contenimento dell’azione sovietica nel Vicino ed Estremo Oriente, passando attraverso la “Dottrina Nixon” con il contesto vietnamita (ma anche latinoamericano, sic!), sino ad arrivare alla dottrina della “Guerra preventiva” di G. Bush che ha avuto come principale teatro gli scenari afghano ed iracheno. E, proprio in funzione del dover riparare alle conseguenze in termini di immagine degli USA nel mondo e per evitare il deleterio effetto di un “impantanamento” che la precedente amministrazione Obama ha optato per un quanto mai confuso disimpegno dall’Iraq, che tanto sa di fuga, e sta ora brigando per battere in ritirata da un sempre più indomabile Afghanistan. 

    La stessa supposta inconcludenza nella risoluzione dell’annosa questione israelo-palestinese, ferma ai tempi della “road map” di Bush, la supposta indecisione nell’affrontare la questione del nucleare iraniano, la mancanza di pugno fermo nel risolvere la crisi dei rapporti tra Turchia ed Israele, storici partner USA nella regione mediterranea, al pari della scarsa decisione nei rapporti con la Russia, da Putin in poi, ritornata ad un rilevante ruolo di competitore internazionale, costituirebbero i significativi segnali della carenza di una “long term strategy” da parte dell’amministrazione Obama, caratterizzata da quel già citato atteggiamento di pragmatico attendismo. Non solo. I segnali di una politica ondivaga non si limiterebbero a contesti “extraeuropei”, ma includerebbero anche le relazioni con il Vecchio Continente, oggetto da parte di Obama di una iniziale “distrazione” poi recentemente recuperata con i frangenti della crisi globale che hanno invece focalizzato il problema del debito dei paesi dell’Eurozona, con particolare attenzione alle vicende di  Grecia, Spagna, Portogallo ed Italia. 

    Questi i fatti, sinora visti e giudicati nella loro veste esteriore. Dietro ai quali c’è però una realtà fatta di precisi dati macroeconomici. Senza tornare a ripetere nel dettaglio quanto da noi già detto in un altro, recente saggio (vedi “The Siryan connection” pubblicata proprio qui su La Voce del Ribelle), la priorità degli USA è, anzitutto, l’accaparramento delle fonti energetiche primarie, come gli idrocarburi, per buona parte concentrate in quell’area che va dal Nord Africa (Algeria, Libia, Egitto) sino al Vicino Oriente (Arabia Saudita, Iraq, Iran, Siria) e per cui tante belle e democratiche “primavere” e guerre “umanitarie” sono state organizzate. Con una manovra “a tenaglia” gli Stati Uniti stanno cercando, attraverso l’istituzione di governi-fantoccio e il consolidamento di quelli già presenti (vedi il caso della Turchia, sic!), di creare una vasta area di influenza che dal Marocco all’Afghanistan, passando per Libia, Egitto, Palestina, Siria, Turchia, Iraq, Pakistan e Paesi del Golfo, circonderebbe lo zoccolo duro iraniano, creando in tal modo una considerevole area di pressione geo politica ed economica alle spalle del colosso cinese e sotto i piedi della inquieta Federazione Russa (che, a suo modo, sta cercando di tutelarsi attraverso la creazione di forme di cooperazione tra gli stati dell’ex URSS, prima che questi ultimi finiscano aggregati ai progetti pan turanici della Turchia). Non solo. La prospettiva venutasi a determinare con la creazione nel 2001 della SCO (Shangai Cooperation Organization), che mette in condizione la Cina, la Russia e tutti gli stati dell’Asia centrale quali il Kazhakistan, il Turkmenistan, il Kirghizistan, l’Uzbekistan ed altri, di poter fruire dei benefici del potenziamento delle rotte commerciali che dalla Cina, passando per l’Asia centrale, arriverebbero nel cuore dell’Europa, grazie all’idea di accordi commerciali in tal senso con la Turchia, costituisce per la politica USA un ulteriore incentivo a spingere sullo scenario Vicino Orientale. Secondo poi, sta la sfida con la Cina per il controllo delle rotte commerciali del Pacifico. Il tradizionale puntello strategico USA costituito da Giappone, Corea del Sud, Filippine, Taiwan ed Indonesia sta iniziando a scricchiolare a causa di una serie di problematiche legate sia a motivi politici (come, per esempio, la recente instabilità politica dell’Indonesia, determinata da un consistente risveglio dell’integralismo islamico) che a motivi di natura prettamente economica, come nel caso del Giappone, in cui le sofferenze bancarie hanno superato ogni limite, a causa della concessione di prestiti ad aziende poi rivelatesi poco affidabili, rischiando così di portare al fallimento gli istituti di credito e di determinare, in tal modo, una reazione a catena che coinvolgerebbe drammaticamente l’intera tenuta economica del Sol Levante. Le grandi aziende nipponiche, diversificando la produzione in contesti esteri, hanno lasciato al paese un lascito di profonda instabilità e recessione. Il Giappone è, tra l’altro, uno di quei paesi connaturato da uno squilibrio della bilancia commerciale in favore delle esportazioni (come la Cina, per esempio) ed in un momento di recessione come questo, trova comunque molta difficoltà a fare ricorso al mercato interno in alternativa alla crisi che ne colpisce il mercato estero. 

