Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Moleskine dicembre 2012

Il debito greco passa dalle Banche private a tutti noi. E il crimine è compiuto

4 DICEMBRE 2012

Dunque la Grecia sta iniziando a mettere in pratica le nuove norme imposte dalla troika onde poter ottenere l'ennesima tranche di aiuti (inutili) per spostare più in là il momento del redde rationem. Ma stavolta c'è una novità fondamentale. Parliamo dell'operazione buy back della quale abbiamo riportato giorni addietro, in occasione del vertice europeo specifico. Ma niente paura: al di là del nome dato all'operazione, il significato della stessa è di una semplicità disarmante. 

Una delle più grandi difficoltà nel far capire a quanta più gente è possibile quello che sta realmente accadendo in Europa e nel mondo, e in questo caso in Grecia, risiede nel fatto che il crimine in corso è di natura economica, anzi finanziaria. Tema ostico, che per sua stessa natura, e per le terminologie che pure devono essere usate per spiegarlo, è di per se stesso respingente per buona parte dell'opinione pubblica. Cosa di meglio che perpetrare un crimine che per capire il quale si deve essere esperti di un tema ostico? E infatti, puntualmente, l'opinione pubblica, in larghissima maggioranza, ignora completamente la situazione. Ne è prova, per attenersi all'attualità, il fatto dei milioni di imbecilli che sono andati a votare per le primarie del Partito Democratico, dunque per, di fatto, un partito che sostiene l'agenda Monti, cioè il segmento italiano del grande crimine in corso. Ma questo è un altro discorso. Torniamo alla Grecia.

Dunque, per buy back, letteralmente, "comperare indietro" si intende l'operazione, alla quale la Grecia è stata obbligata, di acquisto di qualcosa che aveva precedentemente venduto.

Nello specifico, la Grecia deve comperare i crediti che a suo tempo aveva venduto alla speculazione, alla quale non pareva vero acquistare dei Titoli che rendevano le cifre astronomiche imposte dallo spread cui Atene si era dovuta piegare per mano della stessa speculazione internazionale che aveva dato l'avvio alla cosa.

In altre parole: le stesse istituzioni (Banche private e fondi speculativi) che avevano messo la Grecia in ginocchio, avevano poi acquistato i Titoli di Atene pensando di ottenerne dei guadagni folli, dovuti agli alti tassi di interesse spuntati. 

La novità, come detto, clamorosa e per questo indicativa, è che ora, praticamente "manu militari" (pena la non erogazione della nuova tranche di denaro) Atene è costretta e ricomprarseli. Cosa è successo? Molto semplice: ciò che era nell'ordine della cose. Malgrado tutti gli "aiuti" concessi e malgrado le misure di austerità imposte alla Grecia, la situazione economica non poteva che peggiorare. Ed è peggiorata. 

Ora, se già in origine era ovviamente impossibile pensare che Atene sarebbe riuscita a ripagare i titoli di Stato venduti a suo tempo a quei tassi di interesse spropositati, oggi, anche chi quei titoli ha acquistato, ha dovuto ammettere l'impossibilità di Atene di ripagarli.

A questo punto, tali soggetti, gonfi di titoli spazzatura ellenici, avevano due possibilità: vedere dichiarare la bancarotta da Atene, e dunque utilizzare quei titoli al posto della carta igienica e segnare nei propri bilanci nella colonna dei rossi i passivi che non avrebbe più avuto indietro, oppure "obbligare" Atene a ricomprarseli. Cosa che, appunto, è puntualmente avvenuta.

La situazione, dal punto di vista dei fatti è, come detto elementare: la Grecia è fallita da mesi, anzi, ormai da anni, ma è stata tenuta in vita artificiosamente con il denaro della troika e imponendo le misure di austerità che hanno portato il Paese nella crisi irreversibile nella quale si trova, e oggi non le concede neanche la possibilità di dichiarare il sacrosanto default. Sarebbero troppi i Paesi e le istituzioni bancarie a rimetterci. Ergo, con il ricatto della concessione di ulteriori aiuti finanziari, senza i quali il Paese andrebbe nel caos più totale nel giro di 24 ore, gli si impone di riprendersi le "croste" sulle quali a suo tempo gli stessi compratori avevano pensato di lucrare all'infinito.

Risultato? La Grecia non solo dipende da quegli aiuti pagati a caro prezzo, non solo si deve continuare a piegare ai diktat della troika, ma oggi deve riprendersi tutti gli insoluti che a suo tempo aveva piazzato sui mercati. 

Il debito, cioè i titoli spazzatura, che sino a ieri gravavano sulle spalle della speculazione troppo avida, da oggi, con le operazioni di buy back, tornano a gravare direttamente nei conti dello Stato. Si sposta, in pratica, il rischio dell'insolvenza, dalle casse della speculazione a quelle dei cittadini. E non solo di quelli greci, ma di tutti noi, visto che il denaro proveniente dal fondo salva Stati (cioè, appunto, salva Banche) è pur sempre degli altri Paesi europei, cioè in quota parte di ognuno di noi. Ecco, quel denaro adesso passa per la Grecia che "deve" girarlo alla speculazione.

In altre parole, tra poco cesserà di essere veduto come orrore il fatto dell'uscita di Atene dall'euro, per il semplice motivo che tale uscita non graverà più così pesantemente sulle spalle di chi tale crisi ha causato (la speculazione) ma su quelle dei cittadini greci ed europei. Dal privato al pubblico, in questo caso.

I soldi della troika concessi ad Atene sono insomma una partita di giro, visto che la Grecia "deve" utilizzarli in larga parte per salvare le Banche , ricomprandosi i titoli tossici, che la hanno messa nella situazione nella quale si trova.

L'illusione dei banksters e delle loro parole d'ordine del great game della finanziarizzazione continua. E così l'ignoranza della maggioranza delle persone. La realtà delle cose, a parole semplici quanto si vuole, è però quella che abbiamo descritto.

Valerio Lo Monaco

PS Immondo, letteralmente, il titolo in Home Page dell'articolo di Repubblica che riporta l'operazione (ma lo stesso si può dire per tanti altri media mainstream che reggono il gioco, di fatto, all'ignoranza della gente e alla speculazione): "Via all'operazione taglia-debito. La Grecia lancia il buy-back"

 

Ilva. Sta a vedere che la colpa è della Procura

28 NOVEMBRE 2012

Prima l’inquinamento ambientale, e adesso quello concettuale.

L’Ilva di Taranto continua a fare danni anche ora che gli stabilimenti sono fermi e che la proprietà, resasi conto di non avere altre armi a disposizione per sottrarsi al pressing degli inquirenti, ha  innescato la bomba della chiusura definitiva. Che, se davvero dovesse esplodere, causerebbe un’onda d’urto talmente forte da spazzare via gli altri impianti italiani.

