Ottima scelta

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Sì voto, sì Grillo

 

Caro Massimo e caro Valerio,

scelgo di scrivere il mio articolo mensile in forma di lettera aperta, perché questa volta “faccio la fronda”. Ma credo e non dubito che un giornale che si chiama Voce del Ribelle, al quale mi onoro di collaborare dal primo numero, sappia ricavarne una discussione franca e priva di pregiudizi. In fondo siamo fra noi, fra Ribelli, che ribelli devono essere anche un po’ a sé stessi. 

Scelta impolitica

Arrivo subito al dunque: secondo me la ferrea fedeltà al non-voto è superata. E lo è perché la “metapolitica” non basta più. Intendiamoci: l’astensionismo attivo confermato nella “Versione di Fini” di aprile, per cui votare significa legittimare il baraccone finto-democratico, resta un’opzione eticamente ineccepibile, e dal punto di vista personale la potrei sottoscrivere ancor oggi dopo averla praticata per tutti questi anni. Non ho più votato a nessuna elezione politica nazionale, convinto anch’io che dalla truffa organizzata detta democrazia parlamentare si deve uscire prima di tutto nel proprio foro interiore, nel rifiutarsi di essere complici. Ma questa coerenza adamantina ha un difetto: è impolitica. Non incide sulle dinamiche dell’immaginario collettivo, rimanda la resa dei conti ad un crollo di là da venire e finisce col demotivare e, diciamolo pure, stufare. Nel mare magnum degli astenuti  l’astensionista consapevole è intruppato col comune menefreghista, col qualunquista della domenica e con il rinunciatario cronico. Il punto sta in questo: noi, che per scelta non votiamo, non non spostiamo i rapporti sociali e di potere. Può non piacere, ma è così. Mi direte: e adesso lo scopri? No, lo abbiamo sempre saputo, tutti noi che non ce la beviamo. Il fatto è che secondo me, invece, una illusione ce la siamo bevuta: la speranza che un bel giorno la percentuale di non votanti schizzi talmente in alto da diventare maggioranza degli aventi diritto, invalidando così il rito elettorale e provocando chissà quali sfracelli. 

In-azione

Anch’io lo pensavo, oggi non lo penso più. Per due ragioni. La prima è quella che adombravo in un mio recente articolo su questo giornale, là dove scrivevo che l’agitazione culturale e il non voto sono “troppo poco” poiché, arrivati come siamo ad un punto avanzato della crisi economica e morale, “serve la politica”, ovvero, in ultima istanza, “il passaggio dal ribelle al rivoluzionario”. In altri termini, un movimento politico vero e proprio, organizzato, con un capo, una strategia e un programma spendibile qui e ora. Sia chiaro: anti-parlamentarista e anti-oligarchico, con regole draconiane al suo interno. Una forza in cui militare sarebbe necessario anche solo per convincere la gente a non partecipare ai ludi cartacei, visto che la gente – e uso non a caso questa parola generica e in una certa misura svalutante – sarà pure scafata e individualista, ma segue sempre chi sa parlare anzitutto alla pancia, specialmente se è vuota o semivuota. Purtroppo, il no al voto come petizione di principio (in sé, sacrosanto) è un messaggio che non passa, perché è una non-azione. E invece l’uomo della strada ha bisogno di sentirsi parte di un’azione comune, soprattutto se questa si presenta come antisistema. Perché gli conferisce un’identità, gli dà importanza (o almeno lui crede di averne una). Girare al largo dalle urne, di per sé, non elargisce nessuna identità, e per quanto abbia le sue nobili motivazioni, rende oggettivamente spettatori, e non attori sulla scena. A maggior ragione, poi, un soggetto politico è indispensabile se si vuole andare oltre astensionismo e critica culturale per sfruttare a proprio vantaggio l’agone elettorale - a patto di non farsene risucchiare. 