    Ma ancora. A fare le spese della crisi sono sempre più i paesi vicini del Sud Est asiatico e gli USA stessi, divenuti anch’essi dipendenti dalle vicissitudini economiche del Sol Levante. Per questo, ora, la competizione per accaparrarsi una posizione di vantaggio nel controllo dei vari punti geo economicamente “sensibili” della regione, a partire proprio dagli stretti ed in particolare da quello di Malacca, si farà sempre più serrata sia da parte delle cosiddette “Tigri” del Sud Est Asiatico (Malaysia, Singapore, Indonesia, Thailandia, Viet Nam ed altri) la cui impetuosa espansione economica, ha subito due bruschi stop con l’attuale momento di crisi e con quello del 19997-1998 (scatenato dal massiccio ricorso all’acquisto di titoli-monnezza “subprime”) che da parte della Cina, impegnata ad evitare l’accerchiamento nord americano, attraverso il tentativo di apertura di nuove rotte commerciali in Asia, per la quale il controllo degli stretti della regione rappresenterebbe un risultato di vitale importanza. Questo, senza contare l’ipotesi, non tanto peregrina, di un virulento riproporsi delle tensioni USA-Cina sulla questione di Taiwan, una vera e propria piattaforma insulare da cui controllare le rotte tra il Mar Cinese Meridionale, l’Oceano Pacifico e il già menzionato Stretto di Malacca. 

    Un capitolo a parte, meriterebbero le tematiche legate al Canale di Panama ed al controllo della regione centro americana (il “cortile di casa” yankee!) e del Panama, in particolare, di cui gli USA temono possa seguire le orme del vicino Venezuela chavista. A mettere una ciliegina sulla torta, lo strano rapporto simbiotico venutosi a creare tra USA e Cina, costretti a coesistere, nonostante il periodico riesplodere di antichi contrasti mai veramente appianati, che ne segnano al ribasso le relazioni, in un continuo altalenarsi di vicende. A rendere oltretutto problematica la relazione USA-Cina, il fatto che quest’ultima detiene una consistente quota del debito pubblico americano, grazie al massiccio acquisto di titoli di quest’ultimo. Questa situazione finisce con il determinare la dipendenza delle sorti dell’economia americana (ed europea!) dalle politiche di cambio che la Cina adotterà prossimamente, per lo più legate ai costi delle materie prime. Nel caso che queste ultime dovessero continuare a salire, generando una spirale inflattiva, gli istituti di credito potrebbero applicare la cosiddetta “exit strategy”, ovverosia un ulteriore aumento del costo del denaro che finirebbe con l’avere una pesante ricaduta recessiva sulle economie più industrializzate del mondo. In un altro scenario, sotto la spinta dei mercati, la Cina potrebbe rivalutare lo yuan determinando, anche in questo caso, una ricaduta recessiva, maggiormente interessante i paesi dell’eurozona, visto che il deficit di bilancia estera degli USA è per lo più legato all’eccesso di domanda interna, piuttosto che al cambio con la valuta cinese. Se poi la svalutazione del dollaro dovesse coincidere con una vera e propria crisi di fiducia verso questa valuta, per gli USA si verrebbe a determinare una situazione di difficoltà nell’indebitarsi all’estero, trascinando verso il basso lo sviluppo economico mondiale e determinando pertanto un’ulteriore ricaduta recessiva. 