Di fronte a questa prospettiva, che è obiettivamente terribile per il suo impatto sull’occupazione e sull’economia nazionale, la reazione sana consiste nel capire (nel voler capire) dove si è sbagliato in precedenza e perché si sia giunti fino a questo punto. La reazione patologica, viceversa, è quella tipica della cosiddetta “cultura dell’emergenza”: con la scusa che la situazione è di eccezionale gravità, si accantona in fretta e furia ciò che è giusto, ovvero il rispetto delle leggi e ancora prima la tutela della salute dei cittadini, per fare posto a qualunque decisione che permetta di salvaguardare gli aspetti economici. Riducendo il resto a un fastidioso puntiglio, a uno zelo esorbitante, a una colpevole incapacità di scendere dalle nuvole dell’etica o del diritto per misurarsi sul terreno, tanto più solido e proficuo, delle necessità produttive.

La versione di Confindustria, appunto. Che già lunedì scorso definiva la chiusura dell’Ilva di Taranto «un evento gravissimo per tutto il sistema industriale italiano, conseguente a un vero e proprio accanimento giudiziario nei confronti dell'azienda».

Un ribaltamento completo della realtà, e delle responsabilità. La colpa non è di chi per anni e anni si è ben guardato dal mettersi in regola, ma dei magistrati che alla fine lo perseguono. E che in effetti, a meno che non si dimostri l’infondatezza giuridica del loro operato, non possono e non devono mitigare la loro azione repressiva e sanzionatoria solo perché in ballo c’è un’industria di primissimo piano.

Quest’ultimo aspetto, al contrario, va considerato un’ulteriore aggravante a carico di chi quell’industria l’ha gestita in maniera tale da esporsi a misure così drastiche. E lo stesso discorso, naturalmente, va esteso alle pubbliche autorità che hanno lasciato correre, rifugiandosi nell’incertezza (o piuttosto della “non assoluta certezza”) riguardo al rapporto tra le sostanze chimiche rilasciate dagli impianti e l’incremento dei tumori e delle altre gravi malattie nella popolazione del circondario.

Confindustria ha parlato di «accanimento giudiziario». Ieri sera, a Ballarò, la PdL Beatrice Lorenzin si è lanciata in una requisitoria contro la magistratura in genere, accusandola di aver usurpato «la spada del re» per ergersi essa stessa a soggetto politico. Ma anche in questo caso si travisano totalmente i termini della questione: perché semmai i giudici, quali che siano le loro intenzioni, vanno a riempire uno spazio lasciato vuoto dalla politica, e possono occuparlo solo perché quest’ultima non ha adempiuto ai propri compiti di indirizzo e di vigilanza.

Esclusa l’eventuale malafede, che però va accertata, è naturale che il sistema giudiziario non brilli per elasticità, dal momento che deve limitarsi ad applicare delle norme preesistenti, e che non può derubricare i reati riducendoli a spiacevoli contraccolpi sociali di uno sviluppo economico che invece va tutelato a ogni costo, nel fuorviante presupposto che i vantaggi per la collettività nazionale siano comunque prevalenti rispetto ai danni per la cittadinanza locale.

Se l’Ilva non avesse inquinato a dismisura, e se le istituzioni non avessero consentito quella ubicazione degli impianti e quelle modalità di produzione (e di inquinamento), la Procura di Taranto non avrebbe avuto alcuna possibilità di intervenire. E figuriamoci di “accanirsi”.

Federico Zamboni


L'Europa non è - non deve essere - l'euro

1 DICEMBRE 2012

L’altro ieri questo giornale online faceva correttamente osservare che nel match televisivo fra Bersani e Renzi non si è parlato del problema dei problemi, la speculazione finanziaria internazionale da cui derivano pressoché tutti i nostri mali. Da parte mia, noto che, pur attraversando una crisi strutturale e di credibilità gravissima, anche l’idea di Europa viene relegata ai fatti dati per scontati. Un fatto non nuovo, che deriva dall’accettazione fideistica, del tutto irrazionale, in sostanza stupida, dell’Europa così com’è – un’unione valutaria fondata su una moneta-debito funzionale al sistema bancario – e non dell’Europa come dovrebbe essere

Lasciatemi volare al di sopra delle beghe pseudo-politiche e sognare un po’. Il punto di partenza non può essere che ripartire dalla comunità popolare. Cos’è una comunità, oggi? Di contro alla globalizzazione omologatrice, sappiamo bene che il principio-guida è l’opposto, la localizzazione. È più semplice riscoprire l’amore per la terra su cui si cammina quotidianamente, che si conosce a fondo e che costituisce il raggio visivo dei propri bisogni, piuttosto che ricostruire l’affetto verso una patria che, almeno nel caso degli Stati europei, ha perduto ogni legittimità nel momento in cui ha disconosciuto e svenduto la sovranità propria e altrui (con l’Europa monetarista o con le pelose ingerenze “umanitarie”). C’è tutto un lavoro, lungo e faticoso, di riconoscimento del proprio spazio locale. Che deve diventare ideale, cioè misura e scopo dell’identità. È come ritrovare il baricentro ancorandolo alle solide fondamenta di ciò che è più vicino e percepito come inevitabilmente nostro. Se questo spezza l’unità e la fiducia negli attuali Stati, che sia. 

Ma un localismo che non intenda ridursi soltanto ad un nuova frontiera culturale di pura testimonianza, dovrebbe porre le basi di un progetto politico. Se mi limitassi al “muoia Sansone con tutti i filistei”, invocando la frantumazione in piccole patrie locali senza guardare alle prevedibili conseguenze, peccherei di un’ingenuità abbastanza grossolana. È evidente, infatti, che sarebbero gli Usa a trarre beneficio da un ulteriore indebolimento delle potenze nazionali, già malconce per l’esproprio di sovranità tramite l’Euro e la politica economica pilotata da Bruxelles e dalle burocrazie sovranazionali (Bce, Fmi, ecc). Gli Stati Uniti sono il nemico in casa. Tramite la Nato e le installazioni militari del Pentagono, Washington ci controlla a vista e ha tutto l’interesse che l’Europa rimanga zoppicante e su un piede di inferiorità. Per realismo, perciò, all’istanza esistenziale e antropologica di ritorno alla piccola dimensione deve accompagnarsi l’inquadramento in un’Europa delle regioni, delle città, dei popoli. Un’Unione Europea forte e indipendente rappresenta l’ombrello necessario per proteggere lo sbocciare dell’orgoglio localistico. Un ombrello, sia detto senza giri di parole, nucleare, seppure solo in funzione di difesa e deterrenza e non certo di offesa (vorrei tanto che si potesse fare a meno della diavoleria più distruttiva che l’uomo moderno abbia mai inventato, la bomba atomica; ma se gli Americani la brandiscono come minaccia perenne non si può farne a meno, piaccia o non piaccia. A me non piace, eppure tant’è). 

