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Democrazia diretta e carismatica

Avvertenza: questo è un articolo di pura e sfacciata teoria. Più meta che politico. Ogni tanto ci sta, per non impelagarsi masochisticamente nella cronaca politica da basso impero. L’aria pura delle idee alte e la visione di un largo orizzonte serve a ritemprarsi, come quando ci si ferma in un cammino faticoso a guardarsi attorno, e ci si domanda il perché del cammino. 

La critica radicale alla democrazia rappresentativa costituisce un punto fermo di questo giornale fin dagli albori. Sottolineo rappresentativa. È il sistema della delega come forma esclusiva di “democrazia realizzata” in Occidente a rappresentare un’illusione nient’affatto innocente – in realtà la copertura ideologica meglio riuscita all’oligarchia finanziaria del trionfante industrial-capitalismo per far accettare ai sudditi il proprio dominio, anestetizzandone la capacità di ribellione attraverso un mundus imaginalis di elezioni partitocratiche e diritti sostanzialmente commerciali. Se non si vuole prendere la strada coercitiva del totalitarismo o quella utopistica dell’anarchia, una ragionevole alternativa può essere la democrazia diretta. Ma è bene intendersi sul suo significato.

Ethos democratico

Intesa in senso assoluto, l’unica storicamente esistita nella nostra civiltà è stata quella di Atene nel IV secolo a.C. Nacque come governo dei “molti” (il demos era la moltitudine meno abbiente del popolo) in contrapposizione allo strapotere dei “pochi” (l’oligarchia). Tramite il voto diretto, le turnazioni, i sorteggi e un complesso meccanismo di pesi e contrappesi istituzionali, si cercava di mitigare il più possibile il vantaggio economico, considerato ingiusto, delle maggiori famiglie e gruppi d’interesse sulla maggioranza della popolazione. L’ideale esposto da Pericle nel famoso Discorso attribuitogli da Tucidide era infatti la libera espressione del valore umano, etico e civile di ciascuno, indipendentemente dalla nascita o dal censo. Una Weltanshauung eticamente aristocratica – il massimo sviluppo delle potenzialità di bellezza interiore ed esteriore, sprezzante del denaro e della tendenza anti-vitale alla conservazione - al fondo di una concezione egualitaria: questa l’origine greca della democrazia. 

Carisma

Il sogno si avverò per circa un trentennio, durante il quale, tuttavia, a dominare la scena politica fu appunto Pericle. Non è esagerato definire quella ateniese, perciò, una democrazia diretta e carismatica. E carismatica in quanto diretta. La contraddittorietà apparente non deve ingannare. È proprio perché l’obbiettivo sommo è rappresentato dal dispiegamento della personalità individuale che si rende possibile, e in questa logica persino doverosamente coerente, l’emergere di un uomo straordinario per abilità politiche e fascino popolare – per carisma, appunto. Sono l’aura e la bravura del politico che assurgono a virtù in un confronto e scontro dialettico basato sulle pari opportunità, senza squilibri sociali di partenza. In questo senso, quando i critici della democrazia diretta la accusano di far da anticamera alla dittatura e le aggiungono l’aggettivo di “plebiscitaria”, colgono un rischio che effettivamente è connaturato a tale metodo di governo. Il fatto è che, essendo umana, ogni organizzazione del potere è per definizione imperfetta e soggetta a trasformazioni, fino al rovesciamento in qualcos’altro. Se ci ponete mente, i periodi considerati di splendore e progresso – concepito come progressione, e non, illuministicamente, come un miglioramento infinito e messianico – sono quelli in cui lo Stato raggiunge un equilibrio fra istituzioni, potentati e classi sociali. Si pensi, per stare all’antichità, al principato augusteo, continuato bene o male per due secoli. Ma siccome tutto scorre e cambia, ad un certo punto l’assetto si disgrega per far posto ad un altro, che prima o poi si cristallizza in un’altra forma duratura fino alla successiva crisi e metamorfosi. 