Spregiudicati

E sono alla seconda ragione: il dovere della spregiudicatezza. Se, come credo, disertare la farsa partitocratica rimane un gesto individuale di testimonianza, se non crea attivismo e se non aiuta la ribellione organizzata, allora bisogna avere il coraggio di abbandonare tale posizione sterile e immobilista. E guardarsi attorno, alla società in cui viviamo, all’Italia così com’è e non come vorremmo che fosse - e che, se continuiamo così, non sarà mai. E oggi, nel nostro paese sotto dittatura bancaria internazionale, un gruppo che presenta elementi di rottura dei tabù dominanti c’è ed è protagonista, avendo in pratica tutto e tutti contro: il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Non è l’ideale, certo, e questo giornale (come pure, nel suo piccolo, chi scrive) non ha mancato di indicarne i limiti concettuali e operativi in tempi non sospetti. Ma, a parte il fatto che l’ideale non è mai per definizione reale, il nocciolo della questione si trova nella seguente domanda: fare politica – la più alta delle attività umane, secondo il saggio Aristotele – equivale soltanto ad un atto puro, diciamo pure ad un idealismo senza macchia, o non è piuttosto l’ideale che si cala nella storia, nell’hic et nunc, che obbliga in qualche misura a sporcarsi le mani con l’imperfetta realtà degli uomini di questo tempo? La prima concezione salva l’anima del singolo ma manda in malora il mondo circostante. La seconda cerca, almeno come obbiettivo, un equilibrio, ponendosi di fronte alla realtà in un’ottica diversa, e molto più aggressiva. Come il predatore con la preda, in un terreno di caccia che non si è scelto. 

Oltre la metapolitica

Si tratta di far aprire gli occhi a chi li ha ancora chiusi, pur avendo la percezione viscerale di essere fottuto e beffato da un Potere che va ben al di là dei partiti-marionette, sfuggente, subdolo, nascosto nell’anonimato delle formule di regime (i “mercati”, l’“Europa”, il “Fondo Monetario”). Si tratta di conquistare i delusi e gli scontenti facendoli passare di qua della barricata, e questo si può ottenere solo a condizione di modificare il senso comune. Quest’ultimo è in sostanza una combinazione di fattori materiali (le difficoltà economiche, ad esempio) e simbolici (la credibilità delle istituzioni, altro esempio). I primi già di loro favoriscono il risveglio. Per agire sui secondi, la battaglia “metapolitica” di contro-informazione e contro-cultura si rivela insufficiente, poiché si rivolge ad un livello alto della coscienza collettiva, alla parte più intellettualmente impegnata dell’opinione pubblica. Bisogna abbassare il livello per incontrare il maggior numero, piaccia o non piaccia. Smuovere le emozioni, per cambiare le convinzioni. 

Grillismo, passaggio intermedio

L’ex comico Grillo sembra riuscirci, è un fatto. Certo, non è la soluzione rivoluzionaria dei nostri sogni, e per vari motivi (il buttarla ancora sul battutismo depotenzia la serietà iconoclasta, c’è sempre una certa remora a tirare le conseguenze di alcuni j’accuse come quelli contro la finanza bancaria, i ragazzi dei meetup locali, in media bravissime persone, sono per lo più ingenuotti e con poco mordente…). Tuttavia, è altrettanto vero che, ora come ora, Grillo svolge una doppia funzione che non esito a definire, se non rivoluzionaria, proto-rivoluzionaria: demistifica i luoghi comuni e i tabù, sul blog e nelle piazze, e destabilizza il quadro politico con lo scopo dichiarato di superare la falsa dicotomia destra-sinistra. E tutto questo lo fa, ed è un altro fatto, usando il richiamo delle elezioni, quest’anno amministrative e l’anno prossimo politiche. Per noi che non crediamo alla democrazia rappresentativa ma semmai ad una democrazia diretta su base locale (in un’Europa dei popoli), l’importante è l’ottica strumentale: servirsi del voto come mezzo per diffondere idee il più possibile dirompenti. Il grillismo, in questo dato momento storico, può rappresentare una fase intermedia utile. In futuro, verrà forse il tempo dell’abbandono dello strumento elettorale, magari del ripudio. Così come, chissà, anche le 5 Stelle si spegneranno per far spazio a qualcosa di più radicale. Ma ciò riguarderà il domani. Oggi, con la situazione che c’è, Grillo è un buon agente di sfiducia in questo sistema. Mentre io, cari direttori, con questo mio endorsement spero di non essere scambiato per un “agente del nemico”. Conoscendovi, più probabile mi risponderete che sono ingenuo, a dar credito all’ennesimo tentativo di cambiare l’ordine costituito entrando in campo nemico. E allora vi ricordo - anche se il paragone non farà piacere, ma è per capirci – che perfino i bolscevichi, perfino i nazisti entrarono in parlamento. Noi che siamo libertari e dogmaticamente problemisti, perché non provare a ripensare ciò che diamo per scontato? 

 

Alessio Mannino

Utilissimo, quel “terrorismo”

Moleskine maggio 2012