L’Europa agli Europei, dunque. Non dimentichiamoci, infatti, che abbiamo una popolazione più che doppia rispetto alla statunitense, siamo la prima potenza commerciale del pianeta e produciamo un quarto del prodotto interno lordo mondiale. Per poter pensare di affrancarci dagli yankee e al tempo stesso tenere a bada la minaccia cinese, bisognerebbe rifondare su basi più strette e sincere il nostro rapporto con la Russia, accogliendola come alleata. L’orso russo va preso per quello che è, compresi gli aspetti difficili da mandar giù (vedi il genocidio ceceno). Ma annodare una stabile cooperazione economica e politica con un grande popolo, mezzo europeo e mezzo asiatico, come sono i Russi, va senz’altro nella direzione giusta. 

Una seconda mediazione possibile sarebbe conservare le statualità tradizionali, la Francia, la Germania, la Spagna, l’Italia, ma esclusivamente come tramite fra livello di autogoverno locale, che gestirebbe il grosso del potere, e il livello di protezione europeo, a cui sarebbero demandate mirate funzioni federali (esercito, moneta continentale con doppio corso rispetto alle valute locali, limitato corpo di leggi emesse da una “dieta” di rappresentanti-ambasciatori). Il nostro paese, che come nazionalità ha senso in quanto mosaico di differenze, sarebbe già pronto su questa via, se si togliesse di dosso l’auto-convincimento di essere una nazione. 

Il qui e ora è ritrovare un senso per l’Europa. Che senso potrebbe avere l’Europa se la liberassimo dall’oppressione finanziaria e dalla sudditanza atlantista? Uno eminentemente culturale: creare un modello di vita alternativo sia al capitalismo finto-democratico di stampo americano sia al capitalismo autoritario di tipo cinese. La Grande Europa potrà riacquistare una missione solo quando riconoscerà nei propri geni storici il carattere umanistico della sua civiltà. Fondendo il particolare, con la sua concretezza, con l’universale - compito supremo di rendere realizzabile un’umanità riconciliata con la natura. Che è esattamente quanto fecero gli antichi Romani, che mai schiacciarono sotto un’omologazione forzata i popoli assoggettati ma ne rispettarono le diversità, limitandosi a unirli sotto un’unica legge, una stessa moneta e un solo centro politico-militare. Non solo, ma diffusero in tutti i loro domini la cultura che rappresenta la vera radice attuale dell’Europa: la grecità. Roma e Atene: questi i modelli a cui guardare. Poi si aggiunse Gerusalemme, che costituì l’agognata capitale religiosa del Sacro Romano Impero medievale. Ma oggi il sionista Israele è una delle teste del mondialismo a guida americana, e perciò un ostacolo alla liberazione europea. Il cattolicesimo, dal canto suo, ha di fatto aderito all’ordine di disvalori materialistici della globalizzazione (e al massimo briga per contrastare il ferreo controllo dei burocrati di partito cinesi sulle chiese cristiane). No, l’Europa tornerà ad avere un senso quando riscoprirà una missione laica e prettamente europea: ridare dignità e libertà alle sue genti. La nostra Europa non è l’euro. 

Alessio Mannino


Vuoti a perdere. E poi: ma dov'è la gioventù?

30 NOVEMBRE 2012

“Giorni vuoti e senza significato”: era scritto sul biglietto ritrovato non lontano dal corpo di una giovane, che il 27 novembre scorso si è tolta la vita con la pistola detenuta legalmente dal padre. Il drammatico gesto è avvenuto in provincia di Trieste, nell’abitazione della famiglia. Non aveva che quindici anni, lei.

Appena qualche giorno prima di questo episodio, a Roma Sud, un altro quindicenne – Andrea il suo nome – si era impiccato alla scala della propria casa, ma, a differenza della giovane, il cordoglio per lui ha avuto ben altra risonanza.

Andrea si truccava e indossava abiti stravaganti, era un omosessuale e, per tale ragione, non sopportando più il peso delle altrui derisioni, ha scelto di darsi la morte. Questa è stata la prima ipotesi, suggestiva a tal punto che il sindaco Alemanno – sulla scia delle indagini che non scartano neppure l’istigazione al suicidio – ha puntualmente parlato di «discriminazione omofoba alla quale il ragazzo sarebbe stato sottoposto».

A rispondere alle illazioni sono stati gli stessi compagni, insieme al corpo degli insegnanti del liceo Cavour, presso cui lui era iscritto, con una lettera, nella quale dichiarano che Andrea non era affatto gay, ma soltanto eccentrico. Che importa? In Italia lo sport nazionale non è più il calcio, ma la strumentalizzazione; meglio ancora se la versione offerta è romanzata: fa più effetto sulle “anime belle” già pronte alla contrizione.

Come se ciò non bastasse, durante il funerale del ragazzo, la madre ha invocato giustizia per il figlio “crocifisso come Gesù”. Addirittura. 

Per riparare a un’ingiustizia, però, occorre che qualcuno l’abbia commessa. Chi, dunque? Forse quegli ignoti che, su uno dei molti “attendibili” social network, pare abbiano preso in giro Andrea per la sua presunta omosessualità? Oppure l’insegnante, che gli aveva rivolto una semplice domanda sulle sue unghie smaltate di rosa? Un bersaglio più facile e più congeniale sarebbero i compagni di scuola, che sembra – viaggiamo sempre sul filo delle ipotesi – deridessero le stravaganze di Andrea. E anche se fosse, cosa ci sarebbe di tanto anormale, di profondamente ingiusto? Basta davvero tanto poco, per uccidersi, o per essere dei carnefici?

La scuola, da che mondo è mondo, è un campo di battaglia, per tutti: per i timidi, i meno abbienti, i gracili, i grassi, o gli stupidi, costretti a scontrarsi con i furbi o con coloro che tali si credono; è infatti a scuola che il lato selvatico, quello più schietto, non ancora intaccato dall’ipocrisia del “politicamente corretto”, si esprime, di solito con “cattiveria innocente”, soprattutto quando il giovane fa branco. Sempre a scuola, fino a poco più di un ventennio fa, erano legittimi gli scherzi, anche quelli atroci, ottimo apprendistato per la goliardia e il cameratismo. Era quasi una questione d’onore non coinvolgere gli adulti nelle proprie faccende private, ogni ragazzo stabiliva da sé le proprie regole e i confini con i suoi pari, ed era una cosa del tutto giusta darsele di santa ragione, stabilendo così non solo chi fosse tra tutti il più forte, almeno fino al giorno dopo, ma anche chi, pur nella consapevolezza della sconfitta, non si sarebbe mai sottratto allo scontro, dimostrando, in quella maniera, di possedere già il coraggio di un uomo fatto.

Quando si stava peggio, cioè meglio, la viltà non occupava un posto d’onore e la scuola, microcosmo della vita, oltre a essere lo spazio dell’apprendimento, era anche e soprattutto il luogo di una rigorosa formazione, squisitamente interiore. Oggi, al contrario, non si fa che disapprendere il coraggio, il pudore, la serietà del gioco, il senso del sacrificio e, infine, la conquista di sé.

