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Cattive coscienze

Orwell non c’entra, poveretto. Ma l’orwellismo (rovesciare i significati, eufemizzarli, edulcorarli, mistificarli) resta la metafora più riuscita della mascalzoneria italiana. Della nostra viscida arte di camuffare i problemi. Del nostro trasformismo. Della nostra cattiva coscienza. Piano: della loro, cattiva coscienza, se coscienza si può chiamare. Loro: i sempre-in-piedi, gli incollati alla poltrona, le facce di bronzo, i mistagoghi dell’ideologia dominante. Ovvero i grandi sacerdoti del denaro virtuale, i politici-mosche cocchiere, i tecnocrati dei club globali, i chierici dalla penna intinta nella saliva. Tutti insieme, instancabilmente, inesauribilmente, ci ammanniscono una montagna di sedicenti verità, col cipiglio di chi la sa lunga e dà per scontato che noialtri, qui giù in basso, facciamo docilmente sì con la testa. Non che sia una novità, intendiamoci. Ma sempre lì si torna: a sbugiardare la neo-lingua orwelliana, matrixiana, montiana della manipolazione sistematica. Decrittare le parole per comprendere i fatti. 

Poteri forti. Dal nullologo Panebianco a sua maestà De Bortoli sul Corriere, passando per quella mummia oracolante di Scalfari di Repubblica per chiudere con l’automa Monti, nelle ultime settimane è riscoppiata la passione pubblicistica per un tema finora appannaggio di noi soli quattro malpensanti accusati di complottismo. I due altoparlanti cartacei dei più potenti interessi economici e finanziari dell’Italietta schiava di Ue-Bce-Fmi inscenano uno spettacolino involontariamente comico sui propri padroni. Il capo del governo bancario attacca: via Solferino e Confindustria remano contro. Il Corrierone contrattacca: queste élites chiuse nelle segrete stanze sono troppo scollate dal popolo (Panebianco, sempre un’aquila) e non sono abbastanza brave nel fare il loro mestiere, ossia torchiare i sudditi (De Bortoli, sempre sobriamente spietato). Scalfari, ultimo decrepito giapponese del montismo, cerca di far virare la polemica sul chiodo fisso della sinistra da salotto, il berlusconismo, e tira fuori dal cilindro la scoperta dell’acqua calda: nella compagine governativa resistono uomini del Berlusca, sono loro i colpevoli del crollo di popolarità dell’augusto Monti. Quest’ultimo, inviperito per le critiche “da destra”, più realiste del re, del Corsera, dà filo solo alla velinara Repubblica, diventata ormai house organ “da sinistra” di Palazzo Chigi. Vero motivo di tutta questa pantomima? Supermario non sta procedendo con l’efficienza e la celerità promesse nello svendere servizi e beni dello Stato, nel tagliare con la motosega, nel distribuire i proventi della mazzata fiscale ai soliti profittatori di casa nostra. I poteri forti nazionali vogliono di più, non ci stanno a vedersi troppo staccati sulla lunghezza (e sulla ricchezza da spolpare) rispetto a quelli sovranazionali, ai fondi-cavallette, ai “mercati” mondiali. Alla prussiana Merkel. 

L’assistente Passera. Il suo mentore Carlo De Benedetti, l’azionista di maggioranza della sinistra italiana, ha ucciso il suo ex pupillo Corrado Passera defininendolo “un buon assistente” e nulla più. Il mega-ministro plenipotenziario per lo sviluppo economico si è legato alla congrega Catricalà-Letta-Bisignani, il trio lescano dei berlusconiani in seno o a latere del governo. Ha tradito, l’ex capo di Banca Intesa, la sua filiazione sinistrorsa. Prima andava bene, da un po’ non va più a genio, al proprietario del gruppo Espresso-Repubblica. Sono le bocciature a orologeria, tipiche della doppiezza di chi ragiona solo in termini di potere e dané

Presidenzialismo. Toh, chi si rivede: Silvio. Per carità, non lui direttamente, ma il suo ventriloquo Angelino Alfano. Per bocca della sua marionetta, l’ex premier viveur ne escogita una delle sue. Costretto momentaneamente all’apnea per non associare la sua immagine, già compromessa, alle lacrime e sangue del governo sostenuto in ammucchiata con Pd e Udc, Berlusconi si prepara ad una grande rentrée in scena. Ma deve farlo creandosi un terreno adatto, confacente alla megalomane considerazione che ha di sè. Tornare alla ribalta come Padre della Patria dopo la via crucis montiana, mondato dai ricordi boccacceschi del suo ultimo periodo, in testa ad un ricostituito centrodestra riverniciato di civismo (la “lista civica nazionale”, una specie di Forza Italia 2 la vendetta): per tutto ciò, l’elezione diretta di un Presidente all’americana, o alla francese, è l’ideale. Gratta gratta, dietro il rispolvero di un dimenticato cavallo di battaglia della destra c’è l’ostinazione di questo vecchio adolescente, che non si rassegna a uscire di scena. Perché Berlusconi, senza un pubblico che lo osanna e lo applaude, è un piccolo uomo finito. 

Beppe Mussolini. L’inglesino Severgnini (uno che siccome ha esordito da corrispondente in Inghilterra, pensa che il mondo debba girare attorno all’universo anglofono; se gli capitava la Cina, avrebbe scritto una pila di libri alta così per farci imparare a tutti i costi il cinese) ha avuto un attacco di originalità: sul Financial Times ha paragonato Grillo a Mussolini. Un italiano, quando non sa come screditare un politico, avendo esaurito ogni altro epiteto sfodera l’ultima cartuccia disponibile: l’evocazione del dittatore, del demagogo, dell’avventuriero. Di quel brutto ceffo del Duce. Nel mondo anglosassone è ancora peggio: Mussolini rimanda non solo all’alleanza con Hitler, male assoluto, ma anche all’autarchia, bestemmia inconcepibile per la religione del mercato globalizzato (il riferimento è evidentemente all’ipotesi di uscita dall’euro vagheggiata dal Movimento a 5 Stelle). Grillo, buffonesco come certe pose mussoliniane, è il mostro nemico degli affari, il tribuno della plebe che osa timidamente ribellarsi. Dev’essere distrutto prima di tutto come simbolo, e nell’immaginario planetario il prodotto più deteriore e malefico di cui l’Italia è stata artefice è il despota fascista. Non importa che non vi sia un argomento, uno che sia uno, a dimostrare l’equivalenza Beppe-Benito: l’accostamento basta e avanza. Oddio, una somiglianza c’è: Mussolini, i partiti li spazzò via davvero. Tranne uno: il suo. Se Grillo riuscisse nella prima parte, sarebbe un benemerito. Ma non c’è pericolo che attui la seconda: i suoi ragazzi non sono squadristi, e lui come dittatore farebbe ridere. 

Alessio Mannino

Incompatibilità: sia un attacco che una difesa

Moleskine giugno 2012