    Di fronte ai dati ufficiali sin qui esposti, esistono a livello ufficiale, due interpretazioni opposte: da una parte quella della scuola “declinista” rappresentata da Fareed Zakaria, ex consigliere di Obama ed autore del saggio “L’era Post americana”, a detta del quale entro dieci anni il PIL cinese dovrebbe raggiungere quello americano determinando, de facto, l’equiparazione tra dollaro, yuan ed euro in un unico sistema monetario ed entro il 2032 i PIL di Brasile, Russia, India e Cina, potrebbero eguagliare quelli dei paesi del G7. Tutti dati che starebbero ad indicarci la fine della posizione di leadership degli USA che, pertanto, a detta dello Zakaria, dovrebbero farsi una ragione della convivenza con altri attori sulla scena del mondo. Di tutt’altro tono, invece, l’analisi del conservatore Robert  Kagan, ex consigliere di Mc Caine ed attualmente al fianco di Romney. Ne “Il mondo che l’America ha creato”, Kagan analizza la gattopardesca capacità degli USA di attutire, e financo, somatizzare gli sfondoni e gli insuccessi in politica estera, così come in economia. Certo è che, per un paese passato dalle sveglie in Corea e Viet Nam alla quasi assoluta supremazia in campo militare e politico sul mondo intero, parlare di “ineluttabile declino” solamente perché sullo scenario iniziano ad apparire dei competitori o i sintomi di una crisi, di natura generalizzata e sistemica, ci sembra un po’ riduttivo. Alcune cifre, giusto per intenderci. Ultimamente il PIL USA ha riportato un aumento calcolato su base annua del 2%, mentre la disoccupazione colpisce all’incirca l’8% della forza-lavoro e il disavanzo delle partite correnti ammonta a circa 500 mld di dollari l’anno, per una percentuale pari ad oltre il 3% del PIL, mentre il saldo negativo dei conti federali d’esercizio si aggira attorno al 7% del PIL. Se i dati, tutti in ascesa, del debito USA non lasciano presagire nulla di buono, ve ne è però uno, di dato, che dovrebbe far riflettere. Dell’immensa quantità di dollari oggi in circolazione per il mondo, ammontante a circa USD 6.100 mld, circa 1.600 sono in mano alla Cina, altri 4.500 sono costituiti a riserve ufficiali dagli USA. Per “riserve ufficiali” si intendono quelle attività liquide sotto il diretto controllo dell’autorità monetaria, rappresentate da crediti vantati nei confronti di paesi non Ue. I dati della riserva sono calcolati non tenendo conto delle varie passività. Le attività di riserva includono: oro monetario, diritti speciali di prelievo, posizione di riserva nel FMI, valute estere (ripartite in valute e depositi, titoli, strumenti finanziari e derivati), oltre ad altre attività. Questo breve excursus nelle definizioni di scienza dell’economia, ci riportano alla “querelle” economica tra USA e Cina, di cui abbiamo sopra accennato, con tutti i suoi risvolti. Praticamente, a causa del debito contratto dagli USA con il colosso asiatico, qualsiasi mossa al rialzo o al ribasso del valore dello Yuan, finirebbe sempre con l’avere comunque dei riflessi profondamente negativi sulla nostra economia. 

    Una soluzione sembra volercela offrire il noto economista Paolo Savona che, in un suo recente corsivo, nell’auspicare una maggiore cooperazione internazionale, arriva a caldeggiare la soluzione in tal senso proposta dai cinesi, ovverosia la sostituzione del dollaro come valuta internazionale, con i diritti speciali di prelievo, la moneta del FMI. Non solo. Un’ulteriore integrazione degli accordi WTO, dovrebbe arrivare a determinare l’obbligo di partecipare agli scambi globali con il medesimo regime di cambio, il tutto a condizione che, “dulcis in fundo”, gli USA offrano una qualsivoglia garanzia sul proprio imponente circolante valutario, quei famosi 6.100 mld di dollari di cui abbiamo poc’anzi parlato. L’idea cinese di sostituire il dollaro con i diritti di prelievo FMI, ha, francamente, il sapore di un’amara beffa, visto che a controllare e partecipare il FMI sono quelle Banche nazionali i cui capitali, come già sappiamo, sono a loro volta partecipati da Banche private, le quali, guarda un po’, sono molto, troppo, spesso le dirette emanazioni o il risultato di partecipazioni di capitali o di istituzioni finanziarie nord americane. Sorvolando sull’idea demenziale di rafforzare gli accordi-cappio WTO, che hanno permesso delocalizzazioni e privatizzazioni selvagge, la richiesta di una garanzia da parte USA sul proprio circolante, contraddice palesemente con la prassi dell’emissione di moneta senza più alcuna minima garanzia, così come avvenuto nel 1971, con la sospensione del cosiddetto “Gold Exchange Standard” ovverosia la convertibilità delle quantità di dollari emessi in oro, che pose “de facto” fine alla situazione di precario equilibrio di Bretton Woods. 

    Obama si ritrova quindi in sella ad un’America sicuramente prostrata dalla crisi, ma ancora in pole position per quanto riguarda emissione e prestito di valuta, e di conseguenza, per quanto riguarda il controllo delle sorti del mondo. Il forte malcontento generato negli USA dagli eccessi delle politiche liberiste, è stato incanalato dalla abile figura di mediatore rappresentata dal neo rieletto presidente. Le concessioni fatte in materia di sanità pubblica, al pari della tassazione sui redditi più elevati, altro non rappresentano che illusori diversivi rispetto agli obiettivi in gioco. Quindi, non aspettiamoci di vedere un Obama intento a nazionalizzare la FED o a ridimensionare gli accordi GATT o a fare degli USA il laboratorio per una qualsivoglia forma di socialismo. Ma non illudiamoci neanche che finisca qui. Quella che sta travagliando il mondo intero, è una vera e propria crisi sistemica, determinata dalle evidenti contraddizioni di un modello, quello capitalista e neoliberista, che ora ci sta inesorabilmente presentando il proprio spietato conto ed a cui, prima o poi, si dovrà dare una coerente risposta.                                                                                                 

    Umberto Bianchi

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