Ecco un bersaglio arduo da centrare; arduo, perché colpirlo significherebbe ribaltare certi granitici pregiudizi e, in particolar modo, vorrebbe dire mettere in seria discussione le recenti e non sostanziali libertà, cui ci siamo presto assuefatti: la volgarità nell’esprimersi e nel vestirsi secondo il proprio gusto (quasi mai accostabile a quello buono); il disconoscimento dell’autorità e ancor più dell’autorevolezza, come limite e, dunque, sicuro punto di riferimento per un ragazzo; la necessità di apparire e non quella di essere e, infine, l’interesse per il risultato ultimo, ignorando la condotta per conseguirlo.

Per una madre, la perdita di un figlio è un irreparabile dolore e contro natura, ma le nostre aspirazioni sempre e soltanto materiali, insieme alla smodata carenza di realismo, lo sono altrettanto. Il finale, allora, per quanto terribile, è scontato.

Per riparare a queste nostre contraddizioni, non c’è altro modo che “contraddirci” nuovamente, partendo dal beneplacito dato a un sistema, quello sì vuoto e senza significato di cui, senza ormai rendercene più conto, siamo complici e ugualmente vittime.

Fiorenza Licitra


Primarie Vs parlamentarie: la differenza essenziale del M5S

5 DICEMBRE 2012

Bene ha fatto Grillo a volere distinguere anche linguisticamente la sua iniziativa di far scegliere dal basso i rappresentanti del M5s, non confondendola con le primarie del PD. Ha voluto precisare che si tratta non di primarie per la scelta del leader ma di parlamentarie per la scelta dei candidati al Parlamento nelle elezioni della prossima primavera.

Le primarie del Pd sono stata un’americanata, uno show mediatico in cui i riflettori erano puntati, più che sui programmi, sulle persone, sulla loro età, sul loro modo di esprimersi e di porsi di fronte alle telecamere, sulla loro prontezza nelle risposte e nelle battute, sul loro aspetto giovanile o rassicurante per l’esperienza.

Nei contenuti, Renzi e Bersani si sono distinti perché il primo escludeva un’alleanza con Casini, volendo correre veltronianamente da solo, mentre il secondo lasciava aperta la porta alla possibile alleanza coi centristi. In politica internazionale Bersani, bontà sua, riconosceva la centralità del problema palestinese, mentre Renzi denunciava la minaccia del cattivissimo Iran con le sue armi terrificanti.

Tutto qui. Non una parola di qualche peso sulla necessità di una riforma profonda delle istituzioni europee. Non una parola sull’euro e sull’ipotesi di ritorno alle monete nazionali. Non una parola sulla vergognosa sudditanza all’Impero americano e sul pericolo che rappresentano le sue numerose basi sul nostro territorio, in caso di guerra. Parole elusive sullo strapotere dei banchieri e sul modo di affrontare una crisi non congiunturale ma sistemica.

Le primarie del PD, pur prevedendo sbarramenti, chiedevano la partecipazione non dei soli iscritti ma degli elettori in genere, esponendosi al rischio di infiltrazioni, manovre, trucchetti.

Tutt’altra cosa le parlamentarie di M5s.

Qui si scelgono non i capi ma i candidati al parlamento.

Li scelgono giustamente solo gli iscritti, utilizzando la Rete e non i costosi seggi sparsi su tutto il territorio nazionale sotto il mirino delle telecamere per lo spettacolo mediatico.

Li scelgono fra le persone della loro circoscrizione, volti noti, persone che si conoscono, che si presentano periodicamente al giudizio dei cittadini nelle assemblee pubbliche, con cui si può parlare pretendendo che siano portatori di istanze sentite dalla gente.

Chi ha frequentato le assemblee del Movimento conosce le sue prassi.

All’inizio della riunione i presenti sono invitati a proporre un tema per la discussione. Ogni proposta viene votata per alzata di mano. Le tre o quattro proposte che hanno suscitato più interesse saranno discusse. Il presentatore della proposta espone in pochi minuti il proprio punto di vista. I presenti porranno domande e obiezioni, a cui il relatore risponderà in una breve replica, dopo di che si passa alla seconda proposta secondo la stessa prassi, e così via.

Sia le parlamentarie sia le modalità delle assemblee sono tentativi di realizzare in concreto il principio della democrazia diretta. Su questo terreno nessuno è tanto avanti quanto Cinquestelle.

Ovvia l’obiezione: ma quale democrazia quando Grillo caccia brutalmente chi non gli obbedisce?

Proprio perché una qualche forma di democrazia diretta possa realizzarsi, occorre che ci sia un massimo di disciplina. Democrazia diretta non è anarchia.

Se vige la regola che si devono evitare gli esibizionismi e le trappole del sistema mediatico, non si deve partecipare ai talk show. Chi lo fa si pone fuori dal Movimento.

Per evitare infiltrazioni è giusto che i candidati al Parlamento siano scelti in Rete solo dagli iscritti.

Per evitare che minoranze logorroiche si impadroniscano delle assemblee, bisogna regolamentare gli interventi concedendo un tempo rigorosamente limitato.

Tutto ciò è indice non di “fascismo” secondo l’accusa stupida e vacua di chi non ha più argomenti, ma di serietà.

M5s continua a essere un contenitore piuttosto carente e sfuggente sul terreno dei contenuti, ma nella sperimentazione di forme nuove di aggregazione e di democrazia diretta, è il più avanzato che ci sia sulla piazza.

Luciano Fuschini


Eppur (qualcosa) si muove

14 DICEMBRE 2012

In tempi come questi, a vedere semplicemente la realtà e in modo particolare quanto di questa vi sia reale percezione nell'opinione pubblica, si può facilmente cadere nello sconforto. Malgrado l'evidenza, ai più appare ancora incomprensibile o, nella migliore delle ipotesi ineluttabile, la fine che sta facendo il nostro Paese e in senso lato il mondo intero. Se sono veri i sondaggi che continuano a essere resi noti, secondo i quali la maggioranza dei cittadini italiani, o comunque una larga fetta, ancora crede e ha fiducia nel governo Monti, e un'altra grande fetta ancora si appassiona alle elezioni Politiche e dunque andrà a dare il voto per l'ennesima volta ai soliti noti che in questa situazione, direttamente per scelte sbagliate, oppure indirettamente per manifesta incapacità, ci hanno portato, la riflessione che ne discende non può che essere, appunto, sconfortante. Parallelamente si impone pertanto una riflessione che riguardi tutto il settore dei media i quali, teoricamente, dovrebbero favorire invece proprio la conoscenza e la comprensione della realtà. Molto semplicemente, il fenomeno di una opinione pubblica ignorante non può essere analizzato senza fare una analisi anche dei media che insistono sullo stesso scenario. Ma se sarebbe ormai inutile perdere tempo per una ennesima disamina dello stato dell'informazione nel nostro Paese non lo è invece se si considerano i risultati ottenuti da quella schiera, variegata e difficilmente catalogabile quanto si vuole, dei media di cosiddetta controinformazione. O, per dirla in modo più corretto, di informazione alternativa a quella dei grandi player. Rientrano in questa galassia molte tra le realtà nate su (e grazie) a internet e, in generale, tutti quelli che a vario titolo comunicano in una maniera almeno un po' strutturata - lasciamo fuori, pertanto, i blogger sporadici e gli spammer "alla facebook", per intenderci - e che a quanto pare, invece, qualche risultato stanno ottenendo. Non organico, non organizzato e anzi frammentario quanto si vuole, spesso purtroppo senza avere la benché minima capacità che si avvicini anche lontanamente al giornalismo ma insomma che in qualche modo sono operatori della mediazione.