Primato della democrazia diretta

Il carattere che fa guardare la democrazia diretta-carismatica come migliore rispetto a quella rappresentativa-oligarchica risiede prima di tutto nella maggiore aderenza alla missione di elevare il singolo, almeno potenzialmente, al suo diritto-dovere di agire come cittadino tramite il voto diretto, e in secondo luogo nella liberazione della dimensione politica da quella economica, dato che tutti partecipano su tutto senza distinzioni classiste (anche qui, la Storia insegna: il primo vagito democratico ad Atene avvenne con Solone, anche lui personaggio fuori dal comune, che limitò l’ingiustizia sociale con una moratoria sui debiti, che allora rendevano schiavi – esattamente come oggi le nazioni europee coi debiti sui mercati). 

Modelli ideali e concreti

Il difetto sta invece nella realizzabilità. Occorrerebbero ambiti di autogoverno sufficientemente piccoli – di qui il logico connubio col federalismo, che a partire dalla tasse si adatta alla perfezione come cornice di una democrazia senza delega. Ma proprio senza delega? Oltre alla localizzazione circoscritta, in un mondo globalizzato le unità territoriali non possono rinchiudersi nel minuscolo, ma integrarlo in spazi più ampi. Un’Europa delle piccole patrie sarebbe la soluzione ideale, con una combinazione di democrazia diretta in basso su buona parte delle materie, e, qua sì, un’attribuzione di altre ad un consesso delegato continentale. Il sistema misto svizzero, con cantoni da una parte e confederazione dall’altra, tenute insieme da referendum popolari ed elezioni generali, può essere preso ad esempio. Purché la bilancia penda sui primi e non sulle seconde. 

Rischio necessario

So cosa sta ruminando qualcuno di voi che mi legge. Eh, ma il plebicitarismo può portare alla tirannia, questo è il problema. Sapete che c’è? Che io rischierei. Rischierei volentieri di battermi per una democrazia integrale che può tramutarsi in quella che gli antichi chiamavano demagogia, e noi dittatura. Perché potrò sempre ribellarmi al tiranno. Insorgere costerebbe pericoli, disgrazie, sofferenze e lutti? Allora ribatto con una domanda: preferireste continuare a vivere nella soffocante bambagia di un sistema che vi rende schiavi e vi viene pure a dire che è bene sia così, o fare almeno il tentativo di provare la libertà, a costo di perderla? E’ meglio rinunciare a priori per paura o correre il pericolo? Scrive Nietzsche nella Gaia Scienza: “Saluto con gioia tutti i segni che indicano l'arrivo di un'epoca più virile, più guerriera, che porterà in onore sopratutto il coraggio. Perché essa dovrà aprire la via ad un'epoca ancora più alta che riunirà le energie necessarie un giorno, che introdurrà l'eroismo nella conoscenza e condurrà guerre per il pensiero e per le sue conseguenze. Per questo compito occorrono adesso molti precursori, molti uomini valorosi, i quali però non possono balzar fuori dal nulla, e tantomeno dalla polvere e dalla melma dell'odierna civiltà e delle culture delle grandi città. Occorrono uomini i quali sappiano essere silenziosi, solitari, decisi, contenti della loro attività occulta e perseveranti e dotati dell'intimo impulso a ricercare in tutte le cose l'ostacolo da sormontare; uomini sereni, pazienti, semplici quanto magnanimi nella Vittoria ed indulgenti verso le piccole vanità di tutti i vinti; uomini capaci di giudicare con acume e libertà tutti i vincitori e di decidere quanta parte abbia il caso in tutte le vittorie e glorie; uomini con i loro giorni di festa e di lavoro e di lutto, esperti e sicuri nel comando e pronti, ove occorra, all'ubbidienza, e nell'uno e nell'altro caso ugualmente fieri e decisi a servire la loro causa; uomini più pronti ad esporsi, più fecondi, più felici! Poiché credetemi, il grande segreto per cogliere il maggior frutto, ed i maggior godimento della vita, sta nel vivere pericolosamente”. 

 

Alessio Mannino


Era il 1968, e Pasolini scrisse che…

La Versione di Fini - Dicembre 2012