Ebbene, a questo proposito, ribadiamo, qualche risultato c'è. Parziale quanto si vuole ma comunque impensabile da raggiungere sino a qualche anno addietro.

Uno su tutti, di risultato, è quello che verifichiamo ogni volta in cui dei temi considerati tabù, oppure del tutto inesistenti, raggiunge, sebbene con grossa fatica, enorme ritardo e grossolana improvvisazione anche i media di massa, per loro natura ostili a una rappresentazione differente da quella che gli è imposta per mantenere lo spazio che occupano e l'audience che necessitano.

Sinteticamente: era impensabile sino a qualche anno addietro che parole stesse come sovranità, oppure come speculazione finanziaria, o ancora ingerenza di altri Stati nella politica interna di altri fossero anche solo lontanamente prese in considerazione.

Oggi sentire parlare di temi economici, di come questi tengono sotto scacco le nostre vite è cosa molto più frequente di allora. La diffusione stessa della parola signoraggio, e rilevare che l'argomento della sovranità nazionale (politica ed economica) sia sulla bocca di molte più persone di un tempo, deve essere segnalato come un risultato. Certo, l'incompetenza regna sovrana e siamo distantissimi da una comprensione reale di questi temi su larga scala. Ma i temi sono presenti. Ed è in questa "presenza" che dobbiamo segnare, tutti, una parziale vittoria sulla desolazione che regna sovrana.

Tempo addietro Michele Santoro, per fare un esempio, ha osato fare un servizio, nella trasmissione Servizio Pubblico, sulla riunione del Gruppo Bilderberg che si è tenuta a Roma alcune settimane addietro. Naturalmente lo aveva fatto senza entrare nel merito della cosa, senza spiegare di cosa si trattasse e soprattutto senza spiegare, o far dibattere dai suoi ospiti in studio (ammesso che ne avessero le capacità) su quanto tali riunioni siano poi incisive sulla vita di tutti noi. In tale circostanza ha reso il tutto quasi come fosse un servizio di gossip o poco altro. E dunque, dal punto di vista giornalistico, si era trattato quasi di un aborto professionale.

Nella puntata di sera (pubblichiamo alcuni estratti qui sotto) si è spinto in un servizio sullo Shadow Banking, cioè sulle attività più nascoste, e fraudolente, del sistema bancario. A fine serata, d'accordo, come ultimo servizio e senza possibilità di farne discutere in studio. Ma insomma, qualcosa di nuovo c'è. E qualcosa di nuovo c'è anche nel momento in cui si inizia a fare domande di un certo tipo - per arrivare a punti impensabili, sino a qualche anno addietro - ad ospiti in studio che qualche cosa, in merito, possono dire. Ieri sera era la volta di Tremonti, che senza mezzi termini (per motivi di campagna elettorale quanto si vuole ma la cosa non conta per il nostro ragionamento) ha di fatto parlato di salvataggi delle Banche fatti con soldi pubblici che dovrebbero invece servire ad altro, e di natura fraudolenta del comportamento, ad esempio, di Germania e Francia che dopo aver investito malamente in Grecia ora impongono a tutta l'Europa di ripagare loro, e alle loro Banche, gli investimenti sbagliati fatti.

Viene da dire ben svegliati!, alla buon'ora. Ben (ultimi) arrivati su ciò che ci sta distruggendo da decenni. Anche Santoro si è accorto, dopo decenni di attività, che i temi rilevanti sono altri e non il teatrino che ha raccontato per anni. A meno che, e la presunzione di ciò che stiamo per scrivere è purtroppo ben supportata da tanti precedenti, non stia inserendo all'interno di una trasmissione oliatissima (e ormai noiosissima) qualche frammento di ciò che può portarlo ad avvicinare al tubo catodico dei media di massa anche chi invece si nutre ormai normalmente della "informazione altra" della quale abbiamo parlato. Dunque per meri motivi di audience. Che siano strumentali o meno, questi "inserimenti" alla santoro nelle sue trasmissioni, si tratta comunque di una novità, la cui spinta proviene proprio da ciò che sta accadendo altrove, in tema di media, sui mezzi liberi come quello che state leggendo. Il che, in fin dei conti, non è comunque poco.

Valerio Lo Monaco

 

SANITÀ NEL MIRINO: RE GIORGIO ALZA IL TIRO

11 DICEMBRE 2012

In apparenza difende il SSN, ma poi butta lì un riferimento avvelenato. All’articolo 32 della Costituzione 

Dopo Monti, Napolitano. Il gioco di squadra fra i due continua imperterrito, come peraltro è nella logica delle cose, e a distanza di un paio di settimane dalle allarmanti dichiarazioni del presidente del Consiglio sulla sanità pubblica arrivano quelle del presidente della Repubblica.

Il filo conduttore è analogo: da un lato si celebrano a gran voce i meriti dell’assistenza gratuita – o sedicente tale, visto che poi l’inefficienza e i ritardi del sistema spingono molti cittadini a rivolgersi, a prezzo pieno e di tasca propria, alle strutture private – ma dall’altro si paventa il rischio di non poterla garantire nel medio-lungo periodo, a meno che si apportino dei correttivi. Che secondo questa visione non potranno esaurirsi nel ridurre gli sprechi, o le ruberie, ma che dovranno comportare nuove forme di finanziamento. E quindi, per farla breve, una più pesante contribuzione ai costi da parte di chi fruisce delle cure.

Delle sortite di Monti abbiamo già scritto a più riprese (qui e qui) chiarendo che questi interventi verbali sono i passi iniziali verso la privatizzazione del settore, che magari procederà lentamente ma che è un obiettivo strategico dell’offensiva neoliberista e che, quindi, verrà perseguita a oltranza. Mentre il premier, però, si era limitato a invocare le difficoltà di carattere economico, senza contestare – per ora – il principio della gratuità generale, oggi il Capo dello Stato alza decisamente il tiro.

Non che lo faccia subito, perché allora l’insidia contenuta nelle sue parole balzerebbe agli occhi, ma ci arriva per gradi. La prima considerazione è un richiamo, ineccepibile, a introdurre «regole e controlli più severi e oculati di quanto si sia fatto per lungo tempo». La seconda è già più opinabile, specie in mancanza di precisazioni sugli importi ai quali ci si riferisce: «chi ha maggiore possibilità di contribuzione» dovrebbe partecipare ai costi delle cure ricevute in base alla «sua effettiva capacità di reddito». La terza, infine, è quella decisiva.

Sia pure nei suoi soliti modi curiali, che in troppi continuano a scambiare per i segni inequivocabili della sua affidabilità istituzionale, Napolitano sottolinea che l’assetto odierno «è andato anche al di là del dettato dell'art. 32 della Costituzione». Il riferimento è al primo comma, che recita quanto segue: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». Il passaggio chiave, come avrete già notato, è quello finale. Perché si presta a essere preso come alibi, del massimo rango normativo, per rimettere in discussione l’approccio corrente, riducendolo via via da architrave indiscutibile di un welfare generalizzato a misura d’emergenza.

Tanto per cambiare, è esattamente la concezione che prevale negli Usa. Dove il programma Medicare di Obama è stato approvato a fatica e presentato come una rivoluzione epocale, benché non vada al di là di una ridotta estensione della copertura sanitaria per i cittadini meno abbienti, i quali non sono in grado di permettersi né le salatissime polizze assicurative in campo sanitario né le esose fatture degli ospedali a pagamento.

Napolitano ce lo ricorda quasi en passant, e anche in questo ricorda il Monti che i suoi dubbi sulla futura sostenibilità del SSN li tirò fuori nel corso di un banalissimo collegamento per l’inaugurazione di un centro biomedico a Palermo. Eppure il messaggio suona tutt’altro che casuale: la sanità pubblica gratuita per tutti non è prevista dalla Costituzione.

Prendere nota, prego. A futura memoria.

Federico Zamboni

 

Palestina: un trionfo, ma non conti troppo sulla CPI

30 NOVEMBRE 2012

 

Vittoria schiacciante per la richiesta di riconoscimento da parte dell’Onu, come Stato osservatore, per la Palestina: 138 i sì, solo 9 i Paesi contrari e 41 quelli astenuti. E quindi l’Italia è riuscita a salire per tempo sul carro del vincitore. Monti ha visto giusto, la scaltrezza politica non gli manca, e se solo servisse il paese anziché gli interessi bancari avrebbe le doti per essere un uomo di Stato di alto livello.

Il governo israeliano, naturalmente, è indignato per questa risoluzione, che implicitamente riconosce lo Stato palestinese. Solo il governo, però: quella parte di popolo che si riconosce nelle opposizioni guidate da Olmert è invece soddisfatto di questa scelta, che non solo avvicina alla pace, ma è anche un serio colpo inferto al massimalismo di Hamas, che guarda più alla distruzione di Israele che alla nascita di una Palestina indipendente e sicura nei suoi confini.

Hamas, per parte sua, di fronte alle travolgenti manifestazioni popolari di giubilo, fa buon viso a cattivo gioco e plaude al successo di Abu Mazen. «Si tratta di una nuova vittoria sul cammino della liberazione della Palestina e ce ne rallegriamo», ha detto Ahmed Yussef, un dirigente del movimento palestinese islamico nella striscia di Gaza, che ha aggiunto, «Hamas lo considera come una successo unitario che fa gioire il nostro popolo». Ma la vittoria è tutta di Fatah.

Il riconoscimento, come abbiamo già ricordato ieri (qui), apre anche le porte della Corte Penale Internazionale, ma i palestinesi non devono fare molto affidamento su questa per ottenere giustizia per i crimini subiti: la CPI si è appena confermata un tribunale dei vincitori che non dispensa giustizia, avendo, con una sentenza scandalosa, assolto dalle imputazioni per crimini di guerra contro lo sconfitto popolo serbo l’ex-PM kossovaro Ramush Haradinaj, già comandante della Kosovo Liberation Army (KLA).

Resta il fatto, comunque, che all’ONU è stata colta quella che Abbas ha definito l’ultima chance per la soluzione a due Stati, che per lui deve partire dai confini del ‘67 e con Gerusalemme Est capitale della Palestina. Non sono «i palestinesi che stanno voltando le spalle alla pace», come ha sostenuto l’ambasciatore israeliano presso l’ONU, ma coloro che rilasciano simili dichiarazioni e rifiutano di cogliere il chiaro segnale che la comunità internazionale ha mandato ad Israele e ai suoi amici più stretti.

La palla passa ora nelle mani del popolo israeliano: se nelle prossime elezioni saprà trasferire il suo consenso a quella opposizione moderata favorevole alla risoluzione appena adottata, e se riuscirà così a rovesciare il governo dei falchi di Tel Aviv, che sta trascinando Israele al disastro, la pace compirà un altro, determinante, passo in avanti. Ma forse questo sarà possibile solo se il vecchio Shimon Peres scenderà in campo a difendere il cammino che intraprese con Arafat e Rabin, e che valse a tutti e tre il Nobel per la Pace del 1994.

Ferdinando Menconi

 

Grillo scioglie gli equivoci. E fa bene

12 DICEMBRE 2012

Con il post di ieri sul suo blog (“Obbiettivo: Elezioni 2013”) Beppe Grillo ha sciolto l’equivoco di fondo che ingannava molti dei suoi: il Movimento 5 Stelle non è mai stato, né potrebbe mai essere, una forza politica lasciata alla democrazia diretta pura e semplice. Un’illusione da Alice nel paese delle meraviglie, di cui solo chi non ha una minima infarinatura politica e storica poteva bearsi. 

Ogni organizzazione umana per darsi una forma e agire verso uno scopo condiviso deve strutturarsi, e per riuscirci suddividere le responsabilità. A compiere questa fondazione non può non essere una ristretta cerchia di persone. Il sociologo Roberto Michels ha detto parole definitive a riguardo sin dal 1911 quando elaborò la “legge ferrea dell’oligarchia”. Nel caso di Grillo, sentenziare che chi non è d’accordo con le sue direttive è fuori dal movimento non costituisce un’improvvisa stretta autoritaria, ma una conseguenza logica che deriva dalle origini del movimento stesso: è stato lui a fondarlo (assieme a Casaleggio, il cui ruolo andrebbe ridimensionato, ma dovrebbe ridimensionarlo per primo Grillo stesso), lui a infondergli un’anima e un’identità, lui a dargli un volto, lui a garantirgli il crescente successo. Il suo è, a tutti gli effetti, un movimento politico carismatico. Ma non da oggi: da sempre. Stupirsi o inorridire rispetto all’incoerenza con la democrazia diretta invocata e predicata significa misconoscere un dato di realtà evidente e inconfutabile. E nient’affatto nuovo.

Certo, dal punto di vista teorico la contraddizione c’è. In astratto, dunque, le ragioni dei “tavolazziani”, come sono chiamati i dissidenti alla Tavolazzi che chiedono una democratizzazione che metta in discussione l’autorità del Capo, non fanno una piega. Ma in politica la teoria diventa feconda e si traduce in pratica secondo condizioni particolari tutt’altro che aristotelicamente razionali. La condizione, ripeto, fondante del grillismo è rappresentata da Grillo, dalla sua personalità, dalle sue idee, dalla sua strategia, in quanto il Movimento 5 Stelle esiste per Grillo e grazie a Grillo. La genesi spiega lo sviluppo in senso gerarchico, che mano a mano che ci si avvicina al fatidico momento della lotta elettorale si fa più palese e stringente. Ma era tutto già in nuce prima: nel blog a fare da agenda unilaterale dei pensieri della base, nelle prime scarne regole per istituire i Meetup, e soprattutto nel ruolo di padre simbolico, organizzativo e ideologico di Beppe. E ogni padre, quando il figlio comincia a diventare grande, finisce col fare – deve fare - il padrone. 

Tanto più che l’ideale svizzero della democrazia diretta ha avuto finora il non casuale effetto di far crescere i gruppi locali in un’allegra anarchia ossessivamente praticata nel culto delle votazioni, anche per andare a pisciare. Ma ora, con le elezioni nazionali, se si vuole badare al sodo – e qui Grillo giustamente s’infuria – la partita si fa dura e occorre unità e compattezza. L’urgenza di serrare i ranghi tramuta le poche regolette in ordini, e la necessità di combattere (“siamo in guerra”) militarizza il campo. Ma santoddio, era naturale che accadesse.

Ancor più naturale se pensiamo ad un aspetto più profondo che l’esempio delle democrazie dirette realizzate nella Storia ci insegna, e cioè che in un metodo di governo dove ciascuno ha lo stesso diritto di intervento e di decisione di chiunque altro, ad emergere è appunto il carisma di uno o pochi individui eccezionali. Il momento di massimo fulgore dell’Atene democratica, l’unica vera democrazia compiutamente esistita, coincise con un ventennio e passa di dominio di un uomo solo: Pericle (l’odierna Svizzera è in realtà un sistema misto, con voto diretto e rappresentativo insieme, senza contare i caratteri del tutto specifici della sua società cantonale e isolazionista). 

Infine c’è un fatto decisivo: al punto a cui siamo arrivati, per fare quanto meno il tentativo di forzare la situazione, un movimento radicale com’è quello grillista non può prescindere da una guida che detti la linea e abbia poteri di controllo. Per essere chiari: quando Bakunin piombava in un paese europeo a portarvi la sedizione e la rivolta, comandava lui. Non metteva a referendum le sue mosse, decideva e basta. E i suoi compagni anarchici gli obbedivano. Se eri d’accordo, bene. Se no, libero di andartene. Cosa ci sarà mai di così terrificante in una cosa talmente elementare, stento a capirlo. Evidentemente, chi mostra di capirlo e indignarsene col ditino alzato non ha compreso la natura del M5S, né il suo compito oggettivo, al di là delle stesse intenzioni: infrangere alcuni fra i maggiori tabù e destabilizzare (sia lodato!) l’omologato panorama politico italiano. Creando, si spera, le precondizioni per una rottura rivoluzionaria nel medio-lungo periodo. La posta in gioco è ben altro rispetto alle modalità delle “parlamentarie”. Se poi Grillo dovesse tradire la sua funzione storica, allora bisognerà ribellarsi anche a lui. Ma fare le verginelle ora, è uno snobismo imperdonabile. 

Alessio Mannino

 

Sicilia: se non fosse un incubo, sarebbe un sogno

7 DICEMBRE 2012

Antonio Zichichi, da poco eletto assessore ai Beni culturali per la regione Sicilia, durante un’intervista radiofonica rilasciata a Radio24, ha dato libero sfogo ai suoi sogni: «Sarei felice se la Sicilia fosse piena di centrali nucleari; centrali sicure e controllate, costruite da veri scienziati». Il neoassessore sarebbe altrettanto gaio se l’Isola fosse disseminata di pannelli fotovoltaici e di torri eoliche. A questo proposito, è bene ricordare che le pale eoliche già presenti, alte 150 metri, per tre quarti sono perfettamente immobili; ciò nonostante, tali marchingegni non si sono rivelati del tutto inutili: sono serviti, infatti, a violentare colline e campagne, che fino a pochi anni fa erano vergini e selvagge, superbe.

Per chi è ancora capace di intendere e di volere, più che un sogno, quello dell’improvvisato assessore è un incubo; a occhi aperti, purtroppo. A prescindere dal benedetto, e si spera duraturo, “no al nucleare” del governatore Crocetta, il risveglio è comunque amaro perché fa pensare male il fatto che sia stato nominato assessore ai Beni culturali proprio uno scienziato... 

Anziché aggiungere nuove e deliranti mostruosità, dannose e non soltanto per la salute, bisognerebbe svolgere un’opera di abbattimento, senza alcuna remora di ostacolo – e non solo sull’Isola, ma lungo l’intera nostra mortificata Penisola – partendo dagli anonimi capannoni industriali fino ad arrivare alle case abusive costruite a man bassa lungo le strade litoranee, ai megaparcheggi, alle  tante “palazzine dei puffi” presenti nelle campagne e a quelle delle periferie cittadine, in cui si annidano la microcriminalità organizzata, le vicende umane più abbiette, le infinite povertà morali. Così come il paesaggio è un valore in sé – e lo è senza alcun dubbio – e  la bellezza che ne emana edifica spiritualmente chi la contempla, allo stesso modo il brutto è patimento, nel senso che chi è costretto a viverci in mezzo lo patisce e, alla fine, anche se inconsapevolmente, vi partecipa.

Bisognerebbe farla finita una volta per tutte col pensare che certi luoghi siano da tutelare e altri, chissà per quale bizzarra logica, siano da sacrificare. È razzismo geografico, questo.

A tutela del paesaggio, si dovrebbero cacciare via certi scienziati trapanesi, i quali, però, prima del definitivo esilio, andrebbero sottoposti a un vero e proprio processo alle intenzioni. Non solo, andrebbero buttati fuori dalla Sicilia i molti, troppi siciliani che, ignoranti a prescindere, si lasciano abbrutire da un progresso livellatore e sedurre dalle mafie. E, per restare in tema di attualità, ci sarebbe da rivoltarsi come iene, siciliani e no, all’installazione del MUOS, il diabolico sistema di comunicazione satellitare ad altissima frequenza che la marina militare statunitense ha ben pensato di impiantare a Niscemi, in provincia di Caltanisetta, oltre alle 41 antenne a bassa e ad alta frequenza già presenti sul territorio. I rischi sono il cancro e la leucemia, ma per gli abitanti, mica per gli statunitensi.

In termini più filosofici, sarebbe auspicabile riappropriarsi del concetto heideggeriano dell’abitare – laddove l“io sono” è etimologicamente imprescindibile da “l’abitare presso” – restaurare il primato oggettivo della bellezza, sostituendolo a quello soggettivo del piacere; preservare a tutti i costi la dimensione locale, il suo precipuo senso che è l’esatto contrario del “non luogo”.

Per intendersi di estetica, occorre però essere profondamente etici: i due aspetti sono il risvolto della stessa medaglia; impossibile confondersi.

L’unica invasione barbarica che la Sicilia ha realmente subito è stata l’irruzione della modernità in tutte le sue peggiori declinazioni: il brutto e la volgarità, cioè il massimo dell’inestetismo e dunque dell’immoralità. Questa colonizzazione è riuscita meglio e più rapidamente, perché, a differenza di altrove, ad accoglierla c’è sempre stata una placida e connivente inerzia, che mai si è scomposta, neppure di fronte ai crimini ambientali degli ultimi cinquant’anni.

La Sicilia, anziché essere un guazzabuglio di interessi speculatori e di buone intenzioni, senza che gli uni si distinguano nettamente dalle altre, e anziché essere un cementificato spiano in cui campeggia il turismo di massa sotto gli occhi passivi e indifferenti degli autoctoni, potrebbe – contrariamente agli incubi auspicati da Zichichi – essere un eden di bellezza a cielo aperto, un immenso giardino in cui passeggiare per essere sorpresi e accompagnati dagli avi, per scoprire con meraviglia le tante “Sicilie” che nell’Isola coesistono.

Ma questo non è altro che un sogno.

Fiorenza Licitra


Happening e rivoluzione: le manifestazioni inutili (e quelle che invece funzionano)

19 NOVEMBRE 2012

Chi ha un po’ di anni sul groppone non si appassiona ai dibattiti degli ultimi giorni su chi abbia iniziato per primo, fra dimostranti e polizia, a martellare duro.

Si tratta di una querelle che si ripete da sempre. In fondo è un dettaglio. I pestaggi indiscriminati sono la norma in queste circostanze, come è norma che gruppi di manifestanti più violenti e più organizzati si abbandonino ad azioni di guerriglia urbana. Le forze dell’ordine fanno ciò per cui sono pagate, con in più quello sfogo rabbioso e quel pizzico di sadismo che scaturiscono dall’essere insultate, derise, minacciate. Anche la presenza di provocatori, in entrambi gli schieramenti, è cosa risaputa, ripetuta, già vista innumerevoli volte. Che i lacrimogeni siano partiti da una finestra del Ministero degli Interni o che siano partiti da terra o da un edificio adiacente, è un’altra discussione da sbadigli.

Quello che importa è che il ripetersi di manifestazioni in cui la determinazione dei giovani partecipanti si fa sempre più forte, nonostante sappiano i rischi che corrono, costituisce la prova di un malessere e di una consapevolezza crescenti. Ovunque vadano, i ministri del governo dei banchieri sono inseguiti da urla e lancio di oggetti che non sono fiori.

Eppure non bisogna illudersi che siamo giunti alla stretta decisiva.

Le rivoluzioni politiche (aggiungiamo sempre l’aggettivo “politiche” perché le vere rivoluzioni sono culturali, di costume, di mentalità, di modi di produrre e consumare) seguono percorsi e modalità obbligati.

Intanto precisiamo cosa non sono metodi e manifestazioni rivoluzionari.

Non lo sono le manifestazioni happening, quelle dei girotondi colorati, degli slogan sarcastici, delle facce dipinte, delle smorfie davanti alle telecamere. Quelle sono scampagnate, la vacanza di un giorno, la festa da raccontare dopo tanti anni ai nipotini, magari arricchendola di particolari che rendono epica quella che era commediola ed esibizionismo.

Non lo sono i botti dei pistoleri e dei bombaroli, sempre strumentalizzabili dal potere per screditare la protesta e mai veramente efficaci.

Non lo sono le vetrine infrante, le auto parcheggiate date alle fiamme, il vandalismo che serve solo a volgere contro i dimostranti l’animo di quella parte di opinione pubblica che era incerta nel giudizio.

Non lo è la guerra civile, che lascia sempre uno strascico di rancori, di spirito di vendetta negli sconfitti sopravvissuti, di odio che si trasmette alle generazioni che verranno, una sedimentazione di ostilità che minerà sempre il nuovo edificio. Ne abbiamo innumerevoli esempi, attuali e remoti, anche in Italia. Paghiamo ancora quella guerra civile che insanguinò la nostra penisola quasi 70 anni fa.

Naturalmente non lo è la via elettorale, astuto inganno concepito proprio per impedire le rivoluzioni.

Oggi la rivoluzione politica assume obbligatoriamente la forma che ebbe l’ultima grande rivoluzione del Novecento, quella khomeinista in Iran (il crollo dei regimi dell’est europeo non fu una rivoluzione ma l’implosione di un edificio già putrescente da decenni, un’autodichiarazione di fallimento), e che hanno avuto recentemente le primavere arabe, qualunque sia il giudizio sulla genesi e i risultati di quelle insurrezioni: sciopero generale politico a tempo indeterminato; occupazione contemporanea e permanente delle piazze da parte di decine di migliaia di persone,  una massa tanto compatta da scoraggiare qualunque repressione poliziesca; assalto alle sedi del potere istituzionale, mediatico e finanziario, non con sparuti gruppi di guerriglieri urbani ma con la forza irresistibile della moltitudine.

Perché si giunga a tanto occorrono un’esasperazione diffusa; una determinazione a sopportare perdite, sacrifici, sofferenze; un’organizzazione che garantisca col mutuo soccorso la sopravvivenza nei lunghi giorni della paralisi della produzione e della distribuzione; un gruppo, un partito, una forza dirigente che si conquisti credibilità, abbia un programma per l’immediato e per la prospettiva e possibilmente sia guidata da un capo carismatico.

Queste precondizioni mancano, tutte. Ciò che lascia sperare è il fatto che comincia a diffondersi, soprattutto  attraverso la Rete, una controcultura che può minare quella dominante, lavorìo di preparazione per un’egemonia culturale che sempre precede e segue i grandi mutamenti politici e che dapprima circola per canali di comunicazione non ufficiali, semiclandestini.

Lascia sperare anche il carattere continentale della protesta, che sarebbe facilmente circoscrivibile se limitata a uno o pochi Paesi.

La strada da percorrere è ancora lunga, ma in tempi di crisi le accelerazioni possono essere rapide e improvvise. Esserne avvertiti significa non farsene travolgere.

Luciano Fuschini

La Versione di Fini - Dicembre 2012

La banda dei